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lunedì 29 dicembre 2025

TUTTO CHIEDE SALVEZZA




 


Tutto chiede salvezza- Daniele Mencarelli –

recensione a cura di Stefania Calà

 

Ho acquistato questo libro d'istinto, non conoscevo la serie Netflix e, anche dopo la lettura, non ho sentito l'esigenza di guardarla. Ci sono cose che, secondo me, bastano a se stesse.

Ho letto il romanzo in un paio di sere perché la scrittura di Mencarelli è semplice, diretta, e il linguaggio utilizzato autentico, arriva diretto e senza fronzoli al lettore (i personaggi principali parlano in romanesco). 

La storia è incentrata su ciò che accade durante sette giorni trascorsi dal protagonista (in TSO) in una stanza di un reparto psichiatrico, giorni in cui convive con altri cinque compagni di sventura: uomini nudi schiacciati dalla vita, anime sperse in cerca di salvezza.

Un romanzo dolceamaro, tenero, malinconico, una carezza che lascia qualcosa su cui riflettere. 

Una lettura senza troppe pretese che, però, a tratti, emoziona. Consigliato.

Non mi dilungo oltre, preferisco lasciare spazio alle citazioni, che parlano da sole.

Voto 7,5/10

 

CIT. "Perché il dolore costa fatica, ho vent'anni ma ho sofferto per mille, rimanendo sempre uguale a me stesso: un bambino di fronte a un dolore che non puoi conoscere né addomesticare."

CIT. "Bravo, è così che si vive. Con un giubbotto antiproiettile calato sul cuore, invisibile. Un talento del genere non si compra, è un dono della natura, purtroppo."

CIT. "La nostalgia è un dolore fisico."

CIT. "Ma oggi non si cura più solamente la malattia mentale, oggi è l'enormità della vita a dare fastidio, il miracolo dell'unicità dell'individuo, mentre la scienza vorrebbe contenente, catalogare."

CIT. "Un uomo che contempla i limiti della propria esistenza non è malato, è semplicemente vivo".

CIT. "Il disordine non me lo posso permettere, ne ho troppo dentro per vederlo anche fuori."

CIT. "È la bellezza la scintilla di tutto."

CIT. "Esse uomini non significa scala' le montagne, ma ave' la consapevolezza che ogni gesto ha un valore, nel bene come nel male."

CIT. "A farmi soffrire è l'idea che la vita vissuta finisca nel nulla, che non ci sarà modo di riviverla, di rivedere tutti."

CIT. "Eccoli, ognuno nel proprio angolo di stanza, indifesi di fronte alla propria condizione, di esposti alle intemperie, di uomini nudi abbracciati alla vita, schiacciati da un male ricevuto in dono. I miei fratelli."


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2022

 

domenica 28 dicembre 2025

GIOCO A SOMMA ZERO

 




Gioco a somma zero - Fabio Girelli -

recensione a cura di Gino Campaner

 

📖Spiccioli di trama: Chiara Parigi lavora come partner in un importante studio di avvocati. Ambiziosa, determinata e sicura di se. Ottiene quasi sempre ciò che desidera. Si troverà invischiata in una vicenda di corruzione e giochi di potere che rischia di travolgere lei e lo studio di avvocati nel quale lavora. 

 

🔥Punto di forza: su tutti Chiara Parigi. una avvocatessa che tiene perfettamente a bada tutto il mondo maschilista e borioso col quale entra in contatto. Vincerà su tutti i fronti ma non utilizzando mai superpoteri improponibili ma solo con la sua forza di volontà e la sua determinazione, nonché la sua arguzia. Poi certamente la scrittura. La storia potrebbe anche non piacere ma la "solidità", la precisione, l'appropriatezza della scrittura, della trama e del suo sviluppo non si possono non riconoscere e fanno dire come questo sia l'ennesimo ottimo romanzo di Girelli che commetterebbe un grande errore se smettesse di scrivere. Un libro che non ti lascia mai. Ricco di personaggi originali e sfaccettati. Un romanzo mai banale che oltre a leggersi piacevolmente fa riflettere. 


🙁Punto debole
: non ne ho ravvisati. Non era facile far combaciare tutte le situazioni avendo imbastito una trama tanto complessa. Soprattutto pensando che sia stato scritto a quattro mani. Lo stile di entrambe si è dovuto un po’ adattare alla scrittura dell'altro senza farlo avvertire al lettore. È stato fatto tutto con grande attenzione e cura. Complimenti ad entrambi gli autori. 


🏁Finale: nella parte conclusiva del romanzo i tanti tasselli del puzzle troveranno la loro logica collocazione. In tanti si faranno male, lo scrupolo di Chiara e l'indagine di Castelli porteranno i loro frutti. Ma il rischio di bruciarsi sarà altissimo. Un finale adrenalinico che riserva piu di una sorpresa. Finale che mi ha pienamente soddisfatto anche perché non indolore. 


🎓Giudizio complessivo: ⭐⭐⭐⭐
Ho iniziato l'anno leggendo un libro molto significativo (Il potere nascosto delle donne) e lo chiudo con questo romanzo, dove la protagonista è ancora una volta la donna. Chiara Parigi è una avvocata volitiva, determinata, tenace. Proprio come le donne raccontate nel saggio di Nadia Mari. Finale migliore non lo potevo sperare. Un romanzo che non si riesce a smettere di leggere, che scorre rapido e coinvolgente sotto i nostri occhi. Una storia complessa (che per giunta è stata scritta a quattro mani) ma raccontata benissimo. Quella che si dice una trama solida, scrupolosa, verosimile. Che mi fa apprezzare ancora di piu il racconto. Con Fabio Girelli si va sul sicuro. Ho letto praticamente tutti i suoi romanzi e non mi hanno mai deluso. Una garanzia, ed anche questa volta ha fatto centro. Se accetta di scrivere in coppia si può essere sicuri che anche il partner abbia grandi doti di scrittore ed il risultato non può che essere eccellente. E così è stato. Complimenti.


genere: thriller

anno di pubblicazione: 2025


mercoledì 24 dicembre 2025

UN LIBRO DI MARTIRI AMERICANI

    





Un libro di martiri americani – Joyce Carl Oates – 

recensione a cura di Lilli Luini 

 

Sono una lettrice di JCO da molti anni, ormai non dovrebbe stupirmi più nulla. E invece questa donna ultraottantenne riesce ancora a lasciarmi senza parole. Siamo di fronte. Un’opera monumentale e assolutamente straordinaria, di cui non è facile parlare.

Proviamo ad andare con ordine, partendo dal titolo.

Luther Dunphy è un fervente cristiano evangelico che vive in una cittadina dell’Ohio. Siamo nel 1999 e lì ha sede una clinica in cui si praticano gli aborti. Ogni giorno, un drappello di manifestanti pro-vita monta la guardia e accoglie con cartelli e slogan sia le donne che vi si recano sia il medico responsabile, Gus Voorhees, e il poliziotto che lo scorta.

Il libro si apre con una scena agghiacciante: Luther uccide sia Gus che il poliziotto. La scena è raccontata da lui stesso.

Fu il Signore a ordinarmelo. Durante tutto ciò che accadde, fu la Sua mano a non esitare (…) Mio adorato Signore, raccomando la mia anima a te. Se questa è la tua volontà, in questo preciso momento verò ricongiunto a te nel cielo.

Luther si auto percepisce come un martire per la causa. Ma lo stesso vale per il dottor Gus, che crede fermamente nell’autodeterminazione delle donne, nella loro libertà di scelta e che per questo mette a rischio la propria vita e quella della sua famiglia.

