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mercoledì 6 aprile 2022

INTERVISTA A MATTIA BAGNATO

 





Oggi nello spazio interviste ho il piacere di ospitare l’autore Mattia Bagnato. Benvenuto nel blog Giallo e Cucina e grazie per avermi dedicato un po’ del tuo tempo.

Ciao Mattia. Sono molto contento di rivederti e di poter parlare ancora una volta del tuo romanzo. L’altra volta ti ho intervistato per il mio blog. Facemmo una lunga chiacchierata ma purtroppo temo che non furono in molti quelli che la lessero. Ora che finalmente il tuo romanzo ha fatto il grande salto avrai la possibilità di dialogare con me in un luogo virtuale decisamente più confortevole e seguito del mio angusto blog essendo ospite di giallo e cucina. Finalmente quello che era solo un nostro grande auspicio si è avverato. La Golem edizioni ha intuito le grandi potenzialità del tuo libro, che ora avrà una distribuzione capillare in libreria, dove è giusto che stia (giudizio personale), e potrà essere presentato ai lettori come merita. Detto questo oggi ne approfitterei subito per ripetere in parte le domande che già ti feci ponendo in questo caso un accento maggiore sul tuo romanzo. Però, prima di parlare diffusamente de Il caso Innocence, e di tante altre cose interessanti, ti faccio qualche domanda di carattere generale, per conoscerti un po’ meglio. Sono domande forse un po’ banali, ma “necessarie” come dico sempre io. Pronto? Allora Mattia raccontaci un po’ di te dove nasci e vivi, la tua formazione, qual è il tuo lavoro e poi dicci come nasce l’idea di scrivere romanzi.

Innanzitutto permettimi di ringraziare ancora te e gli altri curatori del blog Giallo e Cucina. Sono molto felice di fare di nuovo una chiacchierata insieme, a distanza di quasi due anni dall’ultima volta (sembra ieri, vero?). Da uno scrittore ci si potrebbero aspettare chissà quali aneddoti interessanti, ma a essere onesti la mia vita è molto meno avvincente delle storie che un lettore cerca in un libro. Sono nato a Genova, città nella quale tutt’ora vivo e lavoro, la bellezza di ventinove anni fa. Che sono quasi trenta, ma adesso non voglio pensarci. Per guadagnarmi da vivere faccio il fisioterapista, ma è da alcuni anni ormai che coltivo l’insano sogno di farmi conoscere per le storie che racconto. È qualcosa che, forse, ho capito un po’ in ritardo, ma non ho mai avuto le idee molto chiare su cosa volessi fare da grande.

La pubblicazione nel 2016 del mio primo romanzo, “Alfa privativo”, seppur per varie ragioni non sia stata l’esperienza che mi ero aspettato, mi ha finalmente aiutato a capire quali fossero le mie vere ambizioni. È stato lì che sono diventato consapevole del mio amore per la scrittura.

 

Oltre a scrivere sei anche un lettore? Hai un genere preferito? Preferisci gli ebook o il libro cartaceo?

Assolutamente sì. Sono convinto che leggere molto sia la migliore scuola per imparare a scrivere, ma non solo: ci insegna a pensare, a conoscere il mondo nel quale viviamo, a crescere come persone.

Sto guardando la mia libreria in questo momento e, tralasciando l’opera completa di Stephen King, che meriterebbe un capitolo a parte, mi pare di trovarci un po’ di tutto: fantasy, thriller, fantascienza, narrativa… Quando un libro è scritto bene, il genere letterario passa in secondo piano. L’ebook ha i suoi pregi, e non sono pochi, ma sono ancora convinto che il cartaceo rappresenti un altro mondo. È un po’ come guardare un film al cinema o sullo schermo di un cellulare. La differenza c’è, e si sente.

 

Hai solitamente una scaletta prefissata o ti fai condurre dalla narrazione?

In genere parto da un’idea di massima che include un inizio, una fine e alcune tappe intermedie, ma come in ogni viaggio mi aspetto di incontrare degli imprevisti. E, a pensarci bene, sono proprio quegli imprevisti a rendere appassionante la scrittura. Che divertimento ci sarebbe se sapessi già tutto quello che deve succedere nelle prossime duecento, trecento o più pagine che scriverò? Preferisco accompagnare i miei personaggi passo passo, e godermi il viaggio assieme a loro.

 

Scrivi quando riesci o preferisci un momento particolare della giornata?

