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giovedì 24 settembre 2026

QUANDO LE GRU VOLANO A SUD

 




Quando le gru volano verso sud - Lisa Ridzen -

Recensione a cura di Miriam Donati

 

"Sento l'impulso di alzarmi, di battere un pugno sul tavolo e dirgli che farò quello che diavolo mi pare. Che sono il capitano di questa nave. Ma non lo faccio, perché non sono un capitano. Sono un fagotto legato all'albero maestro durante una tempesta."

 Quando le gru volano verso sud è un'opera di narrativa contemporanea ambientata nella comunità rurale della Svezia settentrionale.

Un uomo, un figlio, un cane.
All’uomo, Bo, ottantanovenne svedese, sta per scadere il tempo. Eppure il tempo è una delle poche cose che gli restano; la sua mente è abbastanza lucida, ma il suo corpo lo sta abbandonando, dorme tantissimo e la sua tranquilla esistenza è interrotta solo dalle visite quotidiane dell'équipe di assistenza domiciliare. Le sue mani presto saranno troppo deboli per aprire il prezioso barattolo che custodisce la sciarpa della sua adorata moglie, Fredrika, malata di Alzheimer e che si trova in una casa di cura, sciarpa che conserva ancora il suo profumo.  Suo figlio Hans lo va a trovare regolarmente e Bo vorrebbe parlare con lui, aprirsi, vorrebbe ricucire il rapporto prima che sia troppo tardi per dirgli quanto gli vuole bene, quanto è orgoglioso di lui. Ma fatica a essere onesto e trasparente. Fortunatamente ha ancora il suo amato levriero Sixten a fargli compagnia, sebbene non sia più in grado di prendersi cura del cane adeguatamente.  Hans vorrebbe che se ne separasse perché non è sicuro per lui portare Sixten nel bosco, come ha sempre fatto, sebbene ci provi ripetutamente perché il cane è la sua ancora di salvezza.
La minaccia di perdere Sixten crea tensione tra lui e il figlio e scatena in lui un turbine di emozioni che lo portano a ripensare alla sua vita, alla sua paternità e al modo in cui esprime il suo amore.

La narrazione si snoda per date, come un diario, con passaggi in terza persona, quasi in un flusso di coscienza, in cui Bo condivide pensieri, ricordi, opinioni e preoccupazioni come se stesse parlando con Fredrika. A questi si alternano i commenti che descrivono le condizioni fisiche di Bo, lasciati nel diario dagli assistenti che vengono a trovarlo quattro volte al giorno, gli preparano i pasti, lo lavano e, in qualche occasione, anche se non di competenza, portano fuori Sixten. Questi commenti permettono di conoscere ciò che Bo non dice direttamente.
Bo è spesso comprensibilmente arrabbiato. Chi sono queste persone per continuare a dirgli cosa fare? Non si farà la doccia se non ne ha voglia. Perché dovrebbe mangiare se non ha fame? E naturalmente può portare fuori il suo cane da solo. Lo ha sempre fatto. Ma, in realtà, è impotente perché, sempre più spesso, è suo figlio Hans a prendere decisioni al posto suo. Bo, inevitabilmente, detesta questo ribaltamento di ruoli e usa il broncio per protestare perché è l'unica strategia che gli è rimasta.

Sixten dà a Bo un enorme conforto mentre dormono insieme sul divano antico in cucina, ma ovviamente, il lettore sa, per quanto tragico sia, che Hans ha ragione. Questa non è una vita adatta a un cane attivo e ha bisogno di essere adottato da una famiglia che possa prendersi cura di lui adeguatamente. D'altra parte, si percepisce il dolore di Bo all'idea di rimanere senza cane.

Hans è un personaggio interessante che conosciamo solo attraverso gli occhi di Bo e dei ricordi della sua infanzia. Bo è sempre stato determinato a essere un padre migliore del suo, un padre prepotente e violento. Ciononostante, lui e Hans hanno sempre faticato a comunicare liberamente. Il lettore riesce a vedere oltre le apparenze e a capire che il giovane sta facendo del suo meglio in una situazione difficile, soprattutto quando vanno a trovare Fredrika o partecipano al funerale del migliore amico di Bo, Ture, che, insieme a Ingrid, l'assistente preferita di Bo, sono le uniche persone con cui Bo ha un dialogo. Ingrid lo incoraggia senza essere condiscendente. Addirittura porta Sixten fuori per un breve periodo, cosa che sicuramente non rientra tra le sue mansioni.

Anche Ture, con cui Bo ha condiviso una vita di lavoro ed amicizia si fa aiutare da degli assistenti e i due amici si raccontano le loro esperienze al telefono.

Bo passa parte del suo tempo dormendo o mezzo addormentato. I suoi ricordi sono come sogni, ma questi si insinuano anche nel suo stato di veglia. Ripensa alla sua infanzia, alla casa in cui ha vissuto da bambino, al padre irascibile e autoritario, alla madre affettuosa, alla moglie amorevole, all'amicizia di una vita con Ture e al figlio Hans, quando era piccolo. Spesso, al risveglio, si sorprende di trovare un panino accanto al letto o Hans che gli riempie il frigorifero di cibo. Sebbene la sua vita interiore rimanga vivida, trova sempre più difficile esprimere i suoi bisogni agli altri o entrare in contatto con suo figlio,

La ricca vita interiore di Bo non corrisponde a ciò che vedono i suoi assistenti e suo figlio. La dicotomia è toccante e straziante, sebbene il corpo umano possa indebolirsi, la mente e lo spirito rimangono giovani.
Attraverso il suo punto di vista in prima persona, Bo accompagna il lettore attraverso una moltitudine di emozioni: la rabbia verso Hans per aver pianificato di portare via Sixten, l'imbarazzo di dipendere dagli assistenti per i suoi bisogni intimi, il dolore per il fatto che Frederika non riconosca più i suoi cari, la gioia per le interazioni con il suo migliore amico, il rimpianto di non aver avuto un buon rapporto con il padre defunto, o l'ansia di non riuscire a dire a suo figlio tutto ciò che desidera prima che arrivi il suo momento.
Lisa Ridzén, dottoranda in sociologia, apporta al suo romanzo d'esordio sia una solida preparazione accademica sia un profondo legame personale perché la storia è ispirata dagli appunti che l'équipe medica che si prendeva cura del nonno dell'autrice ha lasciato alla famiglia mentre lui si avvicinava alla fine della sua vita.   

Ridzen cattura ogni emozione alla perfezione: lo smarrimento, la confusione, la rabbia verso gli altri, verso se stessi, verso la vita, il risentimento per la dipendenza dagli altri.

Bo si confonde, dimentica le cose e ha le smemoratezze che si riscontrano nella maggior parte delle persone che si avvicinano ai novant’anni. Mentre le poche gioie rimaste della sua vita vengono gradualmente eliminate, Bo perde sempre più la volontà e il desiderio di vivere.

La prosa è caratterizzata da una schiettezza tipica della letteratura scandinava, ma l'evoluzione del personaggio di Bo è avvincente, mentre fa pace con le frustrazioni a lungo covate, scoprendo che è più facile lasciarsele alle spalle.

Quando le gru volano a sud è un viaggio la cui malinconia cresce progressivamente. La domanda centrale del romanzo è al contempo universale e profondamente personale: come possiamo invecchiare con dignità in un mondo che ha una fretta impellente di andare avanti senza di noi?

La narrazione di Bo descrive come la vecchiaia non comporti solo la perdita della memoria, ma anche la perdita della mobilità, della compagnia, dell'indipendenza e della dignità. L'autrice merita un plauso per aver ritratto senza filtri il dilemma in cui si trovano tanti anziani, ma anche senza cadere nel voyeurismo. La sua scrittura è al tempo stesso semplice e delicata. Il romanzo è contemplativo, malinconico, realistico, straziante. Una meditazione potente e profondamente toccante sulla vita e sulla morte, e sulle relazioni fondamentali dell’esistenza, semplice nella sua premessa, mostra la quieta e ostinata dignità di un uomo che affronta i suoi ultimi giorni con una sincerità disarmante trovando un finale che chiude il cerchio in modo impeccabile.

