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lunedì 9 febbraio 2026

AMSTERDAM

 




Amsterdam - Ian McEwan -

recensione a cura di Patrizia Zara



Ho trovato Amsterdam nel crossing book condominiale, come si trovano certi oggetti dimenticati da qualcuno che aveva fretta di liberarsene. Non conoscevo McEwan, ma già dalle prime pagine ho sentito quell’odore molto english: elegante, tagliente, un po’ snob, come un tè servito con precisione chirurgica da un maggiordomo che ti osserva per capire se meriti davvero la porcellana buona.

La storia parte da un funerale — perché gli inglesi, quando vogliono divertirsi, cominciano sempre da lì — e segue Clive e Vernon, due uomini convinti di essere più intelligenti del resto del mondo. In realtà, pagina dopo pagina, si comportano come due turisti che hanno perso la mappa ma insistono a dire che sanno benissimo dove stanno andando. McEwan li osserva con un’ironia così sottile che a volte ti chiedi se stia ridendo con te o di te.

La trama è una collezione di scelte sbagliate, ambizioni mal calibrate e piccole vendette che crescono come funghi dopo la pioggia. È tutto molto preciso, molto controllato, molto britannico. E sì, anche molto divertente — ma di quel divertimento che non fa ridere, ti fa solo alzare un sopracciglio e pensare: “Eccoli, di nuovo”.

Lo stile è impeccabile, affilato, quasi troppo. A volte ho avuto la sensazione che McEwan fosse così impegnato a mantenere la sua compostezza da dimenticare di lasciar filtrare un po’ di calore. È brillante, certo, ma anche un po’ freddo: come se ti invitasse a cena e poi ti servisse tutto con i guanti, senza mai sedersi davvero al tavolo con te. E qualche passaggio, lo ammetto, scivola nella perfezione un po’ compiaciuta — quella tipica sicurezza inglese che noi italiani guardiamo con un misto di ammirazione e voglia di scompigliare i capelli a qualcuno.

Detto questo, Amsterdam resta un romanzo breve e affilato, che si legge con piacere e con quel sorriso obliquo che nasce quando un autore ti mostra la miseria umana con la grazia di una commedia nera. L’ho trovato per caso, e l’ho finito con la sensazione che il crossing book condominiale, ogni tanto, sappia scegliere per me meglio di quanto farei io.

Se McEwan voleva farmi divertire senza farmi sentire troppo comoda, ci è riuscito. Anche se, da italiana, ogni tanto avrei voluto scuotere i personaggi per farli uscire da tutta quella compostezza. Ma forse è proprio questo il fascino: guardare due inglesi affondare con stile.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2017


lunedì 15 dicembre 2025

LE PIETRE VOLANTI

 




Le pietre volanti – Luigi Malerba -

recensione a cura di Patrizia Zara



"Le pietre volanti non si lasciano afferrare, eppure sono lì, sospese, come pensieri che non trovano pace." 

Ho letto questo romanzo come si ascolta una confessione: in prima persona, con la sensazione che ogni parola fosse rivolta direttamente a me. La vicenda segue un pittore, protagonista e voce narrante, che ripercorre la propria formazione, la nascita della vocazione artistica e la consapevolezza dolorosa che i legami umani sono fragili, destinati a dissolversi. Non ha un nome preciso, perché la sua identità è quella di un artista che vive la tensione tra arte e vita, tra il desiderio di dare forma all’invisibile e la certezza della solitudine. È un personaggio che si muove in un paesaggio visionario, sospeso come le pietre del titolo, simbolo della fragilità dei rapporti e della vacuità dei sentimenti. 

Il titolo stesso racchiude il cuore del libro: ciò che per natura dovrebbe essere pesante e immobile diventa leggero e sospeso, come i pensieri inquieti e le emozioni che non trovano radici. È l’immagine di un’esistenza instabile, di rapporti che non si consolidano, di una solitudine che resta sospesa senza mai risolversi. 

La forza del romanzo sta nella capacità di trasformare un quadro di Fabrizio Clerici in un universo narrativo, nella scrittura elegante e fluida che riesce a dare corpo a un’atmosfera sospesa e visionaria, e nella profondità esistenziale con cui Malerba indaga la solitudine e il dolore dei sentimenti. Non a caso il libro ha ricevuto premi prestigiosi come il Viareggio e il Campiello. Tuttavia, proprio questa intensità può diventare un limite: l’eccesso di introspezione rischia di risultare monotono, la trama appare più contemplativa che dinamica e il tono cupo e disincantato può pesare su chi cerca leggerezza o azione. Lo stile, pur lineare e limpido, è fortemente introspettivo e visionario, capace di rendere tangibile l’immagine pittorica da cui nasce il libro, ma sempre orientato verso la meditazione più che verso l’azione. 

Ciò che colpisce è anche la dimensione filosofica del testo: Malerba non racconta soltanto la storia di un pittore, ma mette in scena un’interrogazione sull’arte e sulla vita. La vocazione artistica diventa un modo per dare forma all’invisibile, ma anche un peso che isola, che separa dal mondo. Le pietre volanti sono allora il simbolo di questa tensione: bellezza e inquietudine, leggerezza e gravità, speranza e disincanto. È un romanzo che non si limita a narrare, ma invita a riflettere, a sostare in uno spazio sospeso dove le domande contano più delle risposte. 

In definitiva, "Le pietre volanti" è un’opera che affascina e inquieta, che premia chi accetta di lasciarsi trasportare in un paesaggio mentale dove le pietre non cadono mai, ma restano sospese, come i pensieri che non trovano pace. È un libro che chiede tempo e disponibilità, ma che restituisce al lettore la sensazione di aver attraversato un territorio interiore unico, fatto di silenzi, visioni e parole che restano a lungo nella memoria.

 
genere: narrativa

anno di pubblicazione: 1992


lunedì 1 dicembre 2025

IL TE' NEL DESERTO

 





Il tè nel deserto - Paul Bowles -

recensione a cura di Patrizia Zara



“La vita è sorprendente. Niente avviene mai nel modo in cui uno s'immagina che debba andare... tutto il nostro sistema filosofico se ne va in pezzi. Ad ogni svolta ci si para dinanzi l'inaspettato.”

Questa riflessione è la chiave d’accesso al mondo di “Il tè nel deserto”: un universo dove le certezze si sgretolano, le aspettative si dissolvono, e resta solo il confronto nudo con l’imprevedibilità dell’esistenza.

Leggere “Il tè nel deserto” è come entrare in un sogno febbrile. Il tempo si dilata, le parole fluttuano tra realtà e allucinazione. La scrittura di Bowles è ipnotica, lenta, incantevole: scivola come il vento sulle dune, insinuandosi nei pensieri e lasciando dietro di sé una scia di inquietudine.

Gli avverbi in -mente, usati con frequenza, scandiscono il ritmo interiore dei personaggi, amplificandone alienazione e smarrimento. “Inesorabilmente”, “assolutamente”, “inesplicabilmente”: non descrivono, evocano. Ogni frase è una vibrazione nel vuoto, un’eco che si perde nel silenzio.

La trama segue Port e Kit Moresby, una coppia americana in viaggio nel Nord Africa. Ma più che un itinerario geografico, è una discesa interiore verso la dissoluzione. Il deserto non è sfondo: è presenza viva, silenziosa, che osserva e trasforma. Bowles lo rende eterno e inquietante, luogo dove il tempo si disintegra e l’identità si smarrisce.

I protagonisti si muovono come ombre, stranieri dentro e fuori di sé. La loro apatia è una corazza, una forma di anestesia emotiva. Come scrive Kit: “Di alcune persone, in quanto tali, non mi sentivo turbata più di quanto non lo sia una statua di marmo dalle mosche che le strisciano sopra.” Un distacco glaciale, che permea ogni pagina.

Port distingue tra turista e viaggiatore: “Il turista non sa dove è stato, il viaggiatore non sa dove sta andando.” È la sintesi perfetta del romanzo. Il turista cerca conforto; il viaggiatore si abbandona all’incertezza. Port e Kit non cercano souvenir, ma smarrimento. Non esperienze, ma dissoluzione. E il deserto li accoglie, li svuota, li annienta.