Naturalmente entrambi sono percepiti come martiri dalle rispettive fazioni e così JCO mette in scena il dramma dell’America, divisa su tutto, religione, politica, morale. E JCO lo rappresenta attraverso le due famiglie, disintegrate dall’omicidio e dal successivo processo. L’una povera e religiosa, l’altra colta e progressista, si troveranno a fare per sempre i conti con quel mattino sul vialetto della clinica. In particolare l’autrice segue le due figlie, Naomi e Dawn, le eredi del disastro, entrambe in lotta, la prima con rabbia e dolore, la seconda con la fede cieca in cui è cresciuta. Le seguiamo fino al 2012 e con la loro storia attraversiamo quella dell’America. I personaggi sono molti, tutti straordinari: non in senso intrinseco, ma per come sono raccontati. JCO non ti descrive persone ed eventi, ti costringe a viverli dal di dentro. Dell’11 settembre parla due volte: la prima in diretta, siamo sulle scale della scuola con Dawn, le allieve terrorizzate, non sanno cosa sia accaduto ma gli insegnanti le stanno mettendo in sicurezza. La seconda volta a raccontare quel giorno è la madre di Gus, Madalena, con parole che ci trasportano lì a quella finestra sentendoci attraversati non dalla paura o dall’orrore ma dallo sconcerto. Creso che nessuno prima d’ora sia riuscito a descrivere in maniera più potente il sentimento dei newyorkesi nel momento in cui tutto accadeva.

Che dire della scrittura di JCO? Come sempre, ma qui più che mai, riesca ad alternare registri narrativi diversi, dal monologo alla fredda prosa giudiziaria fino al sermone e il risultato è un coro polifonico perfetto, che ci restituisce tutto, individuo, famiglia, società e nazione. Un critico ha definito questo romanzo un’autopsia dell’anima nazionale e forse è vero.

Io esco da queste oltre 800 con un’ammirazione sconfinata per questa donna che riesce come nessuno a emozionarmi, coinvolgermi, scioccarmi.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025


martedì 23 dicembre 2025

LE ANIME GRIGIE

 




Le anime grigie - Philippe Claudel

Recensione di Miriam Donati

 

Inverno 1917. In una piccola città di provincia della Lorena, a pochi chilometri dai campi di battaglia dove si sta compiendo una delle più grandi carneficine della storia europea, viene trovato il cadavere di una bambina di dieci anni, “Belle de jour”.

Al di là della trama poliziesca, Philippe Claudel ci offre un romanzo avvincente, in cui l'indagine si mescola a una profonda riflessione sulla natura umana e sulle conseguenze delle nostre azioni. Le bugie e i segreti dietro le anime grigie dei personaggi ci ricordano che nessuno è veramente innocente e che tutti portano con sé un lato oscuro.

La scrittura è intrisa di musicalità. Le frasi sono ritmiche e armoniose. Questa musicalità rafforza l'aspetto poetico del romanzo e permette al lettore di immergersi completamente nella storia. I sentimenti di tristezza, solitudine e disperazione sono espressi con grande intensità, creando una profonda empatia nel lettore.

Claudel utilizza metafore e immagini forti per rafforzare l'impatto emotivo della sua storia. Le parole evocano immagini suggestive e sensazioni intense.

Il contesto storico è essenziale per comprendere le questioni e le tensioni che attraversano il romanzo. La guerra, infatti, è onnipresente e le sue conseguenze si fanno sentire. Gli uomini vanno al fronte, lasciando dietro di sé le donne e i bambini. La maggior parte degli abitanti rimasti lavorano nella Fabbrica dove viene prodotto il carbonato di sodio e si contrappongono agli innumerevoli feriti che tornano dal fronte che è a pochi chilometri dal paese. Bastano poche pennellate per trasportare nelle devastanti conseguenze sulla psicologia e sulle relazioni umane di questo conflitto mortale.

La scelta di ambientare l'azione nei Vosgi rafforza l'atmosfera cupa e opprimente del romanzo. dove i sensi di colpa e la disperazione si mescolano alla bellezza della natura circostante. I paesaggi montuosi e innevati diventano il riflesso delle anime tormentate dei personaggi. La natura, bella e spietata, è un elemento centrale del romanzo, che simboleggia la durezza della vita e la fragilità dell'esistenza.

L'autore esplora le dinamiche sociali e le interazioni tra i personaggi, facendo luce sulle tensioni e i conflitti che si celano dietro le apparenze della vita del paese.

I rapporti tra gli abitanti sono complessi e ambivalenti, spesso segnati da diffidenza e sospetto, i legami di amicizia e d'amore sono messi alla prova.

Sembra che tutti abbiano qualcosa da nascondere e nessuno può essere totalmente sicuro di chi possa fidarsi. Le rivalità e le gelosie sono all'ordine del giorno, e le alleanze vengono fatte e rotte in base agli interessi personali. Ognuno di loro porta un fardello, un lato oscuro che cerca di nascondere agli occhi degli altri. Ma la verità alla fine viene sempre a galla, mettendo a nudo i segreti meglio custoditi.

Eppure, nonostante queste tensioni, ci sono anche momenti di solidarietà e compassione. In tempi di crisi, gli abitanti sono in grado di sostenersi a vicenda e di mettere da parte le loro differenze. È in questi momenti che li vediamo capaci di essere crudeli e benevoli allo stesso tempo. Philippe Claudel ci offre un ritratto realistico e senza compromessi esplorando le diverse sfaccettature dell'animo umano e le dinamiche sociali che ne sono alla base.

Tutti i personaggi sono direttamente o indirettamente legati al “Caso”, cioè il ritrovamento della bambina di dieci anni "Belle de jour” strangolata e abbandonata vicino a un canale.

La galleria di personaggi variegati e intriganti rappresentano la fragilità umana. Ogni abitante del villaggio incarna uno spettro di ambiguità morale o riflette varie sfumature di dolore, colpa e desiderio, rivelando demoni personali nella propria vita: cittadini comuni, bastardi, santi, benestanti come il procuratore Pierre-Ange Destinat, Mierck, un giudice altezzoso, Matziev, un colonnello disperato, il dottor Hippolyte Lucy "morto di fame", facce rotte, storpi dalla guerra, nella vita.

Il personaggio centrale, un agente di polizia locale, è intimamente consapevole delle paure e dei pregiudizi più profondi della città, che si manifestano nella ricerca di una rapida risoluzione dell'omicidio di Belle.

Il sospetto immediato incombe su due disertori catturati vicino al villaggio. Le circostanze che circondano il loro interrogatorio e la loro condanna rivelano una ricerca brutale e frettolosa di giustizia. Gli uomini sono trattati senza pietà, visti come capri espiatori in una comunità che cerca disperatamente di chiudere il caso.

Il gendarme narratore è profondamente segnato dalla sua esperienza che lo spinge a chiudersi in sé stesso, a isolarsi dal mondo e a perdersi in una profonda malinconia interrogandosi sulla propria esistenza e sulla natura umana.

La sua visione del mondo è alterata, vede solo l'oscurità delle anime e la crudeltà degli uomini. Philippe Claudel riesce a immergerci nel cuore della psicologia di questo personaggio, ci regala i suoi pensieri più intimi, i suoi dubbi, le sue paure, ma anche i suoi momenti di lucidità e chiaroveggenza.

Avanzando di vent'anni, la storia si concentra sulle sue riflessioni circa gli eventi passati e ricorda il tempo in cui era accanto alla moglie durante la famigerata notte delle indagini sull'omicidio. Il senso di colpa lo rode mentre si chiede se sia stata fatta vera giustizia, costringendolo a rivisitare il caso irrisolto insieme alle verità dimenticate. Questa rivalutazione rivela che la violenza derivante dal tragico destino di Belle si intreccia con altri crimini nascosti nel tessuto della comunità.

La prosa struggente di Claudel dipinge immagini tristi, esplorando emotivamente la perdita e la sopravvivenza. Si focalizza sulle figure delle quattro donne morte del romanzo: Clemence, la moglie del narratore, morta di parto, Clelis Destinat, giovane moglie del Procuratore morta sei mesi dopo il suo matrimonio, dalla cui morte Destinat non si riprende mai, ma il cui ritratto nel salone non la fa mai invecchiare. Come Clemence. La bambina “Belle de Jour” di cui Destinat aveva subito colto la somiglianza con la moglie. Il romanzo ci fa sospettare che sia lui l’assassino come se volesse unire la moglie e la bambina nella stessa eternità anche se nulla è certo.

La quarta donna, l’insegnante Lysia Verhareine, alloggiata nella dependance del Castello di Destinat morta suicida per la mancanza di notizie dal fronte del fidanzato. Il procuratore era affascinato da Lysia anche lei somigliante alla moglie.