Genere: Narrativa

Anno di pubblicazione: 2025

pagine: 336

editore: Neri Pozza


mercoledì 23 settembre 2026

L'ESTATE CHE HO UCCISO MIO NONNO

 




L'estate che ho ucciso mio nonno - Giulia Lombezzi -

recensione a cura di Stefania Calà


La protagonista di questo romanzo è la sedicenne Alice, figlia di genitori separati, ragazza in sovrappeso, che un bel giorno si ritrova a convivere con il nonno materno, un uomo dispotico e burbero, trasferitosi a casa sua e della madre a causa di gravi problemi di salute. La ragazza non gradisce questa intromissione nella sua vita ma riesce quasi a tollerarla, fino a quando, però, non scopre le angherie che il nonno infliggeva a sua madre quando questa era giovane. Alice, con il supporto emotivo degli amici Angiu e Cane, inizia così a fantasticare sulla possibilità di sopprimere il vecchio.

Ciò che colpisce, dal punto di vista della trama, è l'attaccamento e il senso di protezione che Alice ha nei confronti della madre, quasi i ruoli fossero invertiti. Ma la Lombezzi è oltremodo brava a filtrare questo sottobosco psicologico attraverso le percezioni di un'adolescente, pensando come lei, parlando come lei, percependo il mondo come lei. Il linguaggio (vero protagonista del romanzo) è talmente aderente al personaggio da restituire al lettore lo spessore della complessità dell'età adolescenziale moderna.

Vengono infatti esplorate (con grande tatto e maestria, a metà tra il detto e il non detto) le fragilità, l'impossibilità di comunicare attraverso lo stesso registro, la rabbia e la frustrazione per non poter fare di più, oltre a un disperato e inespresso bisogno d'amore.

Un aspetto particolarmente importante dell'opera, poi, è il rapporto che Alice ha con il suo corpo, baluardo e ultima difesa tra il suo essere più intimo e il mondo che la circonda.

Si tratta, in definitiva, di un romanzo di formazione scritto benissimo, al di là della storia in sé e del finale (che non mi ha convinta del tutto). Di certo è una lettura per nulla superficiale che lascia molto su cui riflettere. 

Voto 7,5/10

 

Cit. "Mi sa che la mia vita è in gran parte un sottotesto."

Cit. 'La nicotina e la birra sono un rimborso, il rimborso di questi giorni che fanno male."

Cit. "Differenze tra nonno e papà: papà lavava i piatti. Su cose del genere si giocano intere generazioni."

Cit. "Galleggio nell'abbraccio spugnoso dei carboidrati".

Cit. "Dire a qualcuno sei migliore di me è un ricatto schifoso."

Cit. "Non me ne frega un cazzo di ciò che hai subito. Aver subito non è una scusa per fare del male. Non lo è mai."

Cit. "Forse è per questo che ingrasso tanto. Per provare a tornare visibile."


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

pagine: 313

editore: Bollati Boringhieri

 


martedì 22 settembre 2026

CACCIA ALLE STORIE - BETTER THAN MOVIES

 




CACCIA ALLE STORIE- AVVENTURE TRA LE PAGINE PER RAGAZZI CURIOSI

romanzi segnalati e recensiti da Elisa Caccavale


Better than movies -Lynn Painter - 

Better Than the Movies è una commedia romantica fresca, divertente e tenera, capace di giocare con tutti i cliché delle rom-com senza risultare scontata.

Liz è una ragazza romantica, cresciuta con l’idea dell’amore perfetto raccontato nei film che guardava insieme alla madre. Quando Michael, la sua cotta d’infanzia, torna in città, Liz è convinta che sia finalmente arrivato il momento di vivere la sua personale commedia romantica. Per riuscire ad avvicinarsi a lui, però, ha bisogno dell’aiuto di Wes, il vicino di casa con cui da sempre ha un rapporto fatto di battibecchi, dispetti e provocazioni. E naturalmente le cose non andranno esattamente secondo il copione che Liz aveva immaginato.

Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è proprio il rapporto tra Liz e Wes. La loro intesa cresce attraverso dialoghi vivaci, piccoli gesti, momenti quotidiani e una complicità che il lettore finisce per percepire molto prima della protagonista. La dinamica enemies-to-lovers è leggera e giocosa e rende particolarmente piacevole seguire l’evoluzione del loro rapporto.

Ma Better Than the Movies non è soltanto una storia d’amore. Dietro il tono brillante c’è anche il percorso di una ragazza che deve fare i conti con il lutto, con il ricordo della madre e con la distanza tra la vita immaginata e quella reale. Liz cerca continuamente di trasformare ciò che le accade in una scena da film, finché non comincia a capire che la realtà può essere imperfetta, imprevedibile e proprio per questo persino più bella.

Lynn Painter costruisce una lettura scorrevole e coinvolgente, ricca di riferimenti alle commedie romantiche e sorretta da personaggi per cui è facile provare affetto. Alcuni sviluppi sono volutamente prevedibili — il romanzo, del resto, conosce benissimo le regole del genere e si diverte a usarle — ma è soprattutto il modo in cui ci conduce verso ciò che immaginiamo possa accadere a fare funzionare la storia.

Una lettura dolce e divertente, perfetta per chi ama le rom-com, i battibecchi che nascondono qualcosa di più e quelle storie in cui ci si accorge che, qualche volta, l’amore migliore non è quello che avevamo programmato.


genere: narrativa per ragazzi

anno di pubblicazione: 2023

pagine:320

editore: Magazzini Salani

 


sabato 19 settembre 2026

PERDITA DI MEMORIA




 


Perdita di memoria - Simona Conte -

recensione a cura di Gino Campaner

 

📖Spiccioli di trama: Un uomo ha perso la memoria, ricorda qualcosa ma non riesce a collegare le immagini che gli arrivano in testa con ricordi precisi. Fa anche degli incubi. Cerca una soluzione, arriva anche a ricoverarsi volontariamente in una struttura psichiatrica. Un giorno al suo risveglio si trova di fronte il professor Serrani, succede l'imprevedibile. 

 

🔥Punto di forza: i personaggi, Vanina in particolare. Personaggio positivo, nonostante tutto. Fa tenerezza, è pazza d'amore. Nel vero senso della parola. 

Man mano che la storia procede l'interesse aumenta. Aumentano le emozioni, gli stati d'animo contrastanti, la suspense, l'adrenalina. 

A me è piaciuto molto. Il punto di forza principale: il romanzo stesso, nella sua totalità (per quanto breve). Va letto, solo raccontarlo non è sufficiente. 



🙁Punto debole: non so, mi rimane l'idea che tutto dipenda da come viene proposto un romanzo. Questo è ottimo e meriterebbe maggiore considerazione. Ma come si fa? A parer mio non ha la valorizzazione che meriterebbe. Non è il primo e non sarà l'ultimo. L'autrice fa già tanto, forse toccherebbe ad altri. È appena uscito. Sono fiducioso. 



🏁Finale: l'ultima "immagine" prima della scritta the end mi lascia perplesso. Più che perplesso proprio di sasso. Con mille domande che mi vorticano in testa.  Voglio sapere, questo finale non mi basta. Ma poi penso che sia giusto così. Questo romanzo mi ha stupito, per l'originalità e la profondità, queste pagine finali ne sono la degna conclusione. 



🎓Giudizio complessivo: ⭐⭐⭐⭐  
Non si direbbe proprio ma Perdita di memoria è il primo romanzo di Simona Conte. Prima di questo libro ha scritto "solo" racconti e raccolte di poesie. L'autrice conduce il lettore in una storia originale, delle volte paradossale (una iperbole sull'amore) ma che regala tante emozioni. Fino all'entrata in campo del professor Serrani tutto scorre quasi tranquillo. Dopo il suo intervento Il romanzo diventa dirompente, un fuoco di fila di emozioni. Un romanzo molto bello che ci fa porre tanti quesiti e fa riflettere. La perdita di memoria del protagonista funge quasi da escamotage per permettere all'autrice di dire tanto altro. La perdita di memoria è il mezzo non il fine. Ad esempio: fin dove l'amore rimane tale e quando invece diventa un'ossessione? L'annullamento di sé stessi per compiacere l'altro fin dove ci può spingere? Complimenti a Simona Conte, spero che Perdita di memoria sia il primo romanzo di una lunga serie.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2026

pagine: 120

editore: eretica ed.

