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mercoledì 29 aprile 2026

DELITTO E CASTIGO

 




Delitto e castigo - Fedor Dostoevskij -

recensione a cura di Francesca Simoncelli


Fino a che punto possiamo giustificare le nostre azioni?

" Delitto e castigo ", capolavoro di Fëdor Dostoevskij, che si svolge quasi esclusivamente a San Pietroburgo, non è un romanzo giallo, né un noir, non ci sono casi da risolvere o assassini da scovare.

Il delitto avviene pressoché nell'immediato del racconto e a compierlo è il protagonista della storia, il giovane e indigente ex studente Raskol’nikov; ma non è certamente questo uno spoiler, perché sarà da qui che inizierà il vero cuore del romanzo.

Raskol’nikov uccide una vecchia usuraia e sua sorella, per cercare di sfuggire ad una vita miserabile, ma soprattutto per provare una sua personale teoria, basata sul fatto che esistono persone che sono al di sopra delle parti, autorizzate, in un certo modo, a decidere la sorte altrui, in beneficio di una causa superiore.

Ma, subito dopo il delitto, inizierà dentro di lui una lotta morale, per cercare di giustificare le sue azioni.

Durante questo conflitto interno, egli passerà attraverso la vergogna, il pentimento e infine il delirio e sarà vittima di un vero malessere fisico.

Intorno a lui ruotano tanti personaggi, che aiutano il lettore a comprendere meglio la storia e che completano la descrizione di un ambiente complesso, dove si alternano sentimenti ambigui: l'egoismo e la carità, l'amore e l'odio, il bene e il male; Dostoevskij riesce a scavare così bene nell'animo umano che i suoi personaggi sono così poliedrici, fragili, complicati da sembrare reali.

 Prima fra tutti Sonja, figlia di un ubriacone che Raskol’nikov incontrerà per caso; sarà lei la prima a cui lui confesserà il suo segreto.

 Lei è un'anima pura, che esprime la compassione, la fede sincera e profonda, l'amore incondizionato, ma che è costretta a prostituirsi per aiutare la famiglia, che vive nella miseria.

Non di minore importanza è Vrazumichin, amico di Raskol’nikov , anche lui ex studente, di animo buono e leale, che cercherà di aiutarlo nel suo momento di confusione e disperazione.

La grande differenza tra i due è la serenità con cui Vrazumichin affronta la vita, in confronto alle afflizioni di Raskol’nikov , perché alla fine il suo vero castigo non sarà la punizione fisica, ma il suo tormento interiore.

 Ogni parola, ogni frase esprimono questa sua sofferenza e tutti i personaggi e gli eventi completano il ritratto della complessità di quest'uomo, povero, ma di talento, che vorrebbe di più dalla vita, che si pone tante domande, che cerca risposte, che si dispera.

Dostoevskij descrive magistralmente la disperazione umana, riuscendo ad entrare dritto nell'animo, come una freccia ben scoccata, forse proprio a causa del suo vissuto, delle sue sofferenze personali, perché chi ha tanto sofferto, spesso, riesce ad avere una maggiore empatia ed il suo sguardo va oltre le apparenze e osserva la profondità.

Non riesco a trovare parole adatte a descrivere le emozioni provate nel leggere questo capolavoro, perché coesistono in me un vortice di sensazioni diverse.

Dostoevskij riesce sempre a stupirmi, mai a deludermi: nella lettura dei suoi romanzi ho troppa fretta di leggere, perché sono completamente coinvolta nella storia, ma ho poi la malinconia di aver terminato così velocemente e sento subito la mancanza di quella che ormai era diventata la mia quotidianità.

Volete provare tutte queste emozioni, senza uscire di casa?

Aprire un libro di Dostoevskij ed iniziate a leggere...

LA SOFFERENZA, IL DOLORE SONO L'INEVITABILE DOVERE DI UNA COSCIENZA GENEROSA E DI UN CUORE PROFONDO. GLI UOMINI VERAMENTE GRANDI, CREDO, DEBBANO PROVARE SU QUESTA TERRA UNA GRANDE TRISTEZZA.


martedì 28 aprile 2026

LE BIBLIOTECARIE DI NOTRE DAME

 




Le bibliotecarie di Notre-Dame - Janet Skeslien Charles -

recensione a cura di Lilli Luini

 

Ho scoperto questa autrice tramite il suo primo libro, La biblioteca di Parigi in cui – dopo una ricerca documentatissima durata dieci anni – ricostruisce la storia dell’American Library di Parigi, tenuta aperta dalla direttrice Dorothy Reader durante l’occupazione nazista.  Un romanzo splendido, che mi aveva incantata,

Ora, il titolo di questa nuova opera mi aveva insospettito (un’operazione commerciale? una frittata rigirata?) ma ho voluto dare credito alla scrittrice e ho fatto benissimo. Tanto per cominciare, il titolo originale è Miss Morgan’s Book Brigade, la cattedrale di Parigi non c’entra nulla  e quindi l’operazione commerciale è tutta a carico dell’editore Garzanti. E anche stavolta la Charles mette in scena una storia di coraggio che ha salvato non solo libri ma vite.

La Miss Morgan del titolo è Ann Morgan, figlia di JP Morgan, il fondatore della banca d’affari. Leggendo questo libro si scopre che, durante la prima guerra mondiale, insieme all’amica e compagna, la dottoressa Ann Murder Drike, fondarono il card, ovvero il Comité American pour le Regions Devastées en France. Un piccolo gruppo di donne che lasciarono il loro paese e si trasferirono nella Francia settentrionale, a sessanta chilometri dal fronte, dove si erano rifugiate le popolazioni fuggite da quella che ormai era una terra di nessuno fatta di macerie e mine. Il loro compito è esclusivamente l’aiuto disinteressato: grazie alle sue conoscenze, Ann Morgan riuscì a convogliare fondi che servivano per cibo, coperte, vestiti, medicine, tutto quello che serviva a famiglie che avevano perso tutto, spesso anche i loro cari.

Kit Carson è una di queste donne. Per affrontare questo impegno lascia un impiego alla sezione bambini della New York Library. Il suo compito è portare un po’ di serenità ai bambini sfollati leggendo loro delle storie. Sotto le bombe, tra le incursioni nemiche e nonostante perdite dolorose che la coinvolgono in prima persona, coinvolge nella sua iniziativa anche gli adulti. Insieme a una adolescente francese, Marcelle, si spingerà anche nella zona rossa, rischiando la vita pur di salvare chi laggiù era rimasto.

Kit Carson è realmente esistita ed è proprio partendo da un trafiletto con il suo nome che la Charles ha iniziato le ricerche.

Il romanzo è scritto benissimo. Nonostante lo scenario, che si fa via vi a sempre più sanguinoso, riesce a mantenere una dolcezza che incanta. Grandissimo merito è di aver portato alla luce una piega della Storia: del lavoro di queste donne io non sapevo nulla, eppure hanno fatto moltissimo per una regione che, ho scoperto, è stata inabitabile per decenni e ancora oggi non è del tutto bonificata.  Per me, che oltre alla lettura amo la Storia e in particolare quella del secolo scorso, questo romanzo è stato davvero un incontro prezioso.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

pagine: 352

editore: Garzanti







 


lunedì 27 aprile 2026

CECITA'

 





