Visualizzazione post con etichetta luglio2026. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta luglio2026. Mostra tutti i post

giovedì 30 luglio 2026

GLI INVISIBILI

 





Gli invisibili - Pajtim Statovci

 Recensione di Miriam Donati

 

 “Tutto è sempre inquadrato attraverso il prisma della guerra.” Questa frase, che compare verso la fine del romanzo, è la chiave per comprendere la forza motrice della sua narrazione: l'impatto selvaggio e disumanizzante della guerra, sia sulle società che sugli individui che le compongono.

Pajtim Statovci, albanese sfollato dal Kosovo in Finlandia a causa dei conflitti jugoslavi degli anni Novanta, ha scritto un'inquietante e potente indagine sulle vite travolte dalla guerra e dalle sue conseguenze, sollevando interrogativi sulle nefaste politiche nazionaliste che ne sono alla base e sulle relazioni e famiglie frammentate che lascia dietro di sé; interrogativi che appaiono tanto più attuali e carichi di emozione ora che la guerra infuria di nuovo nell'Europa orientale. 

Sebbene il libro sia scritto in finlandese, la lingua della sua patria adottiva, Statovci si ispira al cupo "realismo magico" di romanzieri dell'Europa orientale, fondendo passaggi di inquietante brutalità e abuso con voli lirici sull'amore erotico e fugaci momenti di condivisione. Nonostante la trama principale sia la storia di Arsim, un giovane albanese del Kosovo, aspirante scrittore, costretto a fuggire da Pristina nel Kosovo con la moglie e figlio, il romanzo crea una narrazione ricca e stratificata alternando le confessioni in prima persona di Arsim a passaggi in corsivo, il cui interlocutore non viene esplicitamente nominato ma sembra essere Milos, lo studente di medicina serbo che Arsim aveva incontrato e di cui si era innamorato a Pristina nel 1995 e con cui aveva  cominciano una relazione clandestina, sebbene avesse a suo tempo, obbediente alla tradizione, accettato di sposare Ajshe.

La morale comune non può tollerare lo scandalo del loro amore. Ma non è solo la società civile che li condanna a essere invisibili. È la guerra a separarli definitivamente, a decretarli nemici e a renderli anche invisibili l'uno all'altro. Questo nella prosaica realtà, ma non nello struggente attaccamento al desiderio e al sogno a cui entrambi restano fedeli (pur sapendo che “i sogni corrono dietro alle menzogne ​​che diciamo a noi stessi”).
Vivranno condizioni molto diverse, Arnim da esule con la sua famiglia, Miloš da medico di guerra, ma avranno in comune la progressiva devastazione delle loro vite. L'odio per se stessi, la disgregazione dei desideri, la paura, il buio intorno e dentro fino al compimento dei loro diversi destini, quando la Storia divorerà le loro storie.

Arsim, aspirante scrittore, mette a punto una confessione cupa e oscura che sfida il lettore, rivelando verità terribili. Conducendo un'esistenza vuota come operaio immigrato e padre riluttante, Arsim è vittima della guerra e dello sradicamento, ma anche dell'omofobia che lo porta a reprimere la sua vera natura e ad abbandonare Milos, con la sua bussola morale frantumata da processi di emarginazione che lo trascinano impotente in avanti. Mentre Miloš, tormentato dagli orrori vissuti. nei suoi brevi capitoli allucinatori e claustrofobici, mostra un uomo che si sta sgretolando.  I ricordi della sua infanzia infelice e delle sue orribili esperienze come chirurgo in prima linea in guerra si intrecciano con estratti di miti e folclore, che amplificano la tragedia conferendole un carattere universale e allontanano ancora una volta l'esperienza del lettore dal realismo lineare convenzionale. 

"Forse la felicità è sapere che non esiste. E la tristezza è la saggezza di sopportarlo".
Arsim si imbatte in una sordida relazione con un'adolescente, che lo mette nei guai con le autorità e lo porta in prigione e all'espulsione. Scontata la pena e tornato a Pristina, rifiutato dalla moglie e dalla famiglia, Arsim inizia a recuperare un senso di autodeterminazione, trovando un lavoro e reiscrivendosi all'università per riprendere gli studi letterari. Decide anche di ritrovare Milos, ma qui il romanzo si discosta dall'ovvio arco narrativo del lieto fine e della risoluzione redentrice della trama per i due protagonisti. Gli invisibili si trasforma da un'anticipazione onirica del futuro in una tesa negoziazione del passato. Solo sfuggendo al circuito anestetizzante della fantasia, suggerisce Statovci, possiamo iniziare a sopportare la realtà.

Quando lo ritroviamo, Milos è profondamente segnato dalle esperienze vissute al fronte, un uomo indifeso e incapace di parlare, ridotto a un guscio vuoto. Con un gesto sconvolgente, Arsim si distacca dal suo passato, rendendosi conto che il loro amore non potrà mai essere rianimato. Se si può dire che il libro abbia un lieto fine, questo risiede nel fatto che Arsim trova la sua strada come scrittore, ironicamente facilitato da un regalo d'addio in denaro da parte della sua ex moglie. 

Il titolo originale del libro che risuona in tutto il testo è Bolla: spettro, creatura ignota, straniero. Un titolo che indica l'ambiguità, l'impasto di bene e male di cui è fatto l’uomo: un accordo tra dio e diavolo, come si legge nella premessa, tratto da una storia della mitologia albanese e del folklore locale. Bolla è sia la creatura serpentina simile a Satana che apre gli occhi solo una volta all'anno e poi divora ogni essere umano che la vede, sia come compare nel primo racconto scritto da Arsim in cui fa amicizia con una ragazza cieca, i due si accordano per incontrarsi ogni anno, nel pieno della primavera, nella stessa foresta, sullo stesso sentiero e la bolla diventa per entrambi un simbolo di speranza che il loro rapporto segua lo stesso percorso. Ma bolla significa anche estraneo, alieno e, alla fine è trasformato in mostro dalla guerra, che sia Arsim che Milos diventano in diversi momenti della narrazione. Questa parte simbolica del libro sottolinea in modo toccante la sottile linea di confine tra bene e male.

A volte è come se il male che vedi diventasse il male che fai.
Pur svolgendosi sullo sfondo della guerra, il conflitto stesso viene menzionato solo fugacemente. Statovci sceglie invece di concentrarsi sulla persistenza delle lotte personali e sul costo umano della guerra, in particolare sui temi dello sradicamento e del trauma. Infatti, uno dei maggiori punti di forza del romanzo è la complessità dei suoi personaggi. Anche un personaggio sottotono e marginale come Ajshe, la moglie devota e sottomessa di Arnim, silenziosa custode della tradizione, ha una evoluzione personale sorprendente.

Sebbene entrambi gli uomini siano capaci di grande tenerezza e generosità quando sono insieme, Statovci non esita a mostrare i loro lati oscuri. La costante pressione e il risentimento di dover nascondere i suoi veri sentimenti al mondo spingono Arsim alla violenza e alla crudeltà – soprattutto nei confronti della moglie, mentre Milos, un tempo animo gentile determinato a diventare medico, è ridotto a un'ombra di se stesso dagli orrori che subisce come soldato al fronte. È una testimonianza della sottigliezza e del realismo dello stile di Statovci il fatto che, nonostante gli innegabili difetti e le azioni imperdonabili dei personaggi, ci ritroviamo comunque a fare il tifo per loro, sperando che alla fine trovino la felicità.
Alla fine del libro, comprendiamo che l'unico modo per fare i conti con il passato è abbandonare ogni speranza o aspettativa per il futuro, e accettare invece l'impossibile bruttezza della realtà. Dopotutto, "se tutti ottenessero ciò che desiderano, esisterebbe ancora una parola per descrivere il desiderio?".

