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sabato 24 dicembre 2022

INTERVISTA A LILLI LUINI (speciale Andremo a mietere il grano)

 





Ciao Lilli, bentrovata e bentornata nello spazio interviste del blog Giallo e cucina. Grazie per aver accettato il nostro invito. Qualche tempo fa abbiamo già avuto modo chiacchierare approfonditamente dei tuoi libri e della tua scrittura. Per chi volesse leggerla trova l’intervista a questo link: https://gialloecucina.wordpress.com/2022/02/11/oggi-parliamo-con-lilli-luini/

Oggi invece parleremo (quasi) esclusivamente del tuo ultimo romanzo: Andremo a mietere il grano, uscito lo scorso mese di ottobre e pubblicato dalla casa editrice Il vento Antico. Partiamo senza altri indugi con la prima domanda.

La prima curiosità che ogni lettore che conosce i tuoi libri precedenti vuole soddisfare è sicuramente sapere perché questo tipo di romanzo. Mi spiego, Lilli Luini sia in coppia che singolarmente ha sempre scritto gialli, peraltro pregevolissimi. Adesso un libro di narrativa che parla di famiglia e di rapporti parentali. Come mai?

Questa è una storia che ho in mente da almeno dieci anni. Il raccontarla pian piano è diventata una necessità e sono contentissima di averlo fatto. Ma non significa che lascerò il poliziesco, tutt’altro, e non significa neppure che scriverò altri romanzi che parlano di rapporti familiari. Dipende da quel che si presenta nella mia testa. Del resto ho scritto anche due romance.

 

Raccontaci un po’ la trama del romanzo facci venir voglia di leggerlo.

Siamo in un piccolissimo paese del Varesotto (che ho inventato di sana pianta per evitare che qualcuno pensi di riconoscere questo o quello). Qui, dopo quarant’anni d’assenza, torna Mary – un tempo Maria Gabriella, detta Ella. Qui è cresciuta insieme alle sue sorelle Maria Pia e Maria Beatrice (la madre era monarchica e prendeva i nomi dai Savoia), in una famiglia di quella borghesia arricchita con un po’ di puzza sotto il naso. Qui sono arrivate molte famiglie dal Sud, alla ricerca di una vita migliore, trovando ostracismo e disprezzo. Quando Maria Pia si innamora di Michele, un bel ragazzo moro e lavoratore ma con l’imperdonabile colpa di essere calabrese, la vita prende una svolta da cui nessuno potrà tornare indietro. 
Non dico di più per non svelare…

 

Hai affrontato temi importanti e molto attuali anche se i fatti salienti che racconti appartengono alla metà degli anni sessanta. Purtroppo molti mal costumi dell’epoca non sembrano essere molto migliorati ai giorni nostri. Sono solo cambiati i destinatari di odiosi pregiudizi. Mi azzardo anche a dire che Andremo a mietere il grano è un romanzo in parte autobiografico non fosse per altro perché la protagonista è una fotografa come te. Raccontami la genesi di questa storia. Quando e come è nata?

Volevo parlare dell’immigrazione interna, di cui sembra che nessuno si ricordi più. Io ho una passione per la Storia, credo che sia la maestra meno ascoltata che esista eppure sarebbe la migliore. Quello che è accaduto in quegli anni ha molto da dirci riguardo a quel che sta accadendo ora, sia dal punto di vista sociale che da quello umano. Io non ho la pretesa di spiegare nulla a nessuno, tantomeno di insegnare la Storia. Mi limito a mettere sulla scena una storia con la esse minuscola, una storia che è frutto della mia fantasia ma che è ambientata in quel clima, in quel periodo e quindi sarebbe potuta accadere.
Mary è mia coetanea per un semplice fatto: dovevo guardare gli anni Sessanta con i suoi occhi attraverso i miei ricordi. Che fosse una fotografa l’ho deciso poco prima di iniziare la stesura vera e propria ma in comune con me ha solo quella passione, nata fin da bambina. Lei è una professionista, io una dilettante appassionata. La cosa più importante che condivide con me è la sua convinzione assoluta che le persone hanno tutte lo stesso valore, non importa dove sono nate o di che colore hanno la pelle. È fondamentale per l’intreccio, perché determina sia lo svolgimento dei fatti che lo sguardo.

 

È un romanzo che ha nelle donne le principali protagoniste: Ella, Titti, Lia, ma anche Laura, Elena, Mariolina, nonna Caterina e nonna Angelina ecc. Gli uomini rimangono un po’ sullo sfondo, subiscono la risolutezza delle mogli e delle madri un po’ per amore un po’ per codardia. Hai voluto fin dall’inizio dare questa impostazione al romanzo o via via che lo scrivevi i personaggi stessi ti hanno indicato la strada che avrebbero voluto percorrere?

I personaggi dei miei romanzi fanno sempre quello che vogliono loro. Diciamo che il mio sguardo sul mondo è molto influenzato dai miei studi di sociologia e dalla mia esperienza in psicologia. Per cui, se un personaggio come Elena fa, pensa e dice determinate cose, è necessario che chi ci sta attorno abbia un carattere, un comportamento che consente a lei di essere così e viceversa. I rapporti e le dinamiche interpersonali sono un mondo affascinante da studiare ma che ha delle regole. E queste regole sono uguali in tutti i tempi.
Comunque, se scrivi un romanzo ambientato in una famiglia, in un piccolo paese e negli anni Sessanta, gli uomini rimangono sullo sfondo perché erano sullo sfondo. Io ho un’amica che, quando era piccola, il sabato chiedeva chi fosse quel signore che faceva colazione con loro. Molti padri andavano al lavoro prima che i bambini si svegliassero e tornavano quando già dormivano. E le madri di fatto comandavano come dei generali.

 

Parliamo un attimo di Ella (Maria Gabriella) e Titti (Maria Beatrice). Due sorelle con caratteri opposti. Ribelle e ostinata la prima, empatica e accondiscendente la seconda. Le vere protagoniste sono loro. Parlacene un po’.

Ognuno nasce con una sua valigetta, in cui ci sono i rudimenti di quello che sarà. Questi semi, chiamiamoli così, vengono poi cresciuti dall’ambiente familiare e sociale, insomma dai caratteri di chi ci sta intorno e dalle dinamiche che si creano. La vecchia saggezza popolare lo dice in molti modi, se uno nasce tondo non morirà quadrato, per esempio. Titti era l’ultima di tre figlie. La madre non voleva nemmeno la seconda, figuriamoci la terza: queste cose i bambini le sanno d’istinto e Titti – i cui semi erano i geni del padre, un uomo arrendevole, incapace di opporsi - è cresciuta senza dare mai fastidio. Lo dice subito la nonna: dove la metti sta e non piange mai. Si sentiva tollerata se non dava problemi e così ha fatto per tutta la vita.
I semi di Ella erano diversi, erano i geni di nonno Carlo Bianchi e della zia Laura. In lei l’atteggiamento della madre agisce in senso opposto, le fa montare rabbia e ribellione, la rende determinata ad agire e a conoscere.

 

Questo non è un giallo, è chiaro. Ma le peculiarità che caratterizzano la tua scrittura ci sono tutte. Cinismo, realismo, coraggio, cura del prodotto. Le hai mantenute anche in questo libro di narrativa. Sono caratteristiche che hanno contribuito a farmi apprezzare tanto la tua scrittura. Ho definito questo romanzo un pugno nello stomaco perché racconta una storia dura a tratti drammatica dove tutti escono in qualche modo sconfitti. Anche se la vicenda non è reale è assolutamente verosimile, con un finale non banale ma coerente ed in linea con l’asprezza del racconto che ci dice che le azioni cattive si pagano anche solo col rimorso, perché la coscienza non ha pietà e non fa sconti.  Spesso la giustizia degli uomini non si compie ma il peso che grava sull’anima a volte è ancora più difficile da sopportare. È corretta la mia lettura? Tu attraverso questo romanzo cosa volevi trasmettere?

Correttissima. Come ho detto, io volevo solo raccontare una storia che poteva accadere, poi le somiglianze con il mondo attuale sono lì da vedere perché nulla cambia dell’animo umano e nemmeno gli errori cambiano. In uno dei primi capitoli, Titti dice alla sorella che le rondini hanno abbandonato i nidi e non sono più tornate. Ecco, è lo stesso per quel che è accaduto a loro, a Mary in particolare: il tempo non tornerà più, è andato, quel che volevi risolvere non l’hai risolto e con quel peso devi convivere. Una delle mie “prime lettrici”, che l’ha letto in bozza, avrebbe preferito un finale diverso. Ma, come giustamente hai rilevato tu, sarebbe stato banale e non solo, sarebbe stato inverosimile. Nella mia visione della narrativa, i finali sono come i caratteri dei protagonisti: devono avere una coerenza interna, devono far parte della storia e non ribaltarla.

 

Se vuoi puoi aggiungere qualcosa che ancora non abbiamo detto sul romanzo ma che ritieni importante.

Sì, tengo a sottolineare che di autobiografico in questo romanzo c’è solo quello che ho detto prima riguardo al clima sociale e a Mary e qualche personaggio minore – tipo la maestra Mariolina – costruito pensando a qualcuno che ho incontrato davvero. I Bianchi non assomigliano nemmeno lontanamente alla mia famiglia, se non per l’ostracismo ai meridionali che però era comune a gran parte delle famiglie settentrionali. Né ci sono episodi da me vissuti personalmente, sono stata molto attenta a evitare ogni commistione.

 

Ti ringrazio per la pazienza e la disponibilità. A presto e ancora complimenti.

Io ti ringrazio moltissimo e ringrazio tutti coloro che hanno letto questa intervista.

 


INTERVISTA A DANIELA E.

 





Ciao Daniela, benvenuta nello spazio interviste del blog Giallo e cucina. Grazie per aver accettato il nostro invito. Sono contento di poter fare un po’ di chiacchiere insieme a te. Di poterti conoscere meglio. Hai scritto già diversi romanzi, hai spaziato in molti generi. Durante questa chiacchierata parleremo più o meno di tutti ma mi soffermerò maggiormente su gli ultimi due. Ma andiamo con ordine.

Prima di tutto ti chiedo di farci sapere un po’ di te: di dove sei? Cosa fai nella vita oltre a scrivere e se si può scoprire cose c’è dietro quella E. Lo so sono un po’ impertinente…

Ciao Gino e grazie per avermi proposto questa intervista. Fortunatamente non mi ha chiesto l’età (tiro un sospiro di sollievo) sono nata a Napoli dove vivo attualmente con il mio cane Argon, dopo aver girovagato un po' per il mondo e aver vissuto dieci anni a Pavia. Oltre a scrivere ho fatto diversi lavori nella vita, dall’animatrice turistica all’istruttrice di Zumba, e ora lavoro in un Caf. Per quanto riguarda la “E.” del mio cognome, come potrà essere facilmente intuibile ora che conosci le mie origini partenopee, sta semplicemente ad abbreviare Esposito; ho preferito mantenere solo la lettera iniziale perché è un cognome piuttosto diffuso a Napoli, ma allo stesso tempo non volevo abbandonare totalmente le mie origini. Forse è anche in onore di ciò che mi sono astenuta dal lasciarmi trasportare dalla reincarnazione di Malefica (Maleficent) che è in me e dal risponderti ironicamente con un aforisma di Oscar Wilde: “La gente ha un’insaziabile curiosità di conoscere tutto, tranne ciò che vale la pena sapere”.

 

Come mai e quando hai deciso di iniziare a scrivere?

Ho iniziato a leggere e scrivere piuttosto presto, a cinque anni, perché volevo leggere le fiabe e le favole per conto mio e da sola e la passione per la vera e propria scrittura è nata di pari passo a quella per i libri, come se fosse qualcosa di naturale e indispensabile, poi quando mi sono appassionata alla saga di Harry Potter ho iniziato a scrivere dei veri e propri racconti e ho capito che la scrittura sarebbe stata la mia passione principale e che sarebbe potuta diventare un vero e proprio mestiere.

 

Oltre a scrivere sei anche una lettrice? Hai un genere preferito? 

Chiaramente da scrittrice sono principalmente una lettrice, il mio genere preferito è certamente il thriller, seguito di pari passo dall’horror (in pratica i genere che amo scrivere) amo anche i libri di fantascienza e fantasy ma solo particolarmente severa nella scelta in questi due casi, mentre il più delle volte evito lo storico e il romantico (quello esclusivo)

              

Da dove nascono le tue storie? Elabori notizie che leggi o sono esclusivamente di fantasia? I personaggi dei tuoi libri sono stati ispirati da persone reali?

