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lunedì 14 settembre 2026

CHIEDI AL PASSATO

 




Chiedi al passato - Elisabetta Flumeri e Gabriella Giacometti -

recensione a cura di Alece Bassoli


Con Chiedi al passato Elisabetta Flumeri e Gabriella Giacometti raccolgono il testimone della serie Emma & Kate, progetto narrativo originale nel quale le due protagoniste vengono affidate, romanzo dopo romanzo, a diverse coppie di autrici. Dopo il primo capitolo, Emma Castelli e Kate Scott tornano a confrontarsi con un nuovo caso, questa volta alle prese con una vicenda familiare che affonda le proprie radici molto più lontano di quanto inizialmente si possa immaginare. Kate Scott è una famosa scrittrice americana che ha scelto di vivere sul lago di Como, nella sua elegante villa. Con lei c'è Emma Castelli, investigatrice privata che nel precedente romanzo l'aveva aiutata a fare luce sulla misteriosa scomparsa del marito. Tra le due, nonostante le personalità molto differenti, è nata un'amicizia autentica, accompagnata da una complicità che si rivela ancora una volta fondamentale. A chiedere il loro aiuto è Anna Galli, una giovane donna che si trova ad affrontare una situazione difficile da accettare. Nel giro di poco tempo ha perso entrambi i genitori: la madre Eleonora, da tempo alle prese con una profonda depressione, si è tolta la vita; il padre Maurizio, invece, è morto improvvisamente dopo un malore mentre si trovava in Valsesia. Due morti apparentemente scollegate, ma che ad Anna continuano a sembrare tutt'altro che casuali. È proprio da questo dubbio che prende avvio l'indagine. Emma e Kate cominciano a ricostruire la storia della famiglia Galli e, passo dopo passo, si rendono conto che dietro quelle due tragedie potrebbe esserci molto più di quanto emerga in superficie. Il passato della famiglia diventa così il vero terreno dell'indagine: vecchi segreti, silenzi, omissioni e avvenimenti mai realmente chiariti tornano a galla, modificando progressivamente la percezione di ciò che è accaduto. Il titolo del romanzo è particolarmente significativo, perché racchiude il cuore della storia: per comprendere il presente è necessario interrogare ciò che è accaduto prima. E spesso proprio le vicende che una famiglia ha cercato di dimenticare o di nascondere sono quelle destinate a lasciare le conseguenze più profonde sulle generazioni successive. Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è proprio questo intreccio tra mistero e storia familiare. L'indagine diventa soprattutto un viaggio nella memoria, alla scoperta di rapporti, decisioni e verità che nel tempo hanno contribuito a creare una situazione sempre più difficile da decifrare. Gli indizi si aggiungono gradualmente, i sospetti cambiano direzione e le ipotesi che sembrano più convincenti vengono spesso rimesse in discussione. E proprio quando sembra di aver ricostruito il quadro, emerge un nuovo particolare capace di cambiare prospettiva. Le due protagoniste hanno caratteristiche molto diverse e proprio questa distanza rende interessante la loro collaborazione. Emma è più concreta e intraprendente, abituata a seguire gli indizi e a muoversi sul campo; Kate ha invece un'indole più riservata e una dimensione maggiormente legata alla sua casa e alla vita che si è costruita sul lago. Particolarmente importante è inoltre il ruolo delle donne all'interno della storia. Emma, Kate e Anna, insieme alle altre figure femminili coinvolte nella vicenda, contribuiscono a dare al romanzo una dimensione profondamente umana. Le relazioni familiari, le fragilità, le ferite personali e le conseguenze di decisioni prese molti anni prima diventano elementi centrali quanto il mistero stesso. Anche le ambientazioni hanno un ruolo significativo. La villa di Kate, elegante e quasi sospesa nella tranquillità del lago, crea un'atmosfera particolare, mentre gli altri luoghi legati alla storia della famiglia Galli assumono progressivamente un significato diverso man mano che l'indagine procede. Un romanzo straordinario, generoso, ricco di atmosfera e di umanità, letteralmente imperdibile per chi ama questo genere!


genere: giallo

anno di pubblicazione: 2019

pagine: 364

editore: self publishing


sabato 29 agosto 2026

IL SILENZIO CHE RESTA

 




Il silenzio che resta – Giuliano Pasini -

recensione a cura di Alice Bassoli

 

Giuliano Pasini costruisce un thriller psicologico cupo e doloroso, ambientato in una Treviso invernale, nebbiosa e piovosa. Al centro del romanzo c’è la scomparsa di un bambino, e soprattutto c’è il dolore di chi rimane, dolore che diventa il vero motore della narrazione.

La protagonista è Elena Dal Pozzo, una donna che prima della tragedia era una giornalista affermata e ambiziosa. Con la nascita di Mattia, però, la sua vita professionale e personale ha preso una direzione diversa. Il bambino è diventato il centro della sua esistenza, fino al giorno in cui scompare.

Elena sprofonda in una condizione di dolore e autodistruzione, cercando di anestetizzarsi con i farmaci e arrivando ogni sera a farsi del male. Durante una seduta di ipnoterapia, nel tentativo di recuperare i ricordi di quel giorno, cominciano ad affiorare immagini frammentarie: una baracca oltre un ponte, una figura minacciosa e un bambino sotto una coperta rossa. Poi arriva una nuova scomparsa: un altro bambino sparisce nello stesso giorno dell’anniversario della scomparsa di Mattia e, soprattutto, nello stesso luogo.

A occuparsi dell’indagine è Santo Mixielutzi, soprannominato Sfinge per il suo carattere apparentemente impassibile e per il suo modo di custodire gelosamente le proprie emozioni. È un investigatore preparato, ma anche un uomo segnato da un passato doloroso.

Da questo momento il romanzo procede su due piani: da una parte c’è la ricerca della verità sulle due scomparse, dall’altra c’è il viaggio di Elena dentro i propri ricordi, le proprie colpe e le proprie ferite.

Elena è una protagonista difficile. La sua sofferenza viene mostrata in tutta la sua devastante concretezza. E’ una donna che, insieme a Mattia, sembra aver perso anche una parte della propria identità.

