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venerdì 23 gennaio 2026

LA FINESTRA SBAGLIATA - MUORE IL MIO AVATAR

 



Muore il mio avatar

 

Se inserite il mio nome, Rosanna Pierleoni, sul motore di ricerca su fb, non viene fuori nulla. Da giorni vagabondo alla ricerca di un senso, a quella che vivo come una violenza, un’ingiustizia che mi avrebbe scosso anche avesse riguardato altri. Fatico a mettere insieme la consapevolezza che trattasi solo di un’iscrizione ad un sito e la sensazione interiore di un furto di un’identità, per quanto digitale.

Muore così il mio avatar e porta con sé, come ogni morte, un goccio di verità e un goccio di finzione. Tutto il resto sono illusioni. In quello, come in questo teatro, non contiamo niente.

Mi convinco allora ogni minuto di più di questa morte, anche se avevo imparato a prendermi cura di questo mio avatar, e lo ammetto, avevo anche cominciato ad amarlo. È un po’ come assistere alla propria dipartita: da chi era affezionato ai miei scritti questa disattivazione permanente viene vissuta come una piccola morte. Come può tutto questo non essere reale? D’accordo, mi ripeto, facciamo pure che non esisto: presto nessuno ricorderà più niente di me, io che non ho una rete territoriale, non ho le braccia aperte per gli eventi culturali pubblici e, parliamoci chiaro, non faccio comodo a nessuno, in una società che sull’utilità, ha fondato tutto. Poche ore, pochi giorni, e nessuno ricorderà più nulla, centrifugato come sarà dal solito tagadá di notizie, dalle giravolte di immagini, dai click compulsivi, dalle emozioni indotte.

Ma che cosa resta? Solo l’impossibilità di farne un dramma. «Ogni fantasma, ogni creatura d’arte, per essere, deve avere il suo dramma, cioè un dramma di cui esso sia personaggio e per cui è personaggio. Il dramma è la ragion d’essere del personaggio; è la sua funzione vitale: necessaria per esistere»; così scriveva Pirandello nel suo celebre Sei personaggi in cerca d’autore. Mi saltano in mente in questi giorni stralci di questo capolavoro, e non comprendo nemmeno il perché. In quel suo “teatro del teatro” saremmo stati anche noi personaggi in cerca di autore, ma noi non sopravviviamo però alla potenza del nostro dramma: abbiamo perso anche la potenza della maschera. Né autori né personaggi; siamo piuttosto giocatori perversi, infragiliti metameri di un corpo in necrosi, pedine truccate di un gioco asfissiante, inconsapevoli gregari di una guerra psicologica perenne, al servizio di quella reale. Disgiunti, acclamati, silenziati, cancellati: non esseri umani; piuttosto apparizioni allucinate dei nostri incubi quotidiani, proiezioni da mitizzare o divorare senza stomaco né chimo, lavatrice senza portello che trita all’infinito i nostri panni pieni di sterco, mostri sfigurati che riemergono dall’inferno dantesco per poi sparire nuovamente nell’abisso subito dopo.

Ma noi tutto questo lo calcolavamo? Lo volevamo? «Quando un personaggio è nato, acquista subito una tale indipendenza anche dal suo stesso autore, che può esser da tutti immaginato in tant’altre situazioni in cui l’autore non pensò di metterlo, e acquistare anche, a volte, un significato che l’autore non si sognò mai di dargli!». Anche per noi, autori autoreferenziali e personaggi scadenti, immersi in un dramma che riguarda solo noi stessi, la traiettoria è andata ben al di là della nostra penna. Lo ripetiamo spesso: «Facebook è una finzione, la realtà è un’altra», ma siamo sinceri o ci attacchiamo a parole morte, scheletro di mondo che è tramontato per sempre? Quante emozioni corrono in questi spazi e sono reali? Quante volte pensiamo di volere bene, di essere grati, delusi, turbati? E davvero siamo poi così diversi quando ne usciamo? In cosa siamo migliori da chi tutto questo lo ha orchestrato? Davvero basta un click per far apparire di nuovo quel mondo reale di cui tanto parliamo?