 

venerdì 18 settembre 2026

LA CRONOLOGIA DELL'ACQUA

 



La cronologia dell’acqua – Lidia Yuknavitch –

recensione a cura di fancesca Tornabene


"C'erano le parole e c'era il mio corpo, vedevo attraverso la mia stessa pelle. Riversai le mie viscere nella scrittura. Finché diventò un libro. Finché la mia stessa pelle cantò urlando".


È stato un viaggio diverso dagli altri. La prima pagina, un pugno allo stomaco ben assestato. Alcuni argomenti sono difficili da digerire, ma artisticamente ho sgranato gli occhi per la meraviglia.

La cronologia dell'acqua è come un chiasmo: un mondo dentro un mondo, come un sogno in cui il tempo si perde e l'acqua è la nostra unica strada per ricostruire la memoria.

Un luogo dove il corpo riflette i traumi e la memoria di Lidia.
È un memoriale splendido, cazZuto e brutale (Azzarderei persino formativo!).

Come un geyser in cui le emozioni, come acqua piovana, penetrano in profondità nel terreno, vengono riscaldate da una camera magmatica, fino ad esplodere con violenza verso l'alto.

Le pagine si susseguono come un continuo moto ondoso autodistruttivo che cerca quasi disperatamente la luce.

Davanti a un'opera artistica così fuori dagli schemi, per niente lineare, provo estrema meraviglia.
Toglie il fiato!
Perché ogni parola è amore e sofferenza. Vita e morte.
È come se ogni parola prendesse nuova forma attraverso l'acqua e il corpo.

Ho visto come un luccichio dorato in quel suo modo di scrivere, di creare, di ricostruire la memoria, di suggerire di far "irruzione" nelle parole al fine di abbattere le pareti.

Nel nuoto come nella scrittura, Lidia si perde e si ritrova come nuotatrice riuscendo a narrare abusi infantili, violenze familiari, abbandono, lutto, aborto, ogni tipo di dipendenza e di desiderio senza alcun filtro.

E poi, si spinge oltre i confini del suo io, per destrutturare la sua identità di genere, di figlia, di madre, di moglie, di famiglia e di artista.

È una donna che non ha paura del caos. Lo affronta! Nuota!

Non discuto la sua vita al limite, ma il coraggio, la sfrontatezza, la determinazione, la misericordia che cerca e trova nei libri, la furiosa sopravvivenza e l'estenuante ricerca viscerale di una formidabile nuotatrice che, attraverso l'arte, ha riscritto l'amore, la speranza e persino se stessa.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2022

pagine: 336

edtitore: Nottetempo

mercoledì 16 settembre 2026

LA LUCE DEGLI INCENDI A DICEMBRE

 



La luce degli incendi a dicembre - Matteo Bussola -

recensione a cura di Francesca Simoncelli


“MI SEMBRAVA GIUSTO PRENDERMI CURA DI QUALCUNO CUI LA VITA AVEVA RUBATO I SOGNI”

 Ed eccomi qui, nuovamente a parlare di un romanzo di Matteo Bussola. Lo so, direte voi: " E basta! " Ma non credo sia essere ripetitivi, perché questo scrittore non lo è mai: ogni suo romanzo è una nuova scoperta, ogni storia un nuovo viaggio da compiere insieme ai suoi protagonisti.

In questo caso Marcello e Margherita: lui con un passato difficile, con il quale è riuscito a chiudere i conti e fare pace; lei con un presente complicato ed ingombrante, da cui vuole scappare, per prendere una boccata d'aria, per cercare di ritrovare se stessa.

Marcello e Margherita si incontrano su un treno: lui sta tornando dalla sua famiglia, lei cerca un po' di serenità lontano dalla sua. Basta uno sguardo e, si sa come funziona, iniziano a chiacchierare; ma quello che non si aspettano è che, in poco tempo, si ritrovano a confidarsi, anche essendo poco meno di estranei.

 Iniziano un racconto che diventa subito intimità: si confessano sogni, delusioni, rancori, rimorsi, come si fa con un caro amico. Lei gli parla di come le sue aspettative di una vita felice si siano ridotte alle responsabilità di essere madre e moglie, di come non riesca più a trovare se stessa, di un ruolo che si è costruita e che le hanno modellato addosso gli altri, ma che sente che non le appartiene più (o forse non le è mai appartenuto?). Lui le racconta una vita fatta di sofferenze, delusioni, dolore, ma anche di coraggio, amore e rinascita.

Lungo il viaggio che porta lui verso la sua famiglia e lei via dalla sua, i due si avvicinano sempre di più, fino a quando è il momento di salutarsi, ma può davvero finire tutto così?

Matteo Bussola riesce davvero ogni volta a sorprendermi, a farmi mancare un battito, a farmi scendere quella lacrima che mi ero ripromessa, questa volta, di non versare.

 Ogni suo romanzo è una coccola che mi riscalda il cuore e l'anima, che aspetto di leggere per assaporare sentimenti veri: nei suoi personaggi ci si potrebbe rispecchiare chiunque, perché sono persone reali, con mancanze, difetti, dubbi; hanno un passato intenso, un presente complicato ed un futuro incerto; alla fine del romanzo non diventeranno mai "il principe azzurro" o "la reginetta del ballo", resteranno sempre persone imperfette, che cercano un posto nel mondo, nelle quali ognuno di noi si può impersonificare.

 Questo romanzo è dolce, delicato, commovente, che ti viene da domandarti: "Ma da dove gli vengono queste idee?“ Riflettendoci bene, credo che Matteo Bussola sia un attento osservatore della gente e del mondo e un eccellente "traduttore", che mette in parole quello che i suoi occhi vedono e che il suo cuore percepisce.

“IO NON HO MAI AVUTO SOGNI PARTICOLARI. SONO SEMPRE STATA UNA BRAVA BAMBINA.

LE BRAVE BAMBINE NON HANNO SOGNI?

LE BRAVE BAMBINE I SOGNI IMPARANO A TENERLI PER SÉ.

QUINDI NE HANNO, GIUSTO?"


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

pagine: 144

editore: Einaudi 


domenica 13 settembre 2026

MALAGLORIA




 


Malagloria – Christian Bartolomeo

Recensione a cura di Dario Brunetti


Malagloria è un romanzo del pluripremiato scrittore agrigentino Christian Bartolomeo, uscito per Mursia editore. Il testo è una suggestiva fotografia della Sicilia degli anni Trenta, accompagnata dallo sfondo storico del confino fascista, che vede protagonisti il notaio Franco Mezzalira, segretario del fascio locale, e Mariuzzo Vitiello, un uomo semplice e illetterato, contendersi un misterioso manoscritto. Trovare la loro sete di gloria sarà come cercare acqua in un deserto: entrambi verranno posseduti da una vanità che li porterà a ingannare il prossimo.

Bartolomeo caratterizza con minuzia i protagonisti del romanzo. Franco Mezzalira è un uomo delle istituzioni, un notaio che gestisce i beni patrimoniali dei cittadini e su di loro esercita un potere di controllo a favore del regime fascista, pronto a far scattare sanzioni diventando arbitro del loro destino. Mariuzzo Vitiello è esattamente l’opposto: rappresenta quella Sicilia rurale, grezza e ignorante, ma quando si troverà davanti a un prezioso manoscritto avrà l’intuizione di possedere un oggetto dal valore inestimabile.

Quest'ultimo diventerà un’arma capace di ledere le resistenze dell’implacabile e cinico notaio Mezzalira, che scenderà così dal suo piedistallo sociale. In questa dinamica si concentra il paradosso di Malagloria, in cui un uomo semplice come Mariuzzo riuscirà a ribaltare la posizione del notaio a suo favore, andando a scardinare dalle fondamenta il suo potere. Per avere il controllo dell’oggetto di cui Mariuzzo è in possesso, il notaio Mezzalira offrirà all’uomo il privilegio di trasformarsi da individuo rozzo in un vero e proprio intellettuale, portandolo sul suo stesso livello sociale.

Emergerà così la satira morale dello scrittore, che metterà al centro dell’attenzione la vanità e la finzione come elementi imprescindibili su cui poggia l'impianto narrativo del romanzo. Quali effetti avranno sui protagonisti della storia? Lasciamolo scoprire ai lettori, affinché possano perdersi nelle pagine di un testo che splende per il suo lato metaforico, capace di mettere a nudo i difetti dell’umanità attraverso un tono grottesco e con pennellate di sottile ironia.