Si parla di maternità, di sacrifici, di aspettative, di ruoli che rischiano di schiacciare la persona che esiste dietro la madre, la moglie, la lavoratrice. La maternità ha modificato profondamente il suo percorso e il romanzo mette in evidenza anche le conseguenze di questo cambiamento.

Il titolo: il silenzio è quello che rimane quando il rumore della vita si interrompe improvvisamente e ci si ritrova costretti a fare i conti con ciò che resta.

Che cosa rimane di una persona dopo che ha perso tutto?

È una lettura dura, soprattutto per chi è genitore, perché Giuliano Pasini entra  nella quotidianità, nei ricordi, negli oggetti, negli odori, nelle fotografie e in tutto ciò che continua a esistere anche quando quella persona non c’è più.

Da leggere! 


genere: giallo

anno di pubblicazione: 2026

pagine: 368

editore: Piemme


 


lunedì 27 luglio 2026

SONO DIFFICILI LE COSE BELLE

 





Sono difficili le cose belle - Matteo Nucci -

recensione a cura di Alice Bassoli


Questo romanzo è una dolce fiaba contemporanea che parla di lutto, memoria e amore con estrema delicatezza. Non vi nego che mi sono emozionata moltissimo, leggendolo e che scrivendo queste poche righe sento di nuovo il magone stringermi la gola. La protagonista è Arianna, una bambina di dieci anni che, dopo la morte della nonna, si trova a fare i conti con un dolore troppo grande per essere compreso e raccontato. Ma un giorno, lungo la strada che conduce al Gianicolo, accade l'impossibile: una macchina rossa si ferma e dal finestrino compare proprio la nonna. Da quel momento le due intraprendono un viaggio straordinario attraverso un luogo sospeso tra realtà e immaginazione, dove ricordi, sogni e affetti si intrecciano. È un percorso che attraversa soprattutto il passato della famiglia, ma che si accosta spesso anche al presente e al futuro che attende Arianna, aiutandola a comprendere che l'amore non scompare con la morte. Nucci costruisce una narrazione che oscilla continuamente tra reale e fantastico. Il mondo immaginifico in cui si muovono la nonna e la nipote è quasi una fuga dalla realtà e anche uno spazio simbolico in cui elaborare la perdita. Una storia che suggerisce che i legami autentici continuano a vivere nei ricordi, nei gesti e nell'amore che lasciamo dentro chi resta. Un libro delicatissimo e commovente, scritto con grande sensibilità, capace di parlare della morte senza paura e della vita con infinita tenerezza. La prosa è limpida, poetica e ricca di immagini evocative, capace di parlare ai più piccoli senza rinunciare a una profondità che travolge anche gli adulti. Una riflessione autentica e delicata sulla memoria, sull'infanzia e sulla continuità dei legami affettivi. A rendere ancora più preziosa l'opera contribuisce L'astuccio, il racconto che chiude il volume come una sorta di "bonus track": una storia autonoma ma complementare, che riprende gli stessi temi da una prospettiva diversa, arricchendo ulteriormente il significato dell'intero libro. Ognuno di noi deve fare i conti con questo tipo di dolore, radicato e invalidante, un dolore che non si sposta mai, e per il quale non esiste un rimedio. Avevo bisogno di questa storia, della sua dolcezza per niente ruffiana, capace di trasformare il dolore in una fiaba moderna semplice eppure così integra, che tra le tante cose belle che mi ha trasmesso, mi ha aiutata a sentirmi meno sola e a lenire il senso di impotenza che un po’ tutti proviamo di fronte alla morte di un nostro caro.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2022

pagine: 212

editore: Harper Collins

Inizio modulo

Fine modulo

 


lunedì 20 luglio 2026

L'ULTIMA COSA CHE SAI

 




L’ultima cosa che sai – Paolo Roversi -

recensione a cura di Alice Bassoli

 

Nuovo capitolo della serie dedicata al giornalista hacker Enrico Radeschi, che torna nella sua Bassa per trascorrere la Pasqua con i genitori e che verrà trascinato in una nuova indagine a seguito del ritrovamento di un cadavere sulle rive del Po. La scena del delitto richiama il “Mostro del Po”, un serial killer degli anni Sessanta mai identificato. Infatti, come allora, il cadavere è disposto in modo rituale, con un orologio fermo sulle 3.15 stretto tra le dita. Riaffiora così la leggenda del Tribunale delle Acque, un’antica corte che, secondo la tradizione, nelle notti senza luna giudicava le anime dei peccatori sulle rive del Po. A occuparsi delle indagini sono il maresciallo Giorgio Boskovic e il brigadiere Gennaro Rizzitano, ex compagno di scuola di Radeschi. Intanto, a Milano, il vicequestore Sebastiani indaga su un presunto suicidio destinato a rivelarsi qualcosa di molto più complesso. Due casi e due mondi, e soprattutto una verità che affonda le proprie radici nel passato, nella memoria e nel folklore delle tradizioni. 

Roversi costruisce un efficace doppio binario narrativo, alternando la quiete apparente della Bassa al caos di Milano, fino a far convergere le due indagini in un unico disegno. Il Po, la nebbia, gli argini e i piccoli paesi non fanno da semplice sfondo, ma diventano protagonisti della storia. E’ stato magico per me incontrare tra le pagine le strade, i locali, le tradizioni culinarie, le atmosfere dei luoghi che mi hanno vista crescere e che rappresentano per noi importanti punti di riferimento, e che, soprattutto, raccontano non solo una zona geografica, un territorio, ma incarnano lo slancio mistico che aleggia sulla Bassa, terra di poeti e artisti, da secoli. 

Il romanzo conferma le caratteristiche che hanno reso celebre la serie: una scrittura scorrevole, dialoghi vivacissimi e un protagonista ironico, che in questo episodio mostra anche un lato spiccatamente più riflessivo. 