Purtroppo devo accontentarmi dei momenti in cui torno dal lavoro e riesco a sedermi davanti al computer, cosa che accade più raramente di quanto vorrei. L’unico lato positivo della quarantena, se proprio vogliamo trovarne uno, è stato avere più tempo da dedicare alla scrittura. Riuscivo a ritagliarmi del tempo sia al mattino che al pomeriggio, così da non trovarmi quasi mai a corto di idee, dal momento che quelle che avevo riuscivano a maturare prima che mi rimettessi all’opera. Nonostante questo, però, puoi stare certo che non ripeterei l’esperienza, no davvero.

 

Tu sei anche un ottimo bassista la domanda quindi è praticamente obbligata. Quando scrivi deve esserci assoluto silenzio o ti concentri meglio con una buona base musicale?

La mia mente è stregata dai libri, ma il mio cuore batte al ritmo della musica. Se dovessi elencare tre cose delle quali non posso fare assolutamente a meno, sarebbero senz’altro i libri, la musica e il cinema. Quindi sì, capita che ascolti un cd mentre scrivo (sono un po’ all’antica, per me la musica in streaming non esiste nemmeno, evviva i compact disc!), ma in linea di massima lavoro meglio con il silenzio. Se qualcuno parla nella stessa stanza in cui sto scrivendo, poi, tanto vale gettare la spugna: non riesco a battere una sola frase di senso compiuto. È un grosso limite, ahimè.

 

Come abitudine una mia domanda verte sempre sulle case editrici. Tu pubblicasti inizialmente il tuo romanzo (era il 2020) col self publishing perché, mi confessasti, nessun editore al quale lo proponesti accettò di pubblicarlo. Non so quanto abbia funzionato questa strada io stesso mi accorsi del tuo libro un po’ casualmente. Anche se io sono un grande tifoso dell’auto pubblicazione mi rendevo conto che quest’opera, in quell’ambito era molto sacrificata. Come e quando è arrivata la Golem? Cosa l’ha fatta decidere di scommettere su di te?

Il self publishing ha da un lato il pregio di permettere a tutti di mettersi in gioco con il proprio lavoro, ma credo che questo sia anche il suo principale difetto: non ci sono filtri e, spesso, si finisce con il pubblicare il proprio libro senza avere la più pallida idea di che cosa si stia facendo. C’è anche da dire che attirare l’interesse delle case editrici è più facile a dirsi che a farsi, specialmente se sei un autore alle prime armi e senza alcuna referenza.

Io ho sempre desiderato pubblicare con un vero editore ma, una volta messo da parte l’orgoglio, ho capito che avevo bisogno di una mano per realizzare il mio obiettivo. Ed è qui che è entrata in gioco Germogli Letterari, l’agenzia che mi ha supportato e accompagnato in questo percorso. Antonella, che ormai a questo punto mi piace definire affettuosamente la mia editor e agente (spero non me ne voglia), è stata davvero professionale nell’aiutarmi a migliorare il romanzo per poi presentarlo agli editori. I suoi consigli mi hanno fatto crescere molto come autore, e lo stanno facendo tutt’ora.

Se oggi “Il caso Innocence” si trova sugli scaffali delle librerie, in gran parte è anche merito suo e del suo team.

 

Passiamo finalmente a parlare del romanzo, Il caso Innocence. Raccontami un po’ la trama, chi sono i personaggi principali. Mettici un po’ di curiosità addosso.

Mi verrebbe quasi da dire che si tratta della classica storia del Bene contro il Male, solo che in questo particolare caso del Bene non ce n’è neppure l’ombra. Si parla di uomini e di donne, persone ordinarie in lotta con i propri demoni e un’Oscurità che pervade la cittadina in cui vivono.

Clara Innocence, la nostra antieroina, è una di loro. Accusata di aver commesso un efferato omicidio, si trova a dover raccontare la propria storia alla dottoressa Page, il perito psichiatrico del tribunale, ma non per discolparsi, quanto piuttosto per svelare le ragioni che l’hanno spinta a compiere un gesto tanto brutale. E quello che ha da raccontare, purtroppo per la dottoressa, non è affatto facile da accettare, non finché ci si ostina a guardare il mondo con gli occhi della ragione.

Per fortuna, a differenza sua, noi lettori abbiamo un enorme vantaggio, perché quando leggiamo possiamo decidere di credere a qualsiasi cosa, anche se è qualcosa che ci fa paura.

 

Le città teatro delle vicende narrate nel libro, sia Emerald falls che Zenith, sono luoghi di fantasia. Una scelta precisa o è stata una decisione casuale?