Malagloria è un piccolo gioiello letterario di rara bellezza, giunto in finale nella seconda edizione del Concorso letterario RTL 102.5 Mursia – Romanzo Italiano.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2019

pagine: 176

editore: Mursia

 

venerdì 11 settembre 2026

MOMENTI DI GIOIA IMPERFETTA

 




Momenti di gioia imperfetta – Catherine Newman –

recensione a cura di Francesca Tornabene

 

<< Potresti decidere di essere felice >>

 << E tutto il resto? Mettilo su una barchetta nella tua mente e spingilo in mare >>

Si tratta non di reprimere. Di liberare. Mollare tutto.

Già ma come si fa?

Ho avuto difficoltà a lasciare l'ormeggio saldo su 22/11/63 di King, immaginate il resto!

Ho immaginato la trama del nuovo libro dal titolo e dalla copertina, per poi cercare notizie sulla scrittrice.

Poi ho letto l'indice per fissare i confini del mio nuovo viaggio: sette giorni in un cottage a Cape Cod con la famiglia di Rocky.

Ho pensato: "Che sarà mai! Vediamo".

All'inizio nutrivo delle perplessità: una donna in menopausa che racconta, attraverso continui flashback, le sue emozioni e le paure come donna, madre, moglie, figlia con una naturalezza disarmante.

La stessa che ha per preparare i "sandwich" prima di andare in spiaggia.

Uno stile di scrittura intimo, serrato, pieno di battute ed ironia che sfocia a volte nel sarcasmo, ma anche ricco di osservazioni poetiche sulla vita, l'amore e la morte.

Mentre mi chiedevo se sarei riuscita a capirla, al terzo giorno ero già una di famiglia. Pendevo dalle sue labbra con domande del tipo: perché? Che cosa è successo? E adesso dove andiamo?

Questo libro ha la sagacia dell'estate: accecante, tagliente, capace di mettere a nudo ogni segreto e stratificare ricordi ed emozioni.

Ora che la vacanza è finita sento un pò di malinconia, ma rifletto sui miei momenti preferiti e sorrido.

I bagni intimi al lago e le giornate trascorse in spiaggia davanti l'oceano con l'incognita della presenza degli squali.

Tra le pagine ritrovo una bellissima citazione di W. Blake: "Siamo posti sulla terra un pò di tempo, per imparare i raggi dell'amore". Mi viene da ridere adesso, se penso a tutto ciò che significa!

Rifletto su quanto sia meraviglioso ma anche spaventoso amare ma soprattutto essere umani.

Non dobbiamo necessariamente decidere ogni cosa o scegliere, la vita a volte va accettata così com'è, senza incasellare o risolvere ogni cosa! Vivendo intensamente quei piccoli momenti di gioia imperfetta e lasciando andare tutto il resto!

E perché no, custodendo qualche segreto ma condividendo i momenti più importanti con le persone che amiamo.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2026

pagine: 208

editore: Bollati Boringhieri

 


mercoledì 9 settembre 2026

NON TUTTI I BASTARDI SONO DI VIENNA

 







Non tutti i bastardi sono di Vienna – Andrea Molesini – 

recensione a cura di Lilli Luini

 

Difficile trovare un romanzo storico così intenso, capace di mescolare i fatti reali con la finzione romanzesca, di immergere il lettore così profondamente in un’epoca nella quale il vivere era una sfida quotidiana. Molesini, in questo romanzo vincitore del Campiello 2011, mette in scena un periodo poco indagato dalla narrativa, vale a dire i mesi che vanno dalla disfatta di Caporetto alla fine della Prima Guerra Mondiale. Ma non ce li racconta dalla trincea, bensì dalla prima retrovia del Piave, Refrontolo, un paese a dieci chilometri dal fiume.

Qui, reduce dalla vittoria di Caporetto, l’esercito austroungarico stabilisce il suo quartier generale, più precisamente a Villa Spada, abitazione di una famiglia dell’alta borghesia veneta. A tenere i rapporti con gli invasori è Maria Spada, prozia dell’autore, modellata sull’omonima figura storica, autrice di un Diario dell’invasione che ha ispirato il romanzo. Donna ancora giovane, rigorosa, tiene testa ai comandanti che si avvicendano, tutti aristocratici ben educati che si comportano da invasori ma con “scortese cortesia”.

La voce narrante però è quella del nipote diciassettenne Paolo, veneziano, orfano di entrambi i genitori e per questo affidato alla zia e ai nonni, Guglielmo e Nancy. Sono costoro, al contrario della figlia, due personaggi anticonformisti, lui filosofo spirito libero, lei una brillante matematica che colleziona clisteri. Entrambi vivono confinati nelle loro stanze, rifiutando la condizione di dominati.

Nella villa vive anche la cuoca Teresa, altro personaggio luminoso, nella quale Molesini concentra l’uso del dialetto, insieme alla figlia Loretta e al misterioso custode Renato. Poi c’è Giulia, parente alla lontana, venticinquenne trasgressiva, si direbbe oggi, che va e viene e alla quale è affidato il risveglio amoroso di Paolo.

Dopo un inizio violento, con uno stupro compiuto in chiesa dai soldati tedeschi, la convivenza sembra avviata su una “pace armata”: solo i colpi di cannone in lontananza ricordano che è in corso una guerra. Siamo in novembre, Refrontolo si prepara a un inverno durissimo, isolati, senza notizie dalla battaglia del Piave da cui dipende l’esito della guerra e il futuro dell’Italia.

Ma tutti si rendono conto che, comunque vada, il mondo da loro conosciuto morirà, sta già morendo.

Paolo si innamora di Giulia, ma si innamora anche di Renato, il custode che tale non è. Quando arriva la notizia di un aviatore inglese nascosto sulle colline, il ragazzo scoprirà dentro di sé passione e patriottismo e deciderà di fare la sua parte. Ma intanto i mesi sono passati e la battaglia del Piave infuria. Qui arrivano le pagine più crude del romanzo, con Villa Spada e la Chiesa trasformate in ospedali da campo e la barchessa della villa in prigione per i soldati italiani catturati. Non c’è nemmeno più la campana della Chiesa, portata via dagli austriaci per farne cannoni, cosa che fa dire al parroco “La campana è la voce del paese, non solo quella della chiesa. (…) Senza campane resta solo la voce del cannone”.

Tutta l’insensatezza della guerra la ritroviamo in queste pagine, persino nelle parole che il feldmaresciallo austriaco rivolge a  Maria. “Io… io, Madame… ho visto i miei soldati venire su da quel fiume, venivano su dall’acqua, come i vostri gnocchi di patate nel tegame, mi capite, Madame? Gnocchi nell’acqua che bolle.”

L’eccellenza della scrittura si mostra anche nei cambi di ritmo, tra le lunge attese e l’improvviso irrompere della battaglia, dei feriti, dei lamenti.  Una lingua moderna e allo stesso tempo adatta al tempo narrato, che scava nei personaggi e anche nel paesaggio ma senza annoiare mai. Non c’è una parola di troppo, ma neanche una di meno.

Narrazione sociale, ricostruzione storica e romanzo di formazione: tutto questo è il romanzo di Molesini. Chapeau.

 

genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2010

pagine: 376

Editore: Sellerio


martedì 8 settembre 2026

LA TREDICESIMA STORIA

 





La tredicesima storia - Diane Setterfield - 

recensione a cura di Elisa Caccavale


La tredicesima storia di Diane Setterfield è uno di quei romanzi capaci di conquistare lentamente, trascinando il lettore in un’atmosfera sempre più misteriosa e avvolgente.

La protagonista, Margaret Lea, è una giovane libraia dalla vita appartata, profondamente legata ai libri e alle storie. Quando la celebre e ormai anziana scrittrice Vida Winter le chiede di raggiungerla per scrivere la sua biografia, Margaret si trova davanti a un incarico tanto affascinante quanto insolito: Vida è infatti famosa per aver raccontato nel corso degli anni versioni sempre diverse e contraddittorie del proprio passato. Questa volta, però, promette di dire finalmente la verità.

Da qui prende vita una storia nella storia, ambientata in una grande dimora inglese segnata da segreti, rapporti familiari tormentati e presenze che sembrano continuare ad abitare il passato. A rendere il romanzo particolarmente riuscito è proprio la sua atmosfera: gotica senza risultare eccessiva, inquietante senza trasformarsi in horror. Setterfield costruisce lentamente il mistero, disseminando indizi e rivelazioni e facendo nascere nel lettore il desiderio continuo di capire che cosa sia realmente accaduto.