Al culmine, vengono rivelate verità inquietanti e l'interconnessione delle tragedie della città diventa evidente. Claudel evidenzia i dilemmi morali affrontati dai personaggi, sottolinea la capacità dell'uomo di commettere l'irreparabile, ma anche la sua capacità di trovare speranza e bellezza anche nelle circostanze peggiori.

Il romanzo mette in discussione la nozione di verità e sottolinea le conseguenze devastanti che la scoperta della verità può avere.

Le rivelazioni finali con l’ammissione del narratore che non può tollerare che la presenza del figlio gli ricordi l’assenza della moglie, ci chiedono se la redenzione sia possibile o se i personaggi rimangano per sempre bloccati nella loro grigia esistenza. Alla fine della storia, sorge la domanda: gli abitanti della città sono innocenti nelle loro azioni, o i loro fallimenti umani li trascinano nella colpa per sempre?

 

Genere: Narrativa

Anno di pubblicazione 2003


lunedì 22 dicembre 2025

CANNE AL VENTO

 




Canne al vento – Grazia Deledda -

recensione a cura di Francesca Simoncelli

 

Il romanzo " Canne al vento " uscì originariamente a puntate nei primi anni del 1900 e vide solo in seguito la luce come volume unico.

È il libro più conosciuto di Grazia Deledda, scrittrice sarda che ricevette il Nobel per la letteratura nel 1926. 

Il romanzo è ambientato in Sardegna e ruota intorno alla famiglia Pintor, anche se il vero protagonista della storia è il servo Efix.

Le sorelle Pintor, provenienti da una nobile casata, cadono in disgrazia quando una di loro, Lia, fugge per scappare dalla svantaggiata condizione femminile alla quale il padre le costringe.

Il genitore muore mentre tenta di riprendere la figlia durante la fuga e le altre sorelle, Esther, Ruth e Noemi, rimaste sole, vivono quasi in miseria, ma sempre affiancate dal devoto servo Efix, che cerca di proteggerle e non fargli mancare nulla.

 I guai cominciano quando arriva in visita Giacinto, figlio di Lia. 

Efix si troverà diviso tra il voler aiutare il ragazzo e il dissenso delle zie, che nutrono ancora rancore nei confronti della sorella, perché la incolpano della loro indigenza. 

Nel personaggio di Efix troviamo un essere complesso, pieno di passione, dubbi, emozioni, rimpianti, come se vivessero in lui infinite persone.

 Anche se all'inizio del racconto sembra che la protagonista della storia sia la famiglia Pintor e che lui sia un personaggio secondario, essendo un servo, piano piano emerge tutta la grandiosità della sua anima; se cogliamo pienamente l'essenza di Efix è merito della scrittrice che è riuscita a descriverlo minuziosamente; e a fine romanzo ci accorgiamo che il protagonista è proprio lui, che, nell'ombra del suo ruolo, svolge un compito importante all'interno della casa, anche se le dame Pintor stentano a riconoscere il suo valore, specialmente Noemi.

Ma il suo affetto per loro è incondizionato e lui non si ferma davanti agli ostacoli, fa quello che è meglio per le sue padrone.

La descrizione del paesaggio ci fa immergere nei luoghi, come fossimo lì, nel poderetto insieme ad Efix, nella Sardegna di tanti anni fa, insieme a Noemi, Ruth ed Ester.

 Ogni dettaglio della narrazione è curato nei particolari e durante la lettura ti catturano le emozioni, i colori e i profumi di un tempo che non c'è più, ma che rimane nei cuori di chi ricorda. 

“Riposarsi con Dio mentre nel silenzio della notte le canne sussurrano la preghiera della terra che s' addormenta”

“Ma dimmi Efix, non è una gran cattiva sorte la nostra? Perché ci stronca, così come canne? Sì, siamo proprio come canne al vento, donna Ester mia: siamo canne e la sorte è il vento"

genere: narrativa

anno di pubblicazione: 1913

domenica 21 dicembre 2025

DELITTO SOTTO LE BOMBE

 




Delitto sotto le bombe – Marco Della Croce

Recensione a cura di Dario Brunetti


Delitto sotto le bombe è il nuovo romanzo noir dello spezzino Marco Della Croce uscito per la Fratelli Frilli editori.

Il 1943 rappresentò un anno drammatico per la città della Spezia che fu devastata dai pesanti bombardamenti della RAF che presero di mira l’Arsenale, il porto e il centro storico.

Si scava sotto le macerie registrando un considerevole numero di cadaveri.

Intanto il commissario Dario De Santis e il suo fedele collaboratore, l’agente Gegè Russo sono interpellati da una famiglia nobile per seguire un caso misterioso. La contessa Adelaia Aldovrandi Simonetti, vedova Odescalchi come da accordi col prefetto ha voluto incontrare gli inquirenti per riferire la scomparsa della povera “Micetta”. Non si tratta di una gatta, quel diminutivo appartiene alla sua cameriera di fiducia, Addolorata Macrì scomparsa misteriosamente nel nulla.

Una ragazza di bella presenza per la quale suo figlio, il conte Baldassarre Odescalchi aveva un debole. Nel frattempo l’uomo si accinge a diventare nuovo comandante generale della Milizia e chiede al commissario De Santis di mettersi sulle sue tracce e di riportarla a casa.

Ma sotto le macerie del centro storico viene rinvenuto un corpo di una giovane con la testa tagliata che dopo alcuni accertamenti sembra corrispondere ad Addolorata Macrì.

Un evento delittuoso di brutale efferatezza da non confondere con i bombardamenti che hanno colpito La Spezia.

Sul corpo ci sono evidenti segni di violenza e stupro e l’omicidio sembra essere opera di un pericoloso maniaco.

Tanti misteri e strani incontri della Macrì con il conte Odescalchi in un albergo faranno di lui, uno dei probabili indiziati. Eppure il conte amava Addolorata non poteva arrivare a commettere un delitto di una ferocia inaudita.

Addolorata come tutte le ragazze gli piaceva sognare ad occhi aperti a costo di illudersi e di cadere in un gioco più grande del suo.

De Santis e Russo indagano sulla vita del conte che sembra avere un alibi di ferro, intanto altre strane morti andranno ad aprire nuovi scenari e sviluppi all’interno della storia.

Marco Della Croce costruisce un noir di qualità, caratterizzando al meglio i personaggi di una storia drammatica intrisa di disperazione morte. Lo sviluppo della trama peraltro ben riuscito nel suo intreccio narrativo diventerà solo il pretesto per focalizzare l’attenzione su una delle più terribili pagine della storia del nostro paese mettendone in evidenza gli aspetti politici e sociali grazie ad un’analisi lucida e attenta dell’autore di un passato che non si dimentica e che impatta negativamente anche sul presente.

La Spezia subiva gli attacchi aerei inglesi, mentre Mussolini era con le spalle al muro finendo col passare da alleato a ostaggio dell’occupazione tedesca.

La città ligure ha vissuto i due più pesanti bombardamenti della storia della Seconda Guerra Mondiale con un numero di morti sempre in crescendo a causa del mancato bersaglio della RAF che invece di colpire la base navale, sferrò l’attacco sul centro storico e il porto con tragiche conseguenze.

La Spezia è martoriata dall’orrore della guerra che provoca dolore e miseria, ma trova un protagonista come il commissario De Santis che si ostina a cercare una verità che seppur vicina, sembra sfuggirgli di mano; intorno alla sua figura ruoteranno dei personaggi enigmatici pronti a nascondere trappole e intimi segreti che giocheranno un ruolo chiave all’interno del romanzo.

Buona lettura!


genere: giallo

anno di pubblicazione: 2025


sabato 20 dicembre 2025

LA NEVE ERA SPORCA

 




La neve era sporca – Georges Simenon –

recensione a cura di Alice Bassoli

 

Il romanzo è ambientato in una città anonima e gelida, occupata durante la guerra. Il protagonista, Frank Friedmaier, è un giovane senza scrupoli che vive di piccoli traffici e frequentazioni ambigue, immerso in un ambiente corrotto e moralmente degradato. Fin dalle prime pagine, Frank compie un omicidio senza un vero movente, un gesto gratuito che segna l’inizio di una discesa lucida e consapevole nel crimine. Attorno a lui si muove un’umanità grigia e complice, incapace di opporsi al male o di riconoscerlo davvero.