Preferisco sempre ambientare le mie storie in luoghi di fantasia. Ammiro chi riesce a descrivere impeccabilmente un luogo reale, a fartelo vivere come se lo stessi vedendo con i tuoi stessi occhi, a farti sentire i suoi profumi e i suoi suoni, ma credo di non essere quel genere di narratore. Se la storia che sto raccontando è inventata, allora preferisco completare l’opera e inventarmi anche lo scenario in cui ambientarla.

 

Tu sei giovanissimo, quando pubblicasti per la prima volta il romanzo col titolo, lasciamelo dire, L’innocenza non esiste, ancor di più. Come mai hai pensato ad una storia cosi? Dove tutti i personaggi hanno le mani sporche, dove per l’appunto l’innocenza non esiste e di personaggi positivi io ne ricordo solo uno: la signorina Green? Si stenta a credere possa essere stato scritto da un ragazzo neppure 30enne. Voglio dire che dovrebbero essere le persone con ormai 50 anni come me ad avere una visione della vita così cinica e disincantata meno propense al sogno e alla speranza tu invece dovresti avere solo pensieri positivi ed aspettative importanti. Cosa ti ha dato l’ispirazione per scrivere questo romanzo, bellissimo ma anche cosi doloroso? Riesci a raccontarmi come è nata questa storia? Cosa ti ha spinto a scriverla?

Una fotografia. È partito tutto da lì, direi. Mi sono immaginato una foto, nella quale una giovane donna sedeva ammanettata, dandomi le spalle. A quel punto mi sono chiesto: chi è questa ragazza? Perché è seduta in quella stanza, con le manette ai polsi? A volte bastano poche domande per fare sì che l’immaginazione spicchi il volo, e questo è stato uno di quei casi.

E sì, è vero, si tratta di una storia triste, ma le storie tristi sono sempre state quelle che mi affascinavano di più. Per quanto riguarda i pensieri positivi, temo che ormai siano troppi gli stimoli che ci portano a vedere il mondo in modo cinico e disincantato. Ma, parlando di letteratura, non credo che questo sia necessariamente un male: è da storie come questa che possiamo trarre gli insegnamenti migliori, ci insegnano a cercare la luce anche quando intorno a noi non riusciamo a vedere altro che buio.

 

Qualche personaggio ha avuto origine pensando a persone reali?

Più che i personaggi, ci sono delle situazioni per le quali mi sono ispirato a eventi reali che mi sono accaduti in passato. Ma non chiedermi quali sono, perché tanto non parlerò nemmeno sotto tortura. Muto come un pesce.

 

Secondo te c’è un pubblico specifico per questo libro?

Non credo, anche perché io, per primo, non mi pongo limiti quando scrivo un romanzo. So benissimo che la storia potrebbe portare ovunque, anche in territori che non mi sarei immaginato in un primo momento. Quindi forse sì, questo potrebbe essere l’unico requisito del mio pubblico ideale: non avere paura di lasciarsi trasportare dall’immaginazione, di confrontarsi con qualcosa di inaspettato.

 

La disanima del romanzo Ia chiuderei qui. Ma tu se vuoi aggiungere qualcosa di importante, che non abbiamo ancora affrontato, fallo pure.

Beh, quello che posso dire è: leggete il libro e, quando lo avrete fatto, scrivetemi se vi va di parlarne. Sono sempre felice di confrontarmi con i miei lettori, la trovo una grande opportunità di crescita.

 

Lasciami chiederti ancora un paio di cose. Preferisci di più i finali accomodanti (col lieto fine), o preferisci lasciare qualcosa di non concluso o poco definito? Ti piacciono i finali spiazzanti ed un po’ cinici o preferisci il vissero tutti felici e contenti?

Credo che il finale di “Il caso Innocence” rappresenti per me l’idea perfetta del finale di un romanzo: la storia arriva alla sua conclusione, il cerchio si chiude, eppure ti rendi conto che c’è ancora qualcosa che ti rode dentro, che ti ci fa pensare anche dopo che hai messo via il libro e hai preparato quello successivo sul comodino. E, chissà, magari ti spingerà a leggere il romanzo una seconda volta, e a parlarne con i tuoi amici.

 

La domanda per me più importante: stai scrivendo qualcosa o magari hai già un libro in fase di pubblicazione? Cosa ci dobbiamo aspettare? Perché mi devo aspettare qualcosa vero?

Ho finito di scrivere un romanzo, il primo di una trilogia fantasy, e attualmente ci sto lavorando con la mia editor. Non sarà un lavoro veloce, il romanzo è piuttosto corposo e complesso, ma sono fiducioso. Credo ne verrà fuori una gran bella storia.