Sloggio a forza dal mio stesso personaggio e sono costretta a guardarlo da fuori. Dove mi trovo? Non sono poi cambiata così tanto. Cammino con la macchina e rischio un frontale con una donna che ha la faccia dentro il telefonino, porto al parco mia figlia ed è vuoto, c’è solo una mamma il cui corpo evoca malattia e una astenia malinconica che solo fino a trent’anni fa avrebbe avuto solo un malato grave, ora è la faccia di ognuno; chiamo il medico e mi propone, per una banale influenza, di portare mia figlia al pronto soccorso, lager inaccessibile neppure con un’emorragia in corso. Allora so che quella polarizzazione di percezioni e vissuti, quel deserto di proposte e alternative, quel saccheggio degli spazi comuni e della più elementare voglia di vivere, mai mancata neppure sotto le macerie, neppure sotto le bombe, è davvero qui per sempre, a ricordarci un’imminente morte. Ma questa morte è già avvenuta, solo che noi non riusciamo a lasciarla andare. Lì si incastra ogni nostro proposito vitale: sperma e secrezioni tramutati in codici numerici e algoritmi. Sconfitti dalla nostra genialità funerea, dalla nostra tecnica mortifera. È morto il corpo, la nostra animalità, unico spazio in cui lo spirito si incarna. Per questo siamo feroci.

E allora so che Facebook non è più, ormai, uno spazio definibile, una stella demoniaca e affascinante in cui entrare e da cui uscire. È piuttosto un orbe virtuale che si è fatto reale incarnandosi dentro di noi, e radicando bulbi e tuberi sull’asfalto che calpestiamo, nell’aria alterata che respiriamo. Non siamo mai dentro e mai fuori; si gonfia dentro come un’infezione crescente di cui non viene mai nominato il malanno; non è solo un’amante maligna che ci lega a sé col suo veleno, donna diabolica e affascinante che detestiamo e abbandoniamo per poi eiaculare ancora tra le sue cosce, no, è quel patto malsano che ci trasforma nel nostro aguzzino, quel meccanismo psicologico per cui ci piacerà sempre di più il persecutore che il perseguitato, e nella disfatta dell’altro troveremo sempre la nostra piccola soddisfazione. Anestetizzati, passivi, impazienti; attraversiamo i corpi di chi abbiamo davanti, cancelliamo informazioni passate nel feed delle nostre giornate, fatichiamo a chiamare orrori cose che non siano definite allo stesso modo da altri, sostiamo assenti sulle caotiche home della nostra vita.

Così non trovo più differenza tra i nostri avatar virtuali e i nostri personaggi reali. Con la stessa freddezza con cui guardiamo corpi dilaniati e amici silenziati in mezzo a foto di gatti e di cosce, allo stesso modo sbrighiamo una pratica di sottrazione di minori o manganelliamo un popolo in rivolta; prima di prendere uno spritz, dopo aver sceso la spesa dal cofano. Lo facciamo per lavoro, per noia, non sappiamo davvero nemmeno perché. Distaccati come psicopatici, inquietanti ancor di più ove la furia omicida non ci possiede eppure ci abita, come un killer distratto che prima e dopo aver ucciso la sua vittima inciampa in una buca o soffoca uno sbadiglio.

Eccoci qua, siamo venuti a vedere lo strano effetto che fa. Bramosi di un like e incapaci di radicale confronto, sedotti dal successo e impotenti dinanzi a un incontro. Veloci a condividere, sempre assenti nel reale. Doniamo una carezza in meno in favore di un post, teniamo lo sguardo un po’ meno sul miracolo del mondo per leggere una notifica; un romanzo non conosce il suo scheletro vitale fino a che quell’abbozzo di ispirazione finirà in un contenitore prefabbricato che lo renda al più presto digeribile per tutti. Il post. Un grumo di lettere in volo verso l’infinito, presto mangiato dal nulla; palcoscenico e attore; cassa pensata per assorbire tutto, per dividere le persone e poi tritarle; per mescolare insieme pietre preziose, residui e sterco, e farne un unico fiume di immondizia da buttare nello scarico a sera. Questi sono i nostri pensieri? Tanto valgono i nostri desideri?

Pensare o postare? Ma io non voglio né pensare né postare, io voglio esistere. E mi scuserà il signor Zuckerberg se non farò i salti mortali per riaverlo indietro questo mio avatar. Lo avrei fatto se non avessi mai letto Pirandello, lo avrei fatto se non sapessi che il cammino dell’umanità è cominciato molto prima di questo suo spazio distopico dove altri per lui, povero manichino, hanno dato una formula numerica al nostro delirio, garantendo una telecamera sempre accesa sulla nostra ispirazione morente. Lo sappiamo tutti, ma quanto ci costa oggi esprimere l’ovvio.