La lettura mi ha richiamato alla mente American Psycho: non per le dinamiche narrative, che lì sono esasperate e quasi psichedeliche, né per l’estrazione sociale dei protagonisti, decisamente più altolocata, ma per la matrice psicologica comune.

In entrambi i casi ci troviamo di fronte a giovani profondamente disturbati, incapaci di empatia, che inseguono il crimine non come deviazione ma come principio di vita, come unico modo possibile di affermare se stessi nel mondo.

Simenon costruisce un romanzo crudo, asciutto, profondamente realistico, privo di compiacimento. E’ un romanzo che osserva, descrive, e lascia al lettore il peso di ciò che resta. È una lettura che inquieta proprio perché non concede vie di fuga, e che continua a lavorare dentro anche dopo l’ultima pagina.


genere: narrativa


 


venerdì 19 dicembre 2025

IL VECCHIO AL MARE

 





Il vecchio al mare – Domenico Starnone -

recensione a cura di Francesc Tornabene

 

È stato un viaggio colmo di tenerezza e malinconia lungo 122 pagine.

Le prime due pagine mi hanno colpita come un pugno ben assestato che lascia senza respiro. 

Mi sono ritrovata immersa in uno scenario perfetto. Il mare di ottobre, una spiaggia di sabbia, una sedia trascinata da un uomo di 82 anni, goffo, che osserva, legge e scrive appunti.

Ma è il prodigio della scrittura, come manifestazione artistica estrema delle fragilità umane, quel tratto deciso, intimo, introspettivo che cattura totalmente la mia attenzione.

Così, dal nulla sbuca una figurina dai contorni d'oro.

Seguo le sue piroette oltre la polvere, la sabbia e i guizzi di luce finché quella presenza, quasi magica, si infila nelle fessure della memoria e scandisce il tempo di questa storia fino alla fine.

Mi sono affezionata a Nico. È uno scrittore gentile, garbato, generoso, elegante, a volte impacciato specie con le donne, in cerca di ispirazione e che ha ancora voglia di stupirsi, di meravigliarsi dinnanzi alle piccole cose della vita.

Ho avuto l'opportunità di esplorare l'autunno della sua vita e il controverso e viscerale rapporto che lo lega all'arte della scrittura.

Ho amato il modo in cui cerca di far rivivere la memoria di sua madre attraverso una scrittura poetica che mai le rende giustizia fino in fondo.

Lo faccio anch'io, persino adesso, e sorrido cercando quella poesia di Giorgio Caproni. Preghiera.

Mi ha suscitato tenerezza il modo in cui Nico si approccia a Lu. Una giovane donna che in qualche modo le ricorda sua madre.

Attraverso lo sguardo attento e curioso di Nico ho conosciuto gli abitanti della città e ne ho apprezzato luci e ombre.

Ho trovato diversi spunti di riflessione sul destino dell'uomo e le sue fragilità, la solitudine, lo scorrere inesorabile del tempo, l'esistenza, la fuga e il bisogno smodato di una vita semplice, il desiderio, il senso della vita, la morte, la libertà, la dignità.

Mi sono fermata a riflettere sulla gioia che provoca un nuovo DESIDERIO come quello di imparare il vocabolario di una nuova attività.

È stato un viaggio dentro la scrittura, alla ricerca delle cose perdute nella memoria e di quelle immaginate.

Lui scrive perchè non può farne a meno, per addolcire la realtà e per quel piacere intenso, raffinato e curativo che lambisce quel tratto poetico.

E adesso che il mio viaggio letterario è giunto al termine, grata, ripenso a quell'invito nostalgico nascosto tra le "scuciture del consueto", di non trascurare nulla perché la vita è un soffio!


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2024

 


mercoledì 17 dicembre 2025

LA PIUMA CADENDO IMPARA A VOLARE

 




La piuma cadendo impara a volare – Usama Al Shahmani -

recensione a cura di Lilli Luini

 

Aida, di origine irachena, vive in Svizzera con Daniel, suo compagno da quattro anni. Ma il loro amore è in crisi perché il ragazzo non riesce più a tollerare i silenzi di Aida sul suo passato e sulla sua famiglia. Sono argomenti da cui lei fugge, che vuole ad ogni costo lasciarsi alle spalle, per i quali non ha (o crede di non avere) parole per raccontare. E allora Daniel parte, va in una fattoria sperduta a terminare il suo servizio civile. Aida si ritrova sola, cammina lungo il Reno come suo padre camminava lungo l’Eufrate “Sono passati tre giorni dalla partenza di Daniel. Senza di lui l'appartamento mi sembra estraneo. Tutto ha un'aria bizzarra e distante, persino la mia poltrona preferita dove ho l'abitudine di leggere. Sono solitaria come una pietra caduta dal soffitto di un teatro buio".

Piano piano dentro di lei nasce l’esigenza di aprirsi al mondo.

Ed è con la scrittura che lo fa, sulla pagina bianca e in lingua tedesca riesce finalmente a trovare la forza e le parole per raccontare del campo profughi di Qom, in Iran, dove è nata perché è lì che suoi genitori e la sua sorellina Noshe si sono rifugiati per sfuggire al regime di Saddam Hussein. Poi, con l’aiuto di un amico, riescono ad arrivare in Svizzera ed è lì che le due sorelle crescono, vanno a scuola, diventano bambine e poi ragazze. Ma vivono sempre a cavallo di due culture, con i genitori incapaci di integrarsi, che rimpiangono ogni giorno la patria, parola che per le figlie non ha alcun significato. Quando, caduto Saddam, il padre riporta la famiglia al villaggio, Aida e Noshe non riescono a resistere e fuggono di nuovo in Europa, portando un libro di poesie, tanti sensi di colpa ma anche la certezza di non avere altra scelta.

Pagina dopo pagina conosciamo il viaggio di Aida, la sua lotta per riemergere dal dolore più grande, per tornare a scuola, per trovare un lavoro. Un libro profondissimo, a tratti poetico, che indaga sull’impossibilità per molte persone di sentirsi a casa in una lingua, in una cultura. Esperienza che l’autore ha vissuto sulla propria pelle, essendo un profugo iracheno che vive in Svizzera. L’unico difetto nel romanzo sta nei dialoghi spesso troppo “rigidi” e poco orali, ma alla fine sono inezie di fronte a un piccolo gioiellino letterario.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2022

martedì 16 dicembre 2025

CACCIA ALLE STORIE - L'ULTIMO BISONTE

 




CACCIA ALLE STORIE- AVVENTURE TRA LE PAGINE PER RAGAZZI CURIOSI romanzi segnalati e recensiti da Elisa Caccavale

L'ultimo bisonte - Annalisa Camilli – Irene Penazzi -

L’ultimo bisonte è un romanzo per ragazzi che affronta uno dei temi più complessi del nostro tempo – la migrazione – scegliendo però una prospettiva narrativa capace di parlare ai giovani lettori con rispetto, misura e profondità emotiva. Annalisa Camilli costruisce una storia essenziale ma intensa, in cui l’esperienza del viaggio e dell’attesa diventa occasione per riflettere sul senso di casa, di famiglia e di speranza.

La vicenda segue un nucleo familiare costretto a lasciare il proprio paese per cercare un futuro diverso. Il racconto si concentra soprattutto sul punto di vista dei bambini, che vivono lo spostamento non solo come perdita, ma anche come scoperta e come prova di resistenza. Bloccati in una foresta gelida al confine dell’Europa, i protagonisti affrontano la paura, il freddo e l’incertezza, in una sospensione che rende il tempo dilatato e carico di tensione.

