giovedì 30 luglio 2026

GLI INVISIBILI

 





Gli invisibili - Pajtim Statovci

 Recensione di Miriam Donati

 

 “Tutto è sempre inquadrato attraverso il prisma della guerra.” Questa frase, che compare verso la fine del romanzo, è la chiave per comprendere la forza motrice della sua narrazione: l'impatto selvaggio e disumanizzante della guerra, sia sulle società che sugli individui che le compongono.

Pajtim Statovci, albanese sfollato dal Kosovo in Finlandia a causa dei conflitti jugoslavi degli anni Novanta, ha scritto un'inquietante e potente indagine sulle vite travolte dalla guerra e dalle sue conseguenze, sollevando interrogativi sulle nefaste politiche nazionaliste che ne sono alla base e sulle relazioni e famiglie frammentate che lascia dietro di sé; interrogativi che appaiono tanto più attuali e carichi di emozione ora che la guerra infuria di nuovo nell'Europa orientale. 

Sebbene il libro sia scritto in finlandese, la lingua della sua patria adottiva, Statovci si ispira al cupo "realismo magico" di romanzieri dell'Europa orientale, fondendo passaggi di inquietante brutalità e abuso con voli lirici sull'amore erotico e fugaci momenti di condivisione. Nonostante la trama principale sia la storia di Arsim, un giovane albanese del Kosovo, aspirante scrittore, costretto a fuggire da Pristina nel Kosovo con la moglie e figlio, il romanzo crea una narrazione ricca e stratificata alternando le confessioni in prima persona di Arsim a passaggi in corsivo, il cui interlocutore non viene esplicitamente nominato ma sembra essere Milos, lo studente di medicina serbo che Arsim aveva incontrato e di cui si era innamorato a Pristina nel 1995 e con cui aveva  cominciano una relazione clandestina, sebbene avesse a suo tempo, obbediente alla tradizione, accettato di sposare Ajshe.

La morale comune non può tollerare lo scandalo del loro amore. Ma non è solo la società civile che li condanna a essere invisibili. È la guerra a separarli definitivamente, a decretarli nemici e a renderli anche invisibili l'uno all'altro. Questo nella prosaica realtà, ma non nello struggente attaccamento al desiderio e al sogno a cui entrambi restano fedeli (pur sapendo che “i sogni corrono dietro alle menzogne ​​che diciamo a noi stessi”).
Vivranno condizioni molto diverse, Arnim da esule con la sua famiglia, Miloš da medico di guerra, ma avranno in comune la progressiva devastazione delle loro vite. L'odio per se stessi, la disgregazione dei desideri, la paura, il buio intorno e dentro fino al compimento dei loro diversi destini, quando la Storia divorerà le loro storie.

Arsim, aspirante scrittore, mette a punto una confessione cupa e oscura che sfida il lettore, rivelando verità terribili. Conducendo un'esistenza vuota come operaio immigrato e padre riluttante, Arsim è vittima della guerra e dello sradicamento, ma anche dell'omofobia che lo porta a reprimere la sua vera natura e ad abbandonare Milos, con la sua bussola morale frantumata da processi di emarginazione che lo trascinano impotente in avanti. Mentre Miloš, tormentato dagli orrori vissuti. nei suoi brevi capitoli allucinatori e claustrofobici, mostra un uomo che si sta sgretolando.  I ricordi della sua infanzia infelice e delle sue orribili esperienze come chirurgo in prima linea in guerra si intrecciano con estratti di miti e folclore, che amplificano la tragedia conferendole un carattere universale e allontanano ancora una volta l'esperienza del lettore dal realismo lineare convenzionale. 

"Forse la felicità è sapere che non esiste. E la tristezza è la saggezza di sopportarlo".
Arsim si imbatte in una sordida relazione con un'adolescente, che lo mette nei guai con le autorità e lo porta in prigione e all'espulsione. Scontata la pena e tornato a Pristina, rifiutato dalla moglie e dalla famiglia, Arsim inizia a recuperare un senso di autodeterminazione, trovando un lavoro e reiscrivendosi all'università per riprendere gli studi letterari. Decide anche di ritrovare Milos, ma qui il romanzo si discosta dall'ovvio arco narrativo del lieto fine e della risoluzione redentrice della trama per i due protagonisti. Gli invisibili si trasforma da un'anticipazione onirica del futuro in una tesa negoziazione del passato. Solo sfuggendo al circuito anestetizzante della fantasia, suggerisce Statovci, possiamo iniziare a sopportare la realtà.

Quando lo ritroviamo, Milos è profondamente segnato dalle esperienze vissute al fronte, un uomo indifeso e incapace di parlare, ridotto a un guscio vuoto. Con un gesto sconvolgente, Arsim si distacca dal suo passato, rendendosi conto che il loro amore non potrà mai essere rianimato. Se si può dire che il libro abbia un lieto fine, questo risiede nel fatto che Arsim trova la sua strada come scrittore, ironicamente facilitato da un regalo d'addio in denaro da parte della sua ex moglie. 