Nel mentre sto scrivendo anche il mio quarto romanzo, ma per quanto riguarda questo sono ancora agli inizi, quindi preferisco non sbilanciarmi troppo.

Insomma, ho già in mente il mio percorso per i prossimi cinque o sei romanzi, sempre che riescano tutti a seguire le orme di “Il caso Innocence”, cosa che mi auguro con tutto il cuore.

 

Sei ospite del blog Giallo e cucina e qui le interviste terminano sempre con due domande obbligatorie: la prima non è proprio una domanda ma un pensiero gentile. Consiglia due/tre romanzi che ti hanno colpito, o a cui sei particolarmente legato, e che vorresti che tutti leggessero. Se vuoi anche il perché.

Cavoli, non è affatto facile…

Beh, ormai è noto a tutti il mio amore per il maestro Stephen King, quindi non posso non citare almeno una sua opera, anche se pescarne soltanto una nell’oceano della sua bibliografia è davvero difficile. Opterei per “22/11/63”, perché ricordo che quando lo lessi me ne innamorai perdutamente.

Dal momento che sto lavorando alla mia personale trilogia fantasy, mi permetto anche di consigliare “La ruota del tempo”, la fenomenale saga scritta da Robert Jordan. D’accordo, non è un solo romanzo ma ben quattordici (sì, lo so, è un numero che fa paura), ma credo sia davvero una delle massime espressioni del fantasy a livello mondiale. E non parlo di certe cazzate (si può dire?) young adult, ma del fantasy serio, quello che diventa vera e propria letteratura.

Per ultimo cito un romanzo che praticamente nessuno conosce tranne me, cosa della quale mi dispiaccio molto, perché ritengo che l’autore sia un vero e proprio genio: parlo di “Il mondo dopo la fine del mondo”, di Nick Harkaway. Se vi capita di trovarlo, datemi retta, compratelo e leggetelo. Ne vale la pena.

 

E poi, per onorare il termine cucina nel nome del nostro blog, un piatto, una pietanza a cui sei particolarmente legato o che semplicemente ti piace molto mangiare.

Questa è quasi difficile come la domanda precedente, ahahah!

A guardarmi non si direbbe, ma adoro mangiare. Da buon italiano non posso fare a meno del mio piatto di pasta quotidiano, sebbene il mio amore per il cibo non si fermi ai nostri confini nazionali.

Stavolta, però, voglio restare sul semplice, e allora ti dico questa: una bella spaghettata aglio, olio e peperoncino. Una ricetta semplicissima che non mi stufa mai. Ora che ci penso mi sta venendo una fame…

 

 

Ti ringrazio della bella chiacchierata e della disponibilità, ti auguro tanta fortuna.

Grazie ancora a te, sia per l’intervista che per il sostegno. Speriamo di fare presto un’altra chiacchierata come questa, perché almeno vorrà dire che una nuova storia è riuscita a raggiungere i lettori.

Nel frattempo spero che “Il caso Innocence” riesca a farsi strada nella giungla del mercato editoriale, io incrocio le dita.

 

 

Di nuovo grazie. Complimenti ed a presto.

 


giovedì 4 giugno 2020

INTERVISTA A MATTIA BAGNATO










Oggi nello spazio interviste abbiamo il piacere di ospitare l’autore Mattia Bagnato. Grazie per averci dedicato un po’ del tuo tempo.

Prima se posso ti faccio volentieri qualche domanda di carattere generale per conoscerti un po’ meglio…no, non ti preoccupare nulla di personale. Solo domande riguardanti il nostro amato mondo dei libri.  Allora Mattia raccontaci un po’ di te dove nasci e vivi, la tua formazione, qual è il tuo lavoro e poi dicci come nasce l’idea di scrivere romanzi.
Ciao Gino, e innanzitutto permettimi di ringraziarti ancora per questa opportunità: essere il protagonista di un’intervista non è esattamente una cosa che mi capita tutti i giorni. Sono nato a Genova nel 1992, per cui sì, mi sto avvicinando pericolosamente alla soglia dei trent’anni, evento per il quale non mi sento affatto pronto. Ho sempre seguito percorsi di studio scientifici, dal liceo all’università, fino a conseguire la laurea in Fisioterapia nel 2015, ma non penso che questo sia poi tanto inusuale per una persona che si avvicina al mondo della scrittura; forse è stato proprio il pragmatismo che ha caratterizzato la mia formazione a farmi desiderare con tanta passione di riuscire a realizzare un sogno strambo come quello di diventare uno scrittore. Perché, diciamocelo, per voler fare lo scrittore bisogna avere qualche rotella fuori posto. Anche se, forse, a spingermi in questa direzione è stata più l’influenza di mia madre, e delle centinaia di libri che mi sono visto gravitare attorno sin da quando ero piccolo. Non a caso uno dei miei passatempi preferiti da bambino era scrivere brevi storie fantastiche (che non portavo mai a compimento, aggiungerei).