La prosa di Statovci è uno strumento sinuoso e flessibile, capace di rendere ugualmente bene la brutalità viscerale del conflitto, la desolante anomia della vita cittadina del dopoguerra e la sensualità compulsiva di una storia d'amore segreta. Il suo stile elevato spesso trova metafore efficaci e sorprendenti rendendo il testo così affascinante per la sua assoluta cupezza, ma la straordinaria bellezza del linguaggio lo rende in qualche modo trascendente. C'è una componente magica in questa scrittura, perché trabocca di significato, ma al tempo stesso è piena di moderazione; è così fantasiosa, ma anche realistica. Credo che la chiave sia che Statovci non scrive per giudicare o per istruire, ma lascia che sia il lettore a valutare i personaggi che porta in vita. Il libro ricorre ad alcuni cliché e stereotipi tipici delle narrazioni omosessuali (in particolare per quanto riguarda le storie d'amore sfortunate e gli abusi infantili), ma la profonda comprensione di un periodo spesso trascurato della storia recente e l'originalità della narrazione oscurano qualsiasi iniziale sensazione di familiarità.

I momenti più intensi emergono quando descrive gli effetti totalizzanti della paura legati alla situazione di Arsim, rifugiato in esilio. "Chi cresce con la paura non impara mai a vivere senza di essa", afferma Arsim. "È il vicino che trova un parcheggio migliore perché questo è il suo paese, non il tuo; è chi porta a spasso il cane e ti saluta con un cenno del capo, strizzando gli occhi, non per salutarti, ma perché sei uno straniero". Statovci, la cui famiglia fuggì dal Kosovo in Finlandia quando lui aveva due anni, descrive l'identità di un rifugiato non come un abito che si può modificare facilmente, ma come una pelle di cui ci si può liberare solo con grande difficoltà.

Bolla parla di guerre interiori e guerre esteriori. Lo sfondo della relazione tra Arsim e Miloš rispecchia le loro guerre interiori, fatte di paura, vergogna, alienazione culturale, separazione forzata e persistenza del trauma e mostra come gli individui arrivino a perdere l'empatia per gli altri a causa della tensione derivante dal vivere in circostanze terribilmente tese e dal trauma postbellico. Sebbene questo romanzo inizi come una storia d'amore, si trasforma gradualmente in qualcosa di più complesso, sinistro e devastante mostrando come l'istinto di sopravvivenza possa corrompere completamente un individuo.

"Non conosco niente di più snervante del crollo emotivo che si prova quando ci si rende conto di essere disposti a fare qualsiasi cosa, a dire qualsiasi cosa, pur di recuperare anche solo una minima parte di ciò che un tempo era così abbondante."

Un romanzo intenso, forte, con una cifra stilistica ben definita e un percorso narrativo non banale.
Questa storia ci mostra i nervi scoperti del dolore, ci racconta del coraggio di resistere e della resa, della miseria e della meraviglia di essere umani, perché, nonostante l'orrore, alla fine è la compassione ad averla vinta.

Il libro ha vinto il Premio Finlandia 2019 e il Premio Grinzane 2022

 

Genere: Narrativa

Anno di pubblicazione: 2021

pagine:200

editore: Sellerio


mercoledì 29 luglio 2026

SPUMA DI MARE

 




Spuma di mare - Elena Magnani -

recensione a cura di Connie Bandini


Con il secondo capitolo della saga dei Mazzeo – protagonisti del primo romanzo della serie, Mare avvelenato – Elena Magnani prosegue un racconto familiare ampio e intenso, spostando il baricentro nella Roma dei primi anni del Novecento. Qui si muove Mimma, adolescente segnata dall’esperienza del terremoto di Messina e cresciuta sotto la protezione rigida ma affettuosa di un convento. La città che la accoglie è viva e contraddittoria: elegante e scintillante da una parte, aspra e faticosa dall’altra, specchio di una società profondamente divisa.

Il cuore del romanzo è proprio Mimma, figura inquieta e determinata, sospesa tra il bisogno di protezione e un’irrefrenabile attrazione verso ciò che è proibito. L’incontro con Alessandro e la sua banda rappresenta per lei una porta spalancata su un mondo nuovo, fatto di sfide, complicità e pericoli. È una libertà seducente ma ambigua, che la trascina progressivamente oltre i limiti imposti, fino a incrinare in modo irreversibile il fragile equilibrio della sua vita.

Accanto a lei tornano i protagonisti della saga, in particolare Tomaso Mazzeo, personaggio complesso e segnato da un passato oscuro. Diviso tra il desiderio di proteggere i propri affetti e un’inclinazione verso strade più oscure, Tomaso incarna il conflitto tra destino e scelta. Il suo legame con Petra, figura altrettanto forte e indipendente, aggiunge ulteriore profondità emotiva a una trama già densa di tensioni.

La narrazione si intreccia con gli eventi storici del tempo, tra cui l’avvicinarsi della guerra, le trasformazioni sociali, l’arrivo dell’epidemia. La Storia non resta mai sullo sfondo, ma entra nelle vite dei personaggi, le modifica, le mette alla prova, mostrando come i grandi eventi si riflettano nelle esistenze quotidiane.

Magnani costruisce un romanzo carico di emozioni, dove il dolore non è mai un elemento accessorio ma una forza che plasma i personaggi, li costringe a confrontarsi con se stessi e a scegliere chi diventare. La crescita di Mimma, segnata da esperienze brusche e decisive, diventa così il filo conduttore di una riflessione più ampia sulla perdita dell’innocenza, sul peso del passato e sulla possibilità di cambiare.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2026

pagine:452

editore: Giunti


martedì 28 luglio 2026

LA BOUTIQUE DEL MISTERO

 




La boutique del mistero - Dino Buzzati - 

recensione a cura di Elisa Caccavale 


La boutique del mistero è una raccolta di racconti che rappresenta uno dei vertici della narrativa di Dino Buzzati, autore capace di trasformare la quotidianità in qualcosa di inquietante e sorprendente. Le storie, diverse per ambientazione e protagonisti, sono accomunate da un'atmosfera sospesa, nella quale il confine tra realtà e fantasia si fa sempre più sottile.

Ciò che rende questa raccolta così affascinante è la capacità di Buzzati di insinuare il dubbio nel lettore. Non servono mostri, effetti spettacolari o scene terrificanti: basta un dettaglio fuori posto, un evento inspiegabile o una coincidenza apparentemente insignificante perché il mondo ordinario si trasformi in qualcosa di misterioso. Il vero protagonista dei racconti è spesso l'ignoto, quella forza invisibile che mette in discussione le nostre certezze.

Lo stile è limpido, essenziale ed estremamente elegante. Buzzati scrive con una semplicità solo apparente: dietro un linguaggio accessibile si nascondono riflessioni profonde sul tempo, sulla morte, sul destino, sulla solitudine e sulle paure dell'essere umano. Ogni racconto può essere letto come una piccola parabola, capace di offrire molteplici livelli di interpretazione.

La raccolta alterna racconti più realistici ad altri decisamente fantastici, ma il passaggio tra i due registri avviene con naturalezza. Il lettore finisce così per accettare l'impossibile come se fosse perfettamente plausibile, entrando in un universo narrativo in cui tutto sembra normale fino all'ultima pagina, quando una rivelazione o un dettaglio improvviso cambiano completamente prospettiva.