In questo scenario difficile emerge la figura simbolica del bisonte, animale evocato attraverso le parole del padre. Il bisonte non è soltanto un elemento fantastico, ma diventa una metafora potente: rappresenta la forza di chi resiste, la capacità di andare avanti nonostante tutto, la dignità silenziosa di chi non si arrende. Attraverso questo simbolo, il romanzo riesce a rendere accessibile ai ragazzi una realtà dura senza rinunciare alla dimensione della speranza.

Lo stile narrativo è sobrio e controllato. Camilli evita ogni forma di spettacolarizzazione del dolore, preferendo una scrittura che suggerisce più di quanto mostri. Questo approccio rende il libro particolarmente adatto a un pubblico giovane, perché lascia spazio alla riflessione e all’empatia, senza appesantire la lettura.

Le illustrazioni di Irene Penazzi dialogano in modo efficace con il testo. I disegni, essenziali e fortemente evocativi, restituiscono l’atmosfera della foresta, il silenzio, il freddo, ma anche l’intimità dei legami familiari. L’immagine non spiega il testo, ma lo accompagna, ampliandone il significato e rafforzando l’impatto emotivo della storia.

L’ultimo bisonte è un libro che si presta molto bene anche a un contesto educativo: offre spunti per parlare di migrazioni, diritti, confini, ma soprattutto di umanità. È una lettura che invita a mettersi nei panni dell’altro e a guardare il mondo da una prospettiva diversa, con sensibilità e attenzione.

In conclusione, si tratta di un romanzo delicato e necessario, capace di affrontare un tema attuale con una voce narrativa equilibrata e profondamente rispettosa dei giovani lettori. Un libro che lascia il segno senza alzare la voce, e che affida alla forza delle storie il compito di far comprendere la realtà.


genere: narrativa per ragazzi

anno di pubblicazione: 2023

 



lunedì 15 dicembre 2025

LE PIETRE VOLANTI

 




Le pietre volanti – Luigi Malerba -

recensione a cura di Patrizia Zara



"Le pietre volanti non si lasciano afferrare, eppure sono lì, sospese, come pensieri che non trovano pace." 

Ho letto questo romanzo come si ascolta una confessione: in prima persona, con la sensazione che ogni parola fosse rivolta direttamente a me. La vicenda segue un pittore, protagonista e voce narrante, che ripercorre la propria formazione, la nascita della vocazione artistica e la consapevolezza dolorosa che i legami umani sono fragili, destinati a dissolversi. Non ha un nome preciso, perché la sua identità è quella di un artista che vive la tensione tra arte e vita, tra il desiderio di dare forma all’invisibile e la certezza della solitudine. È un personaggio che si muove in un paesaggio visionario, sospeso come le pietre del titolo, simbolo della fragilità dei rapporti e della vacuità dei sentimenti. 

Il titolo stesso racchiude il cuore del libro: ciò che per natura dovrebbe essere pesante e immobile diventa leggero e sospeso, come i pensieri inquieti e le emozioni che non trovano radici. È l’immagine di un’esistenza instabile, di rapporti che non si consolidano, di una solitudine che resta sospesa senza mai risolversi. 

La forza del romanzo sta nella capacità di trasformare un quadro di Fabrizio Clerici in un universo narrativo, nella scrittura elegante e fluida che riesce a dare corpo a un’atmosfera sospesa e visionaria, e nella profondità esistenziale con cui Malerba indaga la solitudine e il dolore dei sentimenti. Non a caso il libro ha ricevuto premi prestigiosi come il Viareggio e il Campiello. Tuttavia, proprio questa intensità può diventare un limite: l’eccesso di introspezione rischia di risultare monotono, la trama appare più contemplativa che dinamica e il tono cupo e disincantato può pesare su chi cerca leggerezza o azione. Lo stile, pur lineare e limpido, è fortemente introspettivo e visionario, capace di rendere tangibile l’immagine pittorica da cui nasce il libro, ma sempre orientato verso la meditazione più che verso l’azione. 

Ciò che colpisce è anche la dimensione filosofica del testo: Malerba non racconta soltanto la storia di un pittore, ma mette in scena un’interrogazione sull’arte e sulla vita. La vocazione artistica diventa un modo per dare forma all’invisibile, ma anche un peso che isola, che separa dal mondo. Le pietre volanti sono allora il simbolo di questa tensione: bellezza e inquietudine, leggerezza e gravità, speranza e disincanto. È un romanzo che non si limita a narrare, ma invita a riflettere, a sostare in uno spazio sospeso dove le domande contano più delle risposte. 

In definitiva, "Le pietre volanti" è un’opera che affascina e inquieta, che premia chi accetta di lasciarsi trasportare in un paesaggio mentale dove le pietre non cadono mai, ma restano sospese, come i pensieri che non trovano pace. È un libro che chiede tempo e disponibilità, ma che restituisce al lettore la sensazione di aver attraversato un territorio interiore unico, fatto di silenzi, visioni e parole che restano a lungo nella memoria.

 
genere: narrativa

anno di pubblicazione: 1992


domenica 14 dicembre 2025

LE STAGIONI DELLE ILLUSIONI

 




Le stagioni delle illusioni - Mauro Caneschi -

recensione a cura di Gino Campaner

 

📖Spiccioli di trama: il libro inizia raccontando come venivano vissuti dalle famiglie i primi anni 50. Lo fa attraverso gli occhi di un bambino che negli anni 50 frequenta le scuole elementari. Cresce e negli anni 60 completa le scuole medie e inizia le superiori. Si diploma nel 70 e nel decennio che seguirà sarà uno studente universitario.
 

🔥Punto di forza: il punto di forza è il ricordo. A volte più dolce, a volte più amaro. Per chi ha attraversato quegli anni non può che godere di questo libro, di questa autobiografia. Che racconta come erano quegli anni (50, 60, 70). Vissuti prima da bambino poi da adolescente e poi da giovane uomo. I giochi, la musica, la cultura, la televisione, le vacanze, le serate con gli amici, di quel favoloso trentennio. 

🙁Punto debole: appare evidente che la prima parte sia molto piu giocosa, ironica, esuberante. La seconda è più riflessiva, malinconica. Rivendicativa. Non sarebbe potuto essere diversamente. La prima parte racconta la vita dell'autore quando era bambino: i giochi, la scuola, gli amici, le vacanze. La seconda quando lui da adolescente diventa un giovane universitario che si muove in un mondo schizofrenico e forsennato. Tuttavia...forse un po' di leggerezza anche nella seconda parte non avrebbe sfigurato. 

🏁Finale: gli anni settanta rappresentano per l'autore la vera stagione delle illusioni o delle delusioni. Delle occasioni mancate. A meno così mi pare di aver capito. Il finale è un po’ malinconico forse perché il decennio che seguì il 68 non mantenne le premesse che si erano create. Le promesse a cui un po tutti avevano creduto. 

🎓Giudizio complessivo: ⭐⭐⭐⭐
Un memoir. La vita dell'autore nei tre decenni tra i più significativi della storia della nostra repubblica. Gli anni 50, gli anni della ricostruzione post bellica. Gli anni 60 quelli del boom economico e dell'inizio della ribellione. Gli anni 70, i più controversi, i più significativi affrontati quando lui era ormai un giovane uomo, laureato e con un futuro delineato. Gli anni 70 sarebbe piaciuto viverli anche a me. Anni ricchi di rivendicazioni e di conquiste ma anche drammatici e dolorosi per le degenerazioni di alcuni, che hanno combattuto con le armi, mossi da una tragica utopia. 

genere: biografico

anno di pubblicazione: 2025

 


sabato 13 dicembre 2025

NEL PAESE DEI CIECHI

 