Oltre a scrivere sei anche un lettore? Hai un genere preferito? Preferisci gli ebook o il libro cartaceo?
Assolutamente sì. Ritengo ci siano poche lezioni veramente importanti per chi vuole imparare a scrivere, imparare sul serio, e sono queste: scrivi tanto, leggi di più. I libri sono gli insegnanti migliori, per uno scrittore (o aspirante tale). In verità leggo di tutto, anche se in passato prediligevo il genere fantasy. Escludendo i romanzi rosa, direi che sono un lettore onnivoro, mi va bene tutto purché sia stimolante. Ho uno scrittore preferito però, quello sì, ed è Stephen King. Penso che chi ha letto “L’innocenza non esiste” se ne sia accorto. Eh, ho sul comodino un lettore per ebook e ogni tanto lo uso anche, ma il cartaceo non si batte. Sfogliare le pagine e sentire l’odore della carta crea un’atmosfera che l’ebook non potrà mai eguagliare.

Da dove nascono le tue storie. Elabori notizie che leggi o sono esclusivamente di fantasia?
Direi esclusivamente frutto della fantasia, anche se in qualche modo siamo sempre portati a inserire elementi familiari o conosciuti nei nostri racconti, aiutano a dare quel tocco di realtà in più. A volte, soprattutto per i racconti brevi, una notizia o un evento specifico possono far scattare la scintilla, ma tendo a tenere ben separate le mie opere di fantasia da ciò che succede nel mondo reale. Non voglio che quello che scrivo possa essere inteso come un commento personale su questa o quell’altra vicenda, preferisco che ognuno sia libero di dare la propria interpretazione.

 La tua scrittura si colloca in un genere preciso o non si possono inquadrare in un unico filone?
Questa storia del genere mi sta risultando molto problematica: ogni volta che qualcuno mi chiede a quale genere appartiene “L’innocenza non esiste”, esito e finisco con il rispondere «Non lo so!». Può sembrare assurdo, ma è la verità. Diciamo che mi piace passare a mio piacimento da un genere a un altro, le etichette mi stanno un po’ strette. Sicuramente questo romanzo è molto diverso da “Alfa privativo”, il mio esordio letterario di qualche anno fa, ma dipende anche dall’esperienza che ho maturato tra una pubblicazione e l’altra. Però no, nessun genere preciso, preferisco continuare a sperimentare all’interno di vari generi narrativi, creare un po’ di sana confusione, scrivere ogni volta qualcosa che il lettore non si aspetterebbe.

Hai solitamente una scaletta prefissata o ti fai condurre dalla narrazione?
Parto sempre da una bozza di scaletta, altrimenti rischierei di perdere il filo e trovarmi a navigare nel buio più assoluto. Questo ovviamente non significa che quello che avviene durante la narrazione sia statico e prestabilito, tutt’altro: è sempre tutto in evoluzione, sono i personaggi stessi e le situazioni a suggerirmi come andare avanti. Spesso mi capita di scrivere un intero capitolo partendo da una semplice frase, senza sapere di preciso che cosa succederà prima di passare a quello successivo.

Hai deciso di autopubblicare il tuo ultimo romanzo. La tua è stata una scelta ponderata oppure ambisci a scrivere ancora per una casa editrice ma non ne hai avuto l’opportunità? Non deve essere facile dover occuparsi di tutti gli aspetti di “contorno”: copertina, editing, impaginazione, stampa…Parlaci della tua esperienza.
Sono sincero, mi sono rivolto a diverse case editrici prima di passare al self publishing, ma senza ottenere risposta. Sono consapevole della difficoltà al giorno d’oggi di ricevere le attenzioni delle CE, ma ammetto di essere rimasto molto deluso dal silenzio che ha seguito l’invio del romanzo. Di certo spiccare tra le migliaia di opere che arriveranno ogni giorno nelle redazioni deve essere un po’ come vincere al Superenalotto. Ho dedicato moltissimo tempo a occuparmi di tutti gli aspetti che hai elencato: avrò riletto l’intero romanzo all’incirca una decina di volte per scovare errori, migliorare alcuni passaggi, cancellare e riscrivere…. Mia madre è stata fondamentale, grazie alla sua lettura in anteprima del testo mi ha dato molti suggerimenti utili e mi ha fatto notare errori che altrimenti sarebbero passati inosservati. Per fortuna, poi, per realizzare la copertina ho ricevuto il preziosissimo aiuto della mia fidanzata, Alice, che ha saputo scattare la foto perfetta per il libro. Per quanto riguarda la distribuzione mi sono affidato al servizio KDP di Amazon; è vero, rende il romanzo un’esclusiva di Amazon, ma se non altro è un metodo gratuito e, soprattutto, semplice. Voglio poter dedicare il mio tempo alla scrittura, non a tutti i passaggi tecnici di cui normalmente si occupano altre figure professionali, e che io non saprei assolutamente gestire da solo.

