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domenica 29 giugno 2025

LA STRATEGIA DEL BRUCO




 


La strategia del bruco - Lilli Luini - 

recensione a cura di Gino Campaner

 

📖Spiccioli di trama: i primi a cadere sotto la furia del serial killer sono due coniugi che gestiscono una ferramenta in una zona periferica di Firenze. Apparentemente non c'è un perché. Soprattutto quando il killer compie un altro duplice, efferato, delitto la situazione si complica perche non sembra esserci alcun legame tra il primo e il secondo duplice omicidio. Non è ipotizzabile però la presenza contemporanea di due assassini. Deve per forza esserci qualcosa che lì lega. Ad indagare è chiamato il commissario Castano con la sua validissima squadra. Castano non tarderà a chiedere supporto alla profiler Montaldi per aiutarli a capire con chi hanno a che fare. 

 

🔥Punto di forza: una storia molto interessante. Lilli Luini non la scopro di certo oggi. Ha una lunga esperienza con tanti romanzi pubblicati e questo suo ultimo lavoro mi ha proprio convinto. Un thriller classico ma scritto bene senza inutili iperbole o prove di forza dei protagonisti, un'indagine coinvolgente che fa piacere leggere. Personaggi credibili, anche il serial killer. Tutto ha una logica, non ci sono forzature. Non mancano sorprese e suspense. Ritmo sostenuto. Non aggiungo altro. Non serve. 



🙁Punto debole: Nessuno. Faccio una considerazione personale. Io non amo le serie. Soprattutto quelle infinite. La quadrilogia è il massimo che posso sopportare. La premiata ditta Castano&Montaldi è alla loro quarta indagine. Una più avvincente dell'altra, è vero quest'ultima poi, a parer mio, è la migliore. Siamo però entrati in zona rossa... Spero che anche la Luini la pensi come me.



🏁Finale: adrenalinico come tutto il romanzo. Mai sopra le righe come tutto il resto. Finale corretto. Coerente. Lascia la porta aperta per la quinta indagine. Forse. 



🎓Giudizio complessivo: ⭐⭐⭐⭐💫
A me questa quarta indagine che vede protagonisti il commissario Castano con la sua squadra e la profiler Montaldi è piaciuta tanto, meritandosi un voto altissimo. Non mi capitava di assegnare ad un thriller un voto così alto da tempo. Lilli Luini al termine del libro ci fa sapere che questo romanzo ha avuto una gestazione lunghissima ed un percorso accidentato tra ripensamenti, riscritture ecc. Però devo dire che alla fine il risultato è veramente ottimo. Leggetelo. Complimenti all'autrice. 

 

sabato 28 giugno 2025

I LOVE CAPRI

 




I love capri – Flumeri & Giacometti -

recensione a cura di Alice Bassoli

Ci sono libri che sono come una granita al limone in una giornata afosa: freschi, briosi, pieni di luce. I love Capri è esattamente questo. Una storia che profuma di mare, di piatti cucinati con passione, di limoni maturi al sole, di vento tra i capelli e segreti sussurrati all’ombra dei faraglioni.

La trama:
Mel Ricci è una food blogger giovane e talentuosa. Ha appena ricevuto un’offerta impossibile da rifiutare: scrivere l’autobiografia di Fabrizio Greco, chef affascinante e inavvicinabile che gestisce il ristorante più trendy dell’isola di Capri.
Un’occasione d’oro, certo. Ma anche una sfida. Fabrizio è un uomo schivo, dal passato opaco, e lavorare al suo fianco si rivelerà ben più complicato del previsto. Mel arriva sull’isola con l’entusiasmo del primo giorno di scuola e si ritrova presto dentro un intrico di silenzi, contrasti, attrazione e mistero.
E poi c’è Capri, che fa la sua parte. Perché su quest’isola tutto è possibile. Anche innamorarsi.

Cosa mi ha conquistata:
La scrittura: scorrevole, viva, curata.
L’atmosfera: ho sentito il profumo dei piatti, il rumore delle onde, la luce che rimbalza sulla pietra bianca.
I personaggi: ben delineati, umani, imperfetti.
È uno di quei romanzi che ti fanno venir voglia di riempire la valigia e partire.