Non tutti i racconti colpiscono con la stessa intensità: alcuni risultano memorabili e lasciano un senso di inquietudine destinato a durare nel tempo, altri appaiono più riflessivi e simbolici. È però proprio questa varietà a rendere la lettura ricca e stimolante, permettendo a ciascun lettore di trovare le storie che più risuonano con la propria sensibilità.

La boutique del mistero è una lettura consigliata a chi ama il fantastico d'autore, il mistero psicologico, il perturbante e le narrazioni che lasciano spazio all'immaginazione. Non è un libro che offre risposte definitive: preferisce porre domande, suggerire interpretazioni e accompagnare il lettore in un viaggio dove il vero mistero non è ciò che accade, ma il significato nascosto dietro gli eventi.

Una raccolta di racconti senza tempo, capace ancora oggi di stupire e inquietare con la forza della sua apparente semplicità. Buzzati dimostra come il mistero più grande possa nascondersi proprio nella normalità della vita di ogni giorno.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 1968

pagine: 240

editore: Mondadori

 


lunedì 27 luglio 2026

SONO DIFFICILI LE COSE BELLE

 





Sono difficili le cose belle - Matteo Nucci -

recensione a cura di Alice Bassoli


Questo romanzo è una dolce fiaba contemporanea che parla di lutto, memoria e amore con estrema delicatezza. Non vi nego che mi sono emozionata moltissimo, leggendolo e che scrivendo queste poche righe sento di nuovo il magone stringermi la gola. La protagonista è Arianna, una bambina di dieci anni che, dopo la morte della nonna, si trova a fare i conti con un dolore troppo grande per essere compreso e raccontato. Ma un giorno, lungo la strada che conduce al Gianicolo, accade l'impossibile: una macchina rossa si ferma e dal finestrino compare proprio la nonna. Da quel momento le due intraprendono un viaggio straordinario attraverso un luogo sospeso tra realtà e immaginazione, dove ricordi, sogni e affetti si intrecciano. È un percorso che attraversa soprattutto il passato della famiglia, ma che si accosta spesso anche al presente e al futuro che attende Arianna, aiutandola a comprendere che l'amore non scompare con la morte. Nucci costruisce una narrazione che oscilla continuamente tra reale e fantastico. Il mondo immaginifico in cui si muovono la nonna e la nipote è quasi una fuga dalla realtà e anche uno spazio simbolico in cui elaborare la perdita. Una storia che suggerisce che i legami autentici continuano a vivere nei ricordi, nei gesti e nell'amore che lasciamo dentro chi resta. Un libro delicatissimo e commovente, scritto con grande sensibilità, capace di parlare della morte senza paura e della vita con infinita tenerezza. La prosa è limpida, poetica e ricca di immagini evocative, capace di parlare ai più piccoli senza rinunciare a una profondità che travolge anche gli adulti. Una riflessione autentica e delicata sulla memoria, sull'infanzia e sulla continuità dei legami affettivi. A rendere ancora più preziosa l'opera contribuisce L'astuccio, il racconto che chiude il volume come una sorta di "bonus track": una storia autonoma ma complementare, che riprende gli stessi temi da una prospettiva diversa, arricchendo ulteriormente il significato dell'intero libro. Ognuno di noi deve fare i conti con questo tipo di dolore, radicato e invalidante, un dolore che non si sposta mai, e per il quale non esiste un rimedio. Avevo bisogno di questa storia, della sua dolcezza per niente ruffiana, capace di trasformare il dolore in una fiaba moderna semplice eppure così integra, che tra le tante cose belle che mi ha trasmesso, mi ha aiutata a sentirmi meno sola e a lenire il senso di impotenza che un po’ tutti proviamo di fronte alla morte di un nostro caro.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2022

pagine: 212

editore: Harper Collins

Inizio modulo

Fine modulo

 


domenica 26 luglio 2026

4 PIANI SENZA ASCENSORE

 




4 Piani senza ascensore – Stefania Visentini – 

recensione a cura di Lilli Luini

 

Stefania Visentini è una libraia e di questi tempi non ti azzardi ad aprire una libreria vivace e ricca di eventi se non sei una grande lettrice appassionata. E in questo suo primo libro la senti forte, la sua passione e di conseguenza non solo la sua competenza linguistica ma anche del mondo editoriale. Per darne una prova, cito frase del libro: “Va detto che due dei generi più difficili in cui cimentarsi sono l’horror e l’erotico: in mani poco abili il primo sfocia nel ridicolo, il secondo nell’imbarazzo.” Il che è una grande verità che solo un esperto della materia può conoscere.

L’intreccio è delizioso: come dice il titolo siamo in un piccolo condominio, quattro piani, otto appartamenti, in un paese immaginario di cui sappiamo solo essere in Lombardia.

Gli abitanti sono uno spaccato sociale molto divertente.

Al primo piano, la vedova Florinda Todisco che vive sola con un gatto, e i coniugi Rosa e Michele Russo, lei particolarmente detestata da tutti gli altri inquilini per i suoi modi da “comando tutto io”. Spia continuamente l’adorato figlio che vive nel palazzo di fronte e che, per un errore dell’impiegata dell’anagrafe, si chiama disgraziatamente Giangarlo.

Al secondo piano ci sono il ragionier Massone, sua moglie Caterina e il bellissimo figlio Rocco, che riserveranno delle sorprese.  I loro dirimpettai sono Erica e Davide, due studenti calabresi fuori sede, amici fin da quando erano in fasce.

Al terzo piano troviamo la professoressa Giusta Carla Mazzucco, un po’ più che trentenne e sola, e i Crescioni; Gloria e Marco, lei vistosa bellezza poco incline alla fedeltà coniugale e lui appassionato di calcio. Hanno due gemelli di 4 anni, gli unici bambini del condominio.

Al quarto, Maria e Mario Rossi, una coppia di nerd informatici, e Viola Valentini, molto riservata, altro personaggio che ci darà delle soddisfazioni.

Tutti costoro sono chiusi in casa, perché la vicenda inizia dopo il DPCR del 9 marzo 2020, quello che ha istituito il primo lockdown, e terminerà il 4 maggio, con la prima, cauta, liberazione.

Il romanzo è divertente, ricco di battute che suscitano più di un sorriso e ha anche il merito di riportarci a quel periodo sdrammatizzando il disagio di chi si è trovato a viverlo lontano dalle città e dai luoghi più colpiti, quindi senza conseguenze.

Ho parlato di competenza linguistica, vale a dire che Stefania Valentini scrive bene, con una penna leggera ma mai banale. Ho notato come le metafore siano davvero azzeccate e tutt’altro che stereotipate, ma soprattutto come abbia trovato una versione moderna e piacevole della terza persona onnisciente che ogni tanto si rivolge al lettore. È un tipo di narrazione abbastanza inusuale nella narrativa contemporanea, ma qui è azzeccata e, l’ho detto, piacevole.

Insomma, un romanzo leggero e delizioso, che fa compagnia e ti mette di buonumore, cosa abbastanza difficile con le notizie che ci bombardano di questi tempi.


genere: narrativa

anno di ubblicazione: 2023

pagine: 216

editore: Armando


giovedì 23 luglio 2026

LA FINESTRA SBAGLIATA - ETICHETTE

 



Etichette


Quando approcciai alla psicologia per la prima volta, molti anni fa, dopo essermi accorta che il diritto non avrebbe mai soddisfatto i miei desideri più profondi, notavo già nell'ambiente una certa rincorsa all'etichettamento che mi metteva parecchia angoscia.

Una psicologa che incontrai nel mio cammino formativo, e che in seguito divenne mia amica e collega, non ricorreva mai alle etichette, proprio questo mi piaceva tanto di lei. Un giorno, in merito a un ragazzo, mi disse: “non lo so se è un narcisista, io posso dirti se mi sembra uno stronzo!”.