Cecità - José Saramago -

recensione a cura di Alice Bassoli


Pubblicato nel 1995, è un’opera che sfrutta una situazione estrema e apparentemente fantastica per parlare della natura umana, della fragilità della civiltà e della sottile linea che separa ordine e barbarie. È un libro duro, a tratti sconvolgente, ma anche profondamente morale e filosofico. La vicenda comincia in una città senza nome, in un tempo non precisato, quando un uomo fermo al semaforo diventa improvvisamente cieco. Non precipita nel buio, come ci si aspetterebbe, ma in una luce lattiginosa, bianca e totale. È una cecità anomala, diversa da ogni malattia conosciuta. Nel giro di poco tempo il contagio si diffonde rapidamente. Perdono la vista la moglie del primo cieco, il ladro che gli aveva rubato l’auto, l’oculista che lo visita, i pazienti presenti nel suo studio e molte altre persone. Nessuno sa spiegare l’origine del fenomeno, né come fermarlo. Le autorità reagiscono con paura e brutalità. I primi contagiati vengono rinchiusi in un ex manicomio abbandonato, sorvegliati dai militari, isolati dal resto del mondo e lasciati quasi senza assistenza. In questo luogo degradato si raccoglie il nucleo centrale del romanzo. Tra loro ci sono il medico oculista, sua moglie, una ragazza con gli occhiali scuri, un vecchio con una benda nera, un bambino strabico e altri personaggi identificati non da nomi propri ma da caratteristiche fisiche o ruoli. È una scelta tipica di Saramago, che toglie identità individuali per rendere i personaggi simboli universali. La moglie del medico è l’unica persona che conserva la vista, ma finge di essere cieca per non separarsi dal marito e segue volontariamente gli internati nel manicomio. Diventa così testimone e coscienza morale dell’intera vicenda. Vede tutto ciò che gli altri non possono vedere: il degrado materiale, la sporcizia crescente, la fame, la paura, la perdita di dignità e la violenza che si diffonde. Nel manicomio, con il passare dei giorni, l’ordine crolla completamente. Mancano igiene, cibo e regole condivise. Alcuni internati più aggressivi prendono il controllo di un reparto, si impadroniscono delle razioni alimentari e iniziano a imporre ricatti e soprusi agli altri. Prima chiedono oggetti di valore, poi pretendono il corpo delle donne in cambio del cibo. È una delle parti più dure del romanzo, in cui Saramago mostra quanto rapidamente una società possa regredire quando vengono meno istituzioni, responsabilità e limiti morali. Il titolo allude ovviamente alla perdita fisica della vista, ma soprattutto a una cecità morale e spirituale già presente prima dell’epidemia. Uno dei grandi temi del romanzo è il rapporto tra civiltà e barbarie. Saramago suggerisce che l’ordine sociale è più fragile di quanto immaginiamo e che basta poco perché emerga il peggio dell’essere umano. Ma nello stesso tempo mostra che anche nelle condizioni più estreme restano possibili la compassione, l’aiuto reciproco e il senso morale. Per questo il libro non è solo cupo o pessimista. Dentro il disastro continua a esistere una possibilità di umanità.


genere: distopia

anno di pubblicazione: 1995

pagine: 288

editore: Feltrinelli







domenica 26 aprile 2026

DALLA PARTE SBAGLIATA SI MUORE

 




Dalla parte sbagliata si muore - Sonia Sacrato -

recensione a cura di Gino Campaner 

 

📖Spiccioli di trama: a Padova un serial killer uccide uomini che apparentemente non hanno nulla in comune. Chiamata ad indagare e a capire cosa muove l'assassino è la polizia. L'ispettore D'Elia conduce la squadra di investigatori. Lo stesso porterà avanti un difficile rapporto con Diana che è apertamente innamorata di lui. Entrambe le situazioni troveranno una sorprendente soluzione. 


🔥Punto di forza: si dice che l'incipit sia fondamentale nella lettura di un romanzo. Soprattutto perche indirizza l'attenzione e il coinvolgimento del lettore che se colpito da un inizio promettente, che soddisfa le sue attese, non lascia più il libro, qualsiasi cosa accada. L'incipit rappresenta un patto di reciproca fiducia tra lettore e scrittore.  L'incipit di Dalla parte sbagliata si muore mi ha colpito e mi ha stregato. Un inizio folgorante che mi ha fatto immaginare la lettura di un ottimo romanzo. Molto più "intenso" di quanto mi aspettassi. Lo è, in effetti. Anche se la parte thriller a lungo andare si perde un po’. 


🙁Punto debole: per mio gusto personale avrei preferito che il racconto thriller fosse più incisivo è prevalente. 


🏁Finale: il finale non è scontato. Ma un po’ troppo veloce. Non mancano comunque i momenti di pathos e le sorprese. Le imprese del serial killer sono curate e molto "efficaci". 


🎓Giudizio complessivo: ⭐⭐⭐⭐
Il romanzo è formato da due storie parallele che si sviluppano insieme e che terminano nello stesso momento o quasi. Io amo più i gialli o i noir senza commistioni. Il romanzo ha una parte thriller ed un'altra equiparabile ad una commedia brillante, più giocosa e leggera. Il thriller è ben realizzato forse un po troppo frettoloso nel finale. La commedia racconta del rapporto di amicizia tra quattro ragazze una delle quali è innamorata dell'ispettore incaricato delle indagini. La Sacrato tiene bene in equilibrio le due vicende anche se per me in questo romanzo la parte della commedia è più curata, con dialoghi divertenti e situazioni spassose. Mi azzardo a dire che mi sembra più portata per questo genere rispetto al thriller. Anche se sarei curioso di vederla alle prese con un romanzo unicamente giallo. Potrebbe regalare sorprese. L'incipit è di prim'ordine. 

 

genere: thriller

anno di pubblicazione: 2026

pagine: 304

editore: Mursia


giovedì 23 aprile 2026

ESTRANEA

 




Estranea - Yael van der Wouden -

Recensione di Miriam Donati

È una storia a più livelli, un racconto inquietante, con sfumature quasi gotiche all’inizio, che parla della claustrofobia e di essere intrappolati in una casa con qualcuno che si detesta e verso cui si prova un'ostilità crescente. Parla di repressione sessuale e dell'esperienza trasformativa della liberazione del desiderio represso. E parla del peso della storia, delle disastrose conseguenze della guerra e di come riconciliare ciò che è andato perduto e spazzato via.

“Non sono da usare, sono da tenere.” Queste sono le prime parole pronunciate da Isabel nel romanzo d'esordio di Yael van der Wouden. Siamo negli anni Sessanta e incontriamo Isabel, quasi trentenne, che vive un'esistenza estremamente isolata in una provincia rurale olandese, nella casa ereditata dalla famiglia tramite uno zio, quando aveva undici anni durante il rigido inverno di guerra del 1945.

La sua occupazione principale è la cura della casa le cui mura e i cui oggetti, dalle porcellane al giardino, rappresentano un legame tangibile con la madre. Trascorre le giornate a riordinare, assicurandosi che ogni cosa sia al suo posto con una meticolosità ossessiva che riempie le sue giornate e assorbe ogni suo pensiero. Conta le posate ogni giorno, spolvera le tende e ha lasciato la camera da letto della madre intatta da quando l'ha assistita nei suoi ultimi giorni. Tiene la casa stretta a sé, portando con orgoglio smodato il ruolo di custode e guardiana, un ruolo che si è autoimposta. Anche perché l’edificio passerà al fratello maggiore Louis alla morte dello zio.

Scopriamo presto come questo orgoglio offuschi il suo giudizio, ostacoli la sua capacità di interagire socialmente e la dipinga come compulsiva, fredda, introversa e nevrotica. Sembra non esistere Isabel al di fuori del contesto domestico. Il suo rapporto parassitario con la casa plasma il suo personaggio e, di conseguenza, costituisce il fondamento del romanzo. È una persona difficile da apprezzare e sarebbe insopportabile nella vita reale, è conservatrice, ostinata e diretta fino all'insensibilità, maleducata con quasi tutti quelli che incontra e fa fatica a mantenere una domestica perché la attacca continuamente con giudizi e accuse.

La sua meticolosa routine viene sconvolta quando scopre un frammento di ceramica rotto in giardino. Questo frammento presenta fiori blu lungo il bordo e parte della zampa di una lepre, proprio come i piatti del prezioso servizio di porcellana della sua defunta madre. Nulla di quel servizio che Isabel pulisce settimanalmente è mai andato perso. Come ci è finito lì?  

I piatti, decorati con lepri saltellanti, sono un'immagine chiara e artistica che ricorre in tutto il libro e che lascia un'impressione duratura dopo la lettura. Il gesto di Isabel che passa le mani su questi oggetti preziosi e li confronta con le sue liste scritte a mano mostra uno dei pilastri del suo personaggio: è destinata a essere osservata, piuttosto che a essere apprezzata.