Ad ispirarmi le storie può essere qualsiasi cosa, anche una foglia che cade da un albero per intenderci, ma non mi è mai accaduto di avere particolare ispirazione grazie ad un preciso evento o notizia in particolare, idem per i personaggi: capita che mi lasci “affascinare” da qualche personaggio più che da una persona reale, ma solo per qualche piccolo aspetto estetico o caratteriale. La mia mente e la mia fantasia viaggiano sempre ad una velocità umanamente incomprensibile e improvvisamente vengono fuori delle piccole ombre che a poco a poco assumono la forma di esseri umani sempre più dettagliati che ad un certo punto si siedono alla mia scrivania e iniziano a raccontarmi le loro storie. In pratica vivo costantemente in una sala d’attesa gremita di gente che se ignorata inizia a parlare sempre più forte, fino a quando inizio a distribuire i numeretti e a dare voce alla loro anima.

 

Hai solitamente una scaletta prefissata o ti fai condurre dalla narrazione?

All’inizio la mia scrittura non seguiva un vero e proprio schema, aveva una base iniziale e si lasciava poi condurre dalla narrazione. A distanza di anni e dopo aver accumulato una certa esperienza la mia scrittura è mutata in diversi aspetti, è maturata, si è evoluta e di conseguenza anche il modo di impostare la storia: ora seguo un preciso schema, anche se qualche volta un personaggio si evolve insieme alla vicenda e inizia a fare i capricci, tende a voler andare verso un’altra strada e io li accontento sempre, dopotutto sono le loro storie, le loro vicende e io da semplice narratrice non posso fare altro che seguire il loro nuovo percorso, anche perché… hanno sempre ragione, se li assecondo le storie funzionano meglio.

 

Giunge a questo punto la mia classica domanda, quella che non manca mai quando intervisto un autore. Mi riferisco alla domanda sulle case editrici. Domanda forse un po’ scomoda per voi scrittori ma che ha me incuriosisce sempre molto. Devi sapere che nelle mie letture hanno una corsia preferenziale gli autori emergenti, o quelli che vorrebbero esserlo, e gli autori self. Tu per l’appunto hai pubblicato i tuoi romanzi in proprio. Mi spieghi un po’ se è stata una decisione voluta o l’hai dovuta prendere in considerazione dopo esserti scontrata col “complicato” mondo degli editori? E’ una scelta che pensi di rifare anche coi prossimi libri o in futuro cercherai in ogni modo di affidarti ad una casa editrice? Tra l’altro i tuoi libri se non sbaglio sono stati tradotti anche in inglese. Anche questa una scelta ponderata?

Essere un autore emergente o comunque non conosciuto rende la vita “da scrittore” molto difficile, essere autori in self non è assolutamente facile, significa fare tutto da soli (come la correzione del testo, la copertina, la pubblicità ecc…) o dover cercare aiuto in altre persone e dover pagare (altro disagio visto che spesso non si gode di grandi possibilità economiche) di conseguenza la “scelta” di pubblicarsi in autonomia è sempre dettata dalla disperazione: spesso le case editrici più importanti non rispondono neanche all’invio di un manoscritto da parte di un autore emergente e quindi senza un gruppo di lettori accaniti, le medio-piccole chiedono un contributo economico da parte dell’autore (DIFFIDARE SEMPRE! Una casa editrice degna di questo nome non chiede soldi all’autore) e altre non hanno abbastanza visibilità e servizi da aiutare a far conoscere degnamente uno scrittore. In pratica il selfpublishing spesso rimane l’alternativa più valida ad una buona casa editrice ed è questo che mi ha portato ad auto pubblicare il mio primo romanzo, successivamente è diventata una mia scelta ponderata (sempre per i motivi sopra elencati) anche se non disprezzerei avere una casa editrice, ovviamente a questo punto posso permettermi di ambire alle migliori in circolazione (risata malefica).

Tradurre due dei miei libri anche in lingua inglese è stata una mia precisa scelta, a lungo ponderata, un investimento che alla fine ho deciso di fare anche se pubblicizzarsi in un paese diverso dal proprio è ancora più complicato, ma rende più professionale la propria figura e sicuramente è un modo ulteriore per farsi conoscere.

 

Iniziamo a parlare finalmente dei tuoi libri, ne hai scritti quattro se ho fatto bene i conti. Il primo romanzo che hai pubblicato è stato Loren nel “lontano” 2017. A che genere lo ascriveresti? A questo è seguito Kohu. Ancora un cambio di genere. Poi col terzo ed il quarto ti sei spostata nel thriller/horror il terzo per inciso si intitola La giostra dei clown e il quarto La giostra delle bambole di pezza. Gli ultimi due li ho letti e li ho trovati molto divertenti, coinvolgenti ed a loro modo originali. Raccontami se vuoi i vari passaggi che hanno maturato il tuo approdo al genere thriller.

Non hai sbagliato i conti, sono effettivamente quattro i miei libri. Il primo, Loren, è di genere romantico/drammatico, con qualche sfumatura di giallo e molto noir; questi ultimi due generi e il fatto di aver involontariamente portato un libro romantico verso quel mondo mi hanno fatto riflettere sul quale fosse esattamente la mia strada e quando è apparsa Terry Brooke non ho potuto fare altro che abbandonarmi al thriller, perché il secondo libro che ho scritto è stato proprio La Giostra dei Clown; lo splatter che ha preso il sopravvento nel libro mi ha poi portata definitivamente verso l’horror e, lasciandomi ispirare dal mito de La Borda e di altre storie simili in giro per il mondo (ricerca molto dettagliata che ho fatto da amante dell’occulto e del paranormale) ho scritto Kohu (che in lingua maori significa nebbia) e con l’ultimo romanzo ho definitivamente dedicato la mia scrittura al thriller e all’horror, cosa forse piuttosto predestinata e scontata per una che gli amici chiamavano “La Strega di Blair”

 

Il terzo ed il quarto romanzo sono i primi due di una serie ed hanno entrambi per protagonista l'Ispettrice di Polizia Terry Brooke. Una poliziotta che porta con sé un passato difficile e un grande dolore. Raccontaci un po’ la trama dei romanzi facci venir voglia di leggerli. Terry Brooke la avevi già in mente cosi o la sua storia è nata poco a poco?

Terry Brooke è stata una vera e propria folgorazione, è apparsa improvvisamente con la sua giacca di pelle, la sua lunga treccia e la cicatrice sul viso; è entrata nel mio ufficio spalancando la porta senza bussare o chiedere il permesso, si è seduta sulla sedia difronte alla mia scrivania con la sua solita aria imbronciata e ha fatto scorrere sul piano di legno un foglio di carta bianco e una penna e… ovviamente nessuno può contraddire Terry Brooke, quindi ho iniziato a scrivere la storia che lei infastidita aveva iniziato a raccontarmi tra una sigaretta e l’altra. Entrambe le vicende narrate nei due libri sono abbastanza cruente, ne “La Giostra dei Clown” Terry affronta un serial killer particolarmente sanguinoso e ossessionato dai Clown (piccola curiosità: sono coulrofobica) mentre deve affrontare anche alcune difficili vicende personali, come quella di ripristinare una parte della sua memoria persa a causa dell’incidente che le ha sfigurato il volto nel quale ha perso la vita sua sorella gemella. In realtà il libro doveva essere fine a se stesso, ma un giorno Terry è rientrata nel mio studio e alla “Brooke maniera” mi ha fatto capire che aveva ancora qualcosa da raccontare, è nata così The Terry Brooke series e il secondo libro della serie: “La Giostra delle bambole di pezza” dove l’ispettrice di Polizia si ritrova a scontrarsi con la mente contorta e psicopatica di un giovane ossessionato dai riti voodoo che trasforma le sue vittime in vere e proprie bambole tramite dei macabri riti.

 

In questi due romanzi la squadra di Terry Brooke ha a che fare con spietati serial killer. Ecco io non conosco perfettamente le scrittrici dei thriller puri e semplici e magari mi sbaglio ma credo tu sia una delle poche che abbia intrapreso questa strada. Mi riferisco anche al fatto che le gesta del maniaco in questione sono descritte con dovizia di particolari. Rendendo la vicenda piuttosto “disturbante”. Come mai questa scelta e poi ti viene “naturale” descrivere queste situazioni estreme?

Innanzitutto grazie per il grandissimo complimento. Sicuramente, per quanto macabro possa sembrare, determinate scene sono ciò che scrivo in maniera totalmente diretta e naturale, in tutti noi alberga un killer e il mio si sfoga attraverso i miei libri, alla fine sono io il serial killer più terribile dei miei romanzi. In molti mi scrivono complimentandosi per le scene più crude, vissute dal lettore quasi come una vicenda reale, questo è sicuramente amplificato dalla semplicità della scrittura che utilizzo in queste scene, credo che utilizzare un lessico complesso durante scene già particolarmente pesanti e crude possa essere controproducente e stancare il lettore che inevitabilmente si distrare, facendo sfumare la fantasia e l’immaginazione; al contrario utilizzando una scrittura semplice il lettore si concentra maggiormente sulla scena catapultandosi totalmente al suo interno.

 

Un’altra domanda che faccio spesso per appagare la mia curiosità e che spero sia anche di chi ci sta leggendo. Preferisci di più i finali accomodanti (col lieto fine), o preferisci lasciare qualcosa di non concluso o poco definito? Ti piacciono i finali spiazzanti ed un po’ cinici o preferisci il vissero tutti felici e contenti? La mia domanda è tendenziosa perché io sono un maledetto cinico e nei romanzi che leggo cerco sempre questo aspetto, soprattutto nei finali.

Il “vissero felici e contenti” non lo ignoro totalmente ma neanche lo ricerco spasmodicamente, a volte lo utilizzo come illusione prima della sentenza definitiva, altre volte lo lascio come sottofondo… oh! Insomma… i miei lettori ti direbbero che NO! Non amo utilizzare i lieto fine, che il “vissero per sempre felici e contenti” non so neanche come si scrive e che sono una s*****a cinica e bastarda (dopotutto sono un Villain non una principessa Disney)

 

Progetti futuri? Stai già lavorando a qualcosa o ti stai godendo il momento? Ci sarà ancora Terry Brooke protagonista in una delle tue prossime opere?

Se non ammetto pubblicamente di star scrivendo il terzo libro di Terry Brooke potrei essere invasa da messaggi di minacce di torture imminenti (perché ovviamente i miei lettori sono fatti a mia immagine e somiglianza) quindi… SI, sto scrivendo un nuovo romanzo con protagonista la burbera ispettrice del mio cuore di carta e inchiostro; sto anche scrivendo una raccolta di racconti horror che molto probabilmente pubblicherò in un particolare formato cartaceo illustrato.

 

Ultime due domande. Quelle che nelle interviste qui a giallo e cucina non possono mai mancare. La prima: per fare onore alla seconda parte del nome del blog ti chiedo quale potrebbe essere il piatto preferito di Terry Brooke? Mi rendo conto che in questi romanzi dove la suspense è massima gli argomenti che all’alleggeriscono la tensione sono pochi ma se non ricordo male in La giostra dei clown qualcosa di culinario viene accennato. Tu cosa pensi possa preferire?

Sicuramente un piatto di pasta alla carbonara o una spaghettata aglio e olio, cose semplici e forti allo stesso tempo, ovviamente accompagnati da una buona birra indispensabile per Terry Brooke

 

La seconda: consiglia un libro (anche due) di un tuo collega, magari self come te, che vuoi che i lettori conoscano ed eventualmente apprezzino. Consideralo un modo per promuovere la lettura e per aiutare un tuo collega che ritieni magari sottovalutato.

Visto che la maggior parte dei mie scrittori preferiti, tranne King, vivono in eterno solo attraverso le pagine dei loro scritti, suggerisco un mio collega e amico, appassionato di horror tanto da dedicare al genere anche una pagina Instagram e Facebook, Saverio Maro che con le sue appassionanti storie spesso fa tornare alla mente i grandi classici di questo genere, suggerisco di sbirciare su Amazon “Tall men” (dove l’horror si fonde con la fantascienza) e i racconti “Scheletri fuori dall’armadio”

 

Ti ringrazio della bella chiacchierata. Se vuoi puoi aggiungere qualcosa che magari ritieni importante far sapere ai lettori….