George Tunner, amico di famiglia, è il terzo incomodo. Apparentemente superfluo, incarna il turista occidentale, rassicurante e superficiale. Ma la sua presenza destabilizza, alimenta tensioni sotterranee, mette alla prova la coppia. Tunner è lo specchio di ciò che Port e Kit rifiutano: la normalità, la fuga dalle domande scomode.

Ed è proprio quando Kit resta sola, svuotata, che avviene la svolta. Dopo aver vissuto come spettatrice della propria vita, osservandola “dalla finestra”, Kit percepisce finalmente di esserci dentro. La sua anestesia emotiva si incrina. “Ogni volta che sto per essere felice mi freno, invece di lasciarmi andare.” Ma ora, nel cuore del nulla, sente che la gioia di esistere è qualcosa che può afferrare. È una rivelazione che non salva, ma illumina. Un momento di lucidità che squarcia il torpore, come un miraggio che brucia gli occhi.

La parte finale è una discesa vertiginosa nel vuoto. Kit, sola nel deserto, attraversa un’esperienza che sfuma i confini tra realtà e delirio. Il paesaggio si dissolve, il tempo si frantuma, la coscienza si espande. È come se “Il tè nel deserto” stesso si liquefacesse, diventando visione, febbre, trance. Il lettore non assiste: viene risucchiato.

Il film di Bernardo Bertolucci ne amplifica l’atmosfera rarefatta con immagini sontuose e una colonna sonora che vibra come il caldo sulle pietre. Debra Winger e John Malkovich incarnano perfettamente la fragilità dei personaggi, mentre il deserto diventa protagonista assoluto, specchio dell’inquietudine esistenziale.

“Il tè nel deserto” non è una lettura: è un’esperienza. Ti trascina fuori dalla tua zona di conforto, ti fa assaporare il vuoto, il silenzio, l’assenza di senso. Bowles non offre una storia, ma un rito di passaggio. Un invito a perdersi, a lasciarsi scomporre, a confrontarsi con l’assenza di direzione.

In fondo, è una meditazione sull’impossibilità di comprendere l’altro, sull’illusione del controllo, sull’incontro con il nulla. E in quel nulla, qualcosa si muove. Forse noi stessi.

Sono stata completamente risucchiata dalla “non trama”. Più la narrazione sembrava sfuggente, più mi sentivo incollata alle pagine. Non riuscivo a staccarmi, come ipnotizzata da un miraggio che si allontana ogni volta che cerchi di afferrarlo. Eppure, in più di un passaggio, mi è balenato un pensiero ironico — che forse tutti i protagonisti fossero, in fondo, pazzi. Non nel senso clinico, ma in quello più radicale: alienati, disgregati, incapaci di aderire a qualsiasi logica condivisa. E proprio questa follia sottile, questa deriva mentale che si insinua sotto la pelle, è ciò che rende “Il tè nel deserto” così magnetico. È un romanzo che non racconta, ma assorbe. Non spiega, ma disorienta. E io, lettrice smarrita, non ho potuto fare altro che lasciarmi trascinare.


genere: narrativa


lunedì 29 settembre 2025

L'ELEGANZA DEL RICCIO

 





L'eleganza del riccio - Muriel Barbery -

recensione a cura di Patrizia Zara


Recensire un romanzo su cui si è già detto tutto non è impresa semplice. Per questo eviterò di soffermarmi su trama e stile, e mi concentrerò su alcune considerazioni personali, non prive di contraddizioni.

A prima vista, il romanzo appare incongruente, persino insensato, se lo si analizza con occhio pratico: che senso ha possedere una cultura sterminata se questa non ti solleva dalla tua condizione sociale? A cosa serve un'intelligenza brillante se ti conduce a contemplare il suicidio? Ecco il nodo che non riesco a sciogliere.

La portinaia resta portinaia: chiusa nel suo mondo grigio, inacidita, si prende gioco di una società ottusa e incapace di riconoscere la bellezza. La ragazzina, invece, finge mediocrità mentre è geniale, lucidissima. Ma davvero può essere così lucida a dodici anni? Se pensa al suicidio, non è forse il segno più evidente di una fragilità ancora acerba?

Che la società si nutra di stereotipi è cosa nota. Che si abbeveri alla coppa dell’ipocrisia, lo sappiamo da Pirandello in poi. Ma queste due “meravigliose” creature, cosa fanno se non rinchiudersi nel loro guscio, sottolineando proprio lo stereotipo che vorrebbero rifiutare? Non finiscono forse per alimentare quella stessa ipocrisia sociale che le soffoca?

Il dilemma filosofico: essere o apparire

Il romanzo si muove sul crinale dell’eterno conflitto tra ciò che si è e ciò che si mostra. Appaio come la società mi impone: una portinaia rozza e ignorante, una ragazzina disturbata dalle classiche turbe adolescenziali. Ma il mio “essere” è altro, altrove.

E non sono solo loro a non essere comprese. Tutti i personaggi, incastrati nella loro cornice sociale, sembrano inadeguati, incapaci di comunicare, di evolvere. Da qui la mia conclusione: il romanzo, per quanto raffinato, non risolve nulla. Ti lascia con un senso di frustrazione, un sapore amaro in bocca. Ti fa arrabbiare per il suo squallore, tanto pratico quanto filosofico. Eppure ha un pregio: ti sbatte in faccia la certezza che il divario tra essere e apparire è destinato ad allargarsi, con tutto il carico di disagio e incomprensione che ne deriva.

Ma c’è un “ma” – ed è positivo

In una società che sembra condannata a crescere in mediocrità e ristrettezza, i due protagonisti, a differenza degli altri, riescono a costruirsi una dimensione parallela. Un rifugio che li soddisfa, che consente loro di sopravvivere nel deserto sociale che li circonda.

Ed è lì, in quell’angolo nascosto, che avviene l’incontro: anime affini che creano mondi alternativi, dove vivere diventa finalmente possibile. Non so dirvi altro.


genere: narrativa

anno di pubbblicazione: 2007

 


lunedì 22 settembre 2025

IL GUADO

 




Il Guado - Fabio Capezzone –

recensione a cura di Patrizia Zara


“A Roma, pure ‘na pietra te guarda storto se nun la rispetti.”

Per evitare che la Bocca della Verità, incastonata nella Basilica di Santa Maria in Cosmedin, possa stringermi la mano in un morso di rimprovero per non aver detto il vero, questa recensione nasce dal cuore, con la sincerità che si deve a un autore romano verace e, soprattutto, a Roma stessa.

"Il Guado" di Fabio Capezzone è molto più di un libro: è un atto d’amore verso la Città Eterna, un invito a camminare — fisicamente e spiritualmente — lungo le sue vene più antiche, quelle che scorrono sotto la superficie del quotidiano. La scrittura è fluida, colta ma mai pedante, e riesce a trasportare il lettore in un viaggio che è al tempo stesso reale e simbolico. Si respira Roma in ogni pagina: non quella da cartolina, ma quella viva, stratificata, che pulsa sotto i sampietrini e tra le pieghe della memoria collettiva.

Il protagonista, il professor Remigio — alter ego trasparente dell’autore — è una guida appassionata e ironica, che accompagna un gruppo di studenti in un itinerario archeologico e umano. Ma ciò che inizia come una semplice gita scolastica si trasforma in un’esperienza sospesa tra storia e mistero, dove il passato riaffiora con forza e l’imprevisto tiene il lettore con il fiato sospeso sino all'ultima pagina.

Capezzone riesce in un’impresa rara: rendere accessibile la complessità storica e culturale di Roma senza mai banalizzarla. Il suo sguardo è quello di chi conosce ogni pietra, ma continua a stupirsi come fosse la prima volta. E questo stupore è contagioso.