Una coccola vera.
Consigliatissimo!


genere: narrativa

ann di pubblicazione: 2014


venerdì 27 giugno 2025

IL PROCESSO

 




Il processo – Franz Kafka -

recensione a cura di Francesca Tornabene

 

Questa nuova avventura letteraria mi ha condotta in una località sconosciuta dove vive il signor K., impiegato di banca arrestato senza alcuna accusa esplicita.

Questi sopraffatto dal conflitto con il nulla e dalla vergogna di un crimine, che sembra inesistente, viene come divorato da un limbo esistenziale e alienante.

Nessuno dei personaggi che incontra riesce a sciogliere i suoi dubbi, ma anzi, tutti sembrano suggerirgli l'inevitabile condanna.

È un incubo ad occhi aperti.

Un processo ingiusto che non lascia scampo!

L'intero sistema giudiziario sembra totalmente astratto, inaccessibile, incomprensibile, inconstrastabile e senza alcun senso.

Ho avuto come l'impressione di aggirarmi lungo le strade di un labirinto burocratico irreale e oppressivo.

Un luogo angusto dove la giustizia opprime i diritti anziché proteggerli.

Ho letto lentamente e con fatica questo romanzo e sono arrivata alla fine come trascinata dalle sue atmosfere oniriche, paradossali e spesso grottesche.

Il finale arriva come una doccia fredda. È ambiguo, tragico, destabilizzante, lascia l'amaro in bocca, ma forse proprio per questo, a mie occhi, straordinario.

Il rientro a casa è affollato da profonde riflessioni sulla giustizia, il potere, sulla natura umana, sul conflitto esistente tra colpa e innocenza, sul giusto processo, sul valore del contraddittorio, sull'onestà intellettuale e la professionalità degli avvocati e dei giudici al servizio della verità processuale.


 


mercoledì 25 giugno 2025

UN CASO PER MARASCHINO

 




Un caso per maraschino - Paolo Zagari -

recensione a cura di Stefania Calà

 

Maraschino è un reporter romano cinico e disilluso. Elettra è una stagista che ha molto da imparare ma che, sin da subito, si dimostra una discente attenta e motivata. I due, insieme, si ritrovano a investigare, in parallelo alla polizia, su una serie di omicidi avvenuti nella Capitale. Il primo cadavere è quello di un ristoratore, il secondo di una prostituta, il terzo quello di un giovane e aitante ragazzo ucraino. E non solo, a un certo punto una dipendente del ristorante viene rapita e sfregiata con l'acido. Cos'hanno in comune tutti questi delitti?

La penna di Zagari è smaliziata e veloce, proprio come il suo protagonista. La narrazione si snoda attraverso dialoghi essenziali e funzionali, forse troppo concisi.

Ho molto apprezzato la personalità di Maraschino, affascinante nel suo essere politicamente scorretto, nonché la descrizione delle vie di Roma mentre il nostro le attraversa col motorino. Sembra quasi di essere lì con lui.

Ma imprecisioni nell'uso della punteggiatura, così come i diversi refusi, mi hanno dato l'idea di un lavoro non attenzionato fino in fondo.

Ho riscontrato anche alcune incoerenze nella narrazione e un finale, secondo me, ingarbugliato e poco realistico.

Una lettura tutto sommato gradevole, spero che l'autore si affini ancora di più e ci regali altre avventure di questo simpatico personaggio. Siamo abituati a "eroi senza infamia", mentre Maraschino si erge a personaggio autentico, sincero, con i suoi modi bruschi e uno sguardo disincantato alle vicende su cui investiga. È lui il vero punto di forza di questo romanzo. La trama, invece, non mi ha convinta.

Voto 5,5/10

CIT. "Col motorino a Roma il traffico non esiste, come le regole. (...) Col motorino tutto è possibile, anche arrivare puntuale a un appuntamento."

CIT. "Ecco uno dei pochi riti democratici di questa città: cornetto e cappuccino. Miliardario o morto di fame avranno lo stesso trattamento per due euro e cinquanta."

CIT. "Non c'è nessun conforto nel ricordo, solo rabbia."

CIT. "Prima il piacere, poi il dovere, per ultima, semmai, l'ambizione."

CIT. "Lavorare con l'immaginazione è troppo letterario e io non faccio narrativa ma cronaca."

CIT. "È un fatto e va detto. Sai come si chiama: DOVERE DI CRONACA."