Ci vorrebbe un’intervista infinita per scrivere tutto quello che mi riguarda, la complessità della mia storia e quello che mi ha portata ad essere la persona e la scrittrice che sono oggi, ma lascerò che il tempo e i miei stessi libri possano involontariamente raccontare qualcosa di me, perché anche se sono una “mamma” accondiscendente e faccio fare ai miei personaggi ciò che vogliono, alla fine loro sono comunque parte di me e posseggono una piccola scheggia della mia anima e della mia storia, che diventa anche un po' la loro. Alla fine un libro è un grande universo ricco di mondi, quello dei personaggi di storie inventate, di chi li scrive e anche di chi li legge, come dico sempre io: “Scrivere è come essere dio, datemi una pagina bianca e vi costruirò un mondo”

 

 

Di nuovo grazie. Complimenti ed a presto.

Consenso trattamento dati personali

Nota bene: Rispondendo alle domande di questa intervista viene dato il consenso alla sua pubblicazione sul blog Un libro di emozioni e sui social ad esso legati.

domenica 28 agosto 2022

INTERVISTA A ANEMONE LEDGER

 






Oggi a giallo e cucina, nello spazio interviste, abbiamo il piacere di ospitare Anemone Ledger...bentrovata come va? Il breve incontro di oggi servirà principalmente a noi lettori per conoscere meglio il tuo romanzo d'esordio ovvero L'insana improvvisazione di Elia Vettorel. Ma se posso, col tuo permesso, ne approfitterò per conoscere meglio anche te come autrice. Inizierei quindi subito col chiederti una tua breve presentazione: dove sei nata, cosa fai nella vita e quando nasce il sacro fuoco della scrittura?

Buongiorno a te. Sono nata a Napoli, classe 1999. Purtroppo non posso dare informazioni circa il mio lavoro attuale, ma interpreto comunque anche l’ambito letterario come tale. Diciamo dunque che ho un doppio lavoro: prendete per buono il fatto che ne conosciate uno. Ho iniziato a scrivere dagli otto anni in poi, per esorcizzare le mie paure.

 

Come prima cosa bisogna dire che L'insana improvvisazione è si il tuo primo romanzo ma non è la tua prima opera in assoluto. Prima infatti avevi scritto una serie di racconti pubblicati in una raccolta intitolata Il sorpasso dell'irrealtà. Sono racconti horror che tu scrivesti in giovanissima età ed alla quale facesti seguire appunto L'insana improvvisazione di Elia Vettorel, entrambi furono auto pubblicati. Ora la casa editrice Homo scrivens ha deciso di ripubblicarli, riconoscendone la bontà. A me sono piaciuti moltissimo tutte e due. Ti faccio i miei personali complimenti. Oggi parleremo in special modo di Elia Vettorel e della sua vicenda. Ho finito. Introduzione bella corposa ma la meritavi ora direi di iniziare. Tutto giusto? Correggimi pure eventualmente.

Sì, tutto giusto. Ho sempre affermato che Homo Scrivens ha praticamente raccolto la mia scrittura, fidandosi di me. Ti ringrazio per i complimenti.

 

La prima domanda che ti faccio è forse la più ovvia. L'ispirazione per scrivere questo tipo di storia è arrivata elaborando fatti e persone reali o è di pura fantasia? L'ispirazione ti è giunta magari leggendo un libro o vedendo un film? 

Nella parte finale del romanzo c’è la cosiddetta “Stanza dello scrittore”: una parte in cui racconto la nascita della storia e altre cose.
Elia Vettorel è nato per quattro motivi principali: il mio amore per Firenze, la mia curiosità adolescenziale per la figura del serial killer, la mia vicinanza a musicisti – nonché persone – particolari e i continui scontri con mia madre.

 

Raccontaci un po’ la trama, incuriosiscici.

“L’insana improvvisazione di Elia Vettorel” riguarda la vita di quest’ultimo, articolata su tre piani temporali. Sul presente, in cui Elia si trova in un vero e proprio carcere e sta a voi scoprire il perché; sul passato, in cui seguiamo la sua vita prima in orfanotrofio (il cosiddetto “carcere per bambini”), poi con sua madre Aurora; su un ulteriore passato incentrato sulla vita dei genitori, per capire l’importanza di questi ultimi.

 

 

Parliamo dei personaggi. Prima di tutto analizzerei al meglio la figura del protagonista Elia Vettorel, una grande passione per il jazz. Presentacelo.

Elia, in realtà, non ha passione per il jazz. Ha passione per le note veloci e folli di questa tipologia di musica; gli entrano nelle ossa come la voglia che ha di compiere atti malsani. Più che con il resto, preferisco presentarlo con questa semplice frase.

 

Una mia curiosità: come mai hai deciso di dargli quel tipo di aspetto per far sì che si vedesse brutto. Io credo, almeno per come l'ho immaginato, che brutto lo fosse veramente. Ma perché proprio così è non magari col naso storto o le orecchie a sventola o il viso rovinato da macchie o nei? Domanda sciocca forse, perdonami, ma è una curiosità che mi è sorta leggendo il libro.

Per l’aspetto fisico e caratteriale di Elia Vettorel ho preso spunto da una persona che conoscevo per davvero. Non è un caso che abbia le lentiggini, i capelli rossi, la cicatrice; che sia così magro, che il suo carattere sia folle. Sono tratti veri che ho vissuto.

 

Di personaggi ce ne sono tanti altri a partire dallo psicologo che lo analizza. La mamma naturale, il padre, le suore ecc. parlaci un po’ di loro senza svelare troppo del libro, ovviamente.

Facciamo così. Lancio qualche frase per ogni personaggio fondamentale, rispetto al protagonista. Lo psicologo, amico-nemico (chi riesce a capirne il confine?) di Elia nel carcere vero e proprio; Suor Sara, autrice dello sfregio sulla guancia che scoperchia i suoi abissi; la madre Aurora e il padre Raffaele, insieme – anche se con pesi diversi – le reali cause della sua insania; l’amico immaginario Finn, voce capace di farlo ragionare anche se solo entro un certo limite; Marco, il principale aguzzino della sua infanzia.

 

Ancora una curiosità che forse esula un po’ dall'analisi del romanzo. Perché ti dedichi con tanta passione al genere horror thriller e tutte le altre sfumature che caratterizzano questa categoria di libri? Ti provoco un po’. Sei giovanissima dovresti vedere il mondo a colori invece il tuo è a tinte piuttosto scure. Da dove nasce questa passione?

Il nocciolo della questione sta proprio nel fatto che a otto anni scrivevo per esorcizzare le mie paure. Quasi come conseguenza, presi a curiosare quelle di altri. Adesso, però, leggo di tutto; e anche la mia scrittura ha preso a spaziare, mantenendo però sempre ben salde le tinte cupe.

 

Chi ti segue sui social avrà avuto modo di notare come in questo periodo sei presente ad una grande quantità di manifestazioni e festival letterari che si alternano alle giornate dedicate alla presentazione dei tuoi libri. Probabilmente tutto questo è molto stancante ma immagino anche divertente e gratificante in che termini ne parleresti tu?

È gratificante, divertente e stancante assieme, soprattutto se a questi continui eventi ci affianchi un lavoro. La cosa fondamentale è che, però, mi fa sentire via.

 

Torniamo al libro. Al momento culminante del romanzo, quando si vede "finalmente" esplodere la pazzia di Elia Vettorel. Che poi è il motivo per il quale lui si trova lì, davanti ad uno psicologo. Una follia latente presente in lui fin da piccolissimo. Man mano che passavano gli anni cresceva, a causa dei maltrattamenti e dei soprusi che subiva. A questa conclusione ti ha "guidato" Elia o avevi già deciso che doveva andare cosi?

Mi ha guidato Elia, la sua evoluzione. All’inizio avevo in testa solo la prima parte del romanzo ma poi, definendo meglio a priori la struttura, la parte finale ha preso a scorrere da sé.

 

Se ritieni aggiungi pure qualcosa che pensi possa essere interessante per "gustare" al meglio il tuo romanzo.

Prima della lettura, consiglio di visitare la cittadina di Firenze e di dare un’occhiata alla figura del serial killer Albert Fish.

 

Hai già allo studio o magari già pronti nuovi romanzi? Sai già quando saranno pubblicati?

Più che un romanzo, ho all’attivo un percorso che mi ci può portare. Per ora, però non posso svelare granché.

 

Siamo nel blog giallo e cucina bisogna necessariamente parlare anche di cibo. La domanda che ti faccio anche per giocare un po’ è questa: pensando alla personalità di Elia quale potrebbe essere secondo te il suo piatto preferito? Come te lo immagini il cibo che mangiava nell'orfanotrofio? Di qualità o una sbobba da ospedale o quasi? 

Penso che in orfanotrofio mangiasse meglio del carcere, nonostante la qualità comunque non fosse stata delle migliori. Fidati, di mense ne so qualcosa. Tutt’ora ci soffro io.
Il piatto preferito di Elia sarebbe di certo la carne; quella rossa, di ogni tipo.

 

L'ultima domanda fa parte anche questa delle domande che noi al blog per tradizione facciamo in chiusura di una intervista. Consiglia un libro di un tuo collega, magari self come lo eri te o che hai letto ultimamente, che vuoi che i lettori conoscano ed eventualmente apprezzino.

Consiglio i racconti e i romanzi di Flavio Ignelzi. Da un paio d’anni, una scoperta che non smette di sorprendermi e che ha addirittura sciolto uno dei miei cosiddetti “blocchi dello scrittore”.

 

Ti saluto e ti ringrazio per la tua disponibilità a presto.

 


domenica 19 giugno 2022

INTERVISTA AD ALICE BASSOLI (SPECIALE LA NINNANANNA DEGLI ALBERI)

 






INTERVISTA AD ALICE BASSOLI (SPECIALE LA NINNANANNA DEGLI ALBERI)


Alice Bassoli...bentrovata e bentornata. Ci eravamo visti qualche mese fa (marzo) ed avevamo parlato di tante cose (https://gialloecucina.wordpress.com/2022/03/16/oggi-parliamo-conalice-bassoli/). Parlammo di te e dei libri che fino a quel momento avevi scritto. Ovviamente parlammo soprattutto dei due romanzi più vicini al genere che io prediligo ovvero Elefanti a colazione e Il bosco obliquo. Oggi invece ci confronteremo sull'ultimo romanzo che hai scritto. E' uscito all'inizio di giugno e ha per titolo La ninnananna degli alberi.

La prima domanda che ti faccio è forse la più ovvia. L'ispirazione per scrivere questo tipo di storia è arrivata elaborando fatti e persone reali o è di pura fantasia? L'ispirazione ti è giunta magari leggendo un libro o vedendo un film?

Caro Gino, innanzi tutto mi trovo a ringraziarti per questa bella opportunità. Per me è un vero privilegio! L’ispirazione solitamente arriva di getto: un’illuminazione improvvisa che arriva dopo aver visto un particolare, una scena, un oggetto. In questo caso specifico devo confessarti che casa mia confina con una vecchia villa abbandonata. La mia immaginazione deve aver prodotto improvvisamente una storia. Quella vecchia villa mi aveva conquistata da tempo, poi ha ispirato questa storia.


A questo punto raccontaci un po' la trama, incuriosiscici.

Una notte di luglio del 1998 Valeria, una ragazza di diciassette anni, non fa ritorno a casa. Come ogni estate, era ospite della zia, insieme alla propria sorella gemella, Isabella, per trascorrere là in collina le vacanze estive. Dopo vent’anni Isabella è costretta a fare ritorno in quella casa, ereditata dalla zia dopo la sua morte, per sbrigare le pratiche burocratiche. E proprio in occasione di quel viaggio Isabella ritrova i vecchi amici di un tempo e si imbatte in strani fenomeni: oggetti personali di Valeria abbandonati da qualcuno in luoghi improbabili, e un anagramma che zia Adele le ha preparato prima di morire e che la dirà lunga su quello che è accaduto a Valeria. Supportata dai vecchi amici, Isabella tenta di ricomporre i tasselli di quello che pare essere quasi un rebus, al fine di trovare le risposte ai dubbi e alle domande che si pone ormai da vent’anni.

 

Parliamo dei personaggi. Una mia curiosità, forse un po’ sciocca, ma c'è un motivo particolare per cui Isabella e Valeria sono gemelle? O è stato solo per tuo gusto personale? A mio avviso loro sono le protagoniste principali. Parlacene un po’, presentacele. 