Chi avrà la voglia di leggere e condividere questa mia ennesima riflessione troppo lunga, sa che anche fottersene delle regole algoritmiche, non lasciare che altri definiscano il confine del possibile e del dicibile, significa compiere la propria scelta tra umano e postumano.


domenica 11 gennaio 2026

LA FINESTRA SBAGLIATA - MI SALVARONO I LIBRI

 



Mi salvarono i libri

 

Avevo otto anni, mio padre era in partenza: tre giorni e due notti fuori da casa, per l'Adunata Nazionale degli Alpini. Mi sentivo strana, non ero molto abituata alla sua assenza. Però, che fascino la piazza a quell'ora del mattino, l'intimità del sonno, il freddo sotto i cappotti.

- Rosanna, cosa ti porto?

- Un libro!

E così accadeva ogni volta che stava fuori. Tornava con un libro tra le mani. Lui che aveva altri linguaggi, cresciuto in montagna, tra l'indivia e le more, a scuola a piedi o sulla mula, tra vissuti e saperi che non avrei mai colto, faceva questo sforzo solo per me.

Mentre tutti gli altri genitori si procuravano facilmente caramelle o giocattoli, lui, nel pochissimo tempo che gli restava prima della sfilata, andava alla ricerca di una libreria per trovare qualcosa di adeguato alla mia età.

Quell'anno, quando tornò, facemmo una cena insieme ad altre famiglie di alpini, a casa della mia amichetta: anche suo padre era stato via tre giorni per la parata.

Mentre le nostre mamme preparavano la cena parlottando in cucina, lei mi chiamò in disparte. Mi portò in un garage freddo e disordinato: bicilette, un grande sacco di patate, un pacco enorme di zucchero, una pala, una scopa e una paletta, un triciclo, dei giochi malridotti, un vecchio aspirapolvere, una cassetta di cipolle; alle pareti, aglio e salsicce secche, una mensola piena di chiavi e documenti, un tavolo con pasta fresca stesa sotto qualche strofinaccio, odore di farina misto a quello di ammorbidente.

- Guarda… me lo ha portato papà!

Mi piazzò davanti la faccia un grandissimo biberon di plastica pieno di caramelle zuccherate e colorate. Che invidia! Corsi da mio padre a chiedere come mai non aveva portato anche a me la stessa cosa, era davvero un tubetto fantastico!

- Perché mentre loro erano davanti la bancarella, io ero da ore alla ricerca di un libro per te.

Di colpo l'invidia sparì. Mi aveva ricordato che avevo scelto.

- Cosa pensi che sia? Domani le caramelle non ci saranno già più; aggiunse.

Il libro, invece, il libro è qui, ancora ora, mentre vi scrivo.

È cominciata così la mia passione per la lettura, in modo irrazionale, spesso anche sconveniente. Ma si è trattato di una scelta che mi ha sempre rasserenata, proprio come quella prima volta.

Penso a quella mattina in cui ci preparavamo tutti per andare in montagna, in occasione della pasquetta. Mio fratello reperiva dalla cameretta il pallone, la corda, il binocolo, mia madre radunava viveri e coperte, mio padre caricava tutto nel bagagliaio della nostra Regata: una cappotta in rovina su un motore indistruttibile.

- Rosanna, sei pronta?

Arrivai al portone con solamente un libro in mano.

- Ma non prendi qualcosa per giocare? Guarda che saremo in montagna.

- Non mi serve niente.

- Il libro si rovinerà, e vedrai che non avrai modo di leggerlo.

Aveva ragione, non ho mai letto in quelle giornate: convincevo mio padre a montare un'altalena con la fune tra due alberi, scendevo di corsa dai dirupi, mangiavo carne alla brace e bruschette al pomodoro, assaggiavo i più improbabili fiori, mi sbucciavo le gambe con l'ortica, cercavo pertugi più oltre dell'oltre per fare pipì. Eppure quando tornavo in macchina, e ritrovavo lì il mio libro, mi sentivo meglio, e sapevo in cuor mio di aver scelto bene.

Un anno, mentre festeggiavamo la pasquetta nel solito pezzo di terra, prese a piovere a dirotto: ritirammo tutto e salimmo in macchina in fretta e furia, diretti al magazzino di una famiglia della comitiva. Una signora del gruppo salì in macchina con noi. Vedendomi con il libro in mano fece un sorrisetto sarcastico e bofonchiò qualcosa con tono derisorio: "il libro in montagna?", il sorriso malizioso le restò addosso come una cimice. Non risposi, non rispondevo mai agli adulti. Palpavo il disagio delle persone che avevo intorno, per questo mio ostinato, eppure semplice, naturale, dimostrarsi involontario di un modo di essere diverso. Amavo la natura e le sue leggi, ma soltanto perché lasciavo un libro dietro di me, e ritrovavo una penna al mio ritorno.