Ecco, da lì in avanti tutti i nostri partner, i nostri genitori, i nostri colleghi, per i più onesti persino la copia di noi stessi, hanno cominciato ad avere tutti i requisiti per essere considerati narcisisti. Poi è stata la volta del narcisista maligno, e così via.

Da pochi anni, invece, da quando ho ripreso gli studi universitari per ultimare il mio percorso di seconda laurea in psicologia, ho notato che non c'è più verso di incontrare una persona, incluso il nostro riflesso nello specchio, che non rientri nella definizione di ADHD, spettro autistico, o entrambi...

Non è un caso che a metterci in guardia dall'inflazione diagnostica sia stato proprio Allen Frances, l'uomo che ha guidato la stesura del DSM-IV: nel suo Primo, non curare chi è normale denuncia come si sia arrivati, quasi senza accorgersene, a etichettare come malattia mentale la normale fatica di vivere.

Attenzione: non voglio negare alcunché; però le cose sono due: o siamo tutti malati e/o neuro divergenti - e allora il concetto di normalità svanisce - oppure questa rincorsa all'etichettamento ha altre motivazioni. Per me sono vere un po' tutte e due.

Non è l'etichetta in sé il problema — altrimenti dovremmo buttare a mare anche la diagnosi più utile, quella che a qualcuno ha finalmente dato un nome al proprio dolore, restituendogli sollievo invece di angoscia. Il problema comincia quando l'etichetta smette di essere una chiave di lettura e diventa una gabbia: quando non la usiamo più per capire meglio qualcosa di noi, ma per smettere di guardare tutto il resto. Quando ci identifichiamo così tanto con una parola che ogni sfumatura che non rientra in quella parola viene, semplicemente, cancellata. E quando le diagnosi si moltiplicano — una sull'altra, spesso auto-somministrate su Instagram prima ancora che da un professionista — il sospetto è che non stiamo cercando di conoscerci di più, ma di conoscerci di meno: un'etichetta in più, spesso, è una domanda in meno che ci concediamo di farci, una zona comfort in cui mettersi al riparo dal rischio della crescita.

Ma allora, mi chiedo, a cosa serve l'etichetta se non ad alimentare confini e sfamare alcuni indotti?

James Hillman, ne Il codice dell'anima, arriva a bandire dal proprio vocabolario quasi tutto il gergo della psicologia clinica, per restituire a ciascuno la propria irriducibile unicità, "al di là di etichette, classificazioni diagnostiche ed alcune superstizioni psicologiche".

Ecco, per me la maggior parte delle volte si tratta di conoscersi, e amarsi, e rispettarsi, e carezzarsi, anche quando si sta male, si sta male persino con se stessi.


GUARDA ANCORA


 


Guarda ancora - Lisa Scottoline –

recensione a cura di Stefania Calà


Può un cartoncino bianco trovato nella cassetta della posta, un volantino come tanti, mettere a soqquadro la vita di una giovane donna in carriera?

La risposta è sì, a maggior ragione se si tratta di un cartoncino che riproduce l'immagine di un bambino scomparso due anni prima con le sembianze di come sarebbe adesso, un bambino che è identico a quello che sta dormendo nel suo lettino proprio in quella casa. La foto simulata di Timothy è identica al suo Will, il bambino gravemente malato, conosciuto in ospedale, e legalmente adottato con il consenso della madre naturale. I documenti sono regolari, lei ne è certa: la giovane madre non poteva tenere con sé quella creatura malata, non poteva provvedere al pagamento delle spese mediche, non aveva altra scelta, e ha acconsentito all’adozione firmando tutto ciò che c'era da firmare. 

Ma quel cartoncino bianco, adesso, mette tutto in discussione.

Il dubbio inizia a serpeggiare, e sono tante le cose che non tornano. L'avvocato che curò l'adozione morta suicida, la giovane madre del bambino morta per overdose. 

È così che Ellen inizia la sua personale e disperata ricerca della verità. 

Chi è veramente il bambino che sta crescendo? E, se il suo Will fosse davvero Timothy, il bambino rapito anni prima (e non il figlio di quella giovane disperata), avrebbe la forza di rinunciare a lui, riconsegnandolo ai veri genitori che, ancora, non hanno perso la speranza e continuano a cercare il loro piccolo?

Trama intrigante e ben costruita, ritmo serrato senza tempi morti, dilemmi interiori ben rappresentati (che consentono al lettore di empatizzare con la protagonista).

Insomma, un thriller di tutto rispetto (devo ammettere che la scuola americana è maestra in tal senso), che non posso far altro che consigliare agli amanti del genere.

Autrice da approfondire, probabilmente leggerò altre sue opere.

Voto 8,5/10


genere: thriller

anno di pubblicazione: 2010

pagine: 400

editore: Fazi


mercoledì 22 luglio 2026

SONO MIA

 




Sono mia - Ritanna Armeni -

recensione a cura di Connie Bandini


Ritanna Armeni, all’interno del progetto Rizzoli dedicato ai Dieci comandamenti, si occupa del nono e costruisce un romanzo breve ma disturbante, capace di raccontare come un sentimento apparentemente limpido possa deformarsi lentamente fino a diventare controllo, paura e annullamento dell’altro. Al centro della storia ci sono Francesca e Tommaso, due ragazzi che si incontrano in una Roma giovane e quotidiana fatta di aperitivi a Trastevere, passeggiate lungo il Tevere, università, chat notturne e piccoli gesti d’intimità. Lei studia Economia, è curiosa del mondo, pronta a partire per un Erasmus che rappresenta apertura e possibilità. Lui è timido, fragile, romantico nei modi, segnato da insicurezze profonde che inizialmente sembrano soltanto bisogno d’amore.

Armeni è molto abile nel mostrare la gradualità della trasformazione. Nulla, all’inizio, appare esplicitamente violento. Tommaso accompagna Francesca a casa, si preoccupa per lei, desidera starle vicino. Ma proprio dentro quei comportamenti considerati normali si insinuano lentamente il bisogno di controllo, la gelosia, la convinzione che amare significhi possedere. Quando Francesca si allontana per l’Erasmus, il fragile equilibrio della coppia si incrina definitivamente e il sentimento di Tommaso rivela il suo volto più oscuro.

Il romanzo è efficace soprattutto perché evita il sensazionalismo. Armeni non costruisce un mostro immediatamente riconoscibile, ma un ragazzo comune, immerso in dinamiche affettive che la società tende spesso a giustificare o romanticizzare. È proprio questa normalità a rendere il libro inquietante. La gelosia si traveste da premura, l’ossessione da dedizione, il controllo da prova d’amore. Francesca comprende progressivamente che, nella visione di Tommaso, lei non può davvero appartenere a se stessa.

Il titolo racchiude il cuore del romanzo. Sono mia diventa infatti un’affermazione identitaria e politica insieme: il rifiuto dell’idea che l’amore implichi proprietà. Il punto non è il desiderio in sé, ma la cultura del possesso che, storicamente, ha trasformato la donna in qualcosa “di qualcuno”.