Ho apprezzato soprattutto il modo in cui il romanzo parla di storie e di libri. La lettura non è soltanto una caratteristica della protagonista, ma diventa parte integrante del romanzo stesso: i libri sono rifugio, memoria, possibilità di interpretare la realtà e, a volte, persino un modo per sopravvivere a ciò che è accaduto.

La trama è ricca e stratificata e richiede un po' di attenzione, ma viene ripagata da una seconda parte particolarmente coinvolgente e da rivelazioni capaci di rimettere in discussione ciò che si credeva di aver compreso fino a quel momento.

Un romanzo elegante, malinconico e misterioso, perfetto per chi ama le saghe familiari, le atmosfere gotiche, i segreti del passato e soprattutto le storie che parlano del potere delle storie stesse.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2013

pagine: 443

editore: Mondadori

 


giovedì 3 settembre 2026

IN QUESTA NOSTRA VITA

 





In questa nostra vita - Ellen Glasgow -

Recensione a cura di Miriam Donati

 

È una storia dominata dalla figura di Asa Timberlake, che si giudica in modo fallimentare, eppure, paradossalmente, è il fulcro della forza nel tragico intreccio delle vite che toccano la sua.

Asa è vicino ai sessant’anni e ha lavorato fin da ragazzo, in posizioni subordinate, nella fabbrica di tabacco che un tempo suo padre controllava. Ora Asa ha ereditato una famiglia disgregata e il suo magro patrimonio dipende dal sostegno finanziario dello zio della moglie, un uomo sgradevole di nome William Fitzroy. All'inizio del romanzo, l'elegante casa della famiglia Timberlake sta per essere demolita, a ricordare la provvisorietà delle cose, e per tutto il romanzo Asa resta bloccato in un matrimonio totalmente privo d'amore, al quale si sente vincolato per onore a causa della malattia della moglie, l’ipocondriaca Lavinia e delle loro modeste condizioni economiche.  L'unica via di fuga per Asa sono le visite alla fattoria di una vicina, la vedova, Kate, che conosce da decenni e che ha due cani a cui è molto affezionato, poiché Lavinia non gli ha mai permesso di tenere un cane in casa.

Ci sono tre figli. Il maschio, Andrew, è una figura che nel libro rimane nell’ombra, un personaggio a cui non succede mai niente. Diverso è il caso delle due figlie, Stanley e Roy, le cui vicissitudini costituiscono gran parte della trama. Stanley è profondamente egoista, capricciosa. viziata, immatura, esigente, usa il suo aspetto per ottenere tutto ciò che desidera, anche se ciò che desidera appartiene agli altri; ha goduto per tutta la vita del favore del suo ricco e spietato prozio William Fitzroy, che ha sposato la nipote ad Asa Timberlake.  Roy, la sorella maggiore, pragmatica e matura è una ragazza generosa e intelligente, orgogliosa, leale, troppo utile e troppo retta per essere veramente compatita; aspira a una vita moderna e a un'apparenza di forza, pur essendo al contempo ferita e confusa dall'amore. È la più vicina al cuore del padre. Egli apprezza soprattutto in lei l'ardente spirito di coraggio che la anima.

Le figlie rifiutano i valori tradizionali del padre e cercano invece di vivere la propria vita.

Entriamo nelle vite dei Timberlake pochi giorni prima che Stanley sposi Craig Fleming, un avvocato idealista, ma inefficace. Roy è sposata con Peter Kingsmill, un giovane chirurgo affascinante e spericolato. Tuttavia, Stanley, da brava bambina viziata qual è, ruba il marito a Roy innescando una serie di calamità che rovinano quasi tutte le vite coinvolte, compresa quella di Asa.

Craig, sull'orlo del baratro, ritrova la forza di andare avanti grazie all'aiuto di Roy, e i due prendono in considerazione l'idea di sposarsi. Asa immagina che in tarda età si apra una porta verso Kate Oliver. Per un po', le seconde possibilità sembrano affermarsi. Stanley e Peter invece precipitano rapidamente nell'infelicità, che culmina in un tragico epilogo, trascinando con loro il resto della famiglia.

Nel libro ci sono essenzialmente due tipi di persone: gli egoisti che calpestano chiunque li circondi in nome della propria felicità, e gli altruisti che, di conseguenza, vengono calpestati. Gli egoisti scoprono che la felicità che raggiungono è così effimera e vuota che, in fin dei conti, sarebbe stato meglio non averla mai cercata. Gli altruisti scoprono che il sacrificio non porta altro che dolore e la consapevolezza di non conoscere mai nemmeno la fugace felicità

Una bambina viene uccisa dall'auto di Stanley, e Parry Clay, il suo giovane autista nero, che cerca di riscattarsi dalla vita che gli è stata imposta attraverso l'istruzione, viene arrestato per il crimine a causa delle accuse di Stanley.

La questione della discriminazione razziale è secondaria rispetto alla trama del romanzo, ma è di gran lunga l'aspetto più interessante del libro oggi, visti i cambiamenti nei costumi sociali riguardo al divorzio e all'infedeltà avvenuti dalla pubblicazione del romanzo. Parry è un giovane nero ambizioso, figlio di uno dei domestici dei Timberlake, che vuole diventare avvocato e spera che lo zio di Lavinia, William Fitzroy, lo aiuti a finanziare i suoi studi. Parry lavora occasionalmente come autista per la famiglia, ma quando avviene l’incidente, costui cospira per incastrare Parry per il crimine, cosa che Asa non può tollerare, e che innesca l'unico vero punto di svolta della storia. Mentre la maggior parte della famiglia è più che disposta ad accettare l'accusa di Stanley contro il ragazzo, Asa, che si è sempre adoperato per offrirgli vantaggi e mezzi per un'istruzione superiore, prende posizione contro la propria famiglia, dopo anni e anni di sottomissione a ciò che lui considera la tradizione.

I bianchi benestanti possono farla franca per crimini per i quali le minoranze non possono. È una realtà difficile e sconvolgente, ma ciò che è più difficile da accettare è che riconoscere questa disparità non è scioccante perché ampiamente accettato come la normalità e non è considerato un'ingiustizia radicale o oltraggiosa.

È una storia desolante di sradicamento, insoddisfazione e degli sforzi vani di una famiglia per trovare la propria felicità. In queste pagine si ritrovano tutte le emozioni umane: avidità, lussuria, menzogna, tradimento, sacrificio di sé, risentimento e indulgenza distruttiva.

Tematicamente, il libro è ammirevolmente ambizioso, tuttavia, risente del fatto che l'autrice lascia che il tema interferisca con il flusso della narrazione. Alcuni dei suoi punti sono insistenti in modo esasperato. Se questo romanzo fosse pubblicato oggi, probabilmente un editore lo accorcerebbe di un quarto. Ciò rafforzerebbe la trama senza compromettere minimamente la sua esplorazione filosofica. Non era necessario che l'autrice ribadisse lo stesso concetto attraverso personaggi diversi una dozzina di volte.
Il libro non fallisce per superficialità; piuttosto vacilla per la sua pesantezza. Si sofferma troppo a lungo su significati già evidenti, e la sua accusa finale di razzismo, sebbene grave ed essenziale, rimane filtrata attraverso un'allocazione ineguale di profondità.

Riconosco a Glasgow il merito di aver scritto un libro che non edulcora la realtà della vita in Virginia negli anni Trenta e Quaranta, sollevando alcune domande utili sull’immagine dell'America di quegli anni.

Visti gli eventi narrati, il razzismo sarebbe stato il tema perfetto per questo libro, ma il romanzo si limita a crogiolarsi (e, in una certa misura, a rafforzare) idee e atteggiamenti razzisti, senza mai affrontare realmente la questione razziale, né tantomeno conferire profondità psicologica e importanza a nessun personaggio afroamericano. Inoltre i personaggi spregevoli, in primis Stanley, che è stata così viziata dalla sua famiglia che il suo insaziabile appetito per il piacere distrugge la vita di chiunque tocchi, non è sufficientemente reale. È malvagia tout court, non ci sono ragioni o esperienze raccontate che giustifichino il suo comportamento, un personaggio di cartone così orribile da far rabbrividire ogni volta che compare, ma senza costruzione psicologica, senza evoluzione, senza consistenza.