Non erano cattivi, forse impauriti. Seguivano altri linguaggi, altre strade, altri canali. Il mio modo di essere era vissuto come un affronto, un elemento troppo distante da poter integrare, ero troppo distante persino per riempire la casella della pecora nera: la verità è non rientravo in nessuna delle possibili maschere del loro teatro, che però era anche il mio.

Spesso in casa mia capitava qualcuno dopo cena, per un caffè. Io, dopo i saluti dovuti, alle volte me ne stavo in un angolo ad ascoltare, altre volte tornavo nella mia cameretta. Lì, girovagavo tra i miei libri e ritrovavo sempre la pace. Ricordo in particolare una volta: mi sentivo così male. L'incomunicabilità con le persone che avevo vicino aveva raggiunto soglie per me insostenibili. Avevo bisogno di buttare fuori tutto quel dolore. Andai in camera, mi adagiai sulla poltrona e lessi "Se questo è un uomo", di Primo Levi. Non so come un libro così difficile abbia potuto avere su di me un effetto così salvifico. Mi salvò da me stessa, dai miei demoni, dalla mia solitudine.

"A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico». Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all'origine di un sistema di pensiero". Ricordo ancora quando lessi quella frase. Fui colta da un tale stupore che mi accorsi immediatamente di non avvertire più il dolore insopportabile che premeva sul torace e che mi aveva costretta a cercare una soluzione tra le pagine di un libro. Fu un allargamento della coscienza, un salto quantico, una trasformazione per la vita. Per la prima volta fui cosciente del potere salvifico della lettura.

Forse per questo, diversi anni dopo, quando di anni ne avevo ormai venticinque, feci di nuovo la mia scelta.

Era aprile del 2009 e il terremoto dell'Aquila aveva raso al suolo la mia provincia, distrutto svariate certezze, aperto un abisso di ingiustizie. "Nel terremoto la natura realizzava quello che la legge a parole prometteva e nei fatti non manteneva: l’uguaglianza. Uguaglianza effimera. Passata la paura, la disgrazia collettiva si trasformava in occasione di più larghe ingiustizie", così scriveva Ignazio Silone (“Faustina e il terremoto” ), riferendosi al terremoto della Marsica del 1915 in cui aveva perso sua madre.

Quasi un secolo dopo, secondo i nostri calendari, di nuovo un terremoto nella nostra zona. Io mi trovavo a Roma. Mi svegliò di colpo con la faccia sconvolta: Guarda!

Sulla sua scrivania, la piccola televisione accesa sullo squarcio di via XX Settembre. Mio cugino, la mia amica, le tantissime conoscenze, tutto si affollava nella mia mente. La città in cui ho vissuto, in cui ho atteso una risposta mentre mio cugino era in fin di vita, in cui ho avuto la diagnosi di una persona cara, in cui anni dopo avrei portato mia figlia neonata nel reparto di rianimazione, in cui avrei presentato il mio primo romanzo: cose accadute, mescolate tra altre non ancora accadute, in quel segreto che abbiamo col tempo, in quella bolla di vita che galleggia sul mondo, al di fuori dei calendari. Non so come ma, nello sconcerto che provavo, c'era dentro già tutto. Del resto, cosa è il tempo se non un ammasso di numeri, simboli e percezioni che sfondano il confine e ci restituiscono il senso?

Fatto sta che L'Aquila, una città che amavo tantissimo, era ridotta a brandelli. Tornai subito a casa. Le scosse si susseguivano, i telegiornali anche. Decidemmo di dormire per qualche tempo fuori di casa, in un terreno di famiglia, e di mangiare in quella che poi sarebbe diventata la casa dei miei genitori, ma che allora era a mala pena le mura di una casetta di campagna dove mio nonno dava riparo, con il suo amore selvatico, ad alberi maestosi e a qualche sparuto animale. Da bambini la chiamavamo "La casetta di Nonno Cé" e anche oggi, nonostante non lo sia più, per le mie figlie che corrono a trovare i nonni, quella è ancora La Casetta. Il tempo, il tempo.