Più che a un semplice romanzo sull’amore tossico, Armeni dà vita a una riflessione lucida sulla difficoltà di riconoscere i confini tra cura e dominio, tra presenza e controllo; racconta con precisione il momento in cui una relazione smette di essere uno spazio di libertà e diventa una prigione emotiva. E lo fa ricordando una verità tanto semplice quanto sacrosanta: amare qualcuno non significa mai possederlo.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2026

pagine:128

editore: Rizzoli

 


lunedì 20 luglio 2026

L'ULTIMA COSA CHE SAI

 




L’ultima cosa che sai – Paolo Roversi -

recensione a cura di Alice Bassoli

 

Nuovo capitolo della serie dedicata al giornalista hacker Enrico Radeschi, che torna nella sua Bassa per trascorrere la Pasqua con i genitori e che verrà trascinato in una nuova indagine a seguito del ritrovamento di un cadavere sulle rive del Po. La scena del delitto richiama il “Mostro del Po”, un serial killer degli anni Sessanta mai identificato. Infatti, come allora, il cadavere è disposto in modo rituale, con un orologio fermo sulle 3.15 stretto tra le dita. Riaffiora così la leggenda del Tribunale delle Acque, un’antica corte che, secondo la tradizione, nelle notti senza luna giudicava le anime dei peccatori sulle rive del Po. A occuparsi delle indagini sono il maresciallo Giorgio Boskovic e il brigadiere Gennaro Rizzitano, ex compagno di scuola di Radeschi. Intanto, a Milano, il vicequestore Sebastiani indaga su un presunto suicidio destinato a rivelarsi qualcosa di molto più complesso. Due casi e due mondi, e soprattutto una verità che affonda le proprie radici nel passato, nella memoria e nel folklore delle tradizioni. 

Roversi costruisce un efficace doppio binario narrativo, alternando la quiete apparente della Bassa al caos di Milano, fino a far convergere le due indagini in un unico disegno. Il Po, la nebbia, gli argini e i piccoli paesi non fanno da semplice sfondo, ma diventano protagonisti della storia. E’ stato magico per me incontrare tra le pagine le strade, i locali, le tradizioni culinarie, le atmosfere dei luoghi che mi hanno vista crescere e che rappresentano per noi importanti punti di riferimento, e che, soprattutto, raccontano non solo una zona geografica, un territorio, ma incarnano lo slancio mistico che aleggia sulla Bassa, terra di poeti e artisti, da secoli. 

Il romanzo conferma le caratteristiche che hanno reso celebre la serie: una scrittura scorrevole, dialoghi vivacissimi e un protagonista ironico, che in questo episodio mostra anche un lato spiccatamente più riflessivo. 

E poi, i capitoli brevi e il ritmo serrato invogliano a proseguire la lettura senza cali di tensione. Una macchina narrativa magistrale e impeccabile, frutto della penna esperta di uno degli autori e interpreti più autorevoli e riconosciuti del panorama noir/thriller italiano.


genere: giallo

anno di pubblicazione: 2026

pagine: 336

editore: Marsilio

 


domenica 19 luglio 2026

CATTIVE

 





Cattive - AA.VV -

recensione a cura di Gino Campaner

 

📖Spiccioli di trama: trattandosi di una raccolta di racconti non c'è una trama, piu giusto parlare di tema, di filo conduttore. Che è quello appunto, come suggerisce il titolo, della perfidia delle donne. Donne gelose, invidiose o semplicemente vendicative. Donne poco empatiche ma molto determinate. 

 

 

🔥Punto di forza: è rappresentato dalla partecipazione di alcune scrittrici molto conosciute che hanno regalato racconti altrettanto accattivanti. Ma un punto di forza ancora piu grande è rappresentato anche dalla partecipazione di scrittrici che cosi conosciute non sono e che grazie all'impegno di Cristina Origone hanno avuto l'occasione di mettersi in luce. Meritatissima ribalta, aggiungerei. Un bel mix insomma. Devo ammettere che le sorprese piu gradite (i racconti piu divertenti) vengono proprio da scrittrici che non conoscevo. 



🙁Punto debole: i punti deboli sono molto soggettivi. Dipende infatti dal gradimento o meno dei racconti. A me son piaciuti praticamente tutti. Alcuni piu di altri. 



🏁Finale: di finali ovviamente non ce n'è uno solo. Sono tanti, quanti sono i racconti. Molti finali spiazzano, altri ti lasciano sospeso. Altri ancora chiudono in modo categorico e senza appello una storia. 



🎓Giudizio complessivo: ⭐⭐⭐⭐
una bella raccolta di racconti quella ideata da Cristina Origone. Anche le donne sanno essere spietate. Gli uomini qui sono solo vittime. Non sono i soli, ovviamente, anche le donne subiscono "ritorsioni". Autrici donne che fanno diventare raffinate assassine altre donne. Una raccolta interessante perche oltre ad essere piena di bei racconti (22) si ha modo di scoprire autrici che fino ad ora non hanno goduto di grande risonanza mediatica. Questa raccolta restituisce loro la giusta visibilità. Specialiste del racconto o solo messesi alla prova perche piu abituate a scrivere romanzi. Tantissimi racconti dunque: molti brevi, alcuni brevissimi. Complimenti alla curatrice per il grande ed attento lavoro ed a tutte le autrici che hanno messo a disposizione il loro talento per la buona riuscita del libro. 


genere: racconti

anno di pubblicazione: 2026

pagine: 128

editore: Perrone

 


sabato 18 luglio 2026

REVIVAL

 



Revival - Stephen King -

recensione a cura di Francesca Tornabene


"La strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni...e illuminata da luci elettriche".


Questa frase riassume Revival: un viaggio lungo oltre cinquant'anni, in cui la rinascita si rivela una maledizione più che una guarigione.

Ho divorato queste 470 pagine cupe e pervase da un nichilismo assoluto, senza sosta, risucchiata in una caduta libera senza fine tra riferimenti alla Bibbia, a Frankenstein e al Necronomicon.

Dopo l'impatto visivo de La tempesta del secolo, non mi aspettavo un evento atmosferico ancora più cinematografico: il colossale cataclisma di fulmini che fa da catalizzatore al dramma.

Jamie incontra il reverendo Jacobs a soli sei anni. 
L'ombra di questo legame lo incatenerà per sempre alla sfrenata brama di conoscenza dell'uomo, specialmente nei momenti più bui della propria deriva e della dipendenza.

All'armonia iniziale subentra la tragica conseguenza di un devastante lutto familiare.
Questo trauma distrugge la fede del reverendo e ne genera l'ossessione, culminando nella "terribile predica": un momento desolante e privo di consolazione.

Il segreto dell'energia elettrica ammalia fin dalle prime pagine, lasciando poi spazio ai misteri che avvolgono le guarigioni dei fedeli, segnate da inquietanti effetti collaterali.

Dopo una parte centrale volutamente più lenta, la dilatazione del tempo cede il passo a un climax spietato.

Un mondo privo di salvezza. L'immagine rassicurante del paradiso viene spazzata via da un ultimo inganno: ci si perde così in visioni prismatiche oltre la morte, in lande deserte dominate da mostri cosmici.

È il trionfo dell'orrore metafisico su quello umano: è come se si spegnessero tutte le luci, lasciando addosso una desolazione assoluta.


genere: thriller

anno di pubblicazione: 2017

pagine: 469

editore: Sperling & Kupfer






giovedì 16 luglio 2026

UN GIORNO TUTTO QUESTO SARA' TUO

 




Un giorno tutto questo sarà tuo – Lidia Ravera – 

recensione a cura di Lilli Luini

 

Che Lidia Ravera fosse una scrittrice coraggiosa, lo ha dimostrato fin dal 1977, dando alle stampe quel “porci con le ali” che ha segnato il momento del passaggio tra l’Italia democristiana bigotta a un nuovo modo di concepire il sesso.

Ma qui mette in campo un coraggio diverso: scrive un romanzo in cui l’io narrante è un ragazzo quindicenne, figlio di una famiglia allargata e tutt’altro che tradizionale.