A parte la domestica, un vicino di cui respinge le attenzioni e lo zio, l'unico contatto umano che Isabel ha è con il fratello minore Hendrik, con il quale ha un rapporto affettuoso. Hendrik vive lontano da casa da quando ha fatto coming out con la madre, ora defunta. Ma Isabel ignora ostinatamente e ostentatamente la realtà e le ragioni della sua partenza. Il testo descrive come "a volte potesse annebbiare la vista guardando qualcosa, decidendo di non vederla a fuoco, decidendo di distaccarsi". Questo spiega molto di Isabel, che ricorre all'autonegazione quando si tratta di situazioni emotivamente difficili, sia esterne che interne.

Il fratello maggiore di Isabel, Louis, organizza una cena per Isabel e Hendrik per far loro conoscere la sua nuova fidanzata, Eva. C'è tutta la tensione della nuova fidanzata che vuole fare una buona impressione e cercare di conoscere i fratelli adulti del suo compagno, ma in cambio il fratello e la sorella la trattano con sufficienza perché la vedono solo come l'ultima conquista del fratello, noto donnaiolo. Ma con Eva è diverso, perché Louis deve viaggiare per lavoro e informa Isabel che Eva starà da lei nella sua casa. Naturalmente, Isabel è fermamente contraria a questo piano, ma non le viene data scelta. Quindi, quando l'esuberante Eva si trasferisce nella casa di famiglia, la sua presenza disordinata sconvolge la vita rigidamente regolamentata che Isabel si è costruita. Irrompe nella sua vita con i suoi capelli biondi e la sua cordialità sgarbata. Da vero e proprio contraltare, il suo arrivo porta una serie di cambiamenti nella vita fino ad allora monotona di Isabel. Mette a soqquadro la stanza della madre di Isabel, gli oggetti in casa iniziano a sparire, la domestica viene invitata a bere del vino e le due donne si scontrano continuamente.

Il romanzo è particolarmente attento all'esperienza sensuale di Isabel. La casa è una sua estensione e come tale la percezione sensoriale che ne ha è attenta e specifica. Isabel è in sintonia con la casa, coinvolta nei suoi spazi, i suoi suoni, la sua atmosfera, i suoi mobili, le sue stoviglie.

L'acuta consapevolezza sensoriale di Isabel si sposta dalla consapevolezza della casa alla consapevolezza di Eva. Ed è qui che il romanzo diventa sensuale nel secondo senso del termine: ancora in sintonia con l'esperienza sensoriale, ma ora in un modo colorato dall'attrazione. Le interazioni tra Isabel ed Eva risuonano con la tensione che esiste tra di loro, una tensione che a tratti le allontana e a tratti le avvicina.

È una dinamica di attrazione e repulsione affascinante: Eva irrita e fa infuriare Isabel, eppure allo stesso tempo Isabel ne è completamente ossessionata. Isabel è alle prese con nuove percezioni e nuovi sentimenti e cresce in essi: reprimendoli, negandoli, riconoscendoli, articolandoli, agendo di conseguenza. Non è un processo facile né confortevole per lei, ma questo rende ancora più significativo il momento in cui finalmente riesce a uscire dal suo guscio e a esprimere a se stessa ciò che desidera.

Eva porta a un risveglio inaspettato proprio di ciò che fino a quel momento era mancato nella vita di Isabel, introduce e legittima il desiderio non solo come un'emozione, ma come un'azione. 

Questo è uno dei maggiori punti di forza del romanzo: il modo in cui presenta il desiderio come un'entità autonoma, distinta dal sé. Isabel è devastata dal desiderio, annientata dalla sua ineluttabilità. Lotta costantemente con esso, incapace di trovare scampo. Desiderio proibito per il corpo fisico, desiderio incontrollabile di controllo, desiderio disperato di appartenenza. La relazione che si sviluppa tra Eva e Isabel non è di per sé sorprendente, ma credo che Van Der Wouden abbia indagato poco le differenze tra le due donne che sembrano avere ben poco in comune tra loro e non si conosce il pregresso di Isabel. Ci sono piccoli scorci della sua infanzia e dettagli sparsi per la casa molto intriganti, però manca la vera storia di Isabel, il perché sia così profondamente legata alla casa e ai suoi oggetti, anche al di là delle indicazioni della madre defunta, come se ci fosse un trauma nel passato. Man mano che la storia completa del romanzo viene svelata, questo aspetto è sembrato più un espediente narrativo che qualcosa di naturale.

Strutturato in tre parti, il romanzo sfrutta ogni sezione come un'opportunità per decostruire la dura corazza che avvolge la storia. Nelle prime due parti si assiste alla rimozione di questa armatura e alla fine della terza parte, l’autrice ha definitivamente demolito Isabel. A lei seguono Eva, la casa, la trama e, infine, il lettore. I muri della storia sono stati abbattuti, il cartongesso è a vista, le infrastrutture sono esposte. Eppure questa demolizione è compiuta in modo furtivo. Il romanzo è ingannevole in questo senso. È svelata una storia più profonda della casa, di coloro che ha protetto e di coloro che non ha protetto. Estranea riesce a celare un messaggio più profondo e ricco che si cela sotto ciò che inizialmente si crede sia la storia. Come matrioske, quando se ne apre una, se ne rivela un'altra, e un'altra ancora.

Rimane alla fine della lettura un costante promemoria della malleabilità della verità e di come le storie che la veicolano raramente siano monolitiche. E così, ci si chiede se si è davvero notato tutto ciò che era scritto sulla pagina. O se c'era qualcos'altro, lì, nascosto in bella vista fin dall'inizio quando si era avvertita un'atmosfera di forte tensione, la sensazione che qualcosa che non andava.

Il rapporto di Isabel con il fratello minore Hendrik è uno degli aspetti interessante del romanzo. Da piccoli, Isabel era stata per lui una figura materna: "Anche lui era un bambino e lei lo aveva confortato durante i suoi incubi notturni", ma il loro legame si è indebolito quando un Hendrik ribelle ha lasciato casa per esplorare la propria sessualità. Uno ha spiccato il volo, l'altra è rimasta indietro, ancorata alle proprie abitudini. La dinamica, ben delineata, tra Hendrik e Isabel, che oscilla sottilmente tra tenera affettuosità, sollecitudine e vecchie ferite, avrebbe meritato maggiore spazio. Toccante scoprire il conflitto interiore legato alla relazione di Hendrik con l'insegnante e come abbia lasciato la casa di famiglia. È interessante come questa storia personale possa essere interpretata come un elemento che alimenta i conflitti di fondo e la tensione latente.

Nella terza parte il libro ritorna alle sue radici, con una buona caratterizzazione dei personaggi. Ed è un peccato che Eva funga più da catalizzatore per il percorso di Isabel, piuttosto che diventare un personaggio a sé stante.  Va sottolineato che il colpo di scena con la rivelazione impensata non arriva nel finale, ma prima, e il fatto di averlo anticipato mina in parte l'arco narrativo. Segue quindi un epilogo che priva il processo di lettura di un certo grado di libertà per il lettore. Meglio sarebbe stato secondo me lasciare un finale aperto e al lettore la scelta immaginativa.

Tuttavia non credo che il finale sia il punto centrale del romanzo, quanto piuttosto la tensione narrativa, i torti che si celano nelle vite private e le dinamiche politiche e sociali di una nazione nel dopoguerra.

È una lettura coinvolgente e inquietante che esplora temi come lo sradicamento, la solitudine e la perdita, il bisogno, la rabbia e il desiderio, i ricordi d'infanzia, la vendetta e la redenzione. Lo stile narrativo, incisivo e ricco di atmosfera, spesso incalzante, accresce la tensione, l'ansia, il senso di disagio e l'instabilità che pervadono la storia come nei ritmi del thriller. La scrittura è suggestiva, con grande cura nel creare un senso del luogo, dove la casa è un personaggio a sé stante.  

In definitiva, Estranea è un romanzo sulla conservazione, sugli oggetti e le persone che ci circondano e che ci rendono ciò che siamo, sull'impossibilità di mantenere qualcosa esattamente come la si desidera quando il mondo esterno si insinua. Isabel pensa di dover lottare con le unghie e con i denti per il suo spazio, ma alla fine impara che ciò che rimane, dopo una tale lotta, non vale quasi la pena di essere difeso.