Tornai a casa per una doccia veloce e fece una scossa di terremoto proprio mentre ero in piedi nella vasca: restai immobile mentre l'acqua scorreva. Quando la stanza si fermò, mi asciugai e  vestii in fretta, e corsi verso il portone, ma eccone un'altra, accompagnata da un rumore forte: in cucina, piatti e bicchieri a terra. Feci di nuovo per uscire e mi colse una tenerezza strana verso la mia casa, verso i miei oggetti, io che non sono mai stata attaccata a nulla, troppo poco, mi dicevano per aiutarmi a dare valore ai soldi, alle cose. Per la prima volta provai un tormento vero per il nostro divano, per la televisione, per la vetrinetta con l'enciclopedia, per le mensole piene di foto, per i pavimenti, i pavimenti, quando mai li avevo guardati in tutta la mia vita?

"Potrebbe crollare tutto stanotte", pensai. Del resto, dicevano che lo sciame sismico non avesse ancora finito la sua corsa. Dovevo assolutamente prendere qualcosa da portare con me, ma dovevo fare presto: un fratello di un mio bisnonno era morto per essere tornato indietro per recuperare il suo cappotto durante il terremoto della Marsica del 1915. Il cervello passò tutto in rassegna in tempo zero: libri universitari, il portatile, i vestiti, i trucchi, le scatole dei ricordi, i quaderni e diari, i regali di amiche e fidanzato, lo stereo… corsi in camera, presi tre libri e lanciai le mattonelle del pavimento e i suoi bizzarri disegni, dietro di me. Feci un balzo sul pianerottolo, un balzo al di là del tempo.

Li lessi e rilessi mentre dormivo nel furgone da lavoro di mio padre, al freddo, sotto le stelle, mentre tutto si sgretolava, tra il tremare delle montagne e il fetore insopportabile dei soliti uffici.

Mi salvarono i libri. Mi salvarono ancora.


giovedì 1 gennaio 2026

LA FINESTRA SBAGLIATA - SENTIRSI DIMINUITI

 



Sentirsi diminuiti

 

Quante volte dopo essere stata sui social mi sento "diminuita" per usare un'espressione del filosofo Giorgio Agamben, che mi colpì molto.

Quante volte vorrei chiudere i miei account e mollare tutto.  Ansia, frustrazione, rabbia. Emozioni che tornano ad ogni post. Siamo tutti intolleranti, scortesi, poco eleganti nella forma e nei modi. Alle volte provo fastidio anche per contenuti con cui sono in accordo, perché ormai stanca di un certo linguaggio.

Credo molto nella parola, ma mai avrei immaginato di potervi prendere parte in modo sgraziato, come capita oggi.

«Gli uomini hanno nel linguaggio la loro dimora vitale e se pensano e agiscono male, è perché corrotto e viziato è innanzitutto il rapporto con la loro lingua. Noi viviamo da tempo in una lingua impoverita e devastata, tutti i popoli, come Scholem diceva per Israele, camminano oggi ciechi e sordi sull’abisso della loro lingua ed è possibile che questa lingua tradita si stia in qualche modo vendicando e che la sua vendetta sia tanto più spietata quanto più gli uomini l’hanno guastata e negletta.», trovo bellissime queste parole di Agamben.

Molto potente questa idea di una lingua tradita che si vedica. Proprio per cercare di farla arrabbiare un po' meno, spesso riscrivo, cerco il termine migliore, mi chiarisco interiormente, ricomincio da capo, lascio sedimentare, lascio stare.

Da bambina venivo continuamente ripresa, su come parlare, come usare il mio corpo, come rispondere. Pensavo fosse eccessivo, invece oggi mi appare non di rado la mia unica àncora di salvezza in un mondo senza decoro, senza il senso del limite e della vergogna. Cosa ne è di noi quando introiettiamo l'idea che nulla conti? Ecco, i social stanno slatentizzando anche questo, potenziando le parti peggiori di noi. Ma non credo che a stare male siano solo i destinatari dei nostri messaggi: le prime vittime siamo noi stessi.

Del resto quando ascoltiamo qualcuno, anche noi stessi, ci arriva prima il come che il cosa. Ed è proprio quel come che nel virtuale viene meno, perché mancano del tutto il tono della voce, le pause, il corpo. Allora li aggiungo io, allargo la visuale: ho curiosità dei volti delle persone con cui interagisco, dei toni della voce, delle pause, degli sguardi. A volte provo ad immaginarli, a volte li intuisco da una foto, li scorgo in una clip, o per strada, e allora so che siamo tutti migliori di come appariamo qui.