Nel paese dei ciechi – H. G. Wells -

recensione a cura di Alice Bassoli


Quando l’alpinista Nuñez precipita lungo una parete delle Ande e finisce in una valle isolata da secoli, crede di essere capitato nel luogo perfetto per imporsi sugli altri: un intero villaggio di persone nate cieche e ignare dell’esistenza della vista. Convinto del vecchio proverbio «Nel paese dei ciechi, chi vede è re», Nuñez pensa di avere un vantaggio naturale. Ma la realtà che trova lo ribalta, lo scarnifica, lo obbliga a guardare sé stesso molto più di quanto guardi gli altri. La storia è breve ma potentissima, parla di diversità con una lucidità contemporanea. In questo microcosmo isolato, la vittima diventa carnefice e il carnefice vittima. Il “diverso” cambia forma a seconda di chi lo osserva, e ciò che dovrebbe generare comprensione si trasforma invece in paura, controllo, violenza. Nuñez, “diverso” tra i ciechi, non riesce a riconoscere la diversità altrui e finisce a sua volta per essere schiacciato da un sistema che non lo comprende e che lo vede, appunto “diverso” e quindi condannabile. È un racconto attuale: mostra come l’essere umano, posto davanti a ciò che non conosce, preferisca difendersi anziché aprirsi. E come anche chi si considera vittima della società, se messo nelle condizioni di avere potere, possa trasformarsi nel peggior oppressore. È uno di quei testi che ti rimangono nella testa per giorni, che ti costringono a fare i conti con i tuoi pregiudizi e con il modo in cui guardi gli altri. Un racconto intenso, simbolico, violento nel suo realismo morale.
Consigliatissimo a tutti. Io, a distanza di tempo, ci sto ancora pensando.


genere: fantascienza


venerdì 12 dicembre 2025

L'OMBRA DI LUCIA JOYCE

 




L’ombra di Lucia Joye – Ingrid Sciuto -

recensione a cura di Francesca Tornabene

 

Questo viaggio mi ha tenuta sveglia e assorta diverse notti.

Pensavo ad una lettura veloce e invece ogni volta che aprivo le porte a questo libro, il tempo si fermava.

Era come un invito a rallentare, ad ascoltare, a sentire, a guardare oltre, a leggere tra le righe, a cercare tra le pieghe di quelle pagine l'ombra di un mistero.

Una immagine appena percepibile, discreta, che prepotentemente si insinuava nella memoria.

Una presenza dall'identità violata, negata, non desiderata, quasi cancellata.

Quella di una donna, figlia d'arte, che lotta per la sua esistenza, per la sua accettazione, affermazione, contro l'oblio.

Mi sono immersa totalmente in quelle pagine che trasudano di storia, cultura, dedizione, eleganza, sudore, lacrime, sofferenza, sogni, vita.

Come risucchiata dalla risonanza magnetica di quella scittura elegante, poetica dal tratto deciso, fermo, studiato.

Mai banale.

Ho vissuto con un certo patos i dialoghi con Jung, il rapporto tra Lucia e la sua famiglia, con Samuel Beckectt, la sua passione per la danza.

Alla fine del mio viaggio non ho potuto fare meno di pensare a come sarebbe stata la vita di Lucia, alle possibilità che avrebbe potuto afferrare se avesse conosciuto l'amore sin dall'origine.

Quando ancora era solo una innocente SIRENA che nuotava nell'amnio sacro tra sogni speranze, caparbietà e tanta voglia di esplorare il suo talento nella sua danza.

Non posso fare a meno di pensare a quell'abbaglio incompreso, scomodo.

Quella potente genialità e all'incapacità di gestire quella luce.

Alla sua estrema fragilità, al suo comportamento erratico, al desiderio e la follia.

Ma più di ogni altra cosa al sua voglia di essere amata, accettata, compresa dalle persone più importanti della sua vita.

Sono rimasta Stregata dallo stile, dalla struttura e dal modo in cui la scrittrice ha usato la scrittura come performance storica per far rivivere un'epoca e un mistero sepolto nel tempo.

È stata un'esperienza immersiva, tanto da sentire ancora quell'applauso ribelle del pubblico in quel lontano teatro francese.

Incantati, come in trance, tutti,  davanti alla bellezza senza tempo della danza di Lucia, la acclamano e chiedono giustizia.

Deve essere suo il primo posto.

"Serbate questo ricordo come qualcosa che non è mai accaduto".

"Di tutta la mia vita, riterrò vero solo questo sogno".


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

 


mercoledì 10 dicembre 2025

LE DODICI DOMANDE

 





Le dodici domande – Vikas Swarup -

recensione a cura di Lilli Luini

 

Diciamolo: noi lettori spesso ci lamentiamo perché i romanzi ci sembrano “tutti uguali”, “dejà vu”, “la solita storia”. Non è vero, ogni romanzo ben scritto è unico. Ciò che spesso si ripete è il registro narrativo, cioè il modo in cui una storia viene raccontato. Allora, se vogliamo un modo davvero originale, ecco questo libro davvero geniale.

L’autore racconta la storia di Ram, giovanissimo indiano nato nella casta degli intoccabili. Lo incontriamo bambino e lo seguiamo fino ai diciotto anni. E dov’è la novità? Nel fatto che la vicenda è raccontata come in un puzzle, dove le tessere si vanno a incastrare non una dopo l’altra ma in un affastellarsi di vicende dure, dolorose, commoventi, esilaranti.

Swarup parte dalla fine: Ram partecipa a un gioco televisivo, Il Milionario (un format che è andato in onda anche da noi) e inaspettatamente vince. La cosa non era prevista, la produzione non ha neppure i soldi per pagarlo, e allora lo denuncia per truffa.

Come è possibile, si chiedono tutti, che un ragazzino senza istruzione abbia potuto rispondere a dodici domande di quella difficoltà?

Una giovane avvocatessa si offre di difenderlo pro bono e a lei Ram racconta la verità. Attraverso le domande, una dopo l’altra, Ram ricostruisce tutta la sua vita, perché è lì, sulla strada, negli incontri che ha fatto che ha appreso le risposte. Ram non racconta solo la sua storia, ne racconta cento, con un ritmo incalzante, attraverso avventure, fughe rocambolesche, amori improbabili e mette in scena l’India, paese pieno di contraddizione, dove povertà assoluta e ricchezza enorme convivono a due passi, tra ville sfarzose e baraccopoli.

Scritto benissimo, si gira una pagina dopo l’altra tra lacrime e risate, avendo sempre ben presente che si tratta di una favola, di una fantastica metafora della vita stessa. Non è realistico che tutte quelle domande abbiano a che fare con la vita di Ram? Sì, è vero, ma – come dice Ram stesso – “Dopotutto, com’è saltato in mente a uno spiantato cameriere di partecipare a un quiz per cervelloni? Il cervello non rientra nella lista degli organi che siamo autorizzati a usare.”

P.S. Se a qualcun, leggendo queste righe, è venuto in mente un film premio Oscar nel 2008, ha ragione, è proprio tratto da questo libro. Alcuni partecipanti al mio gruppo di lettura lo avevano visto in passato e mi hanno assicurato che il film è bello ma il libro lo è diecimila volte di più, perché va in profondità a ogni episodio, cosa che in due ore di film non era possibile.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2017


martedì 9 dicembre 2025

IL MANOSCRITTO

 




Il manoscritto - Franck Thilliez - 

recensione a cura di Elisa Caccavale


Il manoscritto, romanzo di Franck Thilliez  si apre con la morte dello scrittore di fama Caleb Traskman, suicidatosi lasciando incompiuto l’ultimo romanzo. A occuparsi del testo è il figlio J.-L., che decide di pubblicarlo ricostruendone la conclusione mancante e introducendolo con una nota che racconta la fine del padre. Ma ciò che emerge dalle pagine del manoscritto è una storia fin troppo disturbante per essere considerata solo finzione.

Il romanzo racconta infatti la vicenda di Léane Morgan, una scrittrice segnata dalla scomparsa della figlia Sarah, rapita anni prima e mai ritrovata, nonostante un uomo abbia confessato l’omicidio. Il dolore per quella perdita ha disgregato la famiglia e lasciato ferite mai rimarginate, soprattutto nel rapporto con il marito Jullian, che a lungo aveva condotto indagini personali nella vana ricerca della bambina. Quando Jullian resta vittima di un’aggressione che gli provoca una grave amnesia, Léane è costretta a tornare nei luoghi del passato, nella villa sul mare dove la loro vita era precipitata nell’incubo, per ricostruire una verità che sembra essere stata sepolta troppo in fretta.