Il mondo dei gemelli è affascinante. Tra loro credo che esista (generalizzando, ovviamente) un legame speciale, unico, quasi privo di gelosie. Un legame che credo nasca già agli albori, quando si trovano a condividere l’intimità della pancia della mamma. Valeria, prima di scomparire, improvvisamente perde la propria spavalderia e si rifugia in sé stessa, diventando schiva nei confronti di Isabella e degli amici. Un comportamento insolito per una ragazza dalla natura spigliata come la sua. Isabella è una ragazza più introversa e fragile, che rimane fortemente segnata dalla sparizione della sorella e che colma la propria frustrazione con l’alcol.

 

Poi ci sono tutti gli altri. Sono parecchi. Anche loro sono fondamentali per la riuscita del romanzo. Ci sono uomini violenti e laidi. Altri pavidi e bugiardi. Anche le ragazze a ben vedere peccano in lealtà e sincerità. Ho già avuto modo di dire che l'unica veramente a posto è Emma, la figlia di Isabella. Non giudica la madre nei suoi comportamenti spesso poco ortodossi, ma la aiuta come può. Riflettendoci anche Adele alla fin fine ha le sue pecche. Ma parlaci un po’ tu di loro. Un excursus veloce chiaramente.

Nelle mie storie mi piace raccontare gli animi umani in modo trasversale. Perlustrare le zone più buie che si nascondono dietro una normalità apparente. Credo che ognuno di noi abbia e nasconda, più o meno in profondità, i propri mostri. Li sopprima, li trattenga quanto più gli è possibile farlo. E a questi mostri di tanto tanto viene data l’occasione di uscire e manifestarsi. E quando succede…Nei miei romanzi trovano sfogo diversi personaggi aggressivi: l’aggressività, la violenza può esprimersi attraverso svariati canali, anche nel quotidiano, in modo subdolo, quasi sfiorandoti appena. Ne La ninnananna degli alberi non ti nascondo che la mia preferita è Monica, apparentemente una bulla che però deve sopportare una realtà famigliare difficile.

 

Io immagino non sia semplice scrivere un libro, a parte l'attenzione che si deve dare alla scrittura in se ma, soprattutto nei gialli, l'autore deve riuscire a ricreare l'atmosfera giusta per ciò che vuole raccontare. Più misteriosa o più tetra più tenebrosa o più opprimente. Tutto questo per dire che in questo libro si rimane spesso col fiato sospeso: la suspense è presente in grande quantità, si respira l'inquietudine, si aspetta la sorpresa da un momento all'altro. Sei bravissima a creare l'attesa, il pericolo. Creare questa atmosfera ti è naturale o c'è un lavoro sfiancante da fare?

E’ la parte più divertente in realtà. Adoro stimolare il lettore, giocare con lui come il gatto col topo. Fargli cambiare idea a mano a mano che va avanti con la lettura. La mia più grande paura è che si annoi, che abbandoni il romanzo di punto in bianco. Questa è la ragione per cui mi impegno nel tentativo di tenere alta la sua attenzione. Anche se temo che non sempre sia possibile…

 

Arriviamo al finale. L'ho definito un finale giusto, coerente. A me sarebbe piaciuto anche se fosse stato più spregiudicato ma posso capire che un autore tenda a non voler esagerare troppo col cinismo. Tu comunque quando si tratta di finali amari, senza redenzione, non ti tiri indietro vero?

Come dicevi tu, cerco di essere coerente e abbastanza realista. C’è chi mi rimprovera che potrei essere meno spietata, ma anche chi mi accusa del contrario…Per quanto mi riguarda il finale deve dare al lettore “il colpo di grazia”. Se riesci in questo intento, stupendolo, svelandogli una verità che lui non si sarebbe mai immaginato, hai vinto, perché di quello stupore lui si ricorderà (o almeno spero).

 

Se ritieni aggiungi pure qualcosa che pensi possa essere interessante per "gustare" al meglio il tuo romanzo.

Scrivendo La ninnananna degli alberi avevo bisogno di rifugiarmi nella mia zona confortevole, che per me è rappresentata da un determinato periodo storico: gli anni ’90. Non ti nego che ad ispirarmi è stato anche un libro, che ho amato moltissimo: La promessa del buio di Riccardo Bruni (uno dei miei preferiti). Quella storia mi è rimasta incastrata nel cuore e mi ha dato la spinta per scrivere un romanzo anch’esso ambientato in quegli stessi anni, e che avesse come protagonisti un gruppo di ragazzi. Sono due storie chiaramente diverse. E lungi da me volermi paragonare a lui, che per me è unico, irraggiungibile. A volte certi libri ti cambiano la vita…e per me quel libro è stato fondamentale. Sul serio.

 

L'ultima domanda esula dall’argomento principale dell’intervista ma ci tengo lo stesso a fartela, anche per conoscere un po’ quali sono le tue attuali letture. La domanda: consiglia un libro di un tuo collega, magari self come te, che vuoi che i lettori conoscano e apprezzino.

Molto volentieri: tutti i romanzi di Riccardo Bruni (anche se ora lui scrive per La nave di Teseo e per Amazon Publishing, ma nasce come self-publisher) e di Marco Lugli, autore notevole. La sua prosa “respira”, è uno scrittore generoso e pieno di talento.



Ti saluto e ti ringrazio per la tua disponibilità a presto

Grazie infinite Gino, è stato come sempre appassionante fare due chiacchiere con te. A presto!

 


lunedì 25 aprile 2022

INTERVISTA A ALISEA REA

 





Oggi nello spazio interviste ho il piacere di ospitare l’autrice Alisea Rea. Benvenuta nel blog Giallo e cucina e grazie per avermi dedicato un po’ del tuo tempo.

Prima di parlare diffusamente dei tuoi libri, e di tante altre cose interessanti, ti faccio qualche domanda di carattere generale, per conoscerti un po’ meglio. Sono le domande di routine, quelle che io faccio soprattutto agli autori emergenti o che ho il piacere di incontrare per la prima volta. Sono domande forse un po’ banali, ma indicative per conoscere meglio lo scrittore che ho di fronte. Pronta? Allora Alisea raccontaci un po’ di te dove nasci e vivi, la tua formazione, qual è il tuo lavoro e poi dicci come nasce l’idea di scrivere romanzi.

Ciao Gino, è un enorme piacere essere qui a confrontarmi con te. Ti ringrazio per avermi presa in considerazione. Sono nata a Napoli e vivo in provincia. Sono diplomata in perito commerciale e ragioneria, nulla a che vedere con la formazione umanistica. Lavoro da ormai sei anni per un’azienda di depurazione e filtraggio acqua nel settore telemarketing. Dopo anni di gavetta, sono diventata Team Leader e ora mi occupo della gestione e del coordinamento della squadra. Amo scrivere da sempre perché la scrittura mi salva e mi fa sentire libera. Tuttavia, fino a sei anni fa, non pensavo di essere all’altezza di scrivere un romanzo. Non avevo il coraggio di esprimere su carta le storie che animavano la mia mente. Cercavo di relegarle in un angolo, ma di notte tornavano sotto forma di sogni e incubi. Hanno deciso loro per me. Mi hanno costretta a scriverle. Sono felice del risultato.

 

Oltre a scrivere sei anche una lettrice? Hai un genere preferito? Preferisci gli ebook o il libro cartaceo?

Non mi considero una lettrice ma una ‘‘divoratrice’’ di libri. Leggo da quando ne ho memoria e non ho mai smesso. Leggere apre la mente, ti catapulta in nuovi mondi e ti fa vivere tante vite diverse. Il mio genere preferito è senz’altro il thriller psicologico. Ho bisogno di adrenalina, suspense e di colpi di scena. Preferisco il cartaceo, ma leggo anche e-Book perché la mia mole di lettura è così alta che mi ritroverei la casa sommersa da libri altrimenti.

 

Scrivi quando riesci o preferisci un momento particolare della giornata?

Scrivo in qualsiasi momento del giorno e della notte, infatti ho sempre un taccuino a portata di mano. Perché la mia ispirazione viaggia così veloce che se non scrivessi subito ciò che ho in mente, lo dimenticherei e non me lo perdonerei mai.

 

Per scrivere Nuda nell’ombra hai seguito una scaletta o ti sei fatta condurre dalla narrazione?

Ho scritto Nuda nell’ombra di getto, lasciandomi guidare solo dalla fantasia. Tuttavia, prima che scrivessi il finale mi sono bloccata, perché sostanzialmente non mi sentivo capace e all’altezza della situazione. Così l’ho lasciato nel cassetto per quattro anni, durante i quali ho fatto ricerche e ho acquisito conoscenze su come progettare un romanzo, delineare il profilo dei personaggi, descrivere ambientazioni e scrivere dialoghi verosimili. Una volta soddisfatta, ho iniziato la prima revisione di Nuda nell’ombra che è stata più una riscrittura. Per il prossimo romanzo, ho già preparato una scaletta e una scheda dei personaggi così non mi fermerò per anni prima di pubblicarlo.

Per le mie interviste cerco spesso di chiacchierare con autori non ancora noti del tutto, emergenti o esordienti, per cercare di farli conoscere meglio ai lettori. Spesso, molti di loro, scelgono la via della auto pubblicazione per mettere sul mercato il proprio libro. Tengo molto in considerazione il mondo del self publishing. Non lo ritengo affatto un mercato di serie B. In esso ci sono autori di assoluto rilievo e che meritano un’alta considerazione. Invece tu per vedere pubblicato il tuo romanzo hai scelto una strada diversa forse ancora poco conosciuta e utilizzata dagli scrittori. Il crowdfunding. Mi devo ancora avvicinare con decisione a questo modo di pubblicare. Sono certo anche in quell’ambito ci siano autori di grande talento. Tu mi puoi raccontare la tua esperienza? Come hai maturato l’idea del crowdfunding?

Mentre scrivevo Nuda nell’ombra, ho conosciuto la casa editrice Bookabook per puro caso sui social e sono rimasta affascinata da questo modo innovativo di vivere l’editoria. L’idea di base del crowdfunding nasce per creare una comunità intorno al libro prima ancora che esso sia presente nelle librerie. I lettori che preordinano la propria copia, non comprano un libro ma un progetto editoriale e sono presenti in tutte le varie fasi che precedono la pubblicazione e attraverso il passaparola decretano il suo successo. Vedono con i propri occhi un manoscritto diventare un libro vero. Di conseguenza, non sono solo lettori o lettrici, ma diventano madrine e padrini del libro stesso. La mia personale esperienza con Bookabook e con il crowdfunding è stata più che positiva. La casa editrice non mi ha mai lasciato sola durante tutte le fasi. Durante la campagna di crowdfunding, sono sempre stata aiutata dalla mia Campaign strategist: una professionista della comunicazione che ha elaborato la strategia migliore per raggiungere l’obiettivo, mi ha insegnato il modo migliore per farmi conoscere e utilizzare i social. Grazie a Bookabook, sono entrata a far parte di un gruppo di scrittori esordienti che come me stavano affrontando la stessa esperienza. Ci siamo sostenuti a vicenda, consigliati e migliorati. Sono stati i migliori compagni di viaggio che possano esistere e alcuni sono diventati grandi amici.

Il Self publishing è sicuramente un ottimo modo per farsi conoscere, ma con il crowdfunding non si è mai soli. Credo che lo utilizzerò anche per le mie prossime pubblicazioni. Vorrei terminare questa risposta con il proverbio africano che mi ha accompagnata durante tutta la campagna di crowdfunding e che descrive in pieno ciò che ho provato: ‘’Sognare da soli è solo un sogno. Sognare insieme è la realtà che comincia.’’

 

Va bene ti ho importunato abbastanza passiamo senz’altro a parlare del tuo romanzo, Nuda nell’ombra. Raccontami un po’ la trama, chi sono i personaggi principali. Mettici un po’ di curiosità addosso.

Alba è solo una ragazzina impaurita, quando a diciotto anni, scappa dal suo paese bigotto e provinciale per rifugiarsi a Verbeno. La colpa è della sua ‘‘Ombra’’, una figura senza volto che l’ha perseguitata portandola quasi alla pazzia. A Verbeno trova la sua nuova vita e la sua anima gemella. Ma dopo cinque anni di tranquillità, il passato torna a bussare con un semplice messaggio. Un messaggio firmato dalla sua Ombra che sembra intenzionata a finire il lavoro cominciato anni prima. Per sopravvivere, Alba dovrà tornare dove tutto ha avuto inizio, per riconoscere le maschere che la circondano ed essere disposta a pagare il prezzo della libertà. Ma Nuda nell’ombra non è solo la storia di Alba. È la storia di Loris che non si fida delle donne, ma grazie all’amore di Alba accetta di restare all’oscuro del suo passato; di Giorgio Rivieri, investigatore privato che aiutando Alba nella sua ricerca, aiuterà se stesso a sfuggire a una dipendenza; di Kirsten, una donna tradita e vessata da suo marito che troverà la forza di andare avanti. È la storia degli abitanti di Castel Baria, che avevano tutti un motivo per voler distruggere Alba.