Quando il senso di scoramento è più forte, proprio allora cambio lo sguardo. Una passeggiata, un abbraccio delle mie figlie, una coccola a me stessa, una parola di vero bene, e vedo le cose in una prospettiva diversa.

Insomma, quanto perdiamo di noi e degli altri, incastrati in fortini sempre più angusti?

Forse la dolcezza, la gentilezza, la serenità oggi sono vissuti come valori perdenti e ci imbarazza mostrarli? Può essere. Molto più urgente dimostrarci pronti, arguti, inutilmente crudeli.

Tutto questo però ci impedisce l'essenziale, l'unica cosa in grado di trasformare ogni spazio in un luogo sacro di vero incontro e ascolto.

«C'è un modo migliore per dire quello che voglio dire?», senza farci questa domanda, senza questo sforzo reciproco è impossibile tirare delle linee comuni e far fronte a una fase tra le più complesse. I conflitti, gli schieramenti, i protagonismi, le invidie, le frecciatine, le reazioni di pancia, il sarcasmo, l'avarizia [non solo materiale, penso all'incapacità di fare un complimento, di donarci, di dire una cosa bella anche se la pensiamo]. Tutte queste cose sono la nostra sconfitta personale e collettiva.

«I limiti della mia lingua significano i limiti del mio mondo» (Wittgenstein).

E allora, comincio dal piccolo, dandomi qualche piccola regola: non mettere mai una risata di scherno, non entrare mai nelle bacheche altrui se non sono capace di trasmettere un senso di interesse per l'altro, un bisogno sincero di comprensione reciproca. Rispondere a tutti, senza alimentare dinamiche divistiche. Tutti meritano una risposta, non solo quelli che noi percepiamo più utili, più potenti, più in grado di farci brillare. Lasciar sedimentare qualche giorno le cose che scrivo. Se serve, cancellare e riprovare, fino a raggiungere ciò che davvero è importante per me condividere. Così un «ma è mai possibile che...» può diventare un «vorrei tanto che...».

Il linguaggio cambia la realtà, una frase può distruggere o edificare. Dopo la comunicazione abbiamo energia in esubero o in perdita?

Ecco, per me la parola chiave è energia. Questa andrà dove noi la poggeremo; è allora fondamentale capire cosa vogliamo rinforzare.

Ma non si tratta solo di uno scambio insignificante tra due o più persone, si tratta di definire il mondo. Possiamo anche convincerci di star contrastando qualcuno ma se lo citiamo, ne parliamo, lo critichiamo con rabbia e risentimento lo stiamo ingrassando; di fatto aderiamo alla sua visione di mondo. «Non parteciperò mai a manifestazioni contro la guerra. Chiamatemi quando organizzerete una manifestazione per la Pace».

Non è un caso che il linguaggio politico e quello istituzionale rovescino ogni tentativo di bene nel male. Ogni discorso deve tornare nel loro alveo limitato, violento e emotivamente immaturo. «Il frasario dei media impone dovunque la sua miserabile norma», sempre Agamben. Così, ogni nostra istanza, per quanto in origine lodevole, diventa: comunista, fascista, politicamente corretta, politicamente scorretta, radicale chic, woke, femminista, maschilista, no vax, mainstream. Tutte formule usate per volgere verso il basso ogni tentativo di bene.

«Nemmeno stupisce che chi maneggia una simile lingua abbia perso ogni consapevolezza del rapporto fra lingua e verità [...]. La verità di cui qui parliamo non è solo la corrispondenza fra discorso e fatti, ma, ancor prima di questa, la memoria dell’apostrofe che il linguaggio rivolge al bambino che proferisce commosso le sue prime parole».

Ecco, cerchiamo di ricordare il candore di quella commozione, di ritrovare la fede in qualcosa. Perché in fondo credere a tutto e non credere a niente sono molto vicini...

E, allora, teniamo il timone ben saldo in mezzo a questa tempesta che non sembra voler finire e che tutti ci spaventa a morte, discernendo di volta in volta il buono che c'è in ogni istanza.

Il bene è sempre bene, anche se siamo affiancati dal demonio che si traveste usando le nostre stesse parole, che cerca di sfigurarlo. In quel caso sarà importante dire al demonio: io ti vedo, vedo il tuo tentativo di dividerci, di dividermi, e proprio perché ti vedo, proseguo nel cammino del bene e del vero.

Buon inizio di anno a tutti!