E poi, i capitoli brevi e il ritmo serrato invogliano a proseguire la lettura senza cali di tensione. Una macchina narrativa magistrale e impeccabile, frutto della penna esperta di uno degli autori e interpreti più autorevoli e riconosciuti del panorama noir/thriller italiano.


genere: giallo

anno di pubblicazione: 2026

pagine: 336

editore: Marsilio

 


lunedì 6 luglio 2026

NELLA CARNE

 




Nella carne - David Szalay -

recensione a cura di Alice Bassoli

 

Il protagonista è István, un ragazzo ungherese che seguiremo dall'infanzia fino all'età adulta. Sullo sfondo, il regime comunista, i profondi cambiamenti dell'Europa orientale, fino all'approdo in Occidente. La sua vita si snoda tra l'Ungheria e Londra, seguendo i grandi cambiamenti del continente: il crollo della Cortina di ferro, la guerra in Iraq, l'allargamento dell'Unione Europea fino agli anni della pandemia. Ma, più che sugli eventi storici, che rimangono fondamentalmente in disparte e che non ci vengono più di tanto racconati, l’attenzione dell’autore si focalizza sull’esistenza di un uomo comune e delle sue disavventure, soprattutto amorose. István è passivo, inetto, si lascia trascinare dagli eventi. Miracolosamente non passa mai inosservato e, anzi, viene notato da persone che lo prendono sotto la propria ala per farne ciò che vogliono, spinti dall’assenza di spigolosità di questo ragazzo, che non ha ideali, speranze, obiettivi. E quindi arrivano i successi e i fallimenti, gli amori, i lutti e occasioni mancate che si susseguono senza che István sembri mai opporre resistenza. È un personaggio che attraversa la vita lasciandosi trasportare dalla corrente. A ogni svolta, felice o dolorosa che sia, risponde con lo stesso disarmante «Okay», come se accettare fosse l'unico modo possibile di stare al mondo. David Szalay costruisce così il ritratto di un uomo insieme distante e profondamente umano, capace di attrarre e respingere il lettore nello stesso momento. Non troviamo pagine scritte per impressionare il lettore: tutto passa attraverso il filtro del quotidiano, così apparentemente banale eppure così potente. Una conversazione, un pranzo, un viaggio, un gesto quasi insignificante: dettagli che, presi singolarmente, sembrano ordinari, ma che insieme costruiscono un ritratto umano di straordinaria intensità. Ed è proprio questa apparente banalità del quotidiano a diventare il punto di forza del romanzo. Szalay ha la capacità di raccontare ciò che accade dentro un personaggio senza quasi mai spiegarlo. Ci lascia intuire i suoi pensieri attraverso il modo in cui osserva il mondo, attraverso le sue esitazioni, i silenzi, le scelte che compie. Il lettore finisce così per sentirsi molto vicino a István. La scrittura è davvero essenziale, pulita. Un eccesso, forse (se mi è consentita questa ammissione) di dialoghi ripetitivi voluti ma ahimé fastidiosamente forzati (“non lo so”, “non saprei”, “okay”). Un romanzo che non è per tutti, che richiede impegno e pazienza durante la lettura ma che lascia un’impronta netta e vivida una volta terminato.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

pagine: 330

editore: Adelphi


lunedì 29 giugno 2026

VENERE PRIVATA

 




Venere privata – Giorgio Scerbanenco –

recensione a cura di Alice Bassoli

 

La storia si apre con Duca Lamberti, ex medico radiato dall’Ordine e appena uscito dal carcere dopo aver praticato un’eutanasia su una paziente terminale. Un ricco industriale gli chiede di aiutare il figlio Davide Auseri, un giovane che da mesi è sprofondato nell’alcolismo e nella depressione dopo la misteriosa e prematura morte di una  donna. Sembra inizialmente una banale vicenda sentimentale che si trasforma presto però in un’indagine sempre più complessa. Lamberti si addentra così in un mondo fatto di prostituzione d’alto bordo e illusioni infrante, il volto più oscuro della società milanese.

Al centro del romanzo c’è soprattutto l’umanità dei personaggi, descritti con uno sguardo lucido e privo di sentimentalismi.

Duca Lamberti è animato da un forte senso di giustizia e da una profonda compassione per chi soffre.

Aleggia su tutta la storia una riflessione sulla solitudine, sull’emarginazione e sulle conseguenze delle scelte umane.

Si potrebbero voler dire molte più cose su uno dei romanzi più famosi di questo straordinario scrittore, che non ha certo bisogno di qualcun altro che incoraggi il lettore a leggere i suoi meravigliosi romanzi. Sappiamo ormai tutto. Eppure ci troviamo ancora oggi, a distanza di anni, a volerne parlare. Questo grazie alla profonda umanità di cui sono intrise le sue storie, piene di sincerità, talmente oneste. Non sono romanzi ruffiani, i suoi, ben lontani dalla narrativa contemporanea, in cerca di consenso, quella che popola spopola sugli scaffali delle librerie oggi, che vuole leccare a tutti i costi i piedi al lettore, commuoverlo con inutili sentimentalismi e rievocazioni di storie ambientate in un passato commercialmente edulcorato.

Insomma, quando la me lettrice entra in crisi, la cura è sempre e solo una: Scerbanenco. 


genere: giallo

anno di pubblicazione: 1966

pagine: 256

Editore: La nave di Teseo


lunedì 15 giugno 2026

VICOLO CANNERY

 




Vicolo Cannery – John Steinbeck -

recensione a cura di Alice Bassoli

 

La vicenda è ambientata a Cannery Row, una strada realmente esistente nella cittadina di Monterey, in California, dove si concentrano le fabbriche di sardine. Qui vive una comunità eterogenea composta da pescatori, vagabondi, prostitute, operai e personaggi eccentrici, accomunati dalla precarietà economica ma anche da un forte senso di solidarietà.

Tra i protagonisti spicca Doc, biologo marino colto e generoso, stimato da tutti gli abitanti del quartiere. Attorno a lui ruotano Mack e il suo gruppo di amici, uomini senza un lavoro stabile che vivono di espedienti ma possiedono un’innata bontà d’animo. Convinti che Doc meriti un gesto di riconoscenza per tutto ciò che fa per gli altri, decidono di organizzargli una festa. Tuttavia, la loro goffaggine trasforma il primo tentativo in un disastro. Determinati a rimediare, preparano una seconda festa che questa volta riuscirà a celebrare l’amicizia e il valore della comunità.