Chi è l’Ombra di Alba? Ma soprattutto, Alba sarà di nuovo vittima o diventerà carnefice?

 

Spesso ultimamente mi è capitato di leggere romanzi ambientati in città immaginarie. Anche nel tuo libro i due luoghi dove si consumano le vicende che racconti sono inventati, per inciso parlo di Verbeno e Castel Baria. Perché questa scelta? E’ casuale o voluta?

Ho scelto di ambientare Nuda nell’ombra in città immaginarie volutamente. Non me la sono sentita di addentrarmi in descrizioni di città reali per la paura che non corrispondessero del tutto alla verità. Creando luoghi immaginari, ho potuto liberare la fantasia senza bloccarmi.

 

Come mai come tua prima esperienza letteraria hai voluto affrontare un argomento così duro e drammatico come lo stalking e il revenge porn? Sono tra i crimini più aberranti e subdoli che ci siano. Colpiscono nella sicurezza e nella dignità della persona. La storia che racconti è di fantasia ed è semplicemente ispirata dai fatti di cronaca o è veramente capitato qualcosa di simile a qualche tua conoscenza? Ed anche i personaggi che animano il romanzo sono ispirati a persone reali o sono anch’essi frutto della tua fantasia?

Ho voluto affrontare temi così duri e drammatici perché le donne devono iniziare a parlare e denunciare. La metà delle donne che conosco, compresa me, sono state vittime di violenza fisica o psicologica da parte di uomini il cui unico scopo è dominare, controllare e manipolare. Tutti i personaggi del mio libro, quindi, sono ispirati a persone reali che ho conosciuto nel corso della mia vita. Ho scritto Nuda nell’ombra dopo un periodo non proprio felice. Anche io, come Alba e tante altre donne, sono stata perseguitata dalle mie ombre. Le mie si chiamavano: paura, insicurezza, senso di inadeguatezza e soprattutto vergogna. Vergogna per delle azioni che sfuggivano al mio controllo. Ma non era colpa mia! E vorrei che le donne a cui mi sono rivolta, leggendo il mio libro, riflettano che non è neanche colpa loro. Vorrei che iniziassero a parlare, a essere solidali tra loro e che non si nascondano dietro la ‘’morale’’ che a volte è solo un buon modo di stereotipare una persona. Vorrei che siano davvero libere. Ma Nuda nell’ombra non è solo per le donne, è anche per chi è contro la violenza di qualsiasi tipo e spero che possa portare un po' di luce a chi come me, nasconde il buio dentro.

 

Se credi aggiungi pure qualcosa rispetto al romanzo che ti fa piacere far conoscere. Qualche aspetto particolare.

L’unico aspetto che vorrei aggiungere riguarda il messaggio finale di Nuda nell’ombra: Le paure vanno affrontate, ma per affrontarle bisogna conoscerle. Solo entrando nell’oscurità, solo prendendone consapevolezza, si può essere davvero liberi.

 

Ultima domanda: stai già preparando qualcosa, stai scrivendo un nuovo romanzo o per ora ti godi il successo di questo?

Sì, sto già scrivendo un nuovo romanzo e spero di terminarlo entro quest’anno.

 

Sei ospite del blog Giallo e cucina e qui le interviste terminano sempre con due domande obbligatorie: la prima non è proprio una domanda ma un pensiero gentile. Consiglia, oltre al tuo libro, altri due romanzi che ti hanno colpito, o a cui sei particolarmente legata, e che vorresti che tutti leggessero.

Sarebbe scontato consigliare i libri dei miei autori preferiti: Sebastian Fitzek, Wulf Dorn e Daniel Keys. Consiglierò dei romanzi validi di autori esordienti come me, nonché i miei compagni di viaggio nella campagna di crowdfunding:

 Fight or Flight- World of women di Filippo Barbanti, un fantasy distopico che racconta di un mondo dominato dalle donne. Carta Carbone di Diego Crozzolin, un romanzo paradossale che vi terrà con il fiato sospeso fino alla fine. Infine, Intimatica di Alessandro Perriello, una favola punk che amo definire un trip infinito. Sono scrittori validi e grandi amici. I loro romanzi meritano di essere letti perché, anche se lontani dal mio genere preferito, mi sono piaciuti tantissimo.

 

La seconda è: qual è il piatto o la pietanza che preferisci, alla quale non sai proprio resistere e perché?

Da buona napoletana non posso che rispondere la Pizza. Ha il profumo della mia infanzia e il sapore della felicità.

 

Ti ringrazio della bella chiacchierata e della disponibilità, ti auguro tanta fortuna.

Grazie a te per questa opportunità di farmi conoscere e per il bellissimo confronto. Ringrazio anche tutti i lettori di Giallo e cucina che ci seguiranno. A presto!

 

Di nuovo grazie. Complimenti ed a presto.

 

Consenso trattamento dati personali

Nota bene: Rispondendo alle domande di questa intervista viene dato il consenso alla sua pubblicazione sul blog Giallo e cucina e sui social ad esso legati.

 


mercoledì 16 marzo 2022

INTERVISTA A ALICE BASSOLI

 




Oggi nello spazio interviste ho il piacere di ospitare l’autrice Alice Bassoli. Benvenuta nel blog Giallo e cucina e grazie per avermi dedicato un po’ del tuo tempo.

Prima di parlare diffusamente dei tuoi libri, e di tante altre cose interessanti, ti faccio qualche domanda di carattere generale, per conoscerti un po’ meglio. Sono le domande di routine, quelle che io faccio soprattutto agli autori emergenti o che ho il piacere di incontrare per la prima volta. Sono domande forse un po’ banali, ma indicative per conoscere meglio lo scrittore che ho di fronte. Pronta? Allora Alice raccontaci un po’ di te dove nasci e vivi, la tua formazione, qual è il tuo lavoro e poi dicci come nasce l’idea di scrivere romanzi.

Prima di cominciare, grazie davvero a te e a  Giallo&Cucina per questa splendida opportunità. Nasco e tutt’ora vivo in provincia di Reggio Emilia, “tra nebbia e zanzare” come spesso si dice da queste parti. Ho un diploma di maturità scientifica e dopo aver esercitato per vent’anni nel campo della moda, ora lavoro nell’attività di famiglia. L’idea di scrivere è nata in tenera età. Mi dilettavo a comporre improbabili poesie o sceneggiature per scenette amatoriali che io e i miei amici imbastivamo negli ospizi del mio paese. Quella di scrivere un vero e proprio romanzo è un’ambizione arrivata circa tredici anni fa. Ho sempre avuto molta fantasia e ho una innata predisposizione ad inventare storie. Quindi…eccomi qua.

 

Oltre a scrivere sei anche una lettrice? Hai un genere preferito? Preferisci gli ebook o il libro cartaceo?

Adoro leggere. Leggo e ascolto (di recente ho scoperto quanto sono pratiche queste nuove app che ti leggono i libri mentre tu fai altro!) almeno quattro libri al mese. C’è chi è più bravo di me, lo so, e ne legge anche di più. Il genere che preferisco è la narrativa contemporanea. Prediligo gli autori italiani. Amo molto anche gialli e saggistica. Preferisco il cartaceo ma, come dicevo, da diversi mesi ormai i libri li ascolto anche (mentre guido, cucino, etc…). Sono un’ottima compagnia.

 

Da dove nascono le tue storie? Elabori notizie che leggi o sono esclusivamente di fantasia? I personaggi del tuo libro sono stati ispirati da persone reali?

L’idea arriva come una folgorazione, un bagno di luce improvvisa. Poi nel tempo curo e stratifico la trama, dipingo i personaggi. La vita, la quotidianità sono la tavolozza in cui intingo il pennello che uso poi per stendere il colore e gli umori della storia. Amo e inseguo il realismo nelle mie “invenzioni”. Credo profondamente che nelle sfumature del nostro quotidiano ci siano realtà potenti, silenzi che nascondono drammi, bugie. Occhi che raccontano più di quanto potrebbero fare le parole. I miei romanzi non sono mai autobiografici, sarebbe troppo limitante. Ma, come dicevo, è la vita che mi sta intorno ad ispirarmi. I miei personaggi sono un “minestrone” di tante facce, di tante personalità che ho incontrato o di cui ho solo sentito raccontare vicissitudini o disavventure.

 

Hai solitamente una scaletta prefissata o ti fai condurre dalla narrazione?

Inizialmente no. Ho bisogno di sentirmi libera da qualsiasi pre-impostazione. Poi quando ho scritto circa dieci capitoli avverto l’urgenza di buttar giù una scaletta, che per chi scrive gialli credo sia assolutamente necessaria.

 

Scrivi quando riesci o preferisci un momento particolare della giornata?

Serve disciplina, altrimenti non si va da nessuna parte. Scrivo e leggo ogni santo giorno. Non più di quindici o venti minuti al giorno, ma tutti i giorni. È fondamentale. Un po' come farebbe un atleta, per intenderci: si allena quotidianamente, in previsione di una gara. Il momento ideale, per me, per scrivere, è la pausa pranzo, o la sera.

 

Per le mie interviste cerco spesso di chiacchierare con autori non ancora noti del tutto, emergenti o esordienti, per cercare di farli conoscere meglio ai lettori. Spesso, molti di loro, scelgono la via della auto pubblicazione per mettere sul mercato il proprio libro. Tengo molto in considerazione il mondo del self publishing. Non lo ritengo affatto un mercato di serie B. In esso ci sono autori di assoluto rilievo e che meritano un’alta considerazione. Il self publishing si può ritenere un po’ come una sorta di gavetta, di passaggio quasi obbligato (o consigliabile) per chi è all’inizio della sua avventura di scrittore. Poi le strade sono due o prosegui col self se, per tanti motivi, ritieni che quella sia la strada a te più congeniale oppure, contando sulla bontà e sul successo del tuo romanzo, attendi la chiamata di una casa editrice pronta a scommettere sul tuo talento. Per te affidarti alla pubblicazione in proprio è stata una scelta precisa o necessaria? Parlaci della tua esperienza. Ti avvali di professionisti “esterni” per la copertina, l’editing, l’impaginazione o fai tutto da sola?

L’intento iniziale era di essere pubblicata da una casa editrice. Ma, ahimè, ho scoperto che non è affatto semplice. Elefanti a colazione è stato mandato a venti c.e.: solo quattro si sono degnate di rispondere e di declinare la mia proposta editoriale. Amazon KDP inizialmente è stato il mio piano B. Poi però ho scoperto quanto il mondo del self-publishing, e nello specifico di Amazon KDP (che è l’unica realtà self con cui ho avuto esperienza) è in realtà assolutamente confortevole, professionale, puntuale e precisa. Offre la possibilità di controllare ogni volta che lo si desidera, le vendite, i profitti. Il sistema è molto intuitivo e devo dire che Amazon è e rimane un’ottima vetrina. L’unico mio grande dispiacere è che pubblicando lì non mi è possibile distribuire i romanzi nelle librerie. Gestisco da sola l’impaginazione, la pubblicazione, gli adv, il marketing e le copertine. L’editing è fondamentale che sia qualcun altro a farlo. Se ne occupa una professionista con cui sono in ottimi rapporti professionali e d’amicizia e di cui ho piena fiducia.

 

Prima di parlare (finalmente) dei tuoi libri e necessaria una premessa. Ho deciso che volevo stabilire un contatto con te subito dopo aver terminato il tuo romanzo Elefanti a colazione. Sono rimasto folgorato. Se tu avessi continuato a scrivere romance o narrativa femminile o rosa (chiamiamola come vogliamo), come è avvenuto per i tuoi primi due romanzi probabilmente il tuo nome ed i tuoi libri sarebbero continuati a rimanere a me sconosciuti ma hai voluto cambiare e metterti alla prova su un altro terreno. Perché hai deciso di cambiare? Elefanti a colazione è un libro che adoro, che ho apprezzato tantissimo. Qual è stata la molla che ti ha fatto decidere di scriverlo? Raccontaci un po’ la tua bibliografia e poi raccontaci la trama, i personaggi di Elefanti a colazione facci venir voglia di leggerlo…

Non ti nego che rimane il mio libro preferito, scritto in sei mesi, con un’urgenza che non riuscivo a frenare. Volevo mettere in scena quanta più umanità possibile, mettere a nudo le coscienze, buttarmi sui sentimenti, tutti: la gelosia, l’amore, l’odio, la paura, la sofferenza.  Per farlo ho avuto bisogno di avere più personaggi, ognuno con la propria storia, che, guarda caso, si interseca con quella di tutti gli altri. Ci sono gli adolescenti, vittime della loro leggerezza ipnotica, dell’amore genuino, incontrastato, della magia delle illusioni. E ci sono gli adulti, frustrati, disincantati, stropicciati da una vita che non li ha risparmiati.