E poi c’è quel dettaglio, apparentemente secondario, che invece si rivela il cuore pulsante del mistero: la casula scomparsa.
Un oggetto liturgico, certo, ma anche simbolico, che si dissolve nel nulla durante la visita, lasciando dietro di sé un’eco di interrogativi e suggestioni. È proprio in quel momento che il racconto cambia passo, e il lettore si ritrova a camminare non solo tra le rovine, ma anche tra le pieghe dell’invisibile. Capezzone gioca con il confine tra realtà e leggenda, e lo fa con la grazia di chi conosce il potere delle cose perdute.

Come scrive lo stesso autore: “Roma non si lascia spiegare, si lascia attraversare. E ogni attraversamento è un guado: incerto, necessario, rivelatore.” Una frase che racchiude l’essenza del libro e il senso profondo del viaggio che ci propone.

Se ami Roma, o se vuoi scoprirla con occhi nuovi, "Il Guado" è un passaggio obbligato. E se la Bocca della Verità dovesse leggere queste righe, sono certa che mi lascerebbe andare con un sorriso. 

E per concludere, una dedica sentita e intrisa di rispetto e gratitudine all'autore;

A Fabio Capezzone, penna di inesauribile talento e custode poetico dell’anima di Roma, il mio più sincero grazie per averci donato un libro che è al tempo stesso ponte, specchio e sogno; sogno di ciò che Roma era, con la sua grandezza che pareva eterna, e sogno di ciò che resta: frammenti vivi di bellezza, custoditi nella pietra, nell’eco dei nomi antichi, nei silenzi che ancora raccontano. Un sogno mai finito, che continua a camminare insieme a chi sa guardare.

“A Roma, er passato nun dorme: te guarda, te giudica… e se je giri le spalle, te segue pure.”


genere: saggio

anno di pubblicazione: 2025


lunedì 15 settembre 2025

IL TAILLEUR GRIGIO

 



Il tailleur grigio - Andrea Camilleri -

recensione a cura di Patrizia Zara


Cercavo un libro che, in poche pagine, racchiudesse una storia intensa e autentica — siciliana, per intenderci — da portare con me nel weekend. Qualcosa che non mi impedisse di godermi le meraviglie di Giardini Naxos: le sue spiagge dorate, le stradine medievali che sembrano sussurrare storie antiche, i palazzi nobiliari che resistono al tempo, le chiese che profumano d’incenso e pietra, e il maestoso Teatro Greco di Taormina, dove il mito e la bellezza si fondono in un abbraccio eterno.


Ho scelto un Camilleri degli esordi, e non ho sbagliato.

"Il Tailleur grigio" è una novella che si legge tutta d’un fiato, ma lascia il retrogusto di qualcosa di più profondo. Il protagonista — senza nome, ma non senza identità — sembra anticipare il celebre Commissario Montalbano, con quella miscela di introspezione, ironia e senso della giustizia che diventerà il marchio di fabbrica dell’autore. La lingua è un impasto saporito di italiano e dialetto siciliano, come una granita al limone con un pizzico di sale: rinfrescante, ma con carattere.

Camilleri gioca con il mistero, con l’ambiguità, con il confine sottile tra verità e apparenza. Il tailleur grigio, simbolo di eleganza e anonimato, diventa il filo conduttore di una storia che parla di desiderio, potere, e forse anche redenzione.

Consigliato per chi cerca una lettura leggera ma non banale, perfetta da infilare in valigia tra un costume e un paio di occhiali da sole.

“Dicono che i gatti abbiano sette vite, ma l’uomo… quante ne può avere?”


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2008


lunedì 8 settembre 2025

SIDDHARTHA

 




Siddharta - Hermann Hesse -

recensione a cura di Patrizia Zara



Se avessi letto questo piccolo racconto in giovane età, sono convinta che lo avrei idealizzato con l’ardore e l’irruenza dell’inesperienza, e avrei capito solo ciò che volevo capire, con l’arroganza che contraddistingue la verde stagione della vita.

La saggezza non si può insegnare: bisogna attraversare le vie dell’esistenza, scandite dal tempo, imposte dal destino, dal fato, volute dal libero arbitrio. Occorre percorrere le strade della ribellione, dell’esaltazione, delle gioie e dei dolori, della rabbia e della rassegnazione, per comprendere che la vita è un ciclo incessante che gira e rigira, fino a ritornare al punto di partenza. E lì, con la sola consapevolezza — dolce e amara — si riesce a godere ciò che si è perduto lungo il cammino: ciò che non si è potuto comprare, perché la natura della vita, dentro e fuori di ognuno di noi, non ha prezzo.

Non si può acquistare il senso della vita, di ogni vita terrena. La vita si può solo assaporare, ascoltare, comprendere e accettare.

“Son dovuto passare attraverso tanta sciocchezza, tanta bruttura, tanto errore, tanto disgusto e delusione e dolore, solo per ridiventare bambino e poter ricominciare da capo. Ma è stato giusto, il mio cuore lo approva, gli occhi miei ne ridono.”

"Siddharta" è un racconto che va letto al tramonto — metafora di una vita vissuta — su una sedia a dondolo, sorseggiando una tisana tiepida. 
“E in te c’è il silenzio, un riparo nel quale puoi rifugiarti in ogni momento e rimanervi a tuo agio.” 
In quel silenzio, ci si sente inondati dal passato, sfiorati e avvolti a un tempo da tutte le età della vita.

Hermann Hesse ci conduce attraverso un mondo di parole e silenzi, un viaggio che non ha confini geografici, ma si snoda nei meandri dell’anima. 
"Siddharta", il nome che danza tra le pagine, è un richiamo all’eternità. Il suo cammino non è solo un viaggio nel tempo e nello spazio, ma un’immersione profonda nell’essenza stessa dell’esistenza umana.

Hesse, con la sua prosa lirica, ci svela il segreto: *Siddharta* è ogni uomo, ogni donna, ogni anima in cerca di significato. Attraverso le sue avventure, scopriamo che la saggezza non è una meta da raggiungere, ma un fiume da attraversare. Un fiume che scorre dentro di noi, tra le rive dell’ignoto e della comprensione.

Il giovane Siddharta, con gli occhi aperti come petali di loto, abbandona la sua vita dorata per cercare la verità. Incontra asceti, amori, e il Buddha stesso. Ma è nel silenzio di un fiume, nell’ascolto delle sue acque, che trova la risposta. Non nei libri sacri, né nelle parole degli altri, ma nel battito del suo cuore.

La sua ricerca non è solo spirituale, ma anche sensuale. Kamala, la cortigiana dai capelli d’oro, gli insegna l’amore e la passione. Eppure, Siddharta sa che l’ebbrezza dei sensi è solo un velo, un riflesso sulla superficie del fiume. L’essenza è più profonda, come le radici degli alberi che si intrecciano sotto l’acqua.

Vasudeva, il barcaiolo saggio, diventa il suo maestro. In silenzio, tra le onde, Siddharta impara l’arte dell’ascolto. Non solo delle parole, ma anche del respiro del mondo. E quando il figlio di Siddharta, giovane e ribelle, si allontana, è Vasudeva a mostrargli la via: 
“Ascolta il fiume, ascolta il vento, ascolta il tuo cuore.”

"Siddharta"non è solo un romanzo, ma un canto, un mantra che risuona nel tempo. È un invito a cercare, a danzare tra le ombre e le luci della vita. A scoprire che la verità è un mosaico di esperienze, un tappeto tessuto con fili d’oro e d’argento.

“Il mondo, caro Govinda, non è imperfetto o impegnato in una lunga via verso la perfezione, è perfetto in ogni istante. Ogni peccato porta in sé la grazia, tutti i bambini portano già in sé la vecchiaia, tutti i lattanti la morte, tutti i morenti la vita eterna.”