Anche le frasi sembrano ereditare le abitudini familiari: girare intorno, qualificare, tornare sull'argomento che nessuno vuole dire. Glasgow crea suspense non nascondendo fatti semplici, ma ritardando l'ammissione. Sospettiamo di Stanley e Peter prima che la famiglia possa ammetterlo. Sospettiamo della colpa di Stanley prima che Lavinia riesca a sopportarla. Sospettiamo del rinnovato desiderio di Craig per Stanley prima che abbia la decenza, o l'indecenza, di confessarlo.
Il finale rifiuta la riparazione. Roy ritorna dopo una notte di fuga, spogliata della maggior parte delle illusioni e ancora desiderosa di qualcosa di buono a cui aggrapparsi. Asa le offre caffè e stabilità, che non sono la salvezza ma non sono nemmeno il nulla. Parry viene liberato, ma non emancipato. Stanley rimane intrappolata nella rete che l'ha sempre intrappolata. Kate e la libertà restano visibili ad Asa da lontano, come un campo intravisto attraverso le intemperie. La vecchia casa non c'è più. Le luci brillanti sono accese; il nuovo mondo è arrivato con le sue pompe di benzina, le sue auto e le sue scuse efficienti.

In questa nostra vita ha vinto il Premio Pulitzer nel 1942.

 

Genere: Narrativa

Anno di pubblicazione 1941

pagine: 385


mercoledì 2 settembre 2026

IL LATO DISUMANO





 

Il lato disumano - Scilla Salvi - 

recensione a cura di Gino Campaner

 

📖Spiccioli di trama: Stella, tornata sui suoi passi dopo l'ultima sconvolgente notte vissuta in riva al lago decide di denunciare la sua terapista ed il fratello. Ma le vicende raccontate sono due. Non è facile dire quale delle due è piu agghiacciante. 

 

🔥Punto di forza: sicuramente i personaggi: Stella, Alina, Alda, Fabio e tantissimi altri. Stella è un gioiello che merita solo coccole e comprensione. Non sarà facile per la Salvi "mollarla". 

La vicenda raccontata. Ti "aggancia" gia alle prime pagine (battute) e non ti lascia piu. 

La penna della Salvi: delicata ma spietata.  Compassionevole con alcuni personaggi ai quali pero allo stesso tempo non fa mancare tremendi colpi bassi. 



🙁Punto debole: Scilla Salvi con Fiori recisi aveva fatto centro. Un romanzo duro una vicenda che concedeva pochi sorrisi ma scritta e raccontata con sensibilità, dolcezza e grande coraggio. Il lato disumano prosegue su quel solco lo cavalca magistralmente regalandoci un'altra storia difficile da digerire. Ancora una vicenda legata alla difficile vita di Stella. Ma ugualmente delicata e coinvolgente. Ribadisco un concetto gia espresso: per molti ma non per tutti. 



🏁Finale: la fine del romanzo potrebbe anche essere la fine delle vicende di Stella Bono ma non ne sono in effetti cosi certo. Spiragli, per un possibile terzo volume che parli ancora di lei, ci sono. 



🎓Giudizio complessivo: ⭐⭐⭐⭐💫 
Tutto nasce con Fiori recisi. Il romanzo della Salvi precedente a questo, che ho letto nello stesso periodo in cui ho letto La vertigine del tutto di Valentina Di Ludovico. Due romanzi che per me hanno costituito un prima e un dopo. Il lato disumano ha gli stessi protagonisti di Fiori recisi ai quali se ne aggiungono moltissimi altri. Il romanzo ci regala altre vicende durissime da digerire, altre storie coinvolgenti e drammatiche. La vita di Stella è ancora lungi dal trovare pace. Non mancheranno anche in questa storia i colpi bassi e i momenti drammatici cosi come le sorprese e le emozioni (forti). A me piace tanto come scrive la Salvi leggera ma incisiva. Coraggiosa e determinata. 


genere. narrativa

anno di pubblicazione: 2026

pagine. 178

editore: Scatole Parlanti

 

mercoledì 26 agosto 2026

LE OMBRE DEL MONDO

 






Le ombre del mondo - Michel Bussi -

recensione a cura di Lilli Luini

 

Di Bussi ho amato un solo libro, Ninfee nere. MI piacque la storia, amai molto l’ambientazione, al punto che ci andai di persona alla prima occasione e fu una giornata bellissima. Ma uscii dalla lettura con la netta impressione di essere stata manipolata, che il finale non fosse per niente logico, che c’era un vago odore di menzogna.

Provai a leggere altri due libri suoi, che mi confermarono senza ombra di dubbio come fosse uno scrittore che se ne infischiava della coerenza interna della storia pur di sorprendere il lettore, Con me non funziona questa tecnica, così lo lasciai perdere.

L’ho ripreso adesso perché ho letto che trattava il genocidio in Ruanda del 1994 e io amo particolarmente i romanzi ambientati nelle pieghe della Storia.

Non me ne sono pentita: Le ombre del mondo è il miglior libro di Bussi, un romanzo potente nel quale si sente l’interesse dell’autore e una ricerca storica importante.

I personaggi del romanzo sono ovviamente frutto di fantasia: Jorik Arteta, ex militare francese, che torna in Ruanda dopo 30 anni con la Aline e Maé, figlia e nipote. Prima di partire regala alla nipote il diario di Esperance, rispettivamente moglie, madre e nonna, scritto tra l’aprile e il giugno 1994 mentre imperversava il genocidio.

Sullo sfondo, personaggi realmente esistiti e che molte colpe hanno in quello che è accaduto.

Bussi mette in evidenza il ruolo della Francia, che avrebbe potuto fermare la mattanza e non l’ha fatto. Ci sono pagine oscure in quella vicenda e la luce che le illumina nel romanzo sono solo ipotesi dell’autore. Ma di certo riesce a passarci il clima di terrore che correva tra i tutsi e la crudeltà unita a senso di onnipotenza che animava gli hutu.

Il mondo occidentale ha descritto per anni quel che accadde come una guerra, con le due etnie che si massacravano a vicenda. Non è così, fu un genocidio in cui gli hutu miravano a “liberare il paese dagli scarafaggi tutsi”. Ne uccisero un milione.

Bussi riesce anche a passare efficacemente il clima non ancora pacificato del paese. Quello che mi ha colpito come un pugno allo stomaco è stato scoprire che fino al colonialismo non c’era mai stata nessuna differenziazione tra tutsi e hutu: furono i belgi a suddividerli in base a caratteristiche fisiche, scrivendo sui loro documenti l’etnia.

Una menzione a parte meritano le descrizioni che ci rendono immagini vivide di un paese: foreste, paludi, campi coltivati, vulcani… una scenografia perfetta per ambientare una storia del genere. Ovviamente Bussi ha compiuto tutto quel percorso in prima persona, non avrebbe potuto altrimenti scriverlo.

Ci sono poi dei capitoli, sparsi qua e là, che portano in testa la data del 2028, quindi di un futuro prossimo, che raccontano un processo. Mi sono chiesta per tutto il libro cosa fossero, cosa c’entrassero, e l’ho scoperto alla fine, con uno di quei colpi di scena tipici di Bussi. Ma stavolta è indovinato, anzi è illuminate e non dirò altro per non spoilerare.

Doverosamente devo avvisare che in alcune parti è un libro molto crudo e che ci sono momenti di suspence molto elevata. Ma il mio giudizio è ampiamente positivo, è un libro che merita di essere letto.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

pagine: 592

editore: edizioni e/o


martedì 4 agosto 2026

IO E TE

 




Io e te – Niccolò Ammaniti -

recensione a cura di Francesca Tornabene

 

Un viaggio veloce, senza filtri nè romanticismi, che mi ha rapita fin dalla prima pagina.

Mi ha fregata il titolo "Io e Te" così diretto di un legame stretto che volevo e dovevo immediatamente esplorare.

Tutto inizia da una bugia del protagonista riguardo una settimana bianca con gli amici.

In realtà non sono andata lontano: la storia si sviluppa quasi interamente in una cantina, una bolla fuori dal mondo in cui Lorenzo e sua sorella Olivia mettono a nudo le loro fragilità umane.