Ma eventualmente ti contattasse una piccola casa editrice la prenderesti in considerazione o miri proprio al grande salto?
L’importante è che si tratti di una casa editrice seria e che miri a realizzare il miglior prodotto possibile. Non accetterei di pubblicare un libro poco curato solo per il gusto di vedere il marchio di una CE in copertina. C’è solo una regola che ritengo inviolabile (quantomeno per me): niente case editrici a pagamento. Se una CE sceglie il mio libro, deve essere perché ci crede davvero, non perché così può svuotarmi il portafogli.

Quando scrivi deve esserci assoluto silenzio o ti concentri meglio con una buona base musicale? Scrivi quando riesci o preferisci un momento particolare della giornata?
Dipende, ma di solito per scrivere preferisco il silenzio. Mi piace pensare al suono delle parole, e da questo punto di vista la musica può confondere. Di solito scrivo di sera, appena rientro dal lavoro, ma ogni momento libero è una buona occasione per scrivere la prossima pagina. Non devo essere troppo stanco o nervoso, è l’unico limite che mi frena. In quelle situazioni so che probabilmente dovrei poi riscrivere tutto daccapo il giorno dopo, e allora preferisco sdraiarmi, leggere un buon libro o guardare qualcosa in televisione, senza troppi pensieri per la testa.

Ti è capitato di presentare un tuo libro in pubblico? Preferisci un moderatore che ti pone le domande “giuste” o preferisci lasciar fare le domande direttamente al pubblico?
Sì, ho partecipato ad un paio di presentazioni per il mio primo romanzo, una nel mercato comunale del mio quartiere e l’altra a Milano, in una piccola ma suggestiva libreria del centro. Nel primo caso c’era una presentatrice, la qual cosa mi ha fatto molto comodo perché mi ha aiutato a non perdere il filo del discorso, mentre a Milano sono proprio dovuto andare a ruota libera. Molto, molto più complesso. Però mi piace rispondere alle domande dei lettori, alla fine è questo che ti fa capire quanto le persone siano interessate a quel che hai scritto, no? C’è una cosa, invece, alla quale penso non mi abituerò mai: leggere in pubblico. Devo fare molta pratica, suppongo.

Che ruolo pensi occuperà la scrittura nella tua vita? Voglio dire tu sei molto giovane ed hai scritto a mio parere un libro molto molto valido, dico solo che bisognerebbe proprio leggerlo. Pensi che da qui in avanti la scrittura avrà un ruolo molto importante nella tua vita oppure rimarrà  “solo” una grande passione. Ambisci a diventare uno scrittore “vero”?  
La vita ha un senso perché siamo in grado di sognare, e la cosa bella dei sogni è che sono gratis. Sono convinto che non smetterò mai di scrivere, è qualcosa di cui avverto il bisogno e quando mi siedo al computer mi sento più libero, più realizzato, cosa che di rado mi accade in altre circostanze. L’impegno e la passione ci sono, se arriverà anche la fortuna a farmi fare quel passo in avanti che sto aspettando, allora l’accoglierò con molto piacere.

Passiamo ad analizzare il tuo ultimo libro. Quando lo hai scritto e cosa ti ha ispirato?
Cavoli, non ricordo neanche più quando ho cominciato a scriverlo! È passato molto tempo dalla prima stesura alla pubblicazione, davvero tanto. Direi almeno un paio d’anni, sai, tra la revisione, la ricerca di un editore e tutto il resto. L’ispirazione, come nella maggior parte delle volte, è arrivata in maniera improvvisa, ha bussato alla porta e io non ho fatto altro che aprire. Dall’altra parte della soglia c’era una ragazza, era ammanettata e sedeva tutta sola in una stanza grigia, asettica, quando è comparsa un’altra donna e le due hanno cominciato a dialogare. È bastata quell’immagine per farmi porre una semplice domanda dalla quale è scaturito tutto il resto della storia: perché quella ragazza si trova in un posto simile? A volte non serve altro, basta una domanda e il gioco è fatto. In effetti sembra più facile di quel che è.