Con Vicolo Cannery, Steinbeck costruisce un mosaico di episodi, ritratti e piccoli eventi quotidiani in cui ad essere protagonista è l’intera comunità che abita quella strada affacciata sull’oceano.

Steinbeck affronta temi profondi come la povertà, la solitudine, l’amicizia. I suoi protagonisti sono individui che la società considera falliti, ma che lo scrittore osserva senza alcun giudizio morale, restituendo loro una straordinaria umanità.

Uno degli aspetti più affascinanti del libro è la capacità di trasformare persone apparentemente insignificanti in figure memorabili. Mack e i suoi amici conquistano il lettore grazie alla loro ingenuità e al desiderio sincero di fare del bene.

La sua scrittura alterna momenti poetici a dialoghi vivaci, riuscendo a raccontare la realtà con uno sguardo al tempo stesso realistico e pieno di compassione. Le descrizioni di Cannery Row contribuiscono a rendere il luogo un personaggio vivo, fatto di odori, rumori e volti che restano impressi nella memoria.

È un libro che invita a rallentare, ad ascoltare le storie degli ultimi e a riscoprire il valore delle relazioni umane.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 1945

pagine: 256

editore: Bompiani


lunedì 8 giugno 2026

IL MONDO INVISIBILE

 




Il mondo invisibile - Liz Moore -

recensione a cura di Alice Bassoli

 

Ada Sibelius ha dodici anni, non ha mai conosciuto sua madre e vive con il padre David, brillante informatico impegnato in un laboratorio di ricerca nella Boston degli anni Ottanta. Mentre il mondo muove i primi passi nel campo dell’intelligenza artificiale, David lavora a ELIXIR, un programma capace di replicare il linguaggio umano. Per Ada, il padre rappresenta l’intero universo: maestro, guida e unico punto di riferimento. Quando però David inizia a mostrare i segni di una malattia degenerativa, la ragazza viene affidata a una collega del padre e alla sua famiglia. Da quel momento Ada intraprende un lungo percorso di crescita e di ricerca della verità sulle proprie origini, seguendo le tracce di un mistero che affonda le radici nel passato della sua famiglia.  

La grande forza di questo romanzo è la sua capacità di fondere elementi apparentemente lontani tra loro. Da una parte troviamo la tecnologia, l’informatica e le prime riflessioni sull’intelligenza artificiale; dall’altra una storia profondamente umana fatta di affetti, perdita, desiderio di appartenenza e bisogno di conoscere sé stessi.

Ada è una protagonista straordinaria. Intelligente, vulnerabile, diversa dai suoi coetanei eppure autentica. La sua crescita è raccontata con sensibilità e precisione psicologica, senza mai cadere nella retorica. Il lettore la accompagna attraverso gli anni, condividendone dubbi, paure e speranze.

Liz Moore affronta temi complessi con grande naturalezza.

Particolarmente riuscita è anche la struttura narrativa, che si sviluppa su più piani temporali senza mai risultare confusa. Quando la verità inizia ad emergere, il lettore comprende che il cuore della storia non è tanto il mistero da risolvere quanto il bisogno universale di sapere chi siamo e da dove veniamo.  è un romanzo raffinato, emozionante. Pur essendo stato pubblicato diversi anni fa, le sue riflessioni sull’intelligenza artificiale e sul rapporto tra esseri umani e tecnologia appaiono oggi più pertinenti che mai. Ma soprattutto è una storia che parla di legami, di assenze e della ricerca di una verità capace di dare un senso alla nostra esistenza.

E poi devo dirlo senza esitazioni: io Liz Moore la adoro. 


genere: narrativa

annodi pubblicazione: 2021

pagine: 432

editore: NN editore


domenica 24 maggio 2026

VELOCEMENTE DA NESSUNA PARTE

 




Velocemente, da nessuna parte – Grazia Verasani -

recensione a cura di Alice Bassoli

 

La trama: “Velocemente da nessuna parte” vede protagonista Giorgia Cantini, investigatrice privata bolognese quarantenne, disillusa e solitaria, abituata a occuparsi soprattutto di pedinamenti e casi legati a tradimenti sentimentali. Vive una quotidianità irregolare fatta di relazioni occasionali, musica rock e alcol. Questa volta, però, Giorgia si trova coinvolta in un’indagine molto più complessa. Dora, una donna legata alla vittima, le chiede di fare luce sulla scomparsa di Vanessa Liverani, detta Van, giovane prostituta e madre di un bambino di dieci anni, Willy. Van conduceva una vita marginale e isolata ed è sparita improvvisamente senza lasciare tracce. Poco dopo, il suo corpo viene ritrovato senza vita nella Grotta delle Fate. Per cercare di comprendere chi fosse davvero Van e cosa le sia accaduto, Giorgia inizia a leggere il diario personale della donna, entrando progressivamente in una rete di tensioni familiari, segreti mai risolti e dinamiche provinciali segnate da ipocrisia, violenza sommersa e rapporti profondamente compromessi. L’indagine si sviluppa tra una Bologna estiva, afosa e quasi immobile. Durante il percorso investigativo, Giorgia entra in contatto con Lena, madre di Van, donna concreta e ruvida, con il nonno Rolando, ex partigiano che si occupa del piccolo Willy, e con la figura più sfuggente e problematica del padre della ragazza, ancora segnato dal peso di un vecchio delitto passionale che continua a proiettare la sua ombra sulla famiglia. “Velocemente da nessuna parte” è un romanzo che affronta in maniera diretta e concreta alcuni temi centrali della contemporaneità: il disorientamento identitario, la precarietà emotiva, la difficoltà di costruire relazioni stabili e il senso di vuoto che attraversa molte esistenze urbane. Grazia Verasani si concentra soprattutto sull’analisi psicologica dei personaggi e sulle dinamiche relazionali che li legano. La protagonista si muove all’interno di una realtà metropolitana frammentata, caratterizzata da rapporti intermittenti, legami instabili e continue fughe emotive. La trama: Verasani preferisce lavorare sulla progressiva emersione delle tensioni psicologiche. Proprio questa scelta rende il romanzo credibile e coerente con il tipo di realtà che vuole raccontare. La narrazione punta sull’analisi dei comportamenti, delle fragilità e delle contraddizioni dei protagonisti. Verasani evita accuratamente il sentimentalismo ruffiano e non cerca mai di rendere i suoi protagonisti “simpatici” o facilmente giustificabili. Al contrario, ne mette in evidenza egoismi, paure, ambiguità e incapacità relazionali. Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è proprio la rappresentazione della precarietà emotiva come condizione esistenziale stabile. I personaggi sembrano incapaci di costruire un’identità definita perché vivono all’interno di una società che tende a rendere tutto temporaneo: relazioni, lavoro, prospettive future, desideri. Il titolo stesso sintetizza efficacemente questa condizione di movimento continuo privo di una reale destinazione. La sessualità viene raccontata senza idealizzazioni e inserita all’interno di rapporti spesso fragili e incompleti. Dal punto di vista stilistico, la scrittura di Grazia Verasani ha una forte identità. È magnetica, splendida, bellissima, a tratti poetica, spesso cruda e graffiante. Un capolavoro di prosa che ahimé di questi tempi è difficile, davvero difficile da trovare in giro. Una prosa, la sua, caratterizzata da una forte originalità espressiva. Anche l’ambientazione urbana partecipa attivamente alla costruzione del clima narrativo accentuandone il senso di isolamento che accompagna i protagonisti. Grazia Verasani conferma la sua capacità di raccontare le fragilità contemporanee con lucidità. Anche per questo continua a essere una delle autrici che apprezzo maggiormente. Grazie per averci regalato un altro capolavoro che ho seriamente amato alla follia.