 

Genere: Narrativa

Anno di pubblicazione 2025

pagine: 272

editore: Garzanti


mercoledì 22 aprile 2026

LA MAESTRA

 




La maestra - José Antonio Lucero -

recensione a cura di Connie Bandini 


José Antonio Lucero – scrittore e docente spagnolo – dà vita a un romanzo di formazione rovesciato che non segue l’ascesa, ma la resistenza.

 Nel 1936 Eulalia – Lali per tutti – arriva in un villaggio della Sierra di Cadice con una valigia di metodi moderni e la certezza che la scuola possa cambiare destini. Il suo insegnare è gesto civile che intende accendere curiosità, dare parole e strumenti a bambini che rubano ore al lavoro nei campi. Proprio quell’idea di istruzione come emancipazione, però, la pone al centro del mirino. Con lo scoppio della guerra civile e l’avvento del franchismo Lali, come molte colleghe, viene radiata, incarcerata, privata della libertà e dell’amicizia di Juana, scomparsa nei giorni bui della prigionia.

Lucero intreccia in maniera efficace due linee temporali: la giovinezza di Lali e il presente, trent’anni dopo, quando una giovane sconosciuta bussa alla sua porta e riapre un archivio di memorie mai pacificate. Il meccanismo narrativo è semplice ma efficace; la visita innesca un confronto tra ciò che la repressione ha tolto e ciò che l’insegnamento ha lasciato in eredità. Ne nasce un dialogo tra generazioni che mostra come il seme piantato in aula possa germogliare a distanza di decenni.

Molto interessante è la restituzione storica: la campagna contro il corpo docente repubblicano, l’oscurantismo istituzionale, le “colpe” delle maestre – alfabetizzare, far pensare, educare alla parità – sono raccontati con chiarezza e misura. Lali non è un’eroina di marmo, ma dubita, ha paura, inciampa. È proprio questa fragilità a renderla memorabile e a dare spessore ai rapporti, tra cui l’amicizia con Juana, il patto con gli alunni, la solidarietà femminile che attraversa il romanzo.

La prosa di Lucero è limpida e il romanzo si fa inno all’istruzione come atto d’amore e di coraggio. Si parla di vocazione e di memoria, ma soprattutto di responsabilità. Risulta chiaro il concetto che insegnare sia un gesto politico perché restituisce futuro. Lucero consegna al lettore una storia che commuove, ricorda e invita a riconoscere, nelle aule e fuori, quegli insegnanti che hanno continuato a custodire il fuoco anche quando tutto intorno calava il buio.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

pagine: 416

editore: Libreria Pienogiorno

 

martedì 21 aprile 2026

CACCIA ALLE STORIE - VILLA OMBROSA








CACCIA ALLE STORIE- AVVENTURE TRA LE PAGINE PER RAGAZZI CURIOSI

romanzi segnalati e recensiti da Elisa Caccavale


Villa Ombrosa (vol 1/2) - Paola barbato -


La serie Villa Ombrosa di Paola Barbato si inserisce nel panorama della narrativa per ragazzi come una proposta capace di fondere mistero, ironia e formazione personale in un equilibrio efficace e accessibile. Al centro della storia c’è Vinny, una ragazzina che si trasferisce con la sua famiglia in una casa dall’aspetto sinistro e dalla fama poco rassicurante. Fin dalle prime pagine, la villa si presenta come un luogo vivo, quasi dotato di una propria volontà, in cui accadono eventi difficili da spiegare e che sembrano rivolgersi direttamente alla protagonista.

Ciò che rende la narrazione particolarmente coinvolgente non è tanto la successione degli eventi “spaventosi”, quanto il modo in cui questi si intrecciano con il percorso di crescita di Vinny. La ragazza, infatti, non si limita a subire ciò che accade intorno a lei, ma mostra una curiosità ostinata e un atteggiamento attivo che la portano a interrogarsi sui misteri della casa e, allo stesso tempo, su sé stessa. La scoperta di avere una sensibilità speciale, mai esplicitata in modo didascalico, diventa così una metafora della costruzione dell’identità: ciò che inizialmente appare come qualcosa di strano o difficile da comprendere si trasforma progressivamente in una risorsa.

L’autrice costruisce un’atmosfera sospesa tra inquietudine e leggerezza. Gli elementi tipici dell’horror – presenze invisibili, stanze che nascondono segreti, oggetti che sembrano animarsi – vengono presentati con una misura tale da non risultare mai angoscianti. Piuttosto, contribuiscono a creare una tensione narrativa che stimola la curiosità del lettore, accompagnandolo in un’esperienza più di scoperta che di paura. Anche i personaggi secondari partecipano a questa tonalità: la famiglia di Vinny è fuori dagli schemi, a tratti eccentrica, e proprio per questo introduce momenti di ironia che alleggeriscono l’atmosfera senza spezzare il ritmo della storia.

Dal punto di vista stilistico, la scrittura è lineare e scorrevole, costruita per favorire un’immersione immediata nella vicenda. Il ritmo è sostenuto e ogni capitolo aggiunge un tassello al mistero più ampio che avvolge la villa, spingendo il lettore a proseguire. Questa struttura seriale funziona bene soprattutto per un pubblico giovane, che può trovare nella continuità della storia un forte elemento di coinvolgimento.

Nel complesso, Villa Ombrosa si rivela una lettura adatta a chi si avvicina al genere del mistero con un primo desiderio di brivido, ma anche a chi cerca una storia in cui riconoscere il tema della crescita e dell’accettazione di sé. Senza ricorrere a soluzioni troppo complesse, la serie riesce a costruire un mondo narrativo coerente e suggestivo, in cui il soprannaturale diventa lo sfondo ideale per raccontare il passaggio, non sempre semplice, dall’infanzia alla consapevolezza di sé.

 

genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

editore: Piemme




domenica 19 aprile 2026

BIANCALUNA

 




Biancaluna - Chicca Maralfa -

recensione a cura di Gino Campaner

 

📖Spiccioli di trama: una vita quella di Caterina difficile fin dall'inizio. Compagna di vita una malattia mentale subdola e oltraggiosa. La voglia di rendersi indipendente. In continua ricerca d'amore. Scelte sbagliate, la malattia che avanza, le amnesie. La tragedia. Ma si può riscrivere la storia dando una speranza alla vita, ad un destino segnato? Con la forza di volontà e il sacrificio forse si. Una Chicca Maralfa deluxe nel suo romanzo più vibrante. 

 🔥Punto di forza: la Maralfa è una giornalista, osserva il mondo, si fa emozionare dalle storie. Alcune la indignano altre la sconcertano. Il mondo è pieno di vicende drammatiche, pittoresche, emozionanti, criminali. La sua forza è saperle raccontare. In questo è eccellente. Ho letto più di un suo libro e mi sono sempre sentito coinvolto. La sua penna in questo romanzo provoca dolore e rammarico ma alla fine la speranza che qualcosa di buono potrà esserci ci regala un sorriso. 

🙁Punto debole: per quanto mi riguarda non ne ho ravvisati. Tutto scorre senza intoppi.
 

🏁Finale: i finali in verità sono due. Io preferisco il secondo. Devo dire che la Maralfa non è andata per il sottile. Un romanzo emotivamente fortissimo ed un finale positivo è quel che ci vuole al termine di questo intenso "viaggio". 

🎓Giudizio complessivo: ⭐⭐⭐⭐💫
Leggendo Biancaluna si capisce chiaramente la grande forza, la determinazione e la passione che la Maralfa ha impiegato per scrivere questo romanzo. Leggendolo mi chiedevo spesso da dove poteva aver tratto ispirazione per scrivere una storia tanto forte e drammatica. Be me lo dice alla fine, nella postfazione. È una storia drammaticamente vera. L'idea del romanzo prende spunto da una storia vera che ha a tal punto coinvolto emotivamente l'autrice che ha sentito l'esigenza di mettere su carta una vicenda ad essa ispirata. Non credo sia necessario aggiungere altro. Per chiudere aggiungo solo che questo è un romanzo con una struttura particolare, originale, che é emotivamente molto probante e che è scritto in maniera eccellente. 