Siamo a Roma, Seymour vive (per sua libera scelta) con il padre settantenne, Giovanni, famoso scrittore e presenzialista televisivo. Costui ha tre ex mogli, di cui la madre naturale di Seymour è la seconda, americana che vive nel New Jersey. Seymour ha tre sorelle: la maggiore ha 50 anni e si è rifugiata nella religione, le due piccole sono bambine graziose che lo amano molto.

La figura femminile di spicco è Anna, quella che lui chiama ex madre numero 1, prima moglie degli anni giovanili di Giovanni e ancora sua amica.

Lo sguardo di Seymour sugli adulti è disincantato, spietato potremmo dire. Si definisce un adolescente disturbato, ma in realtà non lo è: non si droga, non ha a che fare con il bullismo, non fotografa né infastidisce ragazze. La sua occupazione preferita è proprio studiare le persone e raccogliere materiale per quando scriverà un capolavoro, ben inteso dopo la morte del padre. Che non gli è così antipatico, in realtà, ma lo descrive con un sarcasmo così sferzante che ti atterra.

Poi capita qualcosa: siamo ai tempi del me too e Giovanni cade nella trappola. Nei provini per i protagonisti di un film tratto dal suo libro più famoso, un’aspirante attrice scartata si fa invitare a cena, poi a casa e lì si offre allo scrittore. Lui non è interessato e, con un certo garbo, la rifiuta. Il giorno dopo lei rilascia un’intervista in cui lo accusa di molestie e Giovanni finisce nel tritacarne della giustizia mediatica. Argomento attualissimo ma qui c’è di più. C’è Seymour che, casualmente, era in cucina e ha seguito tutta la scena.

Ma farsi avanti, come vorrebbero tutte le ex mogli, significherebbe uscire dalla sua zona confort di riserbo e silenzio per entrare in un dibattito che il ragazzo non sente suo, perché stata sperimentando un modo diverso di essere maschio.

Con una scrittura ironica, scorrevole ma anche affilata, Lidia Ravera ci consegna l’ennesimo romanzo interessante, che non si limita a farti passare qualche ora di svago (e lo fa bene), ma ti lascia dentro una sequela di domande che ti fanno riflettere ma anche rabbrividire.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2024

pagine: 320

editore: Bompiani


mercoledì 15 luglio 2026

IL SOLE NELLE POZZANGHERE

 




Il sole nelle pozzanghere - Matteo Bussola -

recensione a cura di Francesca Simoncelli


Iniziato, divorato, finito.

È questo che accade con i romanzi di Matteo Bussola: quando incominci, già sai che li amerai e che, alla fine, non saprai trattenere qualche lacrima, perché sa come toccare le corde dell'anima.

La sua scrittura è piacevole, scorrevole, mai ripetitiva; ogni suo romanzo regala emozioni autentiche, sempre nuove; affronta argomenti forti, impegnativi, senza mai risultare pesante, anzi, la delicatezza è la peculiarità dei suoi scritti.

Quando inizio a leggere un libro di Matteo Bussola, mi è difficile smettere; poi, appena finito, mi pento di averlo letto tutto d'un fiato, perché avrei voluto assaporarlo più lentamente; e così ritorno su qualche passo, rileggo qualche riga... È questo " l'effetto Bussola "!

 E mi fa riflettere molto: sulla morte; sulla vita, il suo significato e il valore che le diamo; sulla stupidità e l'ignoranza umana; sulla fragilità e l'unicità delle persone.

È un viaggio attraverso i personaggi della storia, ma, inevitabilmente, diventa un’esplorazione introspettiva di noi stessi.

"Il sole nelle pozzanghere" racconta di un uomo che prova a ricostruire la sua vita, guardando il futuro attraverso oggetti che hanno una storia, un passato, cose che la gente non vuole più, per le più svariate ragioni; ma il signor Pi, il nostro protagonista, sa che tutti possono avere una seconda occasione.

Nel suo negozio di antiquariato si intrecciano storie di persone e personaggi, ma soprattutto di oggetti, che prendono, in qualche modo, vita, perché ne assorbono da chi li ha posseduti.

Immaginate quanto di voi c'è negli oggetti che vi hanno accompagnato nell'arco della vostra vita; quanto sanno di voi, quante ne hanno viste, sentite, perché erano lì, mentre la vostra esistenza scorreva; hanno ascoltato conversazioni, assistito a litigi, ad eventi importanti, tristi o lieti: dentro di loro c'è un po' (o forse tanto?) di voi.

Ma è arrivato il momento di lasciarle andare... Perché non dargli una nuova vita, una seconda occasione?

È questo che fa il signor Pi, che quando tocca gli artefatti che gli vengono proposti, crede quasi di sentire le loro storie e cerca per loro un nuovo posto nel mondo: un telefono che ha ascoltato la grettezza della gente e la purezza di un bambino; una cucina che ha accolto l'amore di una famiglia, ma anche tenuto un segreto inconfessato e inconfessabile; una valigetta che non porterà l'amore sperato, ma l'amore, si sa, si manifesta quando e come vuole; una bambola che sarà causa di dolore, ma che troverà anche lei il suo posto nel mondo, perché, alla fine, siamo tutti “LA STORIA ABBANDONATA DI QUALCUN ALTRO “


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2026

pagine: 163

editore: Einaudi


martedì 14 luglio 2026

LA PAZIENTE SILENZIOSA

 




La paziente silenziosa – Alex Michaelides -

recensione a cura di Elisa Caccavale


Ci sono romanzi che conquistano per la qualità della scrittura e altri che catturano grazie a un'idea narrativa capace di incuriosire fin dalle prime pagine. La paziente silenziosa appartiene sicuramente alla seconda categoria. Alex Michaelides costruisce un thriller psicologico incentrato su un mistero tanto inquietante quanto affascinante: Alicia Berenson, pittrice di fama, uccide il marito senza che il movente sia chiaro e, subito dopo il delitto, smette completamente di parlare. Da quel momento il suo silenzio diventa un enigma che nessuno riesce a decifrare.

A tentare di far luce sulla vicenda è Theo Faber, uno psicoterapeuta convinto che, dietro quel mutismo ostinato, si nasconda una verità ancora tutta da scoprire. Attraverso le sedute terapeutiche, le indagini di Theo e le pagine del diario di Alicia, il lettore viene accompagnato in un percorso ricco di dubbi, false piste e continui cambi di prospettiva.

Lo stile di Michaelides è semplice e diretto, caratterizzato da capitoli brevi che rendono la lettura estremamente fluida. La sua esperienza come sceneggiatore emerge chiaramente nel modo in cui costruisce le scene e dosa le informazioni: ogni tassello sembra trovare posto al momento giusto, mantenendo alta la suspense fino alla conclusione.

Il vero punto di forza del romanzo è la capacità di spingere il lettore a formulare continuamente nuove ipotesi. Nulla appare del tutto come sembra e, quando si è convinti di aver finalmente intuito la soluzione, la storia cambia direzione. Il colpo di scena finale è senza dubbio l'elemento che ha reso il romanzo celebre e continua ancora oggi a dividere i lettori: molti lo considerano brillante e sorprendente, altri gli rimproverano alcune scelte narrative che, a posteriori, possono apparire discutibili. È uno di quei finali destinati a far discutere, ma proprio per questo difficili da dimenticare.

Nel complesso, La paziente silenziosa è un thriller che mantiene ciò che promette: coinvolge, incuriosisce e invoglia a voltare pagina fino all'epilogo. È una lettura ideale per chi ama i romanzi ricchi di suspense e apprezza quelle storie che riescono a sorprendere senza ricorrere a effetti eccessivi. Pur non rappresentando una rivoluzione nel panorama del thriller psicologico, è un libro capace di distinguersi grazie a una trama ben costruita e a un finale che lascia il segno, anche per le discussioni che inevitabilmente suscita.