genere: giallo

anno di pubblicazione: 2006

pagine: 223

editore: Marsilio


lunedì 18 maggio 2026

QUO VADIS, BABY?






 

Quo vadis, baby? - Grazia Verasani -

recensione di Alice Bassoli 

 

La protagonista è Giorgia Cantini, investigatrice privata bolognese. Vive sospesa tra casi da risolvere, tormentata da relazioni complicate, notti insonni e un passato importante che continua a bussare alla porta. Quando le viene affidata un’indagine legata alla scomparsa di una giovane donna, Giorgia si ritrova a scavare non soltanto nella vita degli altri, ma anche dentro sé stessa, in un viaggio che attraversa solitudini, dipendenze emotive, desideri irrisolti

La trama procede con il ritmo del noir, ma ciò che colpisce davvero non è tanto il mistero in sé quanto l’atmosfera che Verasani riesce a costruire. Bologna diventa quasi un organismo notturno e umido, pieno di locali, sigarette, alcol, incontri. Una città distante dalle cartoline, raccontata nella sua parte più vulnerabile e autentica.

Grazia Verasani scrive con uno stile diretto che ha una potente espressività, difficile da trovare nel nostro panorama letterario, uno stile unico attraversato da una sensibilità molto forte. Giorgia Cantini è disillusa, a tratti autodistruttiva, ma proprio per questo estremamente vera. È una donna che inciampa nella vita e continua comunque ad andare avanti, trascinandosi addosso il peso delle proprie ferite.

Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è proprio la capacità di raccontare la fragilità senza trasformarla in qualcosa di romantico, ruffiano o estetico. In Quo vadis, baby? i rapporti umani sono sporchi e ambigui.

Il romanzo conserva ancora oggi una modernità sorprendente. Alcuni temi affrontati da Verasani, soprattutto il senso di smarrimento emotivo, la precarietà affettiva e la fatica di abitare il proprio tempo, risultano attualissimi. È un noir che usa l’indagine come pretesto per parlare di identità, solitudine e inquietudine esistenziale.

Racconta esseri umani pieni di contraddizioni, e lo fa con uno sguardo lucido, disincantato, ma profondamente empatico. Un romanzo che conferma Grazia Verasani come una delle voci più interessanti del noir italiano contemporaneo. Una delle mie autrici preferite 


genere: giallo

anno di pubblicazione: 2014

pagine: 192

editore: Marsilio

lunedì 4 maggio 2026

LA VECCHIA

 




La vecchia - Georges Simenon -

recensione a cura di Alice Bassoli


Simenon dimostra con estrema chiarezza la sua capacità di scavare nella materia umana più opaca e ambigua, senza bisogno di grandi eventi o di una trama spettacolare. La storia si svolge in un piccolo ambiente domestico, dove una donna anziana vive insieme a una coppia più giovane, in una convivenza che fin da subito appare tesa, carica di sottintesi e di piccoli attriti quotidiani. La vecchia del titolo è una figura apparentemente fragile, marginale, quasi fastidiosa nella sua presenza costante e silenziosa. Eppure, pagina dopo pagina, la sua figura si carica di un peso sempre maggiore, come se dietro quella vecchiaia si nascondesse qualcosa di non detto.

L’equilibrio tra i tre è precario. I gesti quotidiani, le parole dette a metà, gli sguardi evitati costruiscono una tensione sottile ma persistente. Simenon lavora per sottrazione, lascia cioè che siano i dettagli a parlare.

La trama si sviluppa lentamente, non c’è un vero punto di svolta improvviso, ma una progressiva trasformazione dell’atmosfera. Ciò che all’inizio sembra solo una convivenza difficile si trasforma in qualcosa di più oscuro, dove il sospetto si insinua e modifica la percezione dei personaggi. La vecchia, da presenza passiva, diventa quindi il centro di tensione.

Lo stile è essenziale, asciutto, privo di orpelli. È proprio questa economia di mezzi a rendere il romanzo efficace.