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2026

pagine: 173

editore: Les flaneurs

 


sabato 18 aprile 2026

ATTI UMANI

 




Atti umani - Han Kang –

recensione a cura di Alice Bassoli

 

“Atti umani” è un romanzo corale ispirato a un evento storico reale: il massacro di Rivolta di Gwangju, avvenuto nella Gwangju nel maggio 1980, quando una rivolta democratica fu repressa con estrema violenza dall’esercito sudcoreano.

Il libro si apre con Dong-ho, un ragazzo adolescente che cerca il corpo di un amico tra i cadaveri raccolti in una palestra trasformata in obitorio improvvisato.

Da lì il romanzo si sviluppa attraverso più voci e più epoche: sopravvissuti, parenti delle vittime, testimoni, persone segnate per sempre da quei giorni. Ogni capitolo segue un personaggio diverso e mostra come la violenza continui a vivere nel tempo, nei corpi, nella memoria e nel silenzio.

Han Kang racconta la brutalità politica con realismo serafico.

Il risultato è un romanzo durissimo, ma profondamente umano.

Il romanzo si interroga continuamente su una domanda essenziale: come si conserva la dignità quando il mondo l’ha distrutta?

Infatti la strage non finisce quando cessano gli spari, ma continua in traumi psicologici, sensi di colpa vite spezzate e censura.

La scrittura è limpida, controllata.

Non ci sono eccessi retorici.

E’ un romanzo che parla di temi universali, come la repressione del dissenso, l’abuso del potere, il trauma collettivo, ma soprattutto sottolinea che dietro ogni evento storico ci sono corpi, famiglie e nomi.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2023

pagine: 205

editore: Adelphi


venerdì 17 aprile 2026

DOLORES CLAIBORNE




 


Dolores Claiborne – Stephen King -

recensione a cura di Francesca Tornabene

 

"Certe volte una donna deve fare la carogna per sopravvivere. Certe volte è tutto quello che le resta".

Non ne ho mai abbastanza dei viaggi con King.

Questo è stato puramente psicologico, privo di mostri o elementi soprannaturali: mi sono ritrovata stretta in un dramma che si consuma interamente tra le mura domestiche in una piccola isola.

Ho ascoltato la confessione di Dolores, accusata dell'omicidio della sua datrice di lavoro, Vera Donovan.

La sua deposizione precipita nell'oscurità in un pozzo pieno di segreti: il complesso rapporto con Vera, i suoi fantasmi, la verità sulla morte di suo marito, avvenuta anni prima.

Mi ha colpito la struttura: un monologo di 277 pagine senza alcuna interruzione.

Un flusso ininterrotto che scava nella paura, nella violenza e nella solidarietà femminile estrema.

È un racconto sull'amore materno e sul prezzo terribile che si paga quando, per sopravvivere, si è costretti a diventare "carogne".

È affascinante quanto le vite delle due donne siano speculari.

L'assenza di capitoli ha reso il ritmo serrato. La voce di Dolores, così cruda, mi ha tenuta incollata fino alla fine.

Ho cercato di trovare la luce in fondo ai suoi oscuri ricordi.

Il conflitto che alimenta l'intera storia precipita tra vendetta e sacrificio, in una tragedia che travolge la vita delle due donne: due MADRI pronte a tutto per i loro FIGLI.

Ancora una volta, King ha portato alla luce l'orrore più mostruoso. Quello che si annida tra le pieghe dell'animo umano: in un segreto di famiglia, in un trauma e persino nell'ombra di un'eclissi.

Un occhio che si chiude alla luce per abbracciare l'oscurità.


genere: horror

anno di pubblicazione: 2014

pagine: 278

editore: Sperling & Kupfer

mercoledì 15 aprile 2026

IL TALENTO DELLA RONDINE





Il talento della rondine - Matteo Bussola -

recensione a cura di Francesca Simoncelli


È giusto inseguire i propri sogni, lottando con impegno e fatica? O è meglio accontentarsi e sfruttare i talenti di cui la natura ci ha dotati? 

“Il talento della rondine” è l’ultimo romanzo di Matteo Bussola e racconta la vita di due ragazzi uguali e contrari: Brando, nato con il talento per la danza, ma innamorato del disegno; Ettore, nato con il talento per il disegno ed un corpo che tutto sembrerebbe tranne che essere fatto per danzare, ma che ama il ballo più della sua vita. 

Il destino li fa incontrare: Ettore riconosce subito “la farfalla “, così Brando viene soprannominato, quel ragazzo che tutti sanno diventerà una stella della danza; Brando, invece, rimane stupito nel vedere tanta grazia nei movimenti di Ettore, un ragazzo dal corpo non modellato per ballare, ma dalla tenacia e l’ostinazione che lo porteranno a fare ingenti progressi, lui, che proprio a causa di quella corporatura, hanno soprannominato “la rondine “. 

Quando si conoscono meglio e scoprono che hanno in comune anche la passione per il disegno, cercheranno di aiutarsi a vicenda a migliorare le proprie qualità e a capire cosa sia davvero importante nella vita. 

In tutta questa avventura, sono accompagnati dalla stravagante amica Mirta, che guarda il mondo attraverso le sue foto e che lo osserva in modo attento e particolare. 

Mondi simili, ma differenti: quello di Ettore, che ha un padre che crede che la danza non sia adatta al figlio e lo ostacola nel suo percorso, facendo diventare ogni passo una sfida; quello di Brando, che invece ha una madre che ha già pianificato la sua vita da ballerino e sogna per lui grandi cose, sogni che forse sono più del genitore che suoi, ma che il ragazzo insegue per non deludere le aspettative.

Il loro incontro sconvolgerà gli equilibri: Ettore capirà che ce la potrà fare ad emergere tra le stelle della danza e Brando cercherà di trovare la sua strada, perché forse disegno e danza, dentro di loro, potrebbero convivere... 

La voce di Matteo Bussola, sempre delicata e coinvolgente, affronta nuovamente le difficoltà adolescenziali, viste da vari punti, senza mai ombra di critica o giudizio, perché se è vero che è difficile essere adolescenti, è altresì vero che non è semplice essere genitori e trovare il giusto compromesso. 

I romanzi di Matteo Bussola sono sempre una coccola per l’anima, anche se affrontano temi difficili, che toccano le corde del profondo e spesso ci portano ad intime riflessioni. 

Quante volte decidiamo di accontentare gli altri, rinunciando ai nostri sogni, per non deludere le aspettative? E quante volte avremmo voluto lottare di più per inseguire quel sogno, che invece è rimasto chiuso dentro il nostro cuore, per mancanza di coraggio?


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

pagine: 208

editore: Salani

 

martedì 14 aprile 2026

RITORNO A CASA

 



Ritorno a casa - Kate Morton -

recensione a cura di Elisa Caccavale


In Ritorno a casa, la storia prende avvio quando una giornalista, Jess Turner, è costretta a tornare nella sua terra d’origine in Australia per recarsi al capezzale dell’amata nonna Nora, che l’ha cresciuta e che ora giace esanime in un letto d’ospedale in seguito ad una caduta. Una volta tornata in Australia si imbatte in un mistero del passato rimasto irrisolto per decenni: un evento tragico che ha segnato profondamente la sua famiglia e l’intera comunità locale. Attraverso documenti, ricordi e testimonianze, la protagonista inizia a ricostruire una vicenda complessa che affonda le radici in segreti, legami familiari e tensioni mai del tutto sopite, in un continuo dialogo tra passato e presente che lascia intravedere verità ancora nascoste.

Ritorno a casa è un romanzo che si inserisce perfettamente nello stile narrativo di Kate Morton: una storia ampia, stratificata, che intreccia passato e presente attraverso misteri familiari e segreti sepolti. Al centro del libro c’è un’indagine emotiva e narrativa che scava nelle relazioni, nelle identità e nei traumi ereditati.