Questa intimità forzata con i personaggi mi ha ricordato che non ci si può nascondere per sempre dietro alle nostre bugie per essere accettati dagli altri: prima o poi la vita va affrontata!

È il crollo delle illusioni il momento più catartico di questo viaggio: il momento in cui l'ostilità si trasforma in empatia e due fratelli quasi estranei smettono di contendersi lo spazio, iniziando ad abbandonare i propri rifugi emotivi per crescere insieme.

La struttura narrativa è incredibile.

Tutto parte da un flashback di Lorenzo che anticipa il racconto dell'evento formativo più importante della sua vita.

Poi la storia si sviluppa in tre atti: dall'isolamento iniziale all'imprevisto che rappresenta il punto di svolta, fino al climax finale che porta al cambiamento.

Alla fine del flashback si torna all'inizio, in quel bar, a quel biglietto di poche righe.

Un'emozione sospesa che è andata oltre il mio viaggio.

Nessuno si salva da solo!


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2010

pagine: 116

editore: Einaudi

 


lunedì 3 agosto 2026

SUCCEDE SEMPRE QUALCOSA DI MERAVIGLIOSO

 




Succede sempre qualcosa di meraviglioso - Gianluca Gotto –

recensione a cura di Stefania Calà

 

A 25 anni suonati, Davide è un ragazzo già deluso dalla vita: lavora come rider (avendo perso il lavoro di architetto che tanto amava), viene lasciato dalla ragazza e perde anche l'amatissimo nonno, l'unica persona capace di accogliere le sue fragilità e le sue frustrazioni. Dopo la morte del nonno, Davide viene convocato dal notaio e scopre che il nonno gli ha lasciato una somma di denaro per raggiungere un suo vecchio amico in Vietnam. Dapprima terrorizzato all'idea di partire da solo, il ragazzo si butta in questa avventura e incontra così Guilly, un personaggio singolare, che lo coinvolge in un viaggio itinerante in moto lungo tutto il Vietnam.
Questa a grandi linee la trama.
Devo ammetterlo: non amo i romanzi motivazionali,  quelli pieni di frasi fatte sul senso della vita, che hanno la pretesa di insegnarti qualcosa in una manciata di pagine. Eppure... Ho finito il libro da giorni e ancora sto lì a pensare a Davide, a Guilly e al Vietnam.
La struttura dinamica del romanzo – che spinge verso il capitolo successivo con la promessa di nuove mete, strategie e insegnamenti – accompagna il lettore in un'autentica maturazione emotiva. Così, l'itinerario attraverso il Vietnam si trasforma gradualmente in un profondo viaggio interiore, un viaggio capace di trasformare il protagonista da giovane disadattato a uomo consapevole, un viaggio in cui il lettore stesso si sente coinvolto. 
È la prima volta che leggo Gotto, non saprei dire (adesso) se lo leggerò ancora in futuro. Quello che posso dire, invece, è che questo libro mi ha lasciato qualcosa. Non solo. Mi ha lasciato qualcosa di bello su cui riflettere. Grazie.
Voto 9/10 (meritato!)

Cit. "Casa non è il luogo, è la sensazione."
Cit. "Preoccupati solo di quello che puoi controllare."
Cit. "Il fallimento è inevitabile. E allora non è forse meglio fallire seguendo i propri sogni? Facendo ciò che più si ama?"
Cit. "La vita non è matematica, è poesia. Goditi il viaggio."
Cit. "Qualunque cosa succeda, domani il sole sorgerà lo stesso. Tanto vale provarci, no? Cos'hai da perdere?"
Cit. "Bisogna capire che non tutte le tempeste vengono per rovinarti la vita. Alcune arrivano per ripulire la tua strada."
Cit. "La vita è un fiume. Scorriamo con essa!"
Cit. "Devi imparare a perderti."


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2021

pagine: 432

editore: Mondadori


giovedì 30 luglio 2026

MOMO

 




Momo -Michael Ende -

recensione a cura di Francesca Tornabene

 

Dopo La storia infinita, ho voluto riprovare quell'ebbrezza densa di fantasia che ha contraddistinto quel viaggio straordinario.

La favola di Momo si pone su un piano diverso, ma ha conquistato un posto nel mio cuore per l'attualità dell'argomento trattato.

È più che una favola per bambini, c'è filosofia, sociologia, ecologia.

È una critica al progresso sfrenato.

Un manifesto che ci ricorda come gestire il nostro Tempo e che esso è la successione di istanti unici da vivere intensamente!

Se in quell'epopea il male dell'umanità era il Nulla che avanzava cancellando l'immaginazione – nato dal disinteresse per la lettura –, qui i nemici sono i Signori Grigi, che lottano per rubare il tempo.

"Il tempo è vita e la vita dimora nel cuore".

In un mondo frenetico, ossessionato dal futuro e dalla produttività, gli uomini cadono nel paradosso di voler risparmiare ogni secondo, finendo per esaurire i giorni della loro stessa esistenza.

Mi ha ricordato un film tedesco di fantascienza distopico "Paradise" di Kunz che esaspera il concetto filosofico di questa favola, trasformando il tempo biologico in merce di scambio! 

Anche se i due finali divergono, la conseguenza resta identica: la perdita di umanità, oltre che della propria vita!

In questo scenario - così familiare e tremendamente attuale - spiccano le qualità rivoluzionarie della piccola protagonista Momo e della tartaruga Cassiopea. 

L'ascolto profondo della bimba e la lentezza della testuggine diventano la cura per una società "MALATA DI NOIA MORTALE", che ha dimenticato la gioia di vivere, di giocare e l'importanza delle relazioni umane.

Credo che resterà una delle mie esperienze letterarie più incredibili: arrivare nel vicolo di Mai, presso la Casa di Nessun Luogo, attraversare quelle interminabili sale piene di orologi, visitare il punto esatto in cui nasce il tempo, conoscere Mastro Hora e ricevere in dono un Orafiore.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2014

pagine: 205

editore: Parkum books


GLI INVISIBILI

 





Gli invisibili - Pajtim Statovci

 Recensione di Miriam Donati

 

 “Tutto è sempre inquadrato attraverso il prisma della guerra.” Questa frase, che compare verso la fine del romanzo, è la chiave per comprendere la forza motrice della sua narrazione: l'impatto selvaggio e disumanizzante della guerra, sia sulle società che sugli individui che le compongono.

Pajtim Statovci, albanese sfollato dal Kosovo in Finlandia a causa dei conflitti jugoslavi degli anni Novanta, ha scritto un'inquietante e potente indagine sulle vite travolte dalla guerra e dalle sue conseguenze, sollevando interrogativi sulle nefaste politiche nazionaliste che ne sono alla base e sulle relazioni e famiglie frammentate che lascia dietro di sé; interrogativi che appaiono tanto più attuali e carichi di emozione ora che la guerra infuria di nuovo nell'Europa orientale. 

Sebbene il libro sia scritto in finlandese, la lingua della sua patria adottiva, Statovci si ispira al cupo "realismo magico" di romanzieri dell'Europa orientale, fondendo passaggi di inquietante brutalità e abuso con voli lirici sull'amore erotico e fugaci momenti di condivisione. Nonostante la trama principale sia la storia di Arsim, un giovane albanese del Kosovo, aspirante scrittore, costretto a fuggire da Pristina nel Kosovo con la moglie e figlio, il romanzo crea una narrazione ricca e stratificata alternando le confessioni in prima persona di Arsim a passaggi in corsivo, il cui interlocutore non viene esplicitamente nominato ma sembra essere Milos, lo studente di medicina serbo che Arsim aveva incontrato e di cui si era innamorato a Pristina nel 1995 e con cui aveva  cominciano una relazione clandestina, sebbene avesse a suo tempo, obbediente alla tradizione, accettato di sposare Ajshe.

La morale comune non può tollerare lo scandalo del loro amore. Ma non è solo la società civile che li condanna a essere invisibili. È la guerra a separarli definitivamente, a decretarli nemici e a renderli anche invisibili l'uno all'altro. Questo nella prosaica realtà, ma non nello struggente attaccamento al desiderio e al sogno a cui entrambi restano fedeli (pur sapendo che “i sogni corrono dietro alle menzogne ​​che diciamo a noi stessi”).
Vivranno condizioni molto diverse, Arnim da esule con la sua famiglia, Miloš da medico di guerra, ma avranno in comune la progressiva devastazione delle loro vite. L'odio per se stessi, la disgregazione dei desideri, la paura, il buio intorno e dentro fino al compimento dei loro diversi destini, quando la Storia divorerà le loro storie.