Senza entrare nel finale, si può dire che la tensione costruita lungo tutto il romanzo trova una sua risoluzione coerente, ma non rassicurante. Non ci sarà infatti un finale consolatorio. Rimane piuttosto una sensazione di inquietudine, come se qualcosa continuasse a sfuggire anche dopo aver terminato la lettura dell’ultima pagina.


genere: giallo

anno di pubblicazione: 1959

pagine: 167

editore: Adelphi

 


lunedì 27 aprile 2026

CECITA'

 





Cecità - José Saramago -

recensione a cura di Alice Bassoli


Pubblicato nel 1995, è un’opera che sfrutta una situazione estrema e apparentemente fantastica per parlare della natura umana, della fragilità della civiltà e della sottile linea che separa ordine e barbarie. È un libro duro, a tratti sconvolgente, ma anche profondamente morale e filosofico. La vicenda comincia in una città senza nome, in un tempo non precisato, quando un uomo fermo al semaforo diventa improvvisamente cieco. Non precipita nel buio, come ci si aspetterebbe, ma in una luce lattiginosa, bianca e totale. È una cecità anomala, diversa da ogni malattia conosciuta. Nel giro di poco tempo il contagio si diffonde rapidamente. Perdono la vista la moglie del primo cieco, il ladro che gli aveva rubato l’auto, l’oculista che lo visita, i pazienti presenti nel suo studio e molte altre persone. Nessuno sa spiegare l’origine del fenomeno, né come fermarlo. Le autorità reagiscono con paura e brutalità. I primi contagiati vengono rinchiusi in un ex manicomio abbandonato, sorvegliati dai militari, isolati dal resto del mondo e lasciati quasi senza assistenza. In questo luogo degradato si raccoglie il nucleo centrale del romanzo. Tra loro ci sono il medico oculista, sua moglie, una ragazza con gli occhiali scuri, un vecchio con una benda nera, un bambino strabico e altri personaggi identificati non da nomi propri ma da caratteristiche fisiche o ruoli. È una scelta tipica di Saramago, che toglie identità individuali per rendere i personaggi simboli universali. La moglie del medico è l’unica persona che conserva la vista, ma finge di essere cieca per non separarsi dal marito e segue volontariamente gli internati nel manicomio. Diventa così testimone e coscienza morale dell’intera vicenda. Vede tutto ciò che gli altri non possono vedere: il degrado materiale, la sporcizia crescente, la fame, la paura, la perdita di dignità e la violenza che si diffonde. Nel manicomio, con il passare dei giorni, l’ordine crolla completamente. Mancano igiene, cibo e regole condivise. Alcuni internati più aggressivi prendono il controllo di un reparto, si impadroniscono delle razioni alimentari e iniziano a imporre ricatti e soprusi agli altri. Prima chiedono oggetti di valore, poi pretendono il corpo delle donne in cambio del cibo. È una delle parti più dure del romanzo, in cui Saramago mostra quanto rapidamente una società possa regredire quando vengono meno istituzioni, responsabilità e limiti morali. Il titolo allude ovviamente alla perdita fisica della vista, ma soprattutto a una cecità morale e spirituale già presente prima dell’epidemia. Uno dei grandi temi del romanzo è il rapporto tra civiltà e barbarie. Saramago suggerisce che l’ordine sociale è più fragile di quanto immaginiamo e che basta poco perché emerga il peggio dell’essere umano. Ma nello stesso tempo mostra che anche nelle condizioni più estreme restano possibili la compassione, l’aiuto reciproco e il senso morale. Per questo il libro non è solo cupo o pessimista. Dentro il disastro continua a esistere una possibilità di umanità.


genere: distopia

anno di pubblicazione: 1995

pagine: 288

editore: Feltrinelli







sabato 18 aprile 2026

ATTI UMANI

 




Atti umani - Han Kang –

recensione a cura di Alice Bassoli

 

“Atti umani” è un romanzo corale ispirato a un evento storico reale: il massacro di Rivolta di Gwangju, avvenuto nella Gwangju nel maggio 1980, quando una rivolta democratica fu repressa con estrema violenza dall’esercito sudcoreano.

Il libro si apre con Dong-ho, un ragazzo adolescente che cerca il corpo di un amico tra i cadaveri raccolti in una palestra trasformata in obitorio improvvisato.

Da lì il romanzo si sviluppa attraverso più voci e più epoche: sopravvissuti, parenti delle vittime, testimoni, persone segnate per sempre da quei giorni. Ogni capitolo segue un personaggio diverso e mostra come la violenza continui a vivere nel tempo, nei corpi, nella memoria e nel silenzio.

Han Kang racconta la brutalità politica con realismo serafico.

Il risultato è un romanzo durissimo, ma profondamente umano.

Il romanzo si interroga continuamente su una domanda essenziale: come si conserva la dignità quando il mondo l’ha distrutta?

Infatti la strage non finisce quando cessano gli spari, ma continua in traumi psicologici, sensi di colpa vite spezzate e censura.

La scrittura è limpida, controllata.

Non ci sono eccessi retorici.

E’ un romanzo che parla di temi universali, come la repressione del dissenso, l’abuso del potere, il trauma collettivo, ma soprattutto sottolinea che dietro ogni evento storico ci sono corpi, famiglie e nomi.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2023

pagine: 205

editore: Adelphi


sabato 11 aprile 2026

I MILANESI AMMAZZANO AL SABATO

 




I milanesi ammazzano il sabato - Giorgio Scerbanenco -

recensione a cura di Alice Bassoli

 

La città è rappresentata come un organismo contraddittorio, attraversato da tensioni, solitudini e marginalità. In questo contesto si muove Duca Lamberti, medico radiato dall’albo per aver praticato eutanasia, chiamato a confrontarsi con un caso che si rivela fin da subito profondamente disturbante.

La vicenda prende avvio quando Lamberti viene coinvolto nella storia di una giovane donna segnata da una fragilità psicologica importante, che scompare senza lasciare traccia e speranze. Attorno a lei si sviluppa una rete di relazioni opache, in cui si intrecciano dipendenza affettiva, sopraffazione e una sottile ma costante violenza psicologica. L’indagine procede per gradi, portando alla luce il lato oscuro dell’essere umano che sfrutta le debolezze altrui per trarne benefici economici. Ed è quella mancanza di scrupoli, la freddezza con cui i colpevoli decidono di compiere questo atto criminoso ai danni di una povera ragazza con problemi psichici, che ci fa riflettere sulla meschinità che spesso si nasconde nell’uomo.

Dal punto di vista stilistico, Scerbanenco adotta una scrittura essenziale e controllata. I dialoghi, per esempio, sono asciutti e realistici.