Uno degli aspetti più riusciti è senza dubbio l’introspezione psicologica. Morton dimostra grande abilità nel delineare i personaggi, rendendoli complessi, sfaccettati e credibili. Le loro motivazioni emergono lentamente, attraverso ricordi, silenzi e rivelazioni, coinvolgendo il lettore in un percorso emotivo profondo. È proprio questa dimensione interiore a costituire il cuore pulsante del romanzo.

Tuttavia, il libro presenta anche alcune criticità. In primo luogo, la lunghezza: la narrazione risulta a tratti dispersiva, con una quantità eccessiva di sottotrame e dettagli che appesantiscono il ritmo. L’impressione è quella di una storia con “troppa carne al fuoco”, in cui non tutti gli elementi trovano uno sviluppo davvero necessario o incisivo.

Inoltre, lo stratagemma del “libro nel libro” (a cui fa ricorso ad un certo punto della narrazione) pur coerente con il gioco di livelli narrativi tipico dell’autrice, finisce per risultare un po’ stucchevole. Invece di arricchire la struttura, tende a rallentare ulteriormente la lettura e a creare una distanza emotiva, come se il lettore fosse continuamente riportato fuori dalla trama principale.

In conclusione, Ritorno a casa è un romanzo affascinante per chi ama le storie familiari e le vicende dense di mistero e introspezione, ma richiede pazienza e disponibilità ad affrontare una narrazione ampia e talvolta ridondante. Un libro che colpisce più per la profondità psicologica che per l’efficacia narrativa complessiva.

genere: Narrativa

anno di pubblicazione: 2024

pgine: 606

editore: Harper Collins

 


lunedì 13 aprile 2026

TEDDY

 






Teddy - Jason Rekulak -

recensione a cura di Lilli Luini 


Di questo libro, uscito nel 2022 per Giunti, mi ha incuriosito la copertina – un disegno infantile – e lo strillo, che lo accreditava di un elogio da parte di Stephen King.

Ora, a lettura terminata, le mie sensazioni sono contraddittorie.

Ma andiamo con ordine.

Mallory Quinn ha ventun anni e si è da poco disintossicata. Prima di cadere nel baratro della droga era un’atleta e un atleta è anche il suo sponsor Russel. Un giorno costui le annuncia che c’è un lavoro per lei, baby sitter in una splendida villa del New Jersey. I coniugi Maxwell hanno un figlio di cinque anni, Teddy appunto, e sono appena rientrati dopo anni passati a Barcellona. Giustamente Mallory si chiede: e prenderebbero una con il mio passato? Sì, perché la signora lavora all’ospedale dei veterani, ha a che fare ogni giorno con la tossicodipendenza e al confronto la storia di Mallory è all’acqua di rose.

Il ragazzino si affeziona subito alla nuova baby sitter, che viene alloggiata in una dependance della villa in cui, si racconta in paese, è avvenuto un omicidio. È il primo elemento disturbante che l’autore inserisce nel quadro da mulino bianco di questa famiglia.

Ben presto capiamo il senso della copertina: Teddy disegna. Non l’ha sempre fatto, solo da quando abitano in quella casa e questo è il secondo elemento che introduce la vicenda. I disegni di Teddy ci sono tutti, nel libro, e assistiamo via via al loro cambiamento, al loro divenire sempre più inquietanti.

Non siamo in presenza di una storia che si distingue per originalità o forza, neppure per credibilità (ci sono elementi soprannaturali alla King, lo dico per onestà verso quei lettori che non li sopportano). Però… però l’ho letto in un giorno, prigioniera delle atmosfere che l’autore è riuscito a creare, di una suspence che l’ambientazione, passando da un estremo all’altro anche solo grazie ai cambiamenti meteo, rende qua è là davvero notevole.

Il bambino è un tesoro, ovviamente, e suscita molta empatia. Nel personaggio di Mallory si riesce a immergersi pur senza sapere quasi nulla di lei e del suo vissuto.

Dicevo all’inizio che ne sono uscita con sensazioni contraddittorie: siamo in presenza di un thriller con accenni horror come tanti altri, senza infamia e senza lode. Dall’altro riesce a prenderti per mano e portarti dentro una storia un po’ banale, alquanto improbabile, per certi versi impossibile, e fartela bere fino all’ultima goccia.

Ideale per momenti di noia, tipo attese in aeroporto, viaggi lunghi eccetera. Passa il tempo che neanche ti accorgi.



genere: thriller

anno di pubblicazione: 2022

pagine: 416

editore: Giunti

 


domenica 12 aprile 2026

MUTEVOLI NASCONDIGLI

 




Mutevoli nascondigli - Mariano Sabatini - 

recensione a cura di Gino campaner

 

📖Spiccioli di trama: la vicenda prende il via quando Malinverno subisce un grave attentato dal tatuatore (una sua vecchia conoscenza). Il giornalista rimane gravemente ferito. Il serial killer muore. Ma questo è solo l'inizio di una storia ricca di risvolti e personaggi. 

 

🔥Punto di forza: la complessità del racconto.
I tanti personaggi "impiegati" e i tanti risvolti della storia. 
L'utilizzo sempre opportuno di termini non comunissimi. Per me cultore della ricchezza della lingua italiana un vero paradiso. A cominciare dal titolo... 
Sabatini è un giornalista, conduttore radiofonico ed autore di articoli e libri di costume, cultura e cinema ma quando arriva Malinverno le storie che racconta si fanno nerissime, senza sconti. Come se Malinverno servisse all'autore per mettere su carta tutto il marcio che lo circonda senza "contaminare" il suo lavoro quotidiano. 



🙁Punto debole: lo avrei "asciugato" un po'. Gli scrittori ragionano in battute noi lettori in pagine. Ecco secondo me forse qualche pagina in meno avrebbe addirittura giovato. Rimane comunque solo un mio mero appunto personale che non inficia in alcun modo la bontà del romanzo. 



🏁Finale: il finale non porta sorprese eclatanti, quelle sono gia disseminate lungo tutto il racconto. Malinverno collaborerà fattivamente alla soluzione del caso. La sua intuizione da vero segugio porterà la polizia sulla pista giusta. 



🎓Giudizio complessivo: ⭐⭐⭐⭐
Sabatini teneva a riposo Malinverno da troppo tempo finalmente lo ha rimesso in attività. Avevo gia letto la precedente storia (Primo venne Caino) col cronista d'inchiesta protagonista e mi era piaciuta molto. Con questo romanzo Mariano Sabatini si è ulteriormente migliorato. Creando un racconto avvincente, con suspense e sorprese usando meravigliosamente la nostra lingua ricchissima di termini molti dei quali poco usati ma che inseriti nel momento giusto impreziosiscono la scrittura e la rendono più piacevole e istruttiva. Un libro che si legge con piacere e velocemente malgrado la discreta mole. Una storia complessa con tanti personaggi e tante vicende che si intersecano. Un Malinverno in grande spolvero malgrado il grave attentato subito. 


genere: thriller

anno di pubblicazione: 2026

pagine: 308

Editore: Indomitus publishing


sabato 11 aprile 2026

I MILANESI AMMAZZANO AL SABATO

 




I milanesi ammazzano il sabato - Giorgio Scerbanenco -

recensione a cura di Alice Bassoli

 

La città è rappresentata come un organismo contraddittorio, attraversato da tensioni, solitudini e marginalità. In questo contesto si muove Duca Lamberti, medico radiato dall’albo per aver praticato eutanasia, chiamato a confrontarsi con un caso che si rivela fin da subito profondamente disturbante.

La vicenda prende avvio quando Lamberti viene coinvolto nella storia di una giovane donna segnata da una fragilità psicologica importante, che scompare senza lasciare traccia e speranze. Attorno a lei si sviluppa una rete di relazioni opache, in cui si intrecciano dipendenza affettiva, sopraffazione e una sottile ma costante violenza psicologica. L’indagine procede per gradi, portando alla luce il lato oscuro dell’essere umano che sfrutta le debolezze altrui per trarne benefici economici. Ed è quella mancanza di scrupoli, la freddezza con cui i colpevoli decidono di compiere questo atto criminoso ai danni di una povera ragazza con problemi psichici, che ci fa riflettere sulla meschinità che spesso si nasconde nell’uomo.