E così, mentre chiudo il libro, sento il fiume dentro di me. Le sue acque mi portano verso l’infinito, e il cuore batte al ritmo di "Siddharta". Non ho letto queste parole prima, ma le ho sempre conosciute. Sono il richiamo dell’anima, il viaggio senza fine.


genere: narrativa


 


lunedì 25 agosto 2025

LA FELICITA' DEL CACTUS

 




La felicità del cactus – Sarah Haywood -

recensione a cura di Patrizia Zara

 

“Così ostiche e coriacee, adoro le piante grasse, la loro beffarda strafottenza, l’essere burbere per non concedersi alle carezze di chiunque. Eppure, a dispetto della loro atavica ruvidità, ti sorprendono improvvisamente, incastonando delicate grazie floreali tra aculei indisponenti. Un po’ come me.” 
(Michelangelo Da Pisa)

Proprio per lo stesso amore che Michelangelo nutre per le piante grasse, ho deciso di leggere "La felicità del cactus".
Non mi aspettavo, sia chiaro, un grande romanzo, ma almeno una lettura piacevole, con protagonista una figura coriacea, metaforicamente accostata alle piante grasse.

Mi aspettavo una storia simpatica, velata di filosofia di vita, con qualche accenno psicologico e un umorismo garbato. 
E invece… niente.

Un romanzetto da quattro soldi, come avrebbe detto mio padre. 
Una protagonista sconclusionata nella sua presunta indipendenza, circondata da personaggi sopra le righe, privi di spessore e già visti mille volte. 
Una storiella stupidamente inglese, figlia bastarda de "Il diario di Bridget Jones".
La trama è così prevedibile da sembrare riciclata. Alcune scene sembrano prese di peso da altri romanzi simili o da qualche commedia da domenica pomeriggio. Che fantasia!?
Una semplice esercitazione linguistica, nulla più. La scrittura è fluida, almeno questo glielo concedo. 
E vabbè, ci sta.

Ma mi chiedo: com’è possibile che molte scrittrici inglesi emergenti vengano così celebrate, pur scrivendo sempre le stesse cose? 
Potere dell’editoria.

Mi scuso con i cactus, relegati a un ruolo marginale in questo libricino. 
Spero che la loro superiorità non impedisca loro di fiorire in questo mondo spesso così banale. 
So io quanto è preziosa e rara la fioritura di un cactus. Altroché.

“Era tutto così irrilevante da risultare offensivo.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2019





lunedì 28 luglio 2025

DIVORARE IL CIELO

 




Divorare il cielo - Paolo Giordano - 

recensione a cura di Patrizia Zara



Con questo romanzo ho concluso definitivamente la mia avventura letteraria con Paolo Giordano. Dopo "La solitudine dei numeri primi"— accattivante solo nel titolo — e l’insipido "Il corpo umano", ho letto "Divorare il cielo" non per masochismo né per concedere una terza possibilità all’autore, ma per qualcosa di molto più prezioso: per amicizia. Se volete, per amore.

Il libro mi è stato donato da una mia amica speciale, con l’invito semplice e dolce: “Leggilo e poi lo commentiamo insieme”. Quelle parole mi hanno scaldato il cuore. Condividere qualcosa — anche un libro che non si ama — con una persona cara è già di per sé un’esperienza meravigliosa.

Lei non è un'amica qualunque: sa ascoltare, non giudica, non impone. Con la sua calma disarmante si può parlare di tutto, persino di un romanzo che, per quanto mi riguarda, nella trama e nella sua costruzione narrativa, ha rappresentato il vuoto assoluto.

A lei è piaciuto. Si è immedesimata in Teresa, nella passione travolgente (e per me profondamente malsana) verso Bern, e nella semplicità rurale di una vita in masseria, immersa nella natura. È romantica, passionale, pura.

A me invece ha confermato l’impressione di uno scrittore mediocre, celebrato nei salotti letterari più chiacchieroni. La scrittura è confusa e melmosa, la storia sconclusionata e priva di energia. Troppi temi, sparati a caso: ribellione adolescenziale, inseminazione artificiale, ambientalismo e molto altro, come se bastasse accumulare spunti per fare letteratura.

La gestione dello spazio e del tempo è snervante, i periodi fantasiosi al punto da offendere l’intelligenza, i dialoghi ridicoli e tediosi da divorarmi i nervi — altro che il cielo!

I personaggi? Inconsistenti, caricature che trasmettono il nulla. Pietoso.

Eppure, ho terminato la lettura. L'ho fatto per lei, che mi aspettava con il suo caffè fumante e le sue torte soffici fatte in casa. E alla fine, tra una risata e l’altra, abbiamo celebrato quanto si possa essere diverse eppure stare bene insieme.

Di questo, in fondo, devo ringraziare Giordano: ci ha regalato un momento di complicità e allegria.

"Alla prossima occasione, ti regalo un altro libro. Così abbiamo modo di ridere ancora insieme". Che splendida persona.

Meglio di così, davvero.

“L’amicizia, quella vera, è il segno che l’umanità non si è ancora estinta”


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2018

 


lunedì 14 luglio 2025

LA CASA SUL FIUME

 




La casa sul fiume - Lena Manta -

recensione a cura di Patrizia Zara



Premesso che difficilmente scelgo di leggere saghe familiari che di solito (almeno quelle che ho letto finora), se non scritte da una mano talentuosa scadono in un rosa più che sbadito, e romanzi etichettati come "narrativa femminile" proprio per lo stesso motivo del rosa déjà-vu.
Più leggo e più mi rendo conto che preferisco romanzi che non hanno etichette di genere e toccano aspetti più ampi, che scavano nel profondo.
Ma è estate, c'è caldo e il cervello con i suoi ingranaggi fa fatica ed è bene non sforzarlo più del dovuto.
Per tale ragione mi sono convinta che è meglio lasciarsi trascinare da una storia senza troppe riflessioni, enigmi, considerazioni.
Ecco perché, pur sapendo di trovarmi di fronte a un romanzo esclusivamente romantico e passionale, ho intrapreso la lettura de "La casa sul fiume" della scrittrice greca Lena Manta (questo mi ha incuriosita - vediamo come scrivono le scrittrici greche).
Il romanzo praticamente è diviso in tre parti ideali: un antefatto, un corpo centrale suddiviso in cinque capitoli e quello finale. Nell'antefatto troviamo l’intesa storia d’amore della coriacea Teodora e la nascita delle sue cinque figlie. Le ragazze nascono e crescono, fino all’età da marito, in un villaggio greco piccolo e senza prospettive alle pendici del monte Olimpo, dimora degli dei, e attraversato da un fiume dove, secondo un'antica leggenda, la dea dell'amore, Afrodite, faceva il bagno. La loro casa è proprio sul quel fiume.
Le cinque ragazze crescono belle e forti e possiedono tutte un fascino irresistibile e ammaliante proprio come la loro mitica antenata ma sono anche capricciose e inquiete perché desiderose di conoscere la vita oltre il piccolo villaggio. Piccole anime affette da bovarismo.
A questo punto, dopo che una dopo l'altra conquista il cuore del forestiero di turno giunto per caso nel loro piccolo villaggio, intraprendono ognuna il proprio percorso così come avevano sognato. Diventano ricchissime e coltissime e anche famose.
E così ognuno di loro avrà il suo capitolo: Melissanthi, Iulìa, Aspasìa, Polixeni, Magdalini, fino a giungere all'ultimo paragrafo "Il ritorno".
L'inizio risulta piacevole di alte prospettive e si lascia leggere con molta facilità e con una certa trascinante curiosità sebbene pieno di luoghi comuni e cliché. Sorvoliamo.
Purtroppo dopo qualche capitolo il tutto comincia a scadere in una forma ripetitiva fino al limite del banale.
L’epilogo è illeggibile, inverosimile, ridicolo.
Peccato. Peccato perché lo stile non è per nulla scipito, anzi a volte è molto articolato per il genere trattato. Bastava non esagerare con le ripetizioni, con gli aspetti rutilanti di passione e rendere il ritorno più credibile senza scadere in una favoletta quasi al limite dell'offensivo. Una Sveva Casati Modignani greca!
Mi sa che lo regalerò a qualcuna che ama il genere.
Periodicamente ci casco che vi devo dire anch'io ho un animo femminile che cerca disperatamente di immergersi nei sogni, quelli improbabili che al risveglio lasciano inevitabilmente l’amaro in bocca
Alla prossima caduta libera.
Lo consiglio? Non lo so. Se ha venduto 2/milioni di copie (così dicono) fortunatamente non siamo tutti uguali.