Valutazione: 4/5. Un thriller avvincente e intelligente, capace di tenere alta la tensione dall'inizio alla fine e di regalare un epilogo destinato a far parlare di sé.


genere: thriller

anno di pubblicazione: 2020

pagine: 352

Editore: Einaudi


lunedì 13 luglio 2026

I FIORI NASCOSTI NEI LIBRI

 




I fiori nascosti nei libri - Silvia Montemurro –

recensione a cura di Stefania calà

 

Chiara è una giovane stilista fiorentina che, un giorno, viene stranamente convocata in Svizzera per allestire una sfilata di moda in un lussuoso albergo. Durante il viaggio in auto, causa maltempo, è costretta a fermarsi a dormire in una residenza gestita da un uomo anziano e da suo figlio. È qui che Chiara, ficcanasando nelle varie stanze, trova e legge le lettere di Irena, una giovane donna sfuggita alla Polonia occupata dai nazisti nel 1939. Chiara non lo sa ancora, ma la storia di Irena, del suo tormentato amore e della figlioletta perduta sono irrimediabilmente legate a lei. 

Filo conduttore del romanzo, ma anche tra le due donne, sono i fiori nascosti nei libri. I fiori, con il loro linguaggio, creano un legame che travalica spazio e tempo. Entrambe le protagoniste di questa storia sono ben caratterizzate e con entrambe il lettore empatizza facilmente.

Il romanzo affronta anche temi importanti, come la malattia, la perdita, gli abusi e l'orrore della guerra, eppure non è una lettura "forte", non disturba, non intristisce. 

L'ho trovato gradevole, direi "gentile". 

La penna dell'autrice è sapiente e delicata e, benché non sia stata (per me) una lettura particolarmente entusiasmante, mi sento di consigliarlo. È un romanzo che riesce a trovare la via per giungere al cuore. 

Voto 7/10

Cit. "Se devi nascondere qualcosa, mettilo in un posto in cui nessuno andrà mai a guardare. Il cuore."

Cit. "Non lo sai che i baci complicano sempre tutto?"

Cit. "Non si dimentica il proprio passato. Non ci si stacca mai davvero dalle proprie radici."

Cit. "I fiori che nascondiamo nei libri sono i segreti che non riusciamo più a raccontare."


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2020

pagine: 241 

editore: Rizzoli

 


domenica 12 luglio 2026

IL SEGRETO DELL'EBANO

 




Il segreto dell'ebano - Tea Vergani - 

recensione a cura di Simonetta Locci


La protagonista di questo giallo è Nina, un’insolita portinaia che vive e lavora nel quartiere Isola di Milano, figura tanto discreta quanto sorprendente.

Lontana anni luce dall’immagine della classica “zabetta” condominiale, Nina è riservata, silenziosa, estranea al pettegolezzo. Eppure, proprio questa sua presenza defilata le consente di osservare tutto con straordinaria lucidità: il microcosmo del palazzo e quello, più ampio, del quartiere, che conosce a menadito, nei suoi equilibri, nelle sue contraddizioni e nelle sue trasformazioni.

Quando un anziano viene trovato morto nel suo appartamento, Nina diventa un punto di riferimento naturale. Da tempo, infatti, è una presenza costante per chi vive ai margini dell’Isola: conosce volti, abitudini, fragilità. Il suo sguardo attento coglie dettagli che sfuggono agli altri, mentre il suo orecchio sa distinguere, tra mille voci, quelle che meritano davvero ascolto.

Questa volta, però, l’indagine si complica anche sul piano personale. A occuparsene è Adele, detta Taac, giovane poliziotta e nipote di Nina, che si troverà sospesa tra il rispetto delle regole e ciò che sente essere giusto. Un conflitto sottile, che la porterà a riconsiderare non solo il proprio ruolo, ma anche il legame con la nonna, scoprendo somiglianze inattese.

In questo intreccio di vite, il quartiere non è solo uno sfondo, ma una presenza viva, con le sue storie incrociate e i suoi silenzi. E i legami di sangue finiscono per avere un peso che va ben oltre quello che i protagonisti immaginano.

Un romanzo ideale per chi ama i gialli e Milano — e per chi desidera conoscerla attraverso i suoi angoli più autentici, lontani dalle cartoline.


genere: giallo

anno di pubblicazione: 2026

pagine: 341

editore: Independently published

venerdì 10 luglio 2026

I MIEI MARTEDI' COL PROFESSORE

 




I miei martedì col professore – Mitch Albom -

recensione a cura di Francesca Tornabene

 

"L'amore è l'unico atto razionale" (Stephen Levine)

Questa frase incarna perfettamente questo volume che mi ha spezzato il cuore con la sua tenera filosofia, regalandomi un viaggio profondo e trasversale che non mi aspettavo.

Fin da subito ho visualizzato un'immagine.

Tra le sue 198 pagine, scelte da uno dei gruppi di lettura che frequento, ho approfondito temi come la malattia, la sofferenza e la morte, trovandovi eppure una pace inaspettata. 

Credo sia frutto di una scrittura intima, capace di raccontare le emozioni e la realtà di una storia vera con estrema delicatezza.

Leggendo, ho conosciuto Mitch e il suo adorabile professore Morrie, una straordinaria guida spirituale.

Mi sono trovata a sottolineare tutte le sue pillole di saggezza e a trascorrere le notti a pensare al senso della vita, al tempo che scorre e a quello, preziosissimo, che dedichiamo alle persone che amiamo.

È un invito a rallentare il ritmo della vita per assaporarne tutte le sfumature; a porsi le domande giuste sui nostri bisogni reali, anziché su quelli filtrati dalla società, rifiutando la cultura di massa per crearne una propria.

Ci esorta ad essere gentili, a valorizzare le relazioni e a guardare il mondo con altri occhi, perché siamo esseri uguali sotto questo cielo, accomunati da un unico destino.

Dobbiamo cogliere l'essenza di ogni cosa e ricordare che, specie nei periodi più bui, la risorsa di cui abbiamo più bisogno è l'amore. E, insieme ad esso, dei mentori.

Avete mai avuto un punto di riferimento così?

Io davanti a questa domanda non ho avuto dubbi. Ho pensato ad Agostino.

È stato il mio faro nel lavoro guidandomi oltre il mare in tempesta della vita.

Da lui ho imparato cosa significhi davvero essere avvocato e far parte di un team.

Non ho solo appreso alcuni segreti della professione forense, ma tutte quelle piccole sfumature umane ed etiche che mi ha trasmesso con enorme generosità.

Mi mancano le sue storie, quel "turismo giudiziario" fatto di trasferte e aule di tribunali, i preziosi consigli e quella contagiosa gioia di vivere.

Proprio come il professore Morrie per Mitch, la sua impronta resta indelebile.

Ho perso un maestro, un Gigante, un buon Amico.

Ancora oggi la sua luce mi guida e continua ad influenzare le mie scelte, ed io cerco con tutte le mie forze di essere all'altezza del suo nome e della sua eredità.

Non posso che ritenermi enormemente fortunata perché - come diceva Henry Adams - "Un insegnante ha effetto sull'eternità; non può mai dire dove termina la sua influenza".


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2020

pagine: 208

editore: Sperling & Kupfer

 


giovedì 9 luglio 2026

IL NIX

 



Il Nix - Nathan Hill -

recensione a cura di Carmen Nolasco


Il Nix di Nathan Hill è il romanzo più interessante tra le mie letture di quest’anno. Un esordio monumentale che scava a fondo nelle nevrosi della società americana contemporanea, muovendosi tra satira sociale, dramma familiare e ricostruzione storica.