Il titolo originale del libro che risuona in tutto il testo è Bolla: spettro, creatura ignota, straniero. Un titolo che indica l'ambiguità, l'impasto di bene e male di cui è fatto l’uomo: un accordo tra dio e diavolo, come si legge nella premessa, tratto da una storia della mitologia albanese e del folklore locale. Bolla è sia la creatura serpentina simile a Satana che apre gli occhi solo una volta all'anno e poi divora ogni essere umano che la vede, sia come compare nel primo racconto scritto da Arsim in cui fa amicizia con una ragazza cieca, i due si accordano per incontrarsi ogni anno, nel pieno della primavera, nella stessa foresta, sullo stesso sentiero e la bolla diventa per entrambi un simbolo di speranza che il loro rapporto segua lo stesso percorso. Ma bolla significa anche estraneo, alieno e, alla fine è trasformato in mostro dalla guerra, che sia Arsim che Milos diventano in diversi momenti della narrazione. Questa parte simbolica del libro sottolinea in modo toccante la sottile linea di confine tra bene e male.

A volte è come se il male che vedi diventasse il male che fai.
Pur svolgendosi sullo sfondo della guerra, il conflitto stesso viene menzionato solo fugacemente. Statovci sceglie invece di concentrarsi sulla persistenza delle lotte personali e sul costo umano della guerra, in particolare sui temi dello sradicamento e del trauma. Infatti, uno dei maggiori punti di forza del romanzo è la complessità dei suoi personaggi. Anche un personaggio sottotono e marginale come Ajshe, la moglie devota e sottomessa di Arnim, silenziosa custode della tradizione, ha una evoluzione personale sorprendente.

Sebbene entrambi gli uomini siano capaci di grande tenerezza e generosità quando sono insieme, Statovci non esita a mostrare i loro lati oscuri. La costante pressione e il risentimento di dover nascondere i suoi veri sentimenti al mondo spingono Arsim alla violenza e alla crudeltà – soprattutto nei confronti della moglie, mentre Milos, un tempo animo gentile determinato a diventare medico, è ridotto a un'ombra di se stesso dagli orrori che subisce come soldato al fronte. È una testimonianza della sottigliezza e del realismo dello stile di Statovci il fatto che, nonostante gli innegabili difetti e le azioni imperdonabili dei personaggi, ci ritroviamo comunque a fare il tifo per loro, sperando che alla fine trovino la felicità.
Alla fine del libro, comprendiamo che l'unico modo per fare i conti con il passato è abbandonare ogni speranza o aspettativa per il futuro, e accettare invece l'impossibile bruttezza della realtà. Dopotutto, "se tutti ottenessero ciò che desiderano, esisterebbe ancora una parola per descrivere il desiderio?".

La prosa di Statovci è uno strumento sinuoso e flessibile, capace di rendere ugualmente bene la brutalità viscerale del conflitto, la desolante anomia della vita cittadina del dopoguerra e la sensualità compulsiva di una storia d'amore segreta. Il suo stile elevato spesso trova metafore efficaci e sorprendenti rendendo il testo così affascinante per la sua assoluta cupezza, ma la straordinaria bellezza del linguaggio lo rende in qualche modo trascendente. C'è una componente magica in questa scrittura, perché trabocca di significato, ma al tempo stesso è piena di moderazione; è così fantasiosa, ma anche realistica. Credo che la chiave sia che Statovci non scrive per giudicare o per istruire, ma lascia che sia il lettore a valutare i personaggi che porta in vita. Il libro ricorre ad alcuni cliché e stereotipi tipici delle narrazioni omosessuali (in particolare per quanto riguarda le storie d'amore sfortunate e gli abusi infantili), ma la profonda comprensione di un periodo spesso trascurato della storia recente e l'originalità della narrazione oscurano qualsiasi iniziale sensazione di familiarità.

I momenti più intensi emergono quando descrive gli effetti totalizzanti della paura legati alla situazione di Arsim, rifugiato in esilio. "Chi cresce con la paura non impara mai a vivere senza di essa", afferma Arsim. "È il vicino che trova un parcheggio migliore perché questo è il suo paese, non il tuo; è chi porta a spasso il cane e ti saluta con un cenno del capo, strizzando gli occhi, non per salutarti, ma perché sei uno straniero". Statovci, la cui famiglia fuggì dal Kosovo in Finlandia quando lui aveva due anni, descrive l'identità di un rifugiato non come un abito che si può modificare facilmente, ma come una pelle di cui ci si può liberare solo con grande difficoltà.

Bolla parla di guerre interiori e guerre esteriori. Lo sfondo della relazione tra Arsim e Miloš rispecchia le loro guerre interiori, fatte di paura, vergogna, alienazione culturale, separazione forzata e persistenza del trauma e mostra come gli individui arrivino a perdere l'empatia per gli altri a causa della tensione derivante dal vivere in circostanze terribilmente tese e dal trauma postbellico. Sebbene questo romanzo inizi come una storia d'amore, si trasforma gradualmente in qualcosa di più complesso, sinistro e devastante mostrando come l'istinto di sopravvivenza possa corrompere completamente un individuo.

"Non conosco niente di più snervante del crollo emotivo che si prova quando ci si rende conto di essere disposti a fare qualsiasi cosa, a dire qualsiasi cosa, pur di recuperare anche solo una minima parte di ciò che un tempo era così abbondante."

Un romanzo intenso, forte, con una cifra stilistica ben definita e un percorso narrativo non banale.
Questa storia ci mostra i nervi scoperti del dolore, ci racconta del coraggio di resistere e della resa, della miseria e della meraviglia di essere umani, perché, nonostante l'orrore, alla fine è la compassione ad averla vinta.

Il libro ha vinto il Premio Finlandia 2019 e il Premio Grinzane 2022

 

Genere: Narrativa

Anno di pubblicazione: 2021

pagine:200

editore: Sellerio


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