Dal punto di vista stilistico, Scerbanenco adotta una scrittura essenziale e controllata. I dialoghi, per esempio, sono asciutti e realistici.

Il titolo stesso suggerisce una dimensione rituale del male, come se esso fosse parte integrante di una normalità distorta ma accettata. In questa prospettiva, l’opera mantiene intatta la propria attualità, offrendo al lettore contemporaneo uno sguardo lucido sull’animo umano e sulle contraddizioni della modernità.

genere: giallo

anno di pubblicazione: 1969

pagine: 208



giovedì 9 aprile 2026

LA FINESTRA SBAGLIATA - TORNARE ALLA NATURA PER SENTIRCI A CASA OVUNQUE ANDREMO

 



Tornare alla natura per sentirci a casa ovunque andremo


Quando, ormai undici anni fa, mentre aspettavo la mia prima figlia, Désirée, cambiai radicalmente vita, sapevo che avrei perso moltissimo.

Avevo due situazioni di lavoro aperte a Roma, un posto come co- responsabile educativa in un nido privato e un centro per la famiglia realizzato da me, insieme a tre psicoterapeuti, in zona Parioli. Si trattava di situazioni conquistate dopo anni e anni di investimenti, formazione e lavori estremamente impegnativi per mantenermi.

Avevo una vita lì che nel bene e nel male proseguiva da dodici anni, avevo amici, conoscenti, un percorso di danza latinoamericana avviato nel 2007 e uno di danza del ventre cominciato nel 2012.

Avevo soprattutto la percezione di possibilità che Roma sempre porta con sé, il trovarmi in mezzo la strada senza essere riconosciuta, vista, indicata, giudicata.

Avevo modo di esprimere la mia personalità, sbagliare, conoscermi, sperimentare, sbagliare ancora.

Ed è stata dura cambiare tutto, lo è ancora.

Il contesto in cui sarei tornata non mi avrebbe mai dato le stesse possibilità, lo sapevo, non mi avrebbe mai più fatta sentire completa, accettata, accolta, nelle mie varie parti, nelle mie tante anime.

Non avrei più avuto occasioni di crescita preziose, non avrei più potuto inventare sogni velocemente e cercare di realizzarli, non avrei più potuto dire "certo, ci sarò" ai millemila convegni, incontri, spettacoli, concerti

Tutto sarebbe stato un "non posso", tutto sarebbe stato monotono e ripetitivo, soprattutto per me, che determinati linguaggi non li ho mai capiti, né sono mai riuscita a far comprendere i miei.

Altro che l'alienazione della città eterna. Di me si sarebbero ricordati, eccome: dal primo rigurgito all'asilo, da quel pianto in prima elementare, da quella caduta alle scuole medie, da quel primo errore sentimentale... Lo spiega molto bene Ignazio Silone quando descrive Fontamara, questo borgo immaginario collocato proprio qui dove sono nata: «A chi guarda Fontamara da lontano, dal Feudo del Fucino, l’abitato sembra un gregge di pecore scure e il campanile un pastore. Un villaggio insomma come tanti altri; ma per chi vi nasce e cresce, il cosmo. L’intera storia universale vi si svolge: nascite morti amori odii invidie lotte disperazioni» (Ignazio Silone, Fontamara).

Sapevo, insomma, che tutto sarebbe stato inserito in una trama precisa e miope ad un tempo, tutto sarebbe stato incasellato in un giudizio: snob, antipatica, geniale, stupida, secchiona, principessa, altezzosa e così via. Ma così è per tutti i personaggi dei piccoli centri: « “Per vent’anni il solito cielo, circoscritto dall’anfiteatro delle montagne che serrano il Feudo come una barriera senza uscita; per vent’anni la solita terra, le solite piogge, il solito vento, la solita neve, le solite feste, i soliti cibi, le solite angustie, le solite pene, la solita miseria: la miseria ricevuta dai padri, che l’avevano ereditata dai nonni, e contro la quale il lavoro onesto non è mai servito proprio a niente», sempre Silone.

Qui poi il tutto è rinforzato dalla conformazione del territorio: montagna, strade strette, piazze, tutto evoca un tempo passato che non esiste più. I trattori si scorgono di rado nelle strade ormai, ma è possibile immaginarli ancora, carichi di animali o di fieno.

Nel mio paese natio che un moto di orgoglio ci fa chiamare, da diversi anni ormai, “città”, non avrei mai avuto le stesse occasioni per i miei scritti, non avrei più potuto dire "questo corso mi interessa" e tutto questo non lo avrebbero mai avuto nemmeno le mie figlie.

Solo una cosa avrei donato loro in cambio, e questa cosa io e il loro papà non ce la siamo davvero sentiti di togliere loro: un incontro quotidiano con la natura: orto, mestieri, animali, odori. Del resto, sapevo che non avrebbero avuto neppure una società imperfetta come quella che ho avuto io durante l’infanzia, dove era ancora possibile - pur con tutte le ombre che incombevano sul nostro cielo e che noi continuavamo ad ignorare - sentirsi parte di un tutto, calpestare la strada, sentire i rumori dolci di posate e televisione arrivare dalle case mentre si giocava nei prati abbandonati e nei cortili; era ancora possibile annaffiare sogni nella terra, esprimere desideri con le stelle, camminare per ore ed ore e temere di essersi persi.

Oggi, il paese in cui sono cresciuta, al pari di una grande città, non lo consente più. Sono sparite le persone di ogni età ferme ai bordi delle strade, sono finiti i ritrovi senza appuntamento, e al loro posto sono comparse 74 telecamere.

Sono tante le persone ferme sotto i lampioni per smerciare droga e sono tante le macchine, più delle persone; è così impossibile avere la serenità che si aveva allora nel lasciare bambini molto piccoli da soli per strada, anche di sera. Il fatto è che non eravamo soli.

L’odio che forse allora si nutriva in sottofondo come una latente invidia e si teneva, tutto sommato, a bada, allenato tra i buoni propositi e la voglia di stare insieme, oggi si trova in primo piano nei nostri pensieri e nelle nostre azioni. Oggi se vediamo un bambino da solo non volgiamo lo sguardo per capire che succede, no, pensiamo “meglio che mi faccio i fatti miei” e chi non se li fa è quasi sempre per giudicare.

Allora no, allora si diceva: “con chi sei? Che fai? Stai attento!”, oppure si lanciava lo sguardo più in là e bastava scorgere il cugino di appena due anni più grande per stare sereni. Non si rischiava una denuncia a fare una domanda a un bambino, persino a toccarlo per farlo scendere da un muretto pericolante, né i genitori rischiavano di trovarsi le forze dell'ordine o gli assistenti sociali alle calcagna.

La nostra mente è cambiata, abbiamo ingoiato anni e anni di diffidenza, di paura e di (pre)giudizio che ci hanno resi ostili gli uni agli altri. Vi chiedo: quando vi trovate in una strada buia e isolata e vedete arrivare qualcuno, provate sollievo o paura? Quasi temo la nostra risposta: potremmo dover ammettere che da diverso tempo per noi l'idea dell'altro sia fonte di allerta più che di rassicurazione.

E allora torna importante il discorso della natura: avere occasione di calpestare l’erba, nutrire gli animali, vederli nascere, accoppiarsi, ammalarsi, morire, scoprire la generosità della natura e la sua ostilità, con raccolti portentosi o nulli, sempre diversi da un anno all'altro, sperimentare la presa che ha sulla realtà il lavoro dell'uomo, la sua costanza o i suoi errori, partecipare alla semina e al raccolto, pulire gli spazi esterni, raccogliere le foglie, imparare i nomi e l’uso di attrezzi, utensili e mezzi; imparare l’odore di ogni fiore e ogni pianta; imparare a fare dolci e ammassare la pasta, approcciarsi al ricamo, tutto questo in una società come la nostra può essere un punto di ripartenza, ma a me oggi non sembra più un di più, mi appare come una base necessaria e imprescindibile per poter dire di aver dato ai bambini una opportunità reale di sentirsi vive, di sfuggire al non senso, di percepirsi parte di un mondo giusto come giusta è sempre la natura.