 

Ad Elefanti a colazione e appunto seguito Il bosco obliquo un altro romanzo che ho apprezzato moltissimo e per certi versi simile a Elefanti a colazione ma ovviamente con ambientazioni e personaggi diversi, non fraintendermi. Anche di questo vorrei che c’è ne parlassi un po’, se ti va.

Nei miei romanzi rincorro di fatto una costante: il realismo, la fragilità e la ferocia umana. E nello specifico dietro questi due romanzi c’è lo stesso schema: una vittima e il suo carnefice, che idealmente dovrebbe identificarsi in uno dei personaggi principali della storia. O almeno questo è quello che dovrebbe percepire il lettore pagina dopo pagina. Solo che poi mi diverto a fargli cambiare idea in ogni capitolo, tentando di metterci un bel colpo di scena sul finale, che dovrebbe dare un certo senso di appagamento (si spera!).

 

Hai dovuto fare un lavoro di studio degli argomenti trattati o lo hai ambientato in luoghi e descritto situazioni che conosci bene?

Non essendo due romanzi “legal thriller“ non ho avuto bisogno di particolari approfondimenti. Come ambientazione, ho scelto per entrambi la piccola realtà di provincia, che conosco bene, in cui spesso e volentieri la banalità del quotidiano, i pettegolezzi, la calunnia, il chiacchiericcio e il finto perbenismo mortificano e scoraggiano le persone allontanandole dall’ambizione.

 

Secondo te c’è un pubblico specifico per questo libro?

Credo che il genere dei miei romanzi sia un mix tra narrativa e giallo. Quindi forse gli amanti di libri in cui prendono piede sparatorie, sangue, serial killer etc… forse non li apprezzerebbero. O almeno credo. Mi sbaglio secondo te?

 

Preferisci di più i finali accomodanti (col lieto fine), o preferisci lasciare qualcosa di non concluso o poco definito? Ti piacciono i finali spiazzanti ed un po’ cinici o preferisci il vissero tutti felici e contenti?

Dipende dal libro e soprattutto dall’autore. Da Ammaniti, per esempio, non posso aspettarmi un lieto fine, e non lo cerco nemmeno. Da Riccardo Bruni pretendo il colpo di scena (lui è maestro in questo). Il lieto fine, se c’è, deve stupirmi, non annoiarmi.

 

La domanda per me più importante: stai scrivendo qualcosa o magari hai già un libro in fase di pubblicazione? Cosa mi devo aspettare? Perché mi devo aspettare qualcosa vero?

Certo! Non smetto mai di scrivere, non potrei. Appena finisco un libro, ne comincio subito un altro. Al massimo mi concedo un riposo di una settimana. Ma la verità è che a metà stesura di un romanzo, ho già in mente la trama di quello successivo. Se riesco a rispettare i tempi che mi sono prefissata dovrei essere in grado di pubblicare il prossimo romanzo prima di quest’estate. Si tratta di un altro giallo, ovviamente. Un’altra storia autoconclusiva. E non ti nascondo che sto già elaborando (a mente per ora) la trama per i prossimi tre libri...

 

Sei ospite del blog Giallo e cucina e qui le interviste terminano sempre con due domande obbligatorie: la prima non è proprio una domanda ma un pensiero gentile. Consiglia due/tre romanzi che ti hanno colpito, o a cui sei particolarmente legata, e che vorresti che tutti leggessero.

Molto molto volentieri. “Anna” di Ammaniti, verace, umano, genuino. “Io sono la bestia” di Andrea Donaera, eccezionale, unico nel suo genere, violento, straziante, una prosa che non ha eguali. “La promessa del buio” di Riccardo Bruni, fluido, commovente e ricco di colpi di scena, uno dei miei romanzi preferiti. “Da dove la vita è perfetta” di Silvia Avallone, geniale per come è stata montata la trama, per la sincerità dei personaggi, per il realismo spiccato. “Cambiare l’acqua ai fiori” di Valérie Perrin (chi non lo conosce?), delicato, commovente, pieno di umanità. “Oceano mare” di Alessandro Baricco, un capolavoro, una prosa che è pura poesia, scritto da un maestro che non ha bisogno di presentazioni. I libri della Mazzantini, tutti. “Vita” di Melania Mazzucco. Sono tanti i libri che mi sono rimasti incastrati dentro. Questi sono i primi che mi sono venuti in mente. Poi ci sono autori che rincorro di frequente: la Murgia, la Marzano, Elena Ferrante. Ho scoperto di recente Marco Lugli, leggendo uno dei suoi primi romanzi, autore talentuoso e bravissimo.

 

La seconda è: qual è la pietanza o il piatto a cui non sai resistere.

Melanzana alla parmigiana, patate al forno, coca cola, e i dolci…bè, quelli tutti!

 

Ti ringrazio della bella chiacchierata, ti auguro tanta fortuna. Se vuoi puoi aggiungere qualcosa che magari ritieni importante far sapere ai lettori….

Grazie a te, è stato un vero piacere, davvero! Sono lusingata.

 

Un’ultima considerazione la faccio io. Mi hai confessato di non essere molto social e che non ti piace auto promuoverti. Però devi trovare il canale giusto per far conoscere i tuoi libri. Ti assicuro che non sarebbe tempo sprecato. Sono certo che raccoglieresti grandi soddisfazioni. Per noi lettori nuovi autori di talento come te sono una manna.

Di nuovo grazie. Complimenti ed a presto.


lunedì 7 marzo 2022

INTERVISTA A LILLI LUINI

 





Oggi nello spazio interviste abbiamo il piacere di ospitare l’autrice Lilli Luini. Grazie per averci dedicato un po’ del tuo tempo.

Non ti nascondo che oggi sono molto contento. Finalmente faccio quattro chiacchiere con un’autrice che negli anni ho sempre seguito con curiosità ma che per un verso o per l’altro non sono mai riuscito a leggere per quanto avrei voluto. Contrariamente al mio solito salterò a pié pari le domande che chiamo “necessarie”. Ho visto una tua intervista su youtube fatta dalla casa editrice per la quale scrivi ora dove praticamente rispondi alle stesse domande che ti avrei fatto io quindi salto questo passaggio ed arrivo all’unica domanda introduttiva che mi interessa: raccontaci un po’ di te, dove nasci e vivi cosa fai nella vita oltre a scrivere romanzi e cosa ti ha spinto a fare questo passo.

Vivo sul Lago Maggiore, sponda lombarda. Sono nata qui, avrei voluto andarmene e invece è finita che sono rimasta. Vivo con mio marito e due gatti. I nostri figli da tempo hanno lasciato il nido. Il maggiore vive e lavora all’estero, il minore in Alto Adige. Da due anni sono in pensione, il che rivela che tanto giovane non sono più. A scrivere ho cominciato per caso, una ventina di anni fa. Era un momento complicato per me, di quelli che tutti più o meno passano. Il lavoro non mi piaceva per niente (ero in Intesa San Paolo), il posto in cui vivevo ancora meno, la mia pur bellissima famiglia non riusciva a colmare i vuoti. Qualcuno che aveva imparato a conoscermi bene mi disse che liberare la creatività che tenevo dentro era l’unica strada e mio marito mi disse la stessa cosa. Io non ero così sicura di aver dentro una vena creativa degna di questo nome. Accadde che proprio in quel periodo lessi On writing di Stephen King e mi si aprì un mondo. Scoprii che tutte quelle storie che fin da bambina mi raccontavo da sola non era sintomo di follia bensì era una modalità condivisa da tutti i romanzieri. Ovviamente scriverle e diventare romanziere era un’altra storia e richiedeva uno studio, ma scoprii che quello studio mi veniva incredibilmente semplice, come se le basi le avessi sempre avute dentro. E così è cominciata.

 

Ti faccio ancora qualche domanda prima di parlare diffusamente del tuo ultimo romanzo: Qui i fiori non crescono. Sono curiosità che sorgono spontanee guardando la tua ricca bibliografia. La prima (chissà quante volte te l’hanno fatta) è perché solo nel 2020 hai sentito la necessità di scrivere un libro da sola?

Scrivere è un’attività normalmente solitaria. Per anni scrivere in due è stato molto divertente. Poi certe cose hanno cominciato a diventarmi strette: le ambientazioni in Liguria, per dirne una. Il genere noir, per dirne un’altra: io avevo voglia di cimentarmi nel poliziesco puro, che al mio socio non interessava. Abbiamo scritto insieme per diciassette anni ed è stato non solo divertente ma anche molto istruttivo. Ma tutto ha un termine ed era venuto il momento di prendere un’altra strada.

 

Prima di scrivere Tre giorni prima di natale, che è appunto del 2020, hai scritto diversi romanzi in coppia con Maurizio Lanteri. Libri ed anche una antologia di racconti (La contessa del Campo dei fiori). Il tutto ha avuto inizio nel 2003 ci puoi ricordare come è andata? Come funziona la scrittura a quattro mani e più o meno gratificante che firmare da sola un romanzo? Immagino che comunque il lavoro sia molto più faticoso.

Ci siamo conosciuti su Internet, in un sito in cui si concentravano gli apprendisti scrittori. Maurizio lesse la primissima bozza di quello che, molti anni dopo, sarebbe diventato Tre giorni prima di Natale. Vide del talento in me e mi propose di scrivere un libro insieme. Come dicevo prima, è stato molto divertente, all’inizio addirittura esilarante. Ridevamo moltissimo, capitavano episodi buffi, tramavamo molto al telefono e i libri si scrivevano da soli. Lui scriveva al mattino, poi mi spediva il file e andava a fare il pediatra. Io tornavo dal lavoro, rileggevo il suo e continuavo fino a che andavo a dormire, dopo aver spedito il file. Al mattino, lui ricominciava il giro. Ho imparato molto, perché ciascuno di noi due smussava i difetti dell’altro, era uno scrivere e un editarsi a vicenda. Non è più o meno gratificante che scrivere da soli. I libri sono comunque figli, che abbiano due genitori o un genitore unico.

 

Dopo quella prima esperienza non vi siete più fermati ed il vostro sodalizio è andato avanti fino al 2018 anno in cui avete scritto La strega bambina, vostro ultimo romanzo in coppia. Avete anche vinto il Nebbia gialla nel 2018 con il romanzo Iguana club. Insomma una esperienza importante, direi fondamentale. Ci sarà ancora occasione di scrivere con Lanteri?

Credo proprio di no. Si cambia, si invecchia, ci si deve rassegnare a prendere strade diverse. Scrivere in due ora per me sarebbe troppo faticoso, assomiglierebbe a un lavoro e non a un viaggio di piacere.

 

Una domanda che non può mai mancare nelle mie interviste riguarda le case editrici. Tu nella tua “carriera” ne hai avute davvero tante: Fratelli Frilli, Laurana editore, Novecento editore, Edizioni il vento antico ecc. Come giudicheresti la tua esperienza? Si riesce a dar loro un giudizio complessivo o ognuna a una sua peculiarità? Hai mai pensato alla auto pubblicazione per un tuo libro o ritieni il supporto di una casa editrice fondamentale?

Ne mancano tre. Andiamo con ordine.
1. Traccediverse, con cui io e Lanteri abbiamo pubblicato il primissimo libro, un’esperienza devastante che per poco non mi ha fatto abbandonare la scrittura.
2. Fratelli Frilli, che ha un’ottima distribuzione. Abbiamo pubblicato con loro due libri – tra cui Non tornare a Mameson, che è il mio preferito in assoluto – e sono ancora in commercio.
3. Todaro, una casa editrice piccola e con poca distribuzione ma corretta con i propri autori. Con loro abbiamo pubblicato Bruja, arrivato secondo al Nebbia Gialla editi dietro a Maurizio De Giovanni. Questo fatto ci ha procurato un agente che ha gestito il libro successivo e ci ha imposto di lasciare Todaro.
4. Edizioni Nord, la più “importante”, che ha pubblicato La cappella dei Penitenti Grigi, dichiarando di volerne fare un best seller. Peccato che se lo siano dimenticati il giorno stesso dell’uscita. Lasciamo perdere. Non ho più scritto una riga per un paio d’anni.
5. Novecento/Laurana, sono dello stesso gruppo. Ci siamo approdati con la vittoria agli inediti del Nebbia Gialla. Niente da dire, hanno poca distribuzione, ma i prodotti sono buoni.