Dicci il titolo e raccontaci un po’ la trama, dove è ambientato, i suoi personaggi principali. Facci venir voglia di leggerlo….
“L’innocenza non esiste”, un titolo che è tutto un programma. La protagonista è Clara Innocence, una giovane donna che incontriamo per la prima volta in una stanza del complesso penitenziario di Zenith, là dove si svolgerà il suo dialogo con la dottoressa Page, perito psichiatrico incaricato dal tribunale per sondare la sanità mentale di Clara. Perché lei, la nostra bella protagonista, è stata appena accusata di omicidio, e uno bello efferato per giunta. Il romanzo si divide quindi in tre parti, ognuna incentrata su un periodo diverso della vita di Clara, dall’infanzia all’età adulta, fino ad arrivare al giorno fatidico in cui commette il crimine per il quale è stata condannata. Il dialogo con la dottoressa funge da collante, rivela alcuni dettagli e aspetti della personalità di Clara che si ricollegano agli eventi di cui lei ci racconta. È uno stratagemma bello e buono che ho adottato per caratterizzare meglio la protagonista e consentirmi salti temporali anche di molti anni tra un capitolo e l’altro. La storia è ambientata principalmente ad Emerald Falls, una cittadina di periferia in cui Clara è nata e ha vissuto gran parte della propria vita. Qui avviene ogni genere di evento nefasto, ma non voglio fare spoiler; diciamo che non è esattamente il bel borgo di provincia in cui i vicini si salutano dandosi amichevoli pacche sulle spalle. Proprio per questa ragione non c’è un solo antagonista, ma penso che uno spicchi su tutti gli altri per il carisma della sua figura: Floyd Lawton, il temutissimo boss del crimine di Emerald Falls. E non è solo questo, ma temo che rivelare altro toglierebbe la sorpresa della lettura. Insomma, c’è di mezzo mistero, azione, amore, paranormale, e chi più ne ha più ne metta. Dategli una possibilità e, se proprio non dovesse piacervi, può sempre tornare utile come rialzo per fermare quella sedia traballante in salotto.

Hai dovuto fare un lavoro di studio degli argomenti trattati o lo hai ambientato in luoghi e descritto situazioni che conosci bene?
Scrivere spesso necessita di un lavoro di ricerca, poiché è impensabile parlare soltanto di quello che già conosciamo. Se fosse così, non esisterebbe la narrativa fantastica, o in generale la fiction, e allora avremmo le librerie piene di biografie e sarebbe un vero dramma. Quindi sì, faccio molte ricerche per rendere più realistico ciò che descrivo nei miei testi, e per fortuna sotto questo aspetto il web è una grande risorsa (la ricerca più strana? Forse la fattura delle canne dei fucili Winchester, un piccolo dettaglio per un racconto inedito). Per quanto riguarda le ambientazioni, invece, preferisco inventarmele di sana pianta: non voglio che qualcuno possa dire “Ehi, io lì ci sono stato, quel negozio non si trova affatto dove lo ha messo lo scrittore!”. Mi piace l’idea di poter portare il lettore in un posto nuovo, uno in cui nessuno è mai stato prima. Ogni storia deve essere un po’ come un nuovo allunaggio.

Secondo te c’è un pubblico specifico per questo libro o anche chi non è appassionato al genere a cui appartiene può trovarlo interessante?
Difficile a dirsi, anche per il discorso che facevo prima: non saprei indicare un genere specifico per questo romanzo, perciò possono davvero valere tutte le ipotesi. Un lettore di thriller potrebbe trovare certe scelte di trama discutibili, mentre un lettore di narrativa potrebbe amarlo, oppure viceversa. Il consiglio che mi sento di dare, a prescindere dal mio romanzo, è di allargare il più possibile i propri orizzonti e sperimentare, sia come lettori che come artisti. C’è sempre qualcosa di nuovo e inaspettato che possiamo scoprire oltre i confini imposti da noi stessi.