Tutto questo mi appare oggi come la bombola d’ossigeno per una persona che si trovi in uno spazio angusto, senza l’ossigeno necessario.

E allora so che la mia scelta è stata giusta, che ho cambiato loro la vita, che un domani potranno attingere al pozzo della loro infanzia e farsi grandi davvero.

Perché chi ha imparato tutto questo può vivere anche in una grande metropoli mantenendo la bussola, la pienezza interiore e la ricerca del senso e della bellezza, mentre se veniamo allontanati dalla nostra natura animale/spirituale, non ci sentiremo mai a casa da nessuna parte, saremo per sempre estranei a noi stessi, in ogni paesino di montagna, in ogni città.

 


LA FORESTIERA

 





La forestiera – Claudia Cocuzza -

Recensione a cura di Dario Brunetti


La forestiera è il nuovo romanzo di Claudia Cocuzza uscito nella prestigiosa collana Il Giallo Mondadori curata da Franco Forte.

La protagonista di questo elegante giallo storico è realmente esistita; si tratta della nobildonna scozzese Lady Florence Trevelyan, unica figlia di Edward Spencer Trevelyan. Nel 1879 Florence, ormai orfana di padre e dopo due anni dalla morte di sua madre, intraprende assieme a sua cugina Louise Harriet Perceval, un lungo viaggio tra Nord Africa ed Europa. Nel 1881 le due ragazze si fermeranno a Taormina.

È doveroso ricordare che Florence dovette lasciare la corte britannica per uno scandalo che coinvolse la regina Vittoria che la fece esiliare a causa di una relazione clandestina con suo figlio Edoardo Vii, che a quei tempi era Principe di Galles.

Florence si stabilizzerà con sua cugina Louise proprio a Taormina in compagnia di ben cinque cani; nel corso degli anni verrà realizzato in suo onore, il Parco Trevelyan, uno dei luoghi più incantevoli e suggestivi della città. Situato nel centro storico, troviamo un’oasi verde che racchiude il fascino della bellezza artistica e della natura. Lady Florence Trevelyan è appassionata di botanica e l’autrice siciliana, le affiderà il ruolo di abile detective.

Ecco come questo romanzo si muove in maniera efficace tra narrazione storica ed invenzione letteraria con un personaggio eccentrico e particolarmente spigoloso.

Lady Florence Trevelyan si troverà ad indagare sull'omicidio di Sir Arthur Milton, un impresario di spettacoli teatrali che stava realizzando l’Amleto di Shakespeare al Teatro Greco. L’uomo è stato rinvenuto nella sua stanza d’albergo dalla cameriera Concetta; trovandosi sul luogo del delitto viene subito sospettata esattamente come Lady Jane Milton, moglie di Sir Arthur.

Nei gialli classici sono tutti dei potenziali assassini e l’autrice focalizza l’attenzione su una cerchia ristretta di personaggi e ciascun di loro può avere un possibile movente per commettere un delitto.

Lady Florence Trevelyan dovrà affidarsi al suo abile intuito di investigatrice dilettante per dipanare il mistero muovendosi tra i salotti dell’hotel e dietro le quinte del Teatro Greco.

Il teatro quindi, diventa non solo l’elemento cardine su cui poggia la trama, ma la struttura sulla quale modellare il giallo dandone una dimensione drammatica.

Maestria ed equilibrio per una trama che gode della sua compattezza e solidità, con un personaggio affascinante quanto credibile che si improvvisa detective a vantaggio di una storia che appassionerà gli amanti del genere.

Claudia Cocuzza confeziona un giallo magistrale attraverso uno stile raffinato che rispecchia non solo i canoni del genere, ma anche una provvidenziale documentazione storica.

Seppure siamo in un giallo classico, il delitto diventa un escamotage per concentrare il focus della storia sui contrasti sociali che dividono la nobiltà inglese trasferitasi in Sicilia e il popolo locale che vive nel sacrificio e nella fatica e che spesso viene sottomesso proprio ai loro padroni. L’esempio lampante risiede nel personaggio della povera Concetta, sulla quale si concentreranno i maggiori sospetti, mentre altri celano al meglio i loro segreti.

Troveranno una Lady Florence che dimostrerà il suo amore sconfinato per la sua terra siciliana e che sarà capace di andare oltre qualsiasi pregiudizio voltando le spalle a una nobiltà inglese che vive di albagia facendone un vero e proprio ostacolo per la giustizia; un vero e proprio scudo molto spesso usato dai forestieri per nascondere mezze verità.

Ma in Sicilia e soprattutto a Taormina, non tutti i forestieri sono uguali, c’è sempre qualcuno (in questo caso, qualcuna) a far prevalere la sua nobiltà d’animo per rompere le barriere del pregiudizio sociale e consegnare l’assassino alla giustizia. Lei è Lady Florence, un personaggio memorabile che approda nel giallo Mondadori, grazie a un’autrice che ha saputo maneggiare con disinvoltura un genere intramontabile offrendo un lavoro di pregevolissima qualità

genere: giallo

anno di pubblicazione: 2026

pagine: 286

editore: Mondadori

martedì 7 aprile 2026

LA LIBRERIA DEI DELITTI

 




La libreria dei delitti - Jennifer Gladwell -

recensione a cura di Elisa Caccavale


La protagonista, Lucy Darkwether, è la proprietaria di una piccola libreria antiquaria, un luogo appartato e suggestivo in cui il tempo sembra essersi fermato. La sua routine tranquilla viene sconvolta quando in città viene organizzata un’esposizione dedicata a un antico reperto: una mummia egizia recentemente rinvenuta, destinata ad attirare curiosi, studiosi e appassionati.

L’arrivo della mummia porta con sé un’aura di mistero che ben presto si trasforma in qualcosa di più oscuro. Alcuni eventi inquietanti e una serie di delitti iniziano infatti a intrecciarsi proprio attorno a questo reperto, facendo emergere connessioni inattese tra passato e presente.

Emily, inizialmente estranea ai fatti, si ritrova coinvolta sempre più a fondo nelle indagini, spinta sia dalla curiosità sia da legami personali che la avvicinano al cuore della vicenda. Tra libri rari, documenti dimenticati e segreti sepolti nel tempo, la protagonista segue una pista che sembra condurre verso verità scomode e pericolose.

 

Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è senza dubbio l’ambientazione. Jennifer Gladwell dimostra una notevole cura nel ricostruire il periodo storico in cui si svolgono gli eventi: le descrizioni degli spazi, degli oggetti e delle abitudini restituiscono un’atmosfera immersiva e credibile. La libreria stessa non è solo uno sfondo, ma diventa un vero e proprio personaggio, carico di fascino e mistero, capace di trasmettere quel senso di sospensione tra passato e presente che sostiene l’intera narrazione.

Meno convincente, invece, è l’impianto narrativo legato all’indagine. Il romanzo ricade infatti in una dinamica ormai abusata: quella dei “non addetti ai lavori” che si improvvisano investigatori e finiscono per risolvere casi complessi. Questo espediente, che potrebbe risultare accattivante se ben costruito, qui appare piuttosto prevedibile e, a tratti, forzato.

Le soluzioni dei misteri, infatti, tendono spesso verso esiti poco credibili, con moventi che risultano deboli o eccessivamente artificiosi. La costruzione della trama ne risente: alcune svolte narrative appaiono inverosimili e sembrano piegate più all’effetto sorpresa che a una reale coerenza interna.

Il risultato è un romanzo che affascina per l’ambientazione e per il potenziale evocativo del contesto storico, ma che fatica a convincere pienamente sul piano della struttura gialla, lasciando talvolta il lettore con la sensazione di un intreccio costruito più per convenzione che per autentica necessità narrativa.

Un libro piacevole per chi ama i cozy crime, le atmosfere letterarie e i gialli ambientati in contesti storici, ma che potrebbe deludere chi cerca una trama investigativa solida e rigorosa.


genere: giallo

anno di pubblicazione: 2025

pagine: 345

editore: Newton Compton