Parallelamente, due poliziotti si trovano coinvolti nel ritrovamento di un cadavere orrendamente mutilato, un delitto che riporta alla luce vecchie piste mai del tutto chiarite e apre inquietanti collegamenti con il caso di Sarah. Più le indagini avanzano, più i confini tra l’opera narrativa lasciata da Caleb e la realtà dei fatti diventano instabili: ciò che è scritto nel manoscritto sembra anticipare eventi reali o rifletterli in modo sorprendente.

Il romanzo procede così come un gioco di specchi tra finzione e verità, mettendo in discussione il ruolo della scrittura e il potere delle storie, mentre i protagonisti — dentro e fuori il manoscritto — cercano risposte a domande che nessuno è mai riuscito a chiudere definitivamente.

Il punto di forza del romanzo è senza dubbio il coinvolgimento: Thilliez sa costruire tensione costante, capitolo dopo capitolo, grazie a una narrazione serrata e a una sapiente alternanza di punti di vista. La lettura risulta estremamente fluida, quasi magnetica: è uno di quei testi che “chiamano” il lettore a proseguire senza tregua, rendendo difficile interrompere la storia.

Lo spunto dell’evergreen del manoscritto incompiuto — un classico del genere metanarrativo e thriller — viene ripreso con consapevolezza e sfruttato per alimentare il senso di ambiguità che percorre l’intero romanzo. Thilliez gioca apertamente sul confine tra narrativa e realtà, invitando il lettore a interrogarsi sul potere della scrittura e sulle ossessioni che possono nascere attorno alla creazione letteraria.

Se da un lato la costruzione è avvincente, dall’altro il romanzo mostra, soprattutto nel finale, un certo eccesso di complessità: come accade spesso quando si “mette troppa carne al fuoco” per sorprendere a tutti i costi, alcune soluzioni risultano sovraccariche e rischiano di lasciare una sensazione di eccesso rispetto alla compattezza iniziale della trama. Il finale volutamente aperto accentua questa impressione, dividendo probabilmente i lettori tra chi apprezza l’ambiguità e chi avrebbe desiderato una chiusura più netta.

Nel complesso, Il manoscritto resta un thriller di grande efficacia e forte presa emotiva, estremamente suggestivo e dimostra ancora una volta la capacità di Franck Thilliez di catturare l’attenzione del lettore e di trasformare la lettura in un’esperienza intensa, sospesa tra tensione psicologica e gioco letterario.


genere: thriller

anno di pubblicazione: 2019

 


domenica 7 dicembre 2025

TUTTO IL BENE DEL MALE





 


Tutto il bene del male - Simonetta Locci -

recensione a cura di Gino Campaner

 

📖Spiccioli di trama: Elisa dopo i tragici avvenimenti che l'hanno vista, suo malgrado, protagonista ha deciso di stravolgere la sua vita. Ora scrive romanzi gialli sotto pseudonimo. Evita contatti con chiunque, vive appartata. Ma non basta. Le sue tribolazioni non sono ancora finite. 

 

🔥Punto di forza: i personaggi. Su tutti Viola/Elisa ma anche il maresciallo Benelli e tutta la sua squadra. Scrittura incisiva, ritmo sostenuto, lettura piacevole. Nessuna forzatura da super eroe (io lo apprezzo sempre molto), nessuna situazione impossibile. Non ci si annoia mai. Un giallo ben costruito, scritto correttamente. Scorre veloce, senza "impuntamenti".



🙁Punto debole: non cosa non va ma cosa potrebbe non andare, sempre in base ai miei gusti. Questo libro (uscito nel dic. del 23) è il sequel del romanzo A nudo nella rete. Ci sarà certamente (visto il finale aperto) un terzo episodio (i tempi sono maturi). Ecco, spero che le avventure di Elisa e Alex si fermino li o al massimo si arrivi ad una quadrilogia. Non amo le serie infinite. Quelle formate da 7/8 storie e più non le amo affatto. I personaggi e le vicende fin qui create dalla Locci sono molto valide. Spero non banalizzi tutto portando troppo avanti la serie. 



🏁Finale: la vicenda si conclude positivamente, tutti i tasselli vanno al loro posto senza troppi spargimenti di sangue. Le ultime pagine sono quelle con piu pathos ed incertezza. Un finale non banale, in parte sorprendente. Il finale è aperto in attesa del prossimo episodio. 



🎓Giudizio complessivo: ⭐⭐⭐⭐
Un bel thriller. Scritto bene, con una storia avvincente e dei personaggi accattivanti e ben caratterizzati. Un romanzo che mantiene ciò che ha promesso: un giallo non cruento ma incisivo e con sporadiche incursioni nel rosa. Alcune situazioni all'interno della storia impongono riflessioni al lettore. Non potevo pretendere di trovarmi di fronte ad una storia nera con atmosfere cupe e fortemente impattante dal punto di vista emotivo. Le premesse erano chiare, indiscutibili. Non ho provato quindi alcuna delusione dalla lettura di questo libro anzi mi sono divertito molto e mi ha coinvolto in maniera molto piacevole. La scrittura ha mantenuto ritmi alti per tutta la durata del romanzo non annoiando mai. Scorrevole ed emozionante. Complimenti alla Locci. 

 

sabato 6 dicembre 2025

A NOTTE FONDA

 




A notte fonda - Riley Sager –

recensione a cura di Alice Bassoli

 

“A notte fonda” affonda le radici in un evento traumatico avvenuto trent’anni prima: la scomparsa inspiegabile del piccolo Billy, rapito nel cuore della notte da una tenda montata nel giardino del suo migliore amico, Ethan. Una ferita mai rimarginata, un mistero che aleggia come un’ombra su Hemlock Circle, quartiere modello del New Jersey in cui la tranquillità è solo una fragile superficie.

Oggi, Ethan ritorna nella casa d’infanzia portandosi dietro un passato che non è mai riuscito davvero a lasciarsi alle spalle. Ed è proprio nelle ore più buie della notte che cominciano ad accadere cose strane: presenze nel cortile, rumori inspiegabili, tracce che sembrano riportare a Billy. Sager è abilissimo nel costruire un’atmosfera tesa, sospesa tra paranoia e realtà, facendo vacillare continuamente le certezze del lettore.

Il ritmo della narrazione e’ impeccabile: ogni capitolo aggiunge un tassello al puzzle e ogni personaggio porta con sé un potenziale sospetto. Si arriva a mettere in dubbio l’innocenza di ognuno dei protagonisti.

Le ricerche clandestine di un misterioso istituto aggiungono una sfumatura horror. Unica pecca, avrei preferito che i personaggi fossero più tridimensionali. È un po’ come se si assomigliassero tutti. Credo che l’autore abbia preferito essere più generoso con la trama che con i suoi personaggi. L’unico che viene esplorato in profondità è il protagonista, Ethan. Tuttavia, è un romanzo davvero ben congegnato e che consiglio a tutti gli amanti del genere thriller. 

genere: thriller

anno di pubblicazione: 2025


giovedì 4 dicembre 2025

GIUDA





 GIUDA - Amos Oz

 Recensione di Miriam Donati

 

Shemuel Asch, il protagonista di Giuda di Amoz Oz, è un giovane che, in una Gerusalemme del 1959, a causa del dissesto finanziario della sua famiglia e dell’abbandono della sua ragazza, che decide di sposarsi con il suo precedente fidanzato, lascia gli studi universitari a un passo dalla tesi sulla visione che hanno gli ebrei di Gesù.

Quando sta per lasciare la città, Shemuel vede un annuncio di lavoro: sono offerti alloggio gratis e un piccolo stipendio a uno studente di materie umanistiche che sia disponibile per tenere compagnia a un colto anziano, Gershom Wald, che vive insieme a una donna misteriosa che subito colpisce il giovane, Atalia Abrabanel. È l’inizio per Shemuel di una vita solitaria e ritirata, ma anche di riflessioni e di scoperte, in primo luogo sulle storie e le persone che ci sono con lui in quella casa. Sono storie dolorose quelle che emergono, fatte di perdite e tradimenti.