La vicenda ruota attorno a Samuel Andresen-Anderson, un giovane professore di inglese svogliato e fallito come scrittore. Samuel gioca di continuo a Elfscape ed è dipendente da questo videogioco online, un’ossessione di cui si vergogna profondamente.

La sua vita subisce una scossa quando sua madre Faye, che lo ha abbandonato senza che lui sappia perché quando aveva solo undici anni, riappare improvvisamente sotto i riflettori dei media nazionali. La donna è stata arrestata per avere lanciato dei sassi contro un governatore populista e ultra-conservatore durante la campagna elettiva, venendo immediatamente etichettata dalla stampa come una pericolosa terrorista radicale.

A causa del rischio di licenziamento, conseguenza delle vicende legate alla studentessa Laura Pottsdam, e per pagare i debiti per l'anticipo ricevuto su un romanzo mai cominciato, Samuel accetta l’offerta di un cinico editore: scrivere una biografia spietata che distrugga la figura di sua madre. Per farlo, il protagonista deve scavare nel passato di Faye, in un viaggio che lo porterà dalle rivolte studentesche di Chicago del 1968 fino alle radici della propria famiglia in Norvegia. Qui scoprirà la leggenda del Nix, uno spirito della tradizione nordica. Il Nix assume le sembianze di un cavallo bianco per attirare i bambini, rapirli e portarli a fondo e, nel libro, si rivela una complessa chiave di lettura dell’abbandono della madre, trasformandosi nella metafora perfetta delle cose che amiamo e che finiscono per distruggerci.

C’è da dire che l’autore ha impiegato dieci anni per completare la sua opera prima e che, per quanto abbia amato moltissimo la sua scrittura sciolta, autentica, credibile e precisa, il testo non mi è apparso privo di difetti. Dirò di questi ultimi, per poi proseguire nell’elogio meritatissimo a questo autore.

Si vede che il libro è stato scritto nell’arco di un decennio. Alcune parti del romanzo, zeppe di digressioni enciclopediche, sembrano sviluppate a parte, in un momento differente dal flusso creativo originale. È come se l’autore si fosse mosso sulla base di una scaletta predefinita con la sua fabula lineare, lavorando solo in un secondo momento alle singole parti necessarie a creare il vero intreccio narrativo, scivolando all’indietro e di lato in modo ipertrofico. Questo procedere presenta il testo come frammentato, a tratti poco coeso, e soprattutto dà l’impressione che non abbia ricevuto i tagli che normalmente si fanno in fase di editing per donare compattezza e un’idea d’insieme.

Alcuni approfondimenti, benché così prolissi da essere essi stessi una storia a parte, sono letteralmente fantastici: ad esempio la figura di Laura Pottsdam, la studentessa, o, ancora meglio, il personaggio di Pwnage, ritratto mirabilmente, al punto che ci pare di conoscerlo e di vederlo come in un film, e anche lo stesso videogioco di draghi ed elfi. Altre sezioni, invece, potevano essere limate o addirittura tagliate, perché distolgono in modo corposo da quello che il lettore cerca: i fatti.

Verso la fine, la densità accumulata nelle prime cinquecento pagine si scontra purtroppo con la necessità di chiudere i cerchi narrativi. Alcuni nodi cruciali del passato e del presente vengono sciolti in modo un po’ sbrigativo o attraverso coincidenze fin troppo comode, attenuando parzialmente la potenza drammatica costruita fino a quel momento.

I punti di forza del romanzo risiedono tutti nello stile e nell’ambizione narrativa: Hill dimostra una maestria linguistica straordinaria, capace di passare con disinvoltura dal dramma intimo alla satira feroce. In particolare, risulta riuscito (e memorabile) l’uso di una tecnica stilistica audace: un intero capitolo sul personaggio di Pwnage (da pagina 592 a pagina 606) è composto da un’unica, travolgente, lunghissima frase che descrive l’ossessione e il flusso di coscienza del videogiocatore. Puro talento.

I dialoghi sono anch’essi potenti, esilaranti, meravigliosamente umani e trascinanti, in pieno stile grande romanzo americano.

Ho trovato l’opera estremamente attuale in relazione alla satira sociale e mediatica, con dinamiche che rimandano ai fatti di cronaca contemporanea italiana che in questi giorni muovono i salotti televisivi. La critica è spietata nei confronti del mondo dei media moderni e della politica polarizzata; Hill descrive perfettamente come la verità viene costantemente distorta per creare narrazioni appetibili al pubblico televisivo e ai social network.

Infine, la profondità psicologica dei personaggi è incisiva quanto il Nix stesso. Questa figura mitologica rappresenta i segreti di famiglia, le scelte sbagliate e il peso del passato che i genitori proiettano sui figli; il viaggio di Samuel diventa così un percorso di guarigione e di comprensione profonda del trauma materno.

Nonostante qualche lungaggine di troppo, Il Nix resta un debutto folgorante. Nathan Hill ha firmato un’opera importante che cattura perfettamente lo spirito del nostro tempo e l’eterno, difficile dialogo tra chi siamo e da dove veniamo. Lo fa egregiamente per contenuto ma, soprattutto, grazie alla sua abilità narrativa e al talento stilistico.


genere: narrativa

anno di pubblicazione:2018

pagine: 760

editore: Rizzoli


mercoledì 8 luglio 2026

IL NIDO DEL CORVO

 





Il nido del corvo – Piergiorgio Pulixi – 

recensione a cura di Lilli Luini

 

Gran bel noir, quest’ultimo lavoro di Piergiorgio Pulixi, autore sardo che, romanzo dopo romanzo, è riuscito a creare un nuovo stile dei noir, dove protagonista è il territorio su cui si muovono i due investigatori. Daniel Crobu, detto il Corvo, uomo dal passato complicato che ha affrontato rendendo la propria vita ordinata, metodica. Viola Zardi, trentina trasferita nell’isola, istintiva, impulsiva, spesso incapace di frenarsi.

Sono di stanza a Oristano e si muovono nella penisola del Sinis, forse la zona più selvaggia della Sardegna. Non abbiamo spiagge bianche e mare turchese, in queste pagine, bensì stagni, fango, canne al vento, notti gelide e inquietanti.

Una ragazza è scomparsa ma di lei si trova soltanto una mano. Ma le donne scomparse sono due, forse tre e piano piano si delinea il profilo di un killer attento a ogni dettaglio, sfuggente nonostante tutti i mezzi tecnologici messi in campo, pericoloso anche per gli stessi inquirenti.

I due sono presi anche da problemi personali: bellissime le pause in cui Corbu è a casa, nella fattoria di famiglia, a curare i cavalli nelle ombre della sera e a parlare con il padre malato. Ma bellissimo anche il cercare un po’ di pace di Viola tra le braccia del giovane amante, che tiene nascosto, separato dalla sua vita quotidiana.  Il racconto scava anche nell’influenza che ha la contiguità del male delle vite dei due protagonisti.

Le descrizioni dei paesaggi sono magnifiche, riesci a vedere, a sentire il vento e al tempo stesso portano la tensione a livelli elevati. Lo stile è comunque coerente con il genere, Pulixi non si lascia mai andare ad arzigogoli o compiacimenti.

Insomma, a parere mio, un libro da leggere per gli amanti del genere perché, appunto, segna un passaggio tra il territorio, la provincia come spiegazione del male a scenario dello stesso.


genere: thriller

anno di pubblicazione: 2026

pagine: 347

editore: Feltrinelli