Il titolo stesso suggerisce una dimensione rituale del male, come se esso fosse parte integrante di una normalità distorta ma accettata. In questa prospettiva, l’opera mantiene intatta la propria attualità, offrendo al lettore contemporaneo uno sguardo lucido sull’animo umano e sulle contraddizioni della modernità.

genere: giallo

anno di pubblicazione: 1969

pagine: 208



sabato 28 marzo 2026

ALTRI LIBERTINI

 




Altri libertini - Pier Vittorio Tondelli -

recensione a cura di Alice Bassoli


Pubblicato nel 1980, l’esordio di Tondelli fu sequestrato per oscenità. Più che un romanzo tradizionale, Altri libertini è una raccolta di racconti legati tra loro, una sorta di mosaico di vite. L’ambientazione è l’Emilia degli anni Settanta: città di provincia, stazioni, bar, appartamenti condivisi, strade percorse senza una vera meta. I protagonisti sono giovani ai margini: studenti, tossicodipendenti, ragazzi in fuga, persone che cercano un loro posto nel mondo, e che non lo trovano.Amicizie disperate, sesso, solitudine e un continuo tentativo di riempire un vuoto incolmabile, in realtà. La forza del libro sta soprattutto nella scrittura. Tondelli usa un linguaggio vicino al parlato, ma costruito con grande consapevolezza: frasi piene di slang, dialetto, bestemmie vere e proprie, contaminazioni che accorciano le distanze tra i personaggi e il lettore. Il libro attraversa diversi temi: la marginalità, l’identità, soprattutto quella sessuale, la provincia e il desiderio di fuga, l’amicizia come forma di sopravvivenza, la solitudine. Soprattutto, racconta un vuoto profondo. I personaggi cercano di colmarlo in molti modi, nei corpi, nelle sostanze, nel movimento continuo, ma senza riuscirci davvero. Dentro questo flusso continuo, sporco e vitale, uno dei punti fermi è il Postoristoro, il bar della stazione di Reggio Emilia che dà il titolo al primo racconto. Un luogo di passaggio frequentato da anime in sospeso: tossici, puttane, emarginati. In Mimi e Istrioni seguiamo le scorribande di quattro ragazze, tra eccessi e leggerezza, in un racconto che ha il tono di una corsa scomposta e disperata. Il Viaggio è invece un attraversamento più intimo, tra desiderio, corpo, perdita e autodistruzione. Nel racconto che dà il titolo al libro, Altri libertini, troviamo una dinamica quasi teatrale: un gruppo, un equilibrio fragile e l’irruzione di una figura che lo incrina. I personaggi di Tondelli sono sempre in movimento: cercano amore, identità e appartenenza. Si spostano da un luogo all’altro, da un corpo all’altro, spesso perdendosi, attraversati da un bisogno disperato di amore, di riconoscimento, di essere visti. Quello che resta è una profonda umanità. Tondelli sembra stare dalla parte degli ultimi, di chi vive ai margini, di chi viene guardato con fastidio. 

genere: narrativa

anno di pubblicazione: 1980

pagine: 208

editore: Feltrinelli


sabato 21 marzo 2026

GENIE LA MATTA

 




Genie la matta - Ines Cagnati -

recensione di Alice Bassoli

 

La storia è raccontata attraverso lo sguardo di una bambina. L’infanzia, invece di essere un rifugio, diventa il luogo in cui si assorbono violenza, miseria e grandi, enormi silenzi.

La prosa è essenziale, quasi scarna perché pare non esserci spazio per il superfluo. Inès Cagnati costruisce un’atmosfera soffocante, fatta di campagna, isolamento e tensioni familiari, dove i rapporti sono segnati da durezza e incomprensione.

Uno degli aspetti più forti del romanzo è il modo in cui affronta il tema della madre. La maternità viene mostrata nella sua forma più cruda, fatta di fatica, frustrazione e incapacità di amare nel modo in cui ci si aspetterebbe. È proprio questa mancanza a generare un senso di inquietudine che accompagna tutta la lettura.

È una storia intensa che ti si incastra dentro, una lettura che angoscia. Potentissimo. 


genere: narrativa

pagine: 184

anno di pubblicazione: 2022

editore: Adelphi


sabato 14 marzo 2026

IL SORRISO AI PIEDI DELLA SCALA

 




Il sorriso ai piedi della scala - Henry Miller -

recensione a cura di Alice Bassoli

 

Augusto è un clown idolatrato e molto amato dal pubblico. Sul palco riesce a suscitare applausi interminabili. Eppure, Augusto non si sente realmente felice. L’arte è diventata per lui una prigione invisibile, una gabbia fatta di aspettative, ruoli e maschere, e comincia a interrogarsi sul senso del proprio successo e sull’autenticità delle emozioni che provoca negli altri.

Riesce a far ridere tutti, ma proprio per questo rischia di perdere se stesso.

Augusto rappresenta l’essere umano che indossa una maschera per soddisfare le aspettative altrui. È questa una piccola parabola sull’illusione del successo e sulla difficile ricerca di autenticità. Un racconto limpido, a tratti fiabesco ma attraversato da una tensione mistica e filosofica costante. In finale mi ha letteralmente sorpresa: l’artista vuole fuggire dalla sua celebrità e tenta di farlo prendendo il posto del collega malato, mascherandosi con lo scopo di essere irriconoscibile. Per lui questa è un’occasione ghiotta, che gli permette di reinventarsi. Nonostante tutto, il pubblico, che non sa chi realmente c'è dietro la maschera, è entusiasta, e anche quel nuovo personaggio che ora interpreta ottiene un grande successo. Augusto non può scappare quindi dal suo talento, pare che qualsiasi cosa tocchi diventi oro.

La prosa è semplice ma raffinata. Un racconto, questo, che può avere dietro di sé molte interpretazioni, che suscita in chi legge tutta una serie di riflessioni. questo perché l’autore non vuole insegnarci niente, in realtà, ma si limita, per così dire, a raccontare una storia che sarà interpretata da noi lettori attraverso il filtro della nostra sensibilità. Consigliatissimo, anche se non c’era bisogno di dirvelo.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2016

pagine: 80

editore: Feltrinelli


sabato 7 marzo 2026

POVERA GENTE

   




Povera gente – Fedor Dostoevskij –

recensione a cura di Alice Bassoli

 

Il libro non è un romanzo tradizionale, ma un romanzo epistolare, costruito attraverso lo scambio di lettere tra due personaggi marginali della società pietroburghese.