"Perché anche se vai lontano, ci sarà sempre qualche posto ancora più lontano. Se ti arrampichi in cima a una montagna, vedrai che accanto ce n’è una ancora più alta. Così a un certo punto si sente il bisogno di mettere radici da qualche parte"


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2020

 


lunedì 30 giugno 2025

LA MAGIA DI UN BUONGIORNO

 




La magia di un buongiorno - Massimo Gramellini -

recensione a cura di Patrizia Zara


Il caffè annacquato della letteratura consolatoria

L'ho trovato lì, sullo scaffale del nostro book cross condominiale, tra i manuali di mindfulness e i romanzi rosa di terza scelta. "La magia di un buongiorno" sembrava promettere ispirazione e profondità. Peccato che, una volta aperto, si riveli più simile a un calendario motivazionale che a un libro vero e proprio.

Gramellini compone la sua raccolta con una formula ormai rodata: piccole pillole di pensieri pseudofilosofici, impreziosite da un’ironia da salotto e quel tono paternalistico che ti fa sentire come se stessi ricevendo consigli da un parente che non hai mai chiesto. Ogni storia è così breve che, se sbatti gli occhi, potresti perderti tutto il senso—ammesso che ce ne sia uno.

Certo, la prosa è elegante, il lessico curato. Ma tutta questa bella forma fatica a mascherare il vuoto di sostanza. È come se l’autore dicesse molto... senza dire davvero niente. Le storie puntano a essere universali, ma scivolano spesso nella banalità rassicurante: tutto è sempre colpa della fretta, della modernità, o del cinismo altrui. Una diagnosi che ormai conosciamo bene—il problema è che Gramellini non offre mai una vera cura, solo pacche sulla spalla.

E qui sta il punto: il libro non disturba, non provoca, non fa pensare davvero. Ti accompagna come la voce della sveglia che ti dice "su, su, sarà una bella giornata"—ma non ti prepara certo a ciò che troverai fuori dalla porta.

Voto: 3/5 stelle (perché scrive bene, ma dice poco)


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2015


lunedì 23 giugno 2025

CAOS CALMO

 




Caos Calmo - Sandro Veronesi -

recensione a cura di Patrizia Zara



Ho sempre sospettato che la vita si regga su una trama invisibile di coincidenze. Forse non sempre – l’eccezione è parte della regola, dopotutto – ma col passare degli anni questa idea si è fatta più nitida. Perché la vita è davvero così. Oppure, più verosimilmente, perché io ho imparato a guardarla con occhi diversi, più attenti, più affilati. L’età, si sa, è un faro impietoso che rivela connessioni prima ignorate, e il disincanto spesso si veste d’ironia.

Per questo, trovare "Caos Calmo" sul comodino di una camera d’albergo mi ha provocato un sussurro interiore: “Guarda che coincidenza!”. Curioso, perché quel titolo mi era familiare, eppure non avevo mai sentito il desiderio di leggerlo. Anzi, l’avevo accuratamente evitato, per ragioni che a ben vedere tanto misteriose non sono. Il sospetto ha un nome e un volto: Nanni Moretti. 
Avranno anche detto che è un ottimo attore, ma a me – confesso – provoca un’irritazione epidermica, soprattutto per quell’intonazione sempre un po’ affettata da intellettuale incartapecorito. 
Dunque, leggere "Caos Calmo" significava rischiare una lettura “inquinata” da quel fantasma cinematografico. Non il miglior punto di partenza.

Eppure, come dicevo, la vita è fatta di conti da regolare. E il libro, con il suo titolo ossimorico, era lì. Ho iniziato a leggerlo. 
E qualcosa è successo.

Sin dalle prime pagine, sono stata catturata dallo stile: un monologo interiore che si riversa fluido, come un ruscello imprevisto, tra memoria involontaria e associazioni spontanee. E così, finalmente, ho incontrato Pietro Paladini. Non l’ombra cinematografica, ma l’uomo, nudo e disarmante, sulla pagina.

Pietro, manager di successo, si trova a salvare una donna in mare proprio nell’istante in cui sua moglie muore. Da lì, si spalanca il caos. Ma è un caos silenzioso, vischioso, inespresso. Un cortocircuito tra logica e inconscio che lo porta a ritirarsi dal mondo, ufficialmente per proteggere la figlia, Claudia. In realtà – lo capiamo presto – per assecondare un senso di colpa che lo immobilizza.

“Ormai è il mondo, stellina, a non essere normale...”

È forse questa la chiave più lucida del romanzo: Pietro costruisce attorno a sé una bolla, un microcosmo statico, fermo accanto alla scuola della figlia, dove trascorrerà mesi. Un eremo urbano in cui il dolore non esplode – "è" la bolla stessa. 
Attende, osserva, si sottrae. E nel farlo, ci mostra le vite degli altri, satelliti inconsapevoli che gravitano intorno al suo silenzio. Uomini potenti, donne aggressive, tutti in fuga dalle loro ombre. E nell’orbita di Pietro, tutto si riduce, perde volume, si smaterializza.

Claudia – limpida, concreta, sorprendente – è l’unica voce capace di dirci la verità senza ferirci. Perché i bambini sanno, e non hanno bisogno di parole complicate per mostrarcelo.

"Caos Calmo" è un romanzo che disarma, non con la trama, ma con lo sguardo. È una riflessione ininterrotta sul dolore che non grida, sulla sospensione delle responsabilità come atto radicale e sul tentativo, fragile ma tenace, di ricucire il senso nelle crepe della quotidianità.

Buona lettura.

P.S. Ora mi tuffo in "Il colibrì". Sperando non voli via troppo in fretta. 


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2020


lunedì 16 giugno 2025

LA FABBRICANTE DI STELLE

 




La fabbricante di stelle - Melissa Da Costa -

recensione a cura di Patrizia Zara



“Le lacrime non sono deboli. Sono pioggia che feconda il cuore quando sta per diventare deserto.”– Christiane Singer

Ci sono libri che non si leggono: si vivono, si accolgono come si accoglie una stagione dell’anima.
“La fabbricante di stelle” di Melissa Da Costa è una di quelle letture che entrano piano, con la delicatezza di una carezza sul viso, ma poi restano per sempre, come i sogni che da piccoli ci aiutavano a respirare quando il mondo faceva paura.

Arthur è lì, nel ventre sospeso di una sala d’aspetto d’ospedale, in attesa della nascita di sua figlia. Ma in realtà non è solo. Con lui ci sono mille emozioni, e soprattutto un ricordo: quello di una madre vestita di favola, Clarisse, che ventitré anni prima gli aveva detto addio con parole da stella cadente. Non “vado via”, ma “parto per Urano, per colorare il cielo e costruire nuove stelle”. Un’ultima bugia dolcissima, inventata per non spezzare il cuore di un figlio.

In quella strana estate sospesa nel tempo, Clarisse aveva regalato a suo figlio attimi eterni, ritagliandoli come piccoli miracoli tra la realtà e il sogno: storie di galassie lontane, promesse dipinte nella notte, e una richiesta struggente— "Se vedrai una mia lacrima, raccoglila. Va posata ai piedi dell’albero della musica, perché ogni dolore può diventare melodia.”

È in questi frammenti che Arthur si rifugia mentre attende. E il passato si intreccia con il presente, in un ricamo di memorie e nuove speranze. C'è qualcosa di magico, di sacro, in questo alternarsi di nascita e separazione. Una madre che parte, una figlia che arriva. Un cuore che si rompe, un’anima che si amplia.

Il romanzo non ti prende solo per mano: ti trascina dolcemente nell’abisso luminoso del sentire. Ogni pagina è un battito, ogni frase è una carezza bagnata di nostalgia. È uno di quei libri che ti lascia spogliato e pieno al tempo stesso, con l’anima trafitta ma anche grata per il dolore che riconnette alla verità più profonda: l’amore, quello vero, non finisce. Semplicemente cambia forma.

“La fabbricante di stelle” non è solo una storia. È un canto silenzioso per chi ha perduto, un faro per chi attende, una costellazione cucita con lacrime e sogni. 
Leggerlo è come tornare bambini per un attimo. 
È lasciarsi consolare da una bugia luminosa. 
È dire a se stessi, senza vergogna:

“Anch’io voglio credere che mia madre sia su Urano a dipingere le stelle.”