Quando ho deciso di scrivere da sola, mi sono rivolta a Edizioni Vento Antico perché ho seguito la casa editrice fin dai suoi primi passi, conosco le persone e la correttezza. Non ho bisogno di grandi editori, ci sono entrata una volta nel loro mondo e mi è bastato per capire che, se non sei del giro giusto, non c’è nulla da fare. Puoi anche entrare ma ti faranno sempre sentire un intruso. Uno fuori posto.  L’autopubblicazione non l’ho mai presa in considerazione perché ritengo necessario che qualcuno giudichi se ciò che ho scritto sia degno o no di essere pubblicato. So che la mia non è una posizione gradevole, ma lo slogan “se lo hai scritto, deve essere pubblicato” non lo condivido, perché non è affatto detto che ciò che ho scritto sia gradevole, leggibile, scorrevole, che la mia trama stia in piedi, che avvinca un lettore.

 

 

Hai sempre scritto solo gialli o hai sperimentato anche altri generi? C’è un racconto che esula un po’ dalla tua comfort zone. Il figlio di Larry Barnes al quale tu però, mi sembra, non abbia dato alcun seguito.

Quello è stato un contest. I partecipanti dovevano dare tre elementi a un altro partecipante e costui doveva scriverci un racconto. A me capitarono un attore, una lettera e un vigneto. Sono molto orgogliosa di quel che ne ho ricavato.  Ma tu non sai che mi sono cimentata anche nel genere rosa erotico… con Sperling & Kupfer ho pubblicato un romanzo che ho scritto in venti giorni e che, ad oggi, è quello che mi ha reso di più in soldini. Un altro l’ho pubblicato con Edizioni Vento Antico un paio d’anni fa. Entrambi sotto lo pseudonimo di Julia Moreno.

 

Ho ancora una curiosità e riguarda la presentazione dei tuoi libri in pubblico. Qual è la situazione che preferisci? Quella che prevede la presenza di un moderatore che ti pone le domande “giuste” per farti raccontare al meglio la tua opera o preferisci di più interagire direttamente col pubblico e lasciar fare le domande direttamente da loro senza “filtri”?

Sicuramente con il presentatore. Mi ci hanno costretta una volta, a fare da me, e mi sono trovata veramente male, con un pubblico muto. Ne sono uscita ma ho giurato mai più.

 

Finalmente arriviamo al fulcro dell’intervista. Il tuo ultimo libro, il secondo con protagonisti il commissario Nicola Castano e la criminologa Lorena Montaldi, si intitola Qui i fiori non crescono. Se inizio a parlare di questo libro non smetto più perché a me è piaciuto molto e offre tanti spunti di discussione. Già solo il titolo non lascia indifferenti. Lascio quindi a te presentarlo a dovere. Dicci dove è ambientato, quali sono i personaggi principali, raccontaci la trama, insomma facci venir voglia di leggerlo.

Difficile parlare di un poliziesco senza svelare nulla. Cominciamo dal titolo, che è un verso di Bukowski.
Poi diciamo che è un’indagine molto dura, complessa, che inizia con un cadavere affiorato in Arno ma che si rivelerà disseminata di cadaveri. Sorprendente anche per gli investigatori.
Ovviamente l’idea che ha dato vita alla trama non è estranea alle troppe donne uccise di cui ci parla la cronaca, ma è solo il clic che mi ha fatto scattare una storia in cui ho messo forse il peggio di questo mondo che ci circonda, l’indifferenza per gli altri, l’egocentrismo e l’assenza di rispetto. Ma questi, che tu chiami giustamente spunti di discussione, sono solo il contorno di quello che è un semplicemente un romanzo, il cui compito è appassionare chi legge, farlo divertire e viaggiare con la fantasia. I miei protagonisti lavorano a Firenze ma in questo libro si trovano costretti a fare anche delle trasferte, in particolare porteranno i lettori a Venezia e in Costa Azzurra.

Questo romanzo è legato strettamente, correggimi se esagero, al tuo precedente (Tre giorni prima di natale). I casi che gli investigatori devono risolvere si chiudono completamente col termine del libro ma i personaggi principali hanno un’evoluzione importante nel passaggio dall’uno all’altro. Per essere gustata al meglio a parer mio si deve quindi prevedere la lettura di entrambi. Io personalmente la storia di Castano e della Montaldi la terminerei qui. Con questa seconda indagine. Il finale di Qui non nascono i fiori chiude perfettamente il cerchio. Tu che mi dici? Sentiremo ancora parlare di Nicola e Lorena?

Ho sempre detto che i serial vanno bene al massimo per tre libri, eccezion fatta per i grandissimi. Al momento non ho alcuna intenzione di andare oltre il terzo, a cui sto effettivamente pensando ma è ben lontano dall’essere messo in atto.

 

 

Stai già lavorando a nuovi progetti o per il momento ti godi il successo del tuo ultimo figlio di carta?

Qualche settimana fa ho letto un editoriale molto interessante di una nota esperta di comunicazione, che mi ha chiarito come questa voglia di tirare i remi in barca appartiene non solo a me ma a tutti noi piegati da due anni di pandemia, e che l’unica via d’uscita per uscire dal nulla è la creatività. Quindi ho deciso di iniziare a dar corpo a un progetto che sta nella mia testa da una decina d’anni, cioè un romanzo in gran parte ambientato negli anni 60. Non è un giallo, non so ancora bene cosa sia e neanche se arriverò alla fine. Ma l’importante è scrivere. Vedi, a me quello che piace è ciò che viene prima della pubblicazione, la ricerca, la nascita e la crescita dei personaggi e della storia. Questo mi dà la carica.

 

Sei ospite del blog Giallo e cucina e qui le interviste terminano sempre con due domande obbligatorie: la prima non è proprio una domanda ma un pensiero gentile. Consiglia due/tre romanzi che ti hanno colpito, o a cui sei particolarmente legata, e che vorresti che tutti leggessero.

Io leggo 2/3 libri a settimana per cui è davvero complicatissimo scegliere. Butto lì i primi tre che mi vengono in mente, libri che leggendoli ho dovuto fermarmi perché mi emozionavo.
Sabato, di Ian McEwan
Sorella, mio unico amore di Joyce Carol Oates
Il ragazzo che leggeva Verne, di Almudena Grandes

 

La seconda è: qual è la pietanza o il piatto a cui non sai resistere e che non vedi l’ora di gustare in queste feste di natale.

A Natale non resisto al panettone. Riesco sempre a prendere peso e solo a causa del panettone.

 

Ti ringrazio della bella chiacchierata, ti auguro tanta fortuna. Se vuoi puoi aggiungere qualcosa che magari ritieni importante far sapere ai lettori….

Io devo solo ringraziare tutti quelli che hanno avuto la pazienza di leggere fin qui!
Buon anno a tutti.

 

Di nuovo grazie. Complimenti ed a presto.

 


martedì 18 gennaio 2022

INTERVISTA A MARA BARBARA ROSSO

 





Oggi nello spazio interviste abbiamo il piacere di ospitare l’autrice Mara Barbara Rosso. Benvenuta nel blog Giallo e cucina e grazie per avermi dedicato un po’ del tuo tempo.

Grazie a te e agli amici di Giallo e cucina per la fiducia!

Prima di parlare diffusamente dei tuoi libri, e di tante altre cose interessanti, ti faccio qualche domanda di carattere generale, per conoscerti un po’ meglio. Sono le domande che io chiamo “necessarie”, forse un po’ banali, ma alle quali non ci si può proprio sottrarre. Pronta? Allora Mara raccontaci un po’ di te dove nasci e vivi, la tua formazione, qual è il tuo lavoro e poi dicci come e quando nasce la passione della scrittura.

Nasco a Rivoli, in provincia di Torino, in un uggioso mercoledì di maggio del lontano 1971 – sarà per questo che da cinquant’anni mi definiscono “pieuva”! Comunque, a parte gli scherzi, cresco a Villarbasse fino ai dieci anni, poi a Sangano – due paesini a una trentina di chilometri dal capoluogo piemontese. Subito dopo la Maturità linguistica mi trasferisco a Liverpool, dove lavoro e frequento l’università, laureandomi in European Studies (un misto tra scienze politiche, Storia e lingue) con una tesi sulla fattibilità di creare un’Europa delle Regioni redatta durante l’anno di Erasmus ad Angers, nella splendida Valle della Loira. Al momento vivo a Giaveno, in Valsangone, e insegno inglese ad Avigliana. La passione per la scrittura è nata in prima media grazie al prof di italiano il quale – poveraccio – doveva gestire una classe di ventisette scalmanati nell’ultima ora di lezione del sabato. Per tenerci buoni si inventò la “gara di racconti”: durante la settimana ogni studente doveva scrivere una storiella a tema libero da leggere in classe, appunto, il sabato, e i compagni avevano il compito di votare la migliore. Non si vinceva un tubo, eh, tranne un attimo di gloria effimera, ma non ringrazierò mai abbastanza il professor Martini per avermi instradato verso l’uso creativo e puramente ludico del linguaggio.

 

Oltre a scrivere sei anche una lettrice? Hai un genere preferito? Preferisci gli ebook o il libro cartaceo?

Le due cose sono imprescindibili, ovviamente: come si fa a scrivere se non si legge? Prediligo i thriller in ogni loro sfumatura di giallonoir, ma senza sfociare nell’horror – tutta colpa di mia madre, che mi nutriva a pane e Agatha Christie, e della collezione di Gialli Mondadori di mio nonno! Se poi la narrazione ha un’ambientazione affascinante in luoghi ricchi di Storia e mistero, tanto meglio, e ammetto di aver organizzato diversi viaggi proprio per vedere i posti descritti dai miei due autori preferiti, Ken Follett e Dan Brown. Tra gli italiani mi piacciono molto Ilaria Tuti e Alice Basso, un’amica, quest’ultima, di cui adoro l’uso sapiente dell’ironia – altro elemento del quale non posso fare a meno – alla pari con Stefania Bertola, maestra indiscussa del genere. Tutto rigorosamente in cartaceo.

 

Da dove nascono le tue storie? Elabori notizie che leggi o sono esclusivamente di fantasia? I personaggi dei tuoi libri sono stati ispirati da persone reali?

Eh, bella domanda! L’ispirazione a volte mi colpisce nel dormiveglia, quando il mio cervello annebbiato rielabora inconsapevolmente notizie lette chissà dove, altre mi cade in testa come una tegola di fronte a un angolino ideale per un delitto, ma anche il getto della doccia talvolta tende a scatenare l’ideazione di trame più o meno delineate. Di sicuro c’è che cerco sempre di usare location evocative che mi fanno vibrare qualche corda, siano esse locali – mi piace promuovere il territorio dove vivo con le mie parole – o esotiche, scoperte durante i viaggi. Lo stesso vale per i personaggi: mi ispiro ad amici e conoscenti, o anche solo a persone che incontro casualmente e mi intrigano per un particolare, ma poi rielaboro i dettagli che li caratterizzano in quanto non vorrei mai inimicarmi qualcuno nonostante i miei nobili scopi! In alcuni casi, comunque, cito anche persone realmente esistite, come nel mio ultimo romanzo.

 

Hai solitamente una scaletta prefissata o ti fai condurre dalla narrazione?

Parto dalla scaletta, che cerco di rendere più dettagliata possibile, ma poi a volte svicolo e mi lascio condurre dalla narrazione, come credo faccia la maggior parte degli scrittori. Uno dei maestri di cui ho seguito diversi corsi, il giallista torinese Massimo Tallone, dice che i narratori si dividono in “architetti” (quelli che progettano tutto prima di costruire) e “giardinieri” (quelli che seminano e aspettano di vedere cosa cresce): ecco, io credo di essere un cocktail tra i due.

 

Quando scrivi deve esserci assoluto silenzio o ti concentri meglio con una buona base musicale? Scrivi quando riesci o preferisci un momento particolare della giornata?

Silenzio assoluto, al massimo un’aria d’opera o musica classica. Preferisco scrivere al mattino, quando sono più lucida e con molte ore di fronte a me per coltivare l’ispirazione, magari senza vincoli di orario per dover filare a lavorare. Capisci anche tu che purtroppo queste condizioni sono quasi sempre limitate al fine settimana…

 

Ti è capitato di presentare un tuo libro in pubblico? Preferisci un moderatore che ti pone le domande “giuste” o preferisci lasciare far fare le domande direttamente al pubblico?