È il romanzo d’esordio di Fëdor Dostoevskij, e già in queste pagine si intravedono molti dei temi che segneranno tutta la sua opera: la povertà, la dignità umana, la sofferenza e la compassione.

La storia si svolge nella San Pietroburgo povera e grigia dell’Ottocento. I protagonisti sono un modesto impiegato statale ormai avanti con gli anni, e una giovane donna rimasta sola e senza mezzi.

I due vivono in condizioni estremamente precarie, in stanze misere separate solo da un cortile. Comunicano quasi esclusivamente attraverso lettere, nelle quali raccontano le difficoltà quotidiane, le umiliazioni subite e i piccoli momenti di speranza.

Lui nutre per lei un affetto profondo, tenero e quasi paterno. Fa di tutto per aiutarla, anche quando questo significa privarsi di ciò che gli è indispensabile. Lei, da parte sua, condivide con lui i ricordi della sua infanzia difficile e le sue preoccupazioni per il futuro.

Ma la loro fragile relazione è continuamente minacciata dalla povertà e dalla durezza della società. Quando nella vita di lei compare un uomo benestante disposto a sposarla, la scelta diventa inevitabile.

La decisione finale segna il destino dei due protagonisti e lascia nel lettore un senso profondo di malinconia.

Dostoevskij racconta la vita di persone invisibili, piccoli funzionari e giovani donne senza protezione, che cercano di mantenere un minimo di dignità.

Lui è un uomo ridicolo agli occhi degli altri, ma interiormente ricco di sensibilità e affetto.

Attraverso le sue lettere emerge un bisogno disperato di essere rispettato, di non essere considerato soltanto un uomo povero e insignificante.

Il tono è molto intimo. Tuttavia si percepisce la straordinaria capacità dell’autore di entrare nell’animo dei suoi personaggi, restituendo con precisione le loro paure, le loro illusioni e le loro fragilità.

 


sabato 28 febbraio 2026

IL LIBRO DELLE SORELLE

 




Il libro delle sorelle – Amelie Nothomb -

recensione a cura di Alice Bassoli

 

Un romanzo breve ma teso, architettato su una prosa particolarmente limpida. E’ tutto sommato una storia familiare che diventa una vera e propria indagine metafisica sull’amore e sull’identità.

Protagonisti del romanzo sono Tristan e Laetitia, due giovani inseparabili che si amano in modo esclusivo, quasi simbiotico. Il loro legame è così totalizzante da lasciare poco spazio al resto del mondo.

Quando nasce la loro figlia, Diane, l’equilibrio non si spezza e Diane cresce immersa in quell’amore assoluto tra i genitori, che però non la include mai davvero fino in fondo. È una bambina intelligente e precoce, e ben presto comprende che per essere vista deve diventare indispensabile.

Nel corso degli anni, Diane sviluppa un rapporto profondissimo con la sorellina Célia, nata quando lei è ancora molto piccola. Tra le due si crea un legame potentissimo, fatto di protezione e dedizione e una forma di amore che rasenta l’adorazione. Diane si consacra a Célia, la studia, la guida, la cresce quasi come una creatura propria.

Diane è lucidissima, estrema, capace di pensieri adulti nonostante sia solo una bambina.

La domanda attorno alla quale ruota tutto il romanzo è:

si può vivere senza essere l’oggetto privilegiato dell’amore di qualcuno?

Lo stile di Nothomb è asciutto, rapido, quasi geometrico.

Non c’è mai il melodramma, ma una tensione sottile che cresce pagina dopo pagina.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2023 

pagine: 128

editore: Voland

 


sabato 14 febbraio 2026

L'ULTIMA COSA BELLA SULLA FACCIA DELLA TERRA

 




L’ultima cosa bella sulla faccia della terra - Michael Bible -

recensione a cura di Alice Bassoli

 

In poco più di cento pagine l’autore costruisce una storia intensa e stratificata che affonda le radici nella provincia americana, esplorando i moti più oscuri dell’animo umano e la complessità di vite rimaste senza riscatto.  

La vicenda si apre con un atto insieme tragico e misterioso: Iggy, un giovane di Harmony, una piccola cittadina del Sud degli Stati Uniti, entra in una chiesa battista durante una funzione domenicale con l’intento di autoimmolarsi. Ma nel gesto qualcosa va storto: la benzina si rovescia e un incendio provoca la morte di venticinque fedeli, mentre lui sopravvive. Condannato alla pena di morte, Iggy trascorre gli ultimi giorni di vita rivivendo ricordi e fantasie, interrogandosi su cosa lo abbia spinto a quel gesto estremo (l’alcol, la droga, la perdita, l’amore per Cleo o l’amicizia per Paul?). 

Il romanzo procede per voci e punti di vista differenti: accanto alla narrazione interiore di Iggy, si alternano le prospettive di altri personaggi che in vario modo sono stati toccati dall’evento o ne portano il peso. Archi temporali diversi si intrecciano come in una partitura polifonica: dal 2005 al 2019, passando per epoche e memorie che alimentano la riflessione sul senso di appartenenza, solitudine e destino.  

Non è un semplice romanzo sull’azione drammatica: è un’esplorazione dell’esistenza come un continuo oscillare tra dolore, desiderio e fallimento. Bible scava nella psicologia dei personaggi, nella loro incapacità di comunicare la sofferenza, e nella spinta a cercare qualcosa di bello in un universo che sembra sempre disfarsi.  

L’opera si muove in un terreno narrativo dove l’evento catastrofico è solo il punto di partenza: ciò che rimane è la scia di vite spezzate, di speranze tradite e di silenzi mai colmati. L’ambientazione nel Sud rurale americano regala al romanzo un’atmosfera secca, viscerale, spesso amara, dove la comunità reagisce alla tragedia in un modo che è insieme collettivo e dolorosamente personale.  

La prosa di Bible è spesso controllata: non è un linguaggio spettacolare, né pirotecnico, ma capace di creare immagini e sensazioni che si fossilizzano nella mente del lettore. Ci sono momenti di grande lirismo, alternati a passaggi asciutti e crudi che riflettono lo stato mentale dei protagonisti.  


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2023

pagine: 135

editore: Adelphi