Sì, questo libro è un balsamo per chi ha conosciuto il vuoto dell’assenza.

Lo consiglio a chi ha perso una madre, un padre, una persona che ha lasciato un’orma profonda e ancora viva nel cuore.
A chi, anche da adulto, sente la necessità di credere che chi se ne è andato non sia scomparso, ma semplicemente partito per un’altra galassia. 
A chi ha avuto un addio senza risposta, e cerca conforto in una bugia bella, piena di luce, come quella di Clarisse.

Ma anche a chi non ha subito una perdita concreta ma sente la nostalgia di qualcosa che non sa nominare.
A chi ama i racconti che parlano alla parte più fragile e tenera di noi. 
A chi ha bisogno di una storia semplice e struggente, che scavi con delicatezza e lasci germogliare qualcosa di nuovo.

“La fabbricante di stelle” non consola solo: trasforma il dolore in poesia, la mancanza in musica. 
È una carezza per chi vuole ancora credere che le lacrime abbiano un senso, anche quando sembrano cadere nel vuoto. 


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

lunedì 9 giugno 2025

UN MATRIMONIO IDEALE E ALTRE NOVELLE

 




Un matrimonio ideale e altre novelle - Luigi Pirandello -

recensione a cura di Patrizia Zara



Luigi Pirandello è impossibile da non amare. Non mi stanco mai di leggerlo. È un interprete straordinario di un linguaggio che si rinnova a ogni lettura: diretto e capace di trasmettere l’angoscia—più o meno esplicita—dei suoi personaggi senza filtri ipocriti o fuorvianti. Il tutto avvolto in un turbinio di flussi di coscienza, tra allegoria, umorismo e bizzarria.

Nessuno, proprio nessuno, ha saputo descrivere il teatrino delle esistenze come lui. Pedine scomposte su una scacchiera, frantumate nella loro fragile e apparente unicità. Impossibile eguagliarlo, imitarlo, figuriamoci superarlo. E, nonostante il tempo e il progresso, la sua opera resta di una modernità sconvolgente.

Le sette novelle raccolte in *Un matrimonio ideale* sono ciascuna straordinaria a modo suo. Il filo conduttore? Il rapporto coniugale e gli elementi amaramente unificanti di ogni storia: l’assenza d’amore, la mancanza di felicità, l’incomprensione, l’incapacità di coniugare ciò che è con ciò che si porta dentro.

La vita è un impasto di farsa e commedia degli equivoci, un miscuglio sorretto dal "sentimento del contrario", da cui deriva un incredibile gioco di umorismo scenico. Tra il grottesco e il bizzarro si insinua il dramma.

Mi ricorda quando, alle medie, a fine anno si metteva in scena una delle favole più famose in lingua francese o inglese ("Cenerentola", "Biancaneve"...) e si assegnavano i ruoli. Avrei voluto essere la principessa indifesa, con lo sguardo dolce e puro di un cerbiatto ferito. Mi sentivo così.

E invece, ahimè, la mia statura fuori dall’ordinario, i lineamenti forti e mediterranei, gli occhi neri, le sopracciglia arcuate, le labbra sottili, mi condannavano sempre a interpretare la strega cattiva o la regina dispotica. Ma come far capire che detestavo quei ruoli? Gli altri mi vedevano così, e c’era poco da fare.

A un certo punto mi sono arresa, adattandomi. Ho creduto fosse il mio destino, la mia maschera, la mia etichetta sociale. Eppure dentro di me continuavo a domandarmi: perché l’esteriorità non combaciava con l’interiorità? Perché ognuno vede ciò che vuole, secondo i canoni imposti dalla società, incasellando tutto in etichette? Non lo comprendevo allora, e non lo comprendo neppure ora.

Del resto, nulla è cambiato: quanti attori portano il loro personaggio più famoso sino alla tomba, perdendo ciò che erano stati realmente? Mi viene in mente, così estemporaneamente, "Rock Hudson", per chi se lo ricorda.

> "Era una spina, questa, per la signora Rossana: il concetto, cioè, che tutti, non il marito soltanto, s’erano formato di lei, ch'ella fosse esagerata. 
> Questo concetto dipendeva, a suo credere, dalla disgrazia comune a tutta la famiglia, la soverchia altezza. 
> Della sua, la signora Rossana aveva un dispetto acerbo e smanioso, perché le impediva di essere, come avrebbe voluto e come dentro di sé si sentiva, una gattina sentimentale. Così lunga soffriva, soffriva tanto; ma nessuno voleva credere ai suoi languori, alle sue sofferenze; e tutti, sorridendo, le rispondevano: - Via via, signora Rosanna, esagerazioni!" ("Un matrimonio ideale")

Grandioso, immenso Pirandello. Genio assoluto nel ridicolizzare il cerimoniale delle convenzioni e del conformismo, nel disintegrare certezze, verità assolute e realtà visiva.

Nessuno, proprio nessuno, è davvero qualcuno. Ognuno di noi può essere centomila volti in uno—e nessuno. Riflessi di un’identità che si specchia in un mare infinito di solitudine.

Le sette novelle:
1. Un matrimonio ideale
2. Tutto per bene
3. Prima notte
4. Pensaci, Giacomino!
5. Quando s’è capito il gioco
6. Stefano Giogli, uno e due
7. L’uscita del vedovo


genere: narrativa

 


lunedì 26 maggio 2025

CIRCE

 




Circe - Madeline Miller -

recensione a cura di Patrizia Zara



Fin dalle prime pagine, una sensazione indefinibile e sgradevole mi ha assalito, come se stessi assistendo a un'opera di demolizione forzata e ricostruzione posticcia. Le parole sembrano esercitare una pressione fastidiosa, un'intrusione indebita nei cardini intoccabili di un mito che dovrebbe restare tale: puro, enigmatico, grandioso.

E più avanzavo nella lettura, più questa sensazione cresceva, lasciando spazio a un'esclamazione inevitabile: **"Ma che grande americanata!"** 
Il fascino ammaliante di Circe ridotto a una poltiglia insipida: una ragazzetta complessata e vendicativa, schiacciata da cliché abusati. Il padre assente, la madre egocentrica, le sorelle gelose e pettegole, gli zii corrotti dal lusso e dai vizi… sembra la sceneggiatura di un dramma familiare da quattro soldi. Quando poi la "maga" si trasforma in madre single alle prese con un figlio ribelle in crisi d’identità, il quadro si fa ancora più prevedibile. 
Se togliamo dèi, titani, mostri e la magia che dovrebbe pervadere la storia, ciò che resta è un romanzo mediocre e ripetitivo, una rilettura della mitologia annacquata dall'ossessione moderna per l'introspezione forzata.

Circe non è più la maga temuta e rispettata, ma un'insicura vittima di se stessa, impacciata e sola, trascinata nel vortice dell’autocommiserazione e del lamento continuo. Insomma, un mito sacrificato sull'altare della banalizzazione psicologica. 

Alla fine, l'unico vero motivo per leggere questo libro?  Aver accanto l'Odissea, per ricordarsi cosa sia davvero la grandezza epica e perché certe storie dovrebbero rimanere nel loro splendore originario, senza sovrastrutture inutili. 

genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2021

lunedì 19 maggio 2025

DIARIO DI SCUOLA

 




Diario di scuola - Daniel Pennac  

recensione a cura di Patrizia Zara



Un libro per tutti: grandi e piccini, intellettuali e non, geni e somari. 

Monsieur Pennac mi è straordinariamente simpatico. C’è qualcosa di magnetico nel suo spirito francese, in quello sguardo arguto dietro gli occhiali, nei suoi gesti misurati e nella sua capacità innata di trovare la parola giusta al momento giusto. 
Di solito non mi soffermo sulla fisionomia o sulla biografia degli scrittori: preferisco dedicarmi esclusivamente alla lettura delle loro opere, evitando ogni possibile forma di condizionamento. Eppure, Pennac mi ha incantata. Leggere "Diario di scuola" è stato un piacere assoluto, una conferma dell’ammirazione che nutro per questo scrittore-professore che ha trasformato il sapere in un’arte. 