Preferisci i finali accomodanti (con aggiunta di zucchero), dove tutti i cerchi vengono chiusi o spesso lasci qualcosa di non concluso o poco definito? Ti piacciono i finali spiazzanti ed un po’ cinici o preferisci il vissero tutti felici e contenti?
Premetto che adoro scrivere i finali. Un finale è un po’ simile a un addio, quindi puoi caricare l’atmosfera di tutte le emozioni che ti hanno riempito mentre scrivevi quella storia, ed è davvero bello, è un momento forte e ricco di pathos. Il finale è una di quelle parti del romanzo che difficilmente mi è chiara finché non lo raggiungo: all’inizio penso che la storia potrebbe concludersi in un modo, ma man mano che procede mi rendo conto che potrebbe ancora cambiare tutto, come se non fossi davvero io a decidere quello che deve ancora succedere. Per questo non so dire se prediligo un lieto fine ad un finale tragico, semplicemente penso che debba trattarsi del finale giusto per quella storia, anche se non va incontro alle aspettative del lettore. Però i finali aperti, quelli che non chiudono tutte le parentesi e ti fanno continuare a riflettere e fantasticare anche dopo che hai messo via il libro, quelli sono impareggiabili.

Facci un piccolo excursus nella tua bibliografia. Hai pubblicato altri romanzi precedentemente a questo. A quale genere appartengono? Stai scrivendo qualcosa in questo periodo? Oppure sei già ai dettagli?
Sì, prima di “L’innocenza non esiste” ho pubblicato un altro romanzo, “Alfa privativo”, nel 2016. Lo definirei un romanzo di narrativa, sicuramente molto differente da questa mia ultima uscita, più ironico e sperimentale, se vogliamo, nel senso che si discosta da ciò che mi sono abituato a leggere negli anni. Credo che la pubblicazione di “Alfa privativo” abbia avuto un vero effetto trigger su di me, mi ha fatto comprendere quanto davvero sia importante la scrittura nella mia quotidianità, e per questo gli sono molto affezionato. Sento di potermi sbilanciare e dare qualche informazione in anteprima per quanto riguarda le mie prossime uscite. Attualmente sto lavorando ad un paio di cosette: una raccolta di racconti (ma non una classica antologia, qualcosa di più interessante per chi ha letto “L’innocenza non esiste”) e un nuovo romanzo, il primo di una trilogia fantasy un po’ fuori dagli schemi. Ok, temo di non poter dire altro per il momento, i lavori stanno ancora procedendo a pieno ritmo!

Prima dei saluti finali mi piacerebbe avere da te un’opinione del mondo nel quale ti muovi. Ora che anche tu fai parte della categoria ti chiedo: perché gli scrittori self vengono considerati autori meno capaci rispetto a quelli che scrivono per le case editrici? Sono io che vedo le cose in maniera distorta o la pensi anche tu cosi? La scelta di auto pubblicarsi non dovrebbe essere penalizzante già in partenza, come invece avviene. Posso dire tranquillamente, per averne letti tanti, che tra gli autori self ci sono grandi talenti.
Beh, i pregiudizi abbondano in ogni ambito, quindi non mi stupisce affatto che ve ne siano anche in questo. È pur vero che, nel self publishing, potenzialmente chiunque è in grado di pubblicare qualunque cosa, di conseguenza le probabilità di trovare libri di dubbia o scarsa qualità aumentano. Anche se, purtroppo, vedo che anche le pubblicazioni delle grandi case editrici non sono esenti da questo rischio; il nuovo approccio delle CE, in tanti casi più legato alla visibilità che al reale valore del testo, ha come risultato quello di trovare tra gli scaffali anche romanzi inconsistenti per il semplice fatto che hanno riscosso successo tra gli adolescenti su piattaforme in cui ognuno scrive quel che vuole in ogni momento, spesso con scarso rispetto della punteggiatura e della grammatica italiana in generale. Ovviamente non voglio fare di tutta l’erba un fascio, ma la situazione attuale del mercato editoriale in Italia non è molto incoraggiante. Sarebbe bello che qualche talent scout indagasse ogni tanto tra i romanzi autoprodotti, magari troverebbe qualcosa di buono da portare all’attenzione di chi, quei libri, poi sarebbe davvero in grado di farli diventare dei best-seller. Io, dal canto mio, non sono mai stato bravo a farmi da manager.

Ti ringrazio della bella chiacchierata, ti auguro tanta fortuna e spero che non si affievolisca mai la tua voglia di scrivere perché sei veramente bravo. Se ritieni puoi aggiungere qualcosa che magari ritieni importante far sapere ai lettori….
Sono io a doverti ringraziare per avermi offerto questa bella opportunità, te ne sono grato. Vorrei più che altro lasciare un messaggio per coloro che hanno letto “L’innocenza non esiste”, o che hanno intenzione di farlo in un prossimo futuro: GRAZIE, perché senza di voi questo romanzo non sarebbe altro che un mucchio di parole relegato in un angolino del mio computer. Io, da parte mia, cercherò di non deludere le aspettative con tutto quello che ancora è da venire.

Di nuovo grazie. Complimenti e a presto.

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