Il testo, pur essendo narrativo, rasenta spesso la poesia per la capacità prodigiosa di usare le parole, che con evidente raffinatezza sono tradotte in italiano da Elena Loewenthal. L'autore è un maestro di stile, qui a un alto livello: una scrittura austera, priva di fronzoli o leziosità; scrittura che procede senza sforzi, è molto razionale, ricca, pulita e incredibilmente originale in quanto vi è un continuo ritorno di frasi chiave, caratteri e temi principali. Si creano quindi tanti motivi diversi che nel romanzo diventano simboli del personaggio, come ad esempio la fretta di Shemuel o la sua facilità a commuoversi e la ciocca di Atalia che basta da sola a nominarla.

Un libro che parla di tradimento con suggestive rivisitazioni. Traditore è chiunque tenta strade nuove, getta lo sguardo oltre i confini del presente e del convenzionale. Lo fu Abrabanel, padre di Atalia, il cui sogno era un mondo senza confini nazionali, con scuole e istituzioni miste, unica via per impedire un'estenuante opposizione fra ebrei e arabi come lo furono altri personaggi storici che pagarono il loro coraggio e il loro impulso innovativo subendo l'infamia di essere giudicati traditori. Oz sembra voler rievocare e riaffermare la necessità di escogitare un modo nuovo di risolvere il conflitto in Medioriente, che non può eludere la questione di una convivenza fra i due popoli. Al contrario, la fede cieca nelle ideologie e la costituzione di uno Stato contro un altro popolo non potranno che seminare morte e spargere sangue. Come è accaduto al figlio-marito dei due abitanti della casa, fulcro oscuro e tragico delle loro vite.
Per Oz traditore è colui che chiama gli altri a sperimentare strade inedite, ad aggiornare le loro categorie mentali. Non vedendo ciò che il profeta vede, la società tende a cacciarlo, umiliarlo, tacciarlo di tradimento.

Alla meditazione sul tradimento il protagonista arriva attraverso la figura di Giuda che ruba pian piano la scena nella sua tesi, lasciata in sospeso, su Gesù visto dagli Ebrei, una variazione di prospettiva sull’Iscariota come strumento indispensabile in cui l’apostolo diventa per troppa fede vero motore della passione. Giuda diventa il vero protagonista, sul quale Oz indaga con evidente empatia: “in fondo – afferma Shemuel – senza di lui non ci sarebbe stata la crocifissione, e senza la crocifissione il cristianesimo non sarebbe mai esistito”. Quindi chi tradisce veramente e in relazione a cosa?

Proprio l’apostolo divenuto il simbolo del tradimento, colui che la storia ci ha descritto come l’ignobile che vendette il Cristo per trenta denari, viene qui rappresentato in maniera totalmente diversa. Egli fu il seguace più assiduo dell’operato di Cristo, colui che più tra gli apostoli lo aveva amato, il più convinto della sua capacità di compiere miracoli e dunque della sua componente divina. Per nulla dubitando della capacità di Cristo di scendere dalla croce salvo, una volta condannato, lo vendette per quella somma irrisoria di cui lui, ricco, non aveva assolutamente bisogno, certo che il miracolo che il suo Signore avrebbe compiuto scendendo dalla croce avrebbe diffuso il messaggio di bontà e di pace che aveva sempre fin lì predicato. La morte di Gesù, lo scontro con la realtà è il momento più tragico nella vita di Giuda. È la raggiunta dolorosa consapevolezza dell’umanità di Cristo, a cui l’apostolo non può sopravvivere.
Qui il messaggio più importante del romanzo di Oz: se Giuda, universalmente conosciuto come abietto traditore, diffusamente rappresentato come l’ebreo per eccellenza con tutte le sue spregevoli caratteristiche, fosse stato riabilitato agli occhi del mondo intero, in particolare a quelli del mondo cristiano, quante guerre e persecuzioni si sarebbero potute evitare. Perché, e qui Amos Oz è molto chiaro, nella storia, dalle sue origini, gli ebrei sono stati perseguitati più dai cristiani che dai musulmani.
L’argomento è sviluppato in pagine che sanno mischiare l’erudizione a una grande capacità narrativa, ma non prevaricano mai e anzi si fondono con le riflessioni politiche e gli sviluppi personali. Come quasi impercettibile è l’evoluzione dei personaggi, così con lentezza si dispiega la scrittura dell’autore, finendo quasi per avvolgere chi legge con un ritmo leggermente ipnotico: a ciò contribuiscono le frequenti ripetizioni degli stessi concetti (la camminata protesa in avanti di Shemuel, la cura della sua lunga barba oppure la pappa di Sarah De Toledo sono solo alcuni esempi delle situazioni che si conficcano nella memoria) che finiscono per stare a metà strada tra il ritornello e la formula magica. Il risultato è un romanzo complesso che, tra dissertazioni divaganti e sentimenti espressi sottovoce, chiede al lettore un certo impegno, ma che sa senza dubbio ripagarlo: In perfetta sintonia è la conclusione che regala la stessa sensazione di una musica che si va lentamente spegnendo mentre una breve parentesi nella vita dei personaggi si chiude senza rimpianti o quasi.

Si rimane attratti dal lato squisitamente umano della vicenda che porta in primo piano i personaggi così eterogenei tra loro apparentemente, ma tutti accomunati dalla stessa solitudine di fondo. Cinque esseri che in qualche modo sono stati traditi e/o traditori, ma sempre a prescindere dal punto di vista di chi valuta l'azione/reazione e che Oz propone anche col significato di "cambiamento". Il palcoscenico è una casa-scrigno, vero e proprio sancta sanctorum che protegge e opprime i suoi abitanti. Shemuel, giovane studente in crisi di identità che stenta a trovare un cammino alternativo, un senso al suo vivere e al suo essere ebreo e che si raccapezza con la scena di chiusura carica di significato perché è un finale aperto a più interpretazioni. Il vecchio Wald, che cerca disperatamente nelle parole e con le parole di lenire il dolore per il figlio Micah morto orrendamente e della cui fine si sente responsabile. Atalia, giovane vedova di Micah, ammantata di mistero, anima saggia, sensibilissima e sensuale, che per qualche strana alchimia come in un gioco magnetico di poli opposti e non, calamita e nello stesso tempo respinge i giovani maschi di passaggio nella casa, ma anche pragmatica dipendente di un'agenzia di investigazioni che si occupa di indagare sui tradimenti di coppia. Infine Micah il cui agghiacciante destino non può che riportare tragicamente alla mente gli estremismi dei nostri giorni e ultimo Abrabanel, padre di Atalia, voce fuori dal coro e per questo tacciato di tradimento e isolato dai compagni politici. Deciso contestatore della politica di Ben Gurion, con lungimiranza e lucidità aveva sin dalla costituzione dello stato di Israele previsto le guerre che sarebbero derivate dalla contrapposizione con il popolo palestinese. Egli si era più volte pronunciato a favore d’una pacifica convivenza, in una terra senza stati sovrani, dove si potesse realizzare un’integrazione sociale e economica, pur conservando ciascun popolo le proprie tradizioni e la propria fede.
Ogni personaggio è avvolto nel manto della solitudine. Shemuel la brama, come per prendere una pausa dai suoi conflitti, Wald cerca di combatterla attraverso la parola, i dialoghi quasi ossessivi che occupano tutte le sue giornate. Atalia invece s'inserisce in maniera inizialmente sotterranea e si integra e sembra accettare la sua solitudine e prova pietà per tutti gli altri personaggi. Atalia è uno dei personaggi più interessanti perché appare inizialmente superiore alle dipendenze degli altri personaggi: la routine di Shemuel e il bisogno di conversazione di Wald non sembrano interessarle. 
Amos Oz non è in posizione neutrale sulle questioni del suo Paese, anzi ha scritto anche testi di saggistica sull'argomento, per cui le sue idee sono ben conosciute: è un teorico del "compromesso", del "cercare di incontrare l'altro a metà strada"; insomma è un pacifista. Non si pensi, però, che questo libro sia un saggio di idee volte in narrativa; in un'intervista, lo scrittore sostiene un presupposto letterario, che attribuisce a Lawrence: "per scrivere un romanzo bisogna saper presentare con uguale credibilità cinque o sei punti di vista diversi". E qui ci riesce.

Genere: Narrativa

Anno di pubblicazione 2014