C’è una trasparente onestà nel raccontare la propria storia di studente afflitto dalla sua “somaraggine” e il cammino che lo ha condotto al ruolo di docente. Ma non un professore qualsiasi: Pennac sembra quasi un missionario, impegnato a guidare coloro che percepiscono la scuola come una minaccia, un ostacolo da aggirare, ricordando il somaro che lui stesso fu. 

Le scene emergono con naturalezza, spesso scandite da un’ironia sottile, sospesa tra il serio e il faceto. Pennac ci racconta le sue difficoltà scolastiche, le convenzioni e i luoghi comuni, le paure e i sogni di un adolescente, le sue letture, i suoi giochi. E ci mostra come, grazie a quattro insegnanti fuori dagli schemi, sia riuscito a superare l’ostacolo dell’ignoranza che sembrava averlo intrappolato. 

Nel suo ruolo di professore, Pennac osserva i suoi studenti con lo sguardo di chi sa cosa significa essere un escluso, un incompreso. E in loro rivede se stesso. 
La paura di fallire rende la scuola, agli occhi di molti giovani, un’entità insormontabile, se non addirittura inutile—soprattutto oggi, dove il culto del consumo e della visibilità sembra prevalere su ogni altro valore, relegando lo studio al margine, troppo esigente nel suo "do ut des". 

Eppure, nonostante il progresso delle mode e il dominio del mercato, le inquietudini restano immutate, celate dietro le illusioni delle "marques" fashion, effimere corone di tanti piccoli re immaturi: 
"Vedo che egli esiste solo con la sua corona in testa, e che non era più nulla se non è re." 
Si sacrifica il pensiero individuale sull’altare dell’omologazione. "Mon Dieu!"

Ma—e qui risiede la grandezza di Pennac—la scuola è molto più di un percorso obbligato: "Per quanto strano vi possa sembrare, voi siete impastati delle materie insegnatevi a scuola."
Pennac celebra l’istruzione, ma senza rigidità. Ci parla di scuola, nel bene e nel male, ci racconta frammenti e riflessioni, e nel farlo esalta il sapere. Lo trasforma in passione, lo rende viva fiamma. La sua dedizione trascende le etichette: il suo insegnamento è un atto d’amore. 

Un grande professore, un irresistibile scrittore, che ha saputo giocare con le parole e con i suoni, creando un’atmosfera di leggerezza e serenità, sia tra i suoi studenti che tra i suoi lettori.  


genere: saggio

anno di pubbblicazione: 2013

lunedì 12 maggio 2025

IL PUNTO DEL PUNTO ZERO

 




Il punto del punto zero – Grazia Favata -

recensione a cura di Patrizia Zara

 

"Parto da me, dal punto più piccolo che possiedo."

Questo paradossale periodo rappresenta l'occasione ideale per intraprendere un viaggio, forse il più difficile, che spesso abbiamo rimandato: dentro e intorno a noi stessi.

Così come per una corretta respirazione dobbiamo imparare a inspirare ed espirare con equilibrio, allo stesso modo è necessario bilanciare l'Ego con l'AlterEgo, l'io con il noi. Per farlo, occorre un'attenta e disincantata introspezione che ci permetta di raggiungere una sincera e autentica estrinsecazione dei nostri pensieri, emozioni e sentimenti, liberati da maschere involontarie o, peggio, imposteci (ahi, ahi, caro Pirandello, quanto è difficile!).

E allora partiamo dal punto zero, o meglio dal "Punto del Punto Zero", perché è proprio il punto più piccolo che ci consente di esplorare dentro di noi. Un viaggio depurato da manipolazioni e condizioni esterne, alleggerito di bagagli inutili e superflui accessori.

Il "Punto del Punto Zero", perché da questo punto si decolla nudi, proprio come gabbiani posati su uno scoglio che guardano verso il mare, concentrati solo sui propri interni, sui tratti essenziali della nostra natura, prima di riprendere il volo verso nuove direzioni.

So che molti si chiedono come sia possibile esplorare se stessi quando si è oppressi dalle necessità primarie. Vi dico però che solo attraverso una conoscenza profonda di sé stessi si possono validamente perseguire le lotte sociali per il riconoscimento dei diritti propri e altrui.

"Sì, è vero... noi siamo un concentrato di bisogni mal soddisfatti e di desideri mai realizzati, costretti ad assecondarli ma..."

Buona lettura!


genere: saggio

anno di pubblicazione: 2013


lunedì 5 maggio 2025

UNA ROSA DAL MARE

 




Una rosa dal mare - Romano Battaglia - 

recensione a cura di Patrizia Zara



"Questa è una storia vera. 
È il racconto autentico di un grande amore. 
Ne sono venuto a conoscenza attraverso una lettera che la protagonista mi ha scritto, affinché la sua storia non andasse perduta. 
È una testimonianza che ci illumina sul vero significato dell'amore e, soprattutto, ci invita a riflettere sulla nostra capacità di amare."

Ho trovato questo libro, privo di sovraccoperta, tra i volumi del book-crossing condominiale. Affascinata dalla premessa riportata, ho deciso di immergermi nella lettura. 

È un romanzo semplice, quasi ingenuo, privo di profondità e dalla trama modesta. Eppure, "Una rosa dal mare"* di Romano Battaglia si rivela un racconto delicato, come il vellutato petalo di una rosa. La sua prosa, essenziale e poetica, ci avvolge in un mondo di emozioni genuine, dove le parole ci abbracciano con un’intensità che sa di dolcezza e autenticità. 

La storia d’amore tra Silvia e Roberto, apparentemente ordinaria e comune, si trasforma in qualcosa di straordinario, immortalata come un segreto custodito in una bottiglia trasportata dal mare. Questo amore diventa unico, come lo è ogni forma d’amore: miracoloso, salvifico, privo di tossicità e possesso. 

Silvia, divorziata, e Roberto, sposato con figli, sono colleghi di lavoro. La loro amicizia cresce lentamente, nutrita da piccoli gesti e momenti di dolcezza. Quando l’amicizia evolve in un amore con la "A" maiuscola, tutto cambia. 

La narrazione di Battaglia è semplice ma vellutata, un profumo di rosa bagnata dalla brezza marina. Con le sue pagine, ci invita a riflettere sulla nostra capacità di amare e ci avvolge in una dolcezza struggente. 

Attraverso la lettera di Silvia all'autore, scopriamo la passione che la risveglia dal torpore del divorzio, grazie ai gesti silenziosi di un amore autentico. 

"Se ti chiedono qual è la cosa più importante nella vita, tu rispondi: prima, dopo, sempre, l’amore."

Consiglio questa lettura a chiunque desideri immergersi in una storia sincera e delicata, priva di eccessi melodrammatici. La narrazione, con la sua semplicità, si mantiene in superficie, limpida e pura come acqua di sorgente. Due/tre ore di lettura leggera e piacevole.


genere: narrativa

anno di pubblicazione:1994


mercoledì 26 marzo 2025

LEZIONI DI LETTERTURA RUSSA





 


Lezioni di letteratura russa - Vladimir Nabokov –

recensione a cura di Patrizia Zara



“Il vero passaporto di uno scrittore è la sua arte” V. N.