Adoro presentare i miei libri in pubblico! I lettori mi stimolano con la loro curiosità, e finisce sempre che ci facciamo un sacco di risate. I moderatori sono necessari, a parer mio: rendono il dialogo più interessante, il confronto più profondo. Se me lo permetti ne approfitto per ringraziare i numerosi amici che mi hanno presentato negli anni e che, spero, continueranno a presentarmi in futuro: dalla editor Maria Teresa Carpegna a mia cugina collega di penna Elisa Bevilacqua, passando per gli assessori Edoardo Favaron ed Emidio Martino, fino a una fuoriclasse come la già citata Alice Basso e alle recentissime Letizia Rosas e Stefania Dibitonto.

 

In questo spazio ho spesso il piacere di chiacchierare con potenziali bravissimi autori. Con scrittori affermati o, più spesso, con esordienti o autori poco conosciuti al grande pubblico. In ogni caso coloro con cui sento di più la necessità di chiacchierare sono quelli che mi hanno veramente emozionato con le loro opere. Tu sei una di questi. La maggior parte però sono autori self publishing. Io credo molto a questa soluzione per pubblicare un libro. E cerco nel mio piccolo di dargli più visibilità possibile. Tu hai conosciuto un po’ tutte le possibilità per pubblicare. Hai iniziato con la Edizioni Graffio, che non è solo una casa editrice, con cui hai pubblicato i primi due romanzi poi sei passata al self per pubblicare la tua raccolta di racconti infine Il tuo ultimo romanzo (I segreti della torre) lo hai pubblicato con Edizioni Visual Grafika un’altra casa editrice molto particolare. Ci puoi parlare della tua esperienza?

Grazie per questa domanda fuori dagli schemi. In realtà la mia primissima pubblicazione è stata con Echos, nel 2016: si trattava di un’antologia dal titolo Sette autori per sette delitti, in cui erano raggruppati i racconti frutto di un laboratorio di scrittura condotto dai già menzionati Carpegna e Tallone. La mia storiella, intitolata ‘L pì brav di ross, ha poi trovato casa come “bonus track” nella seconda edizione di Delitti per Diletto, curata da Graffio nel 2019, in quanto è proprio in quel racconto che nasce il personaggio principale dei miei romanzi, la prof ficcanaso Barbara Ferrero. Devo dire che mi sono trovata molto bene con Graffio, e mi sto trovando altrettanto bene con Impremix Visual Grafika: sia Max Zallio sia Enrico Cavallito sono persone serie che conoscono il proprio lavoro, e questo è importantissimo per un editore. La parentesi del self è stata un’esperienza con cui mi sono voluta cimentare per sfizio, soprattutto perché mi dispiaceva lasciar decantare all’infinito una serie di racconti con cui avevo vinto premi letterari importanti (in primis l’AGNoir di Andora), ma sono una convinta sostenitrice del motto “a ognuno il proprio mestiere”, quindi a pubblicare devono essere gli editori, purché non a pagamento.

 

Passiamo ad analizzare i tuoi romanzi. Il primo è stato Delitti per diletto nel 2019 poi è stata la volta de La donna di Tollund ed infine I segreti della torre pubblicato nel 2021. Tra l’altro nel 2021 hai pubblicato anche una raccolta di racconti col titolo Il diavolo nei dettagli. Ho detto bene? Le date sono corrette? Parlaci un po’, se vuoi, dei primi due. De I segreti della torre ne parliamo dopo. Hanno gli stessi protagonisti ma il primo si svolge interamente a Giaveno invece il secondo è…itinerante.

Delitti per Diletto, in realtà, è stato edito per la prima volta nel 2018 da Periale Edizioni, casa editrice che purtroppo non esiste più e con cui avevo pubblicato già cinque racconti nell’antologia Le dita di una mano nel 2017, frutto anch’essa di un laboratorio di noir tenuto dall’amico Tallone. Avrai capito, a questo punto, che mi piace frequentare corsi di scrittura, e infatti il titolo del mio primo romanzo è nato in seno al Gruppo di Supporto Scrittori Pigri, un laboratorio online per aspiranti narratori magistralmente condotto dall’autrice Barbara Fiorio che a parer mio dovrebbe essere obbligatorio per legge e grazie al quale ho conosciuto gente meravigliosa. Delitti per Diletto è poi stato ripubblicato da Graffio nel 2019, ma non si svolge interamente a Giaveno: parte dal giardino botanico Rea di Trana, si sposta intorno ai laghi di Avigliana, si inerpica sul Musiné e, soprattutto, viaggia lungo la ley line di San Michele scalando le pendici del Pirchiriano, dove si trova la nostra maestosa Sacra. Sai cos’è una ley line, vero? E’ una linea energetica immaginaria che unisce vari punti geografici - in questo caso le sette abbazie dedicate all’Arcangelo, snodandosi dall’Irlanda alla Terra Santa. Quindi si gira un po’ l’Europa anche qui, benché il vagabondaggio vero e proprio si svolga nel mio secondo romanzo, La donna di Tollund, in cui succede che la povera Barbara Ferrero, peggio della signora in giallo quando si tratta di imbattersi in cadaveri in ogni luogo in cui si trovi, debba rincorrere l’autore di efferati delitti dalla Germania alla Norvegia passando per Praga, Budapest e il mio Paese preferito al mondo, la Scozia. Ecco, per la location scozzese sì che mi sono ispirata a persone e avvenimenti da me realmente conosciuti: un mio caro amico vive in un grazioso cottage vicino a un faro a picco sul tempestoso mare del Nord, e qualche anno fa dalla torba del suo giardino affiorarono vestigia celtiche interessantissime… Potevo forse lasciarmi sfuggire un’occasione così ghiotta per immaginare di rinvenirci anche un cadavere?

 

Il romanzo sul quale mi voglio maggiormente soffermare è ovviamente I segreti della torre. Perché dico ovviamente? Perche con questo romanzo hai vinto il concorso La quercia del Myr nella categoria romanzi inediti. Ora è regolarmente in libreria. Innanzitutto complimenti! La quercia del Myr è un concorso molto importante organizzato molto bene dal bravissimo Bruno Vallepiano. Tu forse non sai che il blog Giallo e cucina è molto legato a questo concorso, ne è partner ufficiale. Per me quindi il piacere di ospitarti è doppio. Parlaci un po’ del romanzo, che vede ancora protagonista la professoressa Barbara Ferrero. Facci venir voglia di leggerlo. Poi dicci anche come è stata l’esperienza del concorso.

Per me è stato un onore vincere questo prestigioso concorso: ero così emozionata, quando sono salita sul palco a ritirare i ricchi premi, che non riuscivo a dire nulla se non ringraziare gli organizzatori e i giudici! E pensa che non volevo nemmeno presenziare, in quanto ero reduce da due interventi chirurgici e mi stavo ancora riprendendo! Be’, meno male che Bruno ha insistito affinché mi avventurassi fino a Ormea, così il mio pazientissimo compagno Oscar ed io ci siamo regalati un weekend fuori porta davvero delizioso. Sì, sabato 18 settembre ho intuito che il vostro meraviglioso blog fosse molto legato al concorso, e quindi ti ringrazio anch’io doppiamente per l’attenzione che rivolgi al mio romanzo. I segreti della torre è ambientato a Giaveno, il ridente borgo pedemontano dove vivo, e la sua stesura è iniziata nel 2019 durante un… indovina un po’? Esatto: un laboratorio di scrittura, stavolta condotto dalla simpaticissima Stefania Bertola nel salotto di casa sua! Esperienza illuminante, grazie alla quale ho portato a termine la storia durante i vari lockdown – è pazzesco se ci penso adesso: riuscivo a scrivere, ma non a leggere! Comunque, la vicenda vede Barbara Ferrero imbattersi in un cadavere nel nostro museo di punta, dedicato al pittore Surfanta Lorenzo Alessandri e già più volte visitato nientepopodimeno che da Vittorio Sgarbi. La prof, ovviamente, grazie al sesto senso di cui è convinta di essere dotata in quando discendente di una “masca” medievale, indaga coadiuvando l’amico brigadiere Stefano Semperboni e, aiutata dal fidanzato medievista Filippo Fenoglio – che assomiglia sempre più al coach del Liverpool Football Club Jürgen Klopp – riuscirà a dipanare la matassa che lega l’omicidio attuale a quello di un artista risorgimentale allievo di Francesco Gonin, a sua volta collegato a un mistero frutto del soggiorno giavenese di una cortigiana seicentesca il cui nome risuona ancora tra le mura di un’antica torre…

 

Hai dovuto fare un lavoro di studio degli argomenti trattati o lo hai ambientato in luoghi e descritto situazioni che conosci bene?

Ho senz’altro tratto ispirazione da luoghi e personaggi illustri che conosco bene – ho lavorato diversi anni nel settore turistico della mia valle, e so quali sono i punti di forza locali -, ma un po’ di gradevolissima ricerca l’ho fatta: passeggiate per valutare i percorsi (un toccasana durante i lockdown, come l’ora d’aria per i reclusi!), visite alla casa di Gonin e al museo Alessandri non appena è stato possibile, e poi naturalmente testi, chiacchierate con chi ne sa molto più di me e internet. Permettimi di ringraziare in modo particolare Guido Ostorero ed Ermanno Plano, grazie ai quali la copertina del libro raffigura la torre com’era in passato, con o senza i segreti frutto della mia immaginazione.

 

Secondo te c’è un pubblico specifico per questo libro?

Direi di no: basta essere interessati a immergersi in un thriller leggero che si insinua nei meandri della Storia per scoprire alcune peculiarità di un angolino di Piemonte sfruttando elementi ironici e avvenimenti potenzialmente iconici.

 

Preferisci di più i finali accomodanti (col lieto fine), o preferisci lasciare qualcosa di non concluso o poco definito? Ti piacciono i finali spiazzanti ed un po’ cinici o preferisci il vissero tutti felici e contenti?

Prediligo i cliffhanger, espedienti narrativi che lasciano aperte le porte del possibile per invogliare nella prosecuzione della lettura e, chissà, delle vicende dei protagonisti. Però, certo, se vivono tutti un po’ più felici e soprattutto soddisfatti di aver scoperto il colpevole è meglio.

 

Sei ospite del blog Giallo e cucina e qui le interviste terminano sempre con due domande obbligatorie: la prima non è proprio una domanda ma un pensiero gentile. Consiglia due/tre romanzi che ti hanno colpito, o a cui sei particolarmente legata, e che vorresti che tutti leggessero.

Ommamma, che domanda difficile! Se consigliassi la Century trilogy (La caduta dei giganti, L’inverno del mondo, I giorni dell’eternità) di Ken Follett sarei banale, così come sarei scontata consigliando i vari Fred Vargas, i Giorgio Faletti, gli Elizabeth George, i Fruttero & Lucentini e i Dan Brown, allora consiglierò tre esordienti che mi hanno fatto passare qualche ora di felicissima lettura, tre signore che ho l’onore di conoscere virtualmente tramite il gruppo Facebook Il cazzeggio di IoScrittore: Lidia del Gaudio con il suo Il delitto di via Crispi n. 21 (e devo leggerne il seguito, Il delitto di Vico San Domenico Maggiore), Simona Soldano con il suo Mare calmo, isolati misteri e Denise Antonietti con il suo Trans-sibérien. Il mistero dell’oro degli zar.

 

La seconda è: qual è la pietanza o il piatto a cui non sai resistere.

Uh, qui invece è facilissimo! Essendo una ragazza semplice, vivrei di insalate in estate e passati di verdura in inverno.

 

Ti ringrazio della bella chiacchierata, ti auguro tanta fortuna. Se vuoi puoi aggiungere qualcosa che magari ritieni importante far sapere ai lettori….

Grazie a voi, altroché! Sì, una cosa che ritengo importante far sapere ai lettori è quanto sia vitale sostenere gli autori alle prime armi: comprate le loro storie, andate alle loro presentazioni, condividete i loro nomi e le copertine dei loro libri sui social, passate parola tra gli amici. Noi ce la mettiamo tutta, davvero, e se a volte prendiamo cantonate non vogliatecene: solo chi non fa non sbaglia.

 

Di nuovo grazie. Complimenti ed a presto.

 

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Nota bene: Rispondendo alle domande di questa intervista viene dato il consenso alla sua pubblicazione sul blog Giallo e cucina e sui social ad esso legati.