Arsim, aspirante scrittore, mette a punto una confessione cupa e oscura che sfida il lettore, rivelando verità terribili. Conducendo un'esistenza vuota come operaio immigrato e padre riluttante, Arsim è vittima della guerra e dello sradicamento, ma anche dell'omofobia che lo porta a reprimere la sua vera natura e ad abbandonare Milos, con la sua bussola morale frantumata da processi di emarginazione che lo trascinano impotente in avanti. Mentre Miloš, tormentato dagli orrori vissuti. nei suoi brevi capitoli allucinatori e claustrofobici, mostra un uomo che si sta sgretolando.  I ricordi della sua infanzia infelice e delle sue orribili esperienze come chirurgo in prima linea in guerra si intrecciano con estratti di miti e folclore, che amplificano la tragedia conferendole un carattere universale e allontanano ancora una volta l'esperienza del lettore dal realismo lineare convenzionale. 

"Forse la felicità è sapere che non esiste. E la tristezza è la saggezza di sopportarlo".
Arsim si imbatte in una sordida relazione con un'adolescente, che lo mette nei guai con le autorità e lo porta in prigione e all'espulsione. Scontata la pena e tornato a Pristina, rifiutato dalla moglie e dalla famiglia, Arsim inizia a recuperare un senso di autodeterminazione, trovando un lavoro e reiscrivendosi all'università per riprendere gli studi letterari. Decide anche di ritrovare Milos, ma qui il romanzo si discosta dall'ovvio arco narrativo del lieto fine e della risoluzione redentrice della trama per i due protagonisti. Gli invisibili si trasforma da un'anticipazione onirica del futuro in una tesa negoziazione del passato. Solo sfuggendo al circuito anestetizzante della fantasia, suggerisce Statovci, possiamo iniziare a sopportare la realtà.

Quando lo ritroviamo, Milos è profondamente segnato dalle esperienze vissute al fronte, un uomo indifeso e incapace di parlare, ridotto a un guscio vuoto. Con un gesto sconvolgente, Arsim si distacca dal suo passato, rendendosi conto che il loro amore non potrà mai essere rianimato. Se si può dire che il libro abbia un lieto fine, questo risiede nel fatto che Arsim trova la sua strada come scrittore, ironicamente facilitato da un regalo d'addio in denaro da parte della sua ex moglie. 

Il titolo originale del libro che risuona in tutto il testo è Bolla: spettro, creatura ignota, straniero. Un titolo che indica l'ambiguità, l'impasto di bene e male di cui è fatto l’uomo: un accordo tra dio e diavolo, come si legge nella premessa, tratto da una storia della mitologia albanese e del folklore locale. Bolla è sia la creatura serpentina simile a Satana che apre gli occhi solo una volta all'anno e poi divora ogni essere umano che la vede, sia come compare nel primo racconto scritto da Arsim in cui fa amicizia con una ragazza cieca, i due si accordano per incontrarsi ogni anno, nel pieno della primavera, nella stessa foresta, sullo stesso sentiero e la bolla diventa per entrambi un simbolo di speranza che il loro rapporto segua lo stesso percorso. Ma bolla significa anche estraneo, alieno e, alla fine è trasformato in mostro dalla guerra, che sia Arsim che Milos diventano in diversi momenti della narrazione. Questa parte simbolica del libro sottolinea in modo toccante la sottile linea di confine tra bene e male.

A volte è come se il male che vedi diventasse il male che fai.
Pur svolgendosi sullo sfondo della guerra, il conflitto stesso viene menzionato solo fugacemente. Statovci sceglie invece di concentrarsi sulla persistenza delle lotte personali e sul costo umano della guerra, in particolare sui temi dello sradicamento e del trauma. Infatti, uno dei maggiori punti di forza del romanzo è la complessità dei suoi personaggi. Anche un personaggio sottotono e marginale come Ajshe, la moglie devota e sottomessa di Arnim, silenziosa custode della tradizione, ha una evoluzione personale sorprendente.

Sebbene entrambi gli uomini siano capaci di grande tenerezza e generosità quando sono insieme, Statovci non esita a mostrare i loro lati oscuri. La costante pressione e il risentimento di dover nascondere i suoi veri sentimenti al mondo spingono Arsim alla violenza e alla crudeltà – soprattutto nei confronti della moglie, mentre Milos, un tempo animo gentile determinato a diventare medico, è ridotto a un'ombra di se stesso dagli orrori che subisce come soldato al fronte. È una testimonianza della sottigliezza e del realismo dello stile di Statovci il fatto che, nonostante gli innegabili difetti e le azioni imperdonabili dei personaggi, ci ritroviamo comunque a fare il tifo per loro, sperando che alla fine trovino la felicità.
Alla fine del libro, comprendiamo che l'unico modo per fare i conti con il passato è abbandonare ogni speranza o aspettativa per il futuro, e accettare invece l'impossibile bruttezza della realtà. Dopotutto, "se tutti ottenessero ciò che desiderano, esisterebbe ancora una parola per descrivere il desiderio?".

La prosa di Statovci è uno strumento sinuoso e flessibile, capace di rendere ugualmente bene la brutalità viscerale del conflitto, la desolante anomia della vita cittadina del dopoguerra e la sensualità compulsiva di una storia d'amore segreta. Il suo stile elevato spesso trova metafore efficaci e sorprendenti rendendo il testo così affascinante per la sua assoluta cupezza, ma la straordinaria bellezza del linguaggio lo rende in qualche modo trascendente. C'è una componente magica in questa scrittura, perché trabocca di significato, ma al tempo stesso è piena di moderazione; è così fantasiosa, ma anche realistica. Credo che la chiave sia che Statovci non scrive per giudicare o per istruire, ma lascia che sia il lettore a valutare i personaggi che porta in vita. Il libro ricorre ad alcuni cliché e stereotipi tipici delle narrazioni omosessuali (in particolare per quanto riguarda le storie d'amore sfortunate e gli abusi infantili), ma la profonda comprensione di un periodo spesso trascurato della storia recente e l'originalità della narrazione oscurano qualsiasi iniziale sensazione di familiarità.

I momenti più intensi emergono quando descrive gli effetti totalizzanti della paura legati alla situazione di Arsim, rifugiato in esilio. "Chi cresce con la paura non impara mai a vivere senza di essa", afferma Arsim. "È il vicino che trova un parcheggio migliore perché questo è il suo paese, non il tuo; è chi porta a spasso il cane e ti saluta con un cenno del capo, strizzando gli occhi, non per salutarti, ma perché sei uno straniero". Statovci, la cui famiglia fuggì dal Kosovo in Finlandia quando lui aveva due anni, descrive l'identità di un rifugiato non come un abito che si può modificare facilmente, ma come una pelle di cui ci si può liberare solo con grande difficoltà.

Bolla parla di guerre interiori e guerre esteriori. Lo sfondo della relazione tra Arsim e Miloš rispecchia le loro guerre interiori, fatte di paura, vergogna, alienazione culturale, separazione forzata e persistenza del trauma e mostra come gli individui arrivino a perdere l'empatia per gli altri a causa della tensione derivante dal vivere in circostanze terribilmente tese e dal trauma postbellico. Sebbene questo romanzo inizi come una storia d'amore, si trasforma gradualmente in qualcosa di più complesso, sinistro e devastante mostrando come l'istinto di sopravvivenza possa corrompere completamente un individuo.

"Non conosco niente di più snervante del crollo emotivo che si prova quando ci si rende conto di essere disposti a fare qualsiasi cosa, a dire qualsiasi cosa, pur di recuperare anche solo una minima parte di ciò che un tempo era così abbondante."

Un romanzo intenso, forte, con una cifra stilistica ben definita e un percorso narrativo non banale.
Questa storia ci mostra i nervi scoperti del dolore, ci racconta del coraggio di resistere e della resa, della miseria e della meraviglia di essere umani, perché, nonostante l'orrore, alla fine è la compassione ad averla vinta.

Il libro ha vinto il Premio Finlandia 2019 e il Premio Grinzane 2022

 

Genere: Narrativa

Anno di pubblicazione: 2021

pagine:200

editore: Sellerio