Comincio subito con il dire che le lezioni dell’“acribioso” professore universitario di letteratura russa, alias lo scrittore Vladimir Nabokov, quello di Lolita per intenderci, mi sono piaciute tantissimo.
Originalità, Inventiva, Esuberanza, Ardore ecco come posso riassumere la lettura. Mai, dico mai, un momento, un secondo, un microsecondo di noia.
Nondimeno, lo dico con cognizione di causa, per apprezzare le pagine ricavate dalle lezioni americane del prof. Nabokov, bisogna, in primis, stare al gioco del singolare accademico: sedersi morbidamente e serenamente nel banco e lasciarsi incantare dalle sue parole, dalle sue battute, dalle sue allusioni, dalle sue provocazioni, lasciarsi rapire dalle sue interpretazioni irresistibili, dalle sue esaltazioni (mirabile il suo Tolstoj) e dalle sue stroncature (dinamico il conflitto con Dostoevskij). Soltanto così si possono apprezzare le sue incomparabili lezioni, il cui approccio risulta del tutto individuale sganciato dalle consuetudini, dalla didattica e dalle mode della critica letteraria, sulla grande letteratura russa dell’Ottocento, reputata l’epoca d’oro e che ancora oggi viene considerata unica per la composita struttura narrativa, per lo stile sanguigno e per la vocazione naturale verso la giustizia civile.
In seguito lo studente/lettore può anche dissentire su alcuni punti perché è pronto, avendo appreso le chiavi di lettura ovvero ha acquisito il metodo nobokiano che lo farà entrare nella quiddità dell’opera, per sentirsi parte dinamica e intraprendente dell’opera stessa con grande soddisfazione del nostro professore che ha raggiunto il suo scopo:  con le sue enfatiche e meticolose lezioni ha scrostato la patina di provinciale mediocrità che ne impediva la condivisione attiva e personale.
Con la lettura di “Lezioni di letteratura russa” i lettori apprenderanno, anche, dall’ardita ma genuinamente passionale voce del prof. Nabokov che la lettura dei grandi classici, e della buona lettura in genere, non insegna a vivere: l’aspetto prosaico dell’esistenza è innegabile e incancellabile anche se i bisogni esistenziali si riducono allo stretto indispensabile. Del resto non è questo lo scopo della letteratura, non ha alcun fine di sublimare esistenze o sottolineare grandezze e neppure inviare espliciti messaggi sociali, politici e psicologici “la letteratura non riguarda qualcosa, ma è la cosa in se stessa, la quiddità”.  E' in questo ultimo punto che lo scontro con Dostoevskij è, a mio avviso, inevitabile.
L’approccio, o forse è meglio dire lo studio, delle belle opere letterarie con lo scopo di non tralasciare nulla onde evitare di non trovare l’essenza, il punto strategico che gli autori baciati dalla genialità del talento hanno plasmato nei dettagli e nelle parole creando immagini universali, può abbattere muri e sconfiggere il tempo. Insomma la buona e bella letteratura scorteccia la maschera di un filisteismo compiaciuto – oggi, ahimè, così dilagante -, mettendo a nudo la qualità di rinnovarsi e di reinventarsi in virtù di ciò che l’ingegnoso passato ci ha regalato.
Quindi godiamoci Nikolaj Gogol, Ivan Turgenev, Fëdor Dostoevskij, Lev Tolstoj, Anton Cechov, Maraim Gor’kij dalla viva voce dell’esuberante professione Nabokov che generosamente ci mette a disposizione la propria competenza creativa rendendoci partecipi ascoltatori, nella speranza di suscitare ciò che chiamava “la fitta alla spina dorsale” o “la scintilla sensoriale”, e insegnarci a rinvenirli nella vita di tutti i giorni, negli incantesimi della natura oltre che in quelli dell’arte.
Un consiglio: “Lezioni di letteratura russa” è un libro, a mio avviso, indicato a chi conosce almeno un’opera degli scrittori suindicati.

"... perché come la famiglia universale degli scrittori di talento supera le barriere nazionali, così il lettore dotato è una figura universale, non soggetta a leggi spaziali o temporali. È lui - il buon lettore, l'eccellente lettore - che ha salvato più e più volte l'artista dalla distruzione per mano degli imperatori, dei dittatori, dei preti, dei puritani, dei filistei, dei politici, dei poliziotti, dei direttori delle poste e dei pedanti. Mi si permetta di definire questo ammirevole lettore. Non appartiene a una nazione o a una classe specifica. Non c'è direttore di coscienza o club del libro che possa gestire la sua anima. Il suo modo d'accostarsi a un'opera di narrativa non è determinato da quelle emozioni giovanili che portano il lettore mediocre a identificarsi con questo o quel personaggio e a "saltare le descrizioni". Il buon lettore, o il lettore ammirevole, non s'identifica con il ragazzo o la ragazza del libro, ma con il cervello che quel libro ha pensato e composto. Non cerca in un romanzo russo informazioni sulla Russia, perché sa che la Russia di Tolstoj o di Cechov non è la Russia della storia ma un mondo specifico immaginato e creato da un genio individuale. Al lettore ammirevole non interessano le idee generali; ma la visione particolare. Gli piace il romanzo non perché gli permette di inserirsi nel gruppo (per usare un diabolico luogo comune delle scuole avanzate); gli piace perché assorbe e capisce ogni particolare del testo, gode di ciò che l'autore voleva fosse goduto, sorride interiormente e dappertutto, si lascia eccitare dalle magiche immagini del grande falsario, del fantasioso falsario, del prestigiatore, dell'artista. In realtà, di tutti i personaggi creati da un grande artista, i più belli sono i suoi lettori."


anno di pubblicazione: 1980

 

martedì 18 marzo 2025

LA RAGAZZA DEL MARE





 

La ragazza del mare - Alberto Vázquez Figueroa - 

recensione a cura di Patrizia Zara


Non lasciatevi ingannare dalla copertina, più adatta a un romanzo Harmony – senza nulla togliere a quest’ultimo genere – che al romanzo di Figueroa. 
"La ragazza del mare" non è una storia contrastata di struggente amore fra una lei bellissima, ma calpestata, e un tormentato lui, ricco e affascinante. 

Il romanzo di Figueroa, capitatomi per caso e letto quasi per gioco, per non appesantire le vacanze di Natale, si è rivelato una narrazione piacevolissima e avvincente. Protagonisti sono l’isola magica di Lanzarote, nelle Canarie, il suo mare cristallino e le vicende della famiglia di pescatori Perdomo, con la loro goletta battezzata Isla de Lobos, costruita dal vecchio avo Ezechiele e intrisa della sua anima. 
È una storia di buoni e cattivi che si intreccia alle superstizioni degli abitanti di un’isola dimenticata dal mondo, capaci di creare infiniti universi con la sola potenza della loro immaginazione. 

Un’isola in cui il mare è un amico/nemico e le montagne di lava infernale di Timanfaya fanno da sfondo suggestivo e minaccioso. Qui i Perdomo scandiscono pacificamente le loro vite, in armonia con le forze della natura, lontano dalle guerre e dagli orrori del mondo oltre l’oceano. 
Ma, come si sa, la pace non può durare per sempre, e il male, sempre dietro l’angolo, si presenta prepotentemente nelle vesti di Don Mattia Quinteno. 

Yaiza, la figlia minore dei Perdomo, è una creatura di magica bellezza, figlia della dea Elegbà, una fanciulla eccezionale che attira i pesci, placa gli animali feroci, consola gli ammalati e conquista il favore dei morti. Vi trascinerà in una storia dal profumo di salsedine e dal sapore di sale. 

Vi confesso – ormai, con voi amici e amiche, lo faccio sempre – che non conoscevo l’autore spagnolo. È stata una piacevole sorpresa scoprirlo con "La ragazza del mare". 
Infatti, la narrazione è fulminante, avvincente e, come ho scoperto documentandomi dopo la lettura, definita dalla critica fosforica, ossia luminosa, trasparente e cristallina come il mare baciato dai raggi del sole. 

Come non essere d’accordo? Io, figlia di un’isola bagnata dal mare e bruciata dal sole, non posso che riconoscere in questo romanzo qualcosa di molto più profondo di una banale e interminabile telenovela. 

Non posso non consigliare "La ragazza del mare" come una lettura piacevolmente distensiva, capace di offrire un’evasione leggera ma mai superficiale. 
Una curiosità: le opere di Figueroa hanno influenzato stilisticamente grandi scrittori spagnoli, tra cui il celebre Carlos Ruiz Zafón. 

"Perché non può continuare tutto uguale?"
Sebastiano emerse dal buio e si sedette accanto a lei, accendendosi lentamente, come sempre, una sigaretta. 
"È il prezzo che dobbiamo pagare per diventare adulti."


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 1986