CIT. "Era come se fosse marchiata a fuoco. Fuori sulla carne e dentro nella memoria."

CIT. "Omicidi asimmetrici è un titolo che da solo vale un editoriale."

CIT. "La regola base dell'ermeneutica: un testo lo si legge per quello che dice, quello che non dice, e quello che vorrebbe dire."


genere: giallo

anno di pubblicazione: 2024

 


lunedì 23 giugno 2025

CAOS CALMO

 




Caos Calmo - Sandro Veronesi -

recensione a cura di Patrizia Zara



Ho sempre sospettato che la vita si regga su una trama invisibile di coincidenze. Forse non sempre – l’eccezione è parte della regola, dopotutto – ma col passare degli anni questa idea si è fatta più nitida. Perché la vita è davvero così. Oppure, più verosimilmente, perché io ho imparato a guardarla con occhi diversi, più attenti, più affilati. L’età, si sa, è un faro impietoso che rivela connessioni prima ignorate, e il disincanto spesso si veste d’ironia.

Per questo, trovare "Caos Calmo" sul comodino di una camera d’albergo mi ha provocato un sussurro interiore: “Guarda che coincidenza!”. Curioso, perché quel titolo mi era familiare, eppure non avevo mai sentito il desiderio di leggerlo. Anzi, l’avevo accuratamente evitato, per ragioni che a ben vedere tanto misteriose non sono. Il sospetto ha un nome e un volto: Nanni Moretti. 
Avranno anche detto che è un ottimo attore, ma a me – confesso – provoca un’irritazione epidermica, soprattutto per quell’intonazione sempre un po’ affettata da intellettuale incartapecorito. 
Dunque, leggere "Caos Calmo" significava rischiare una lettura “inquinata” da quel fantasma cinematografico. Non il miglior punto di partenza.

Eppure, come dicevo, la vita è fatta di conti da regolare. E il libro, con il suo titolo ossimorico, era lì. Ho iniziato a leggerlo. 
E qualcosa è successo.

Sin dalle prime pagine, sono stata catturata dallo stile: un monologo interiore che si riversa fluido, come un ruscello imprevisto, tra memoria involontaria e associazioni spontanee. E così, finalmente, ho incontrato Pietro Paladini. Non l’ombra cinematografica, ma l’uomo, nudo e disarmante, sulla pagina.

Pietro, manager di successo, si trova a salvare una donna in mare proprio nell’istante in cui sua moglie muore. Da lì, si spalanca il caos. Ma è un caos silenzioso, vischioso, inespresso. Un cortocircuito tra logica e inconscio che lo porta a ritirarsi dal mondo, ufficialmente per proteggere la figlia, Claudia. In realtà – lo capiamo presto – per assecondare un senso di colpa che lo immobilizza.

“Ormai è il mondo, stellina, a non essere normale...”

È forse questa la chiave più lucida del romanzo: Pietro costruisce attorno a sé una bolla, un microcosmo statico, fermo accanto alla scuola della figlia, dove trascorrerà mesi. Un eremo urbano in cui il dolore non esplode – "è" la bolla stessa. 
Attende, osserva, si sottrae. E nel farlo, ci mostra le vite degli altri, satelliti inconsapevoli che gravitano intorno al suo silenzio. Uomini potenti, donne aggressive, tutti in fuga dalle loro ombre. E nell’orbita di Pietro, tutto si riduce, perde volume, si smaterializza.

Claudia – limpida, concreta, sorprendente – è l’unica voce capace di dirci la verità senza ferirci. Perché i bambini sanno, e non hanno bisogno di parole complicate per mostrarcelo.

"Caos Calmo" è un romanzo che disarma, non con la trama, ma con lo sguardo. È una riflessione ininterrotta sul dolore che non grida, sulla sospensione delle responsabilità come atto radicale e sul tentativo, fragile ma tenace, di ricucire il senso nelle crepe della quotidianità.

Buona lettura.

P.S. Ora mi tuffo in "Il colibrì". Sperando non voli via troppo in fretta. 


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2020


domenica 22 giugno 2025

QUELLA MALEDETTA RIMPATRIATA

 




Quella maledetta rimpatriata – Simone Pavanelli -

Recensione a cura di Dario Brunetti


Quella maledetta rimpatriata è il nuovo romanzo di Simone Pavanelli uscito per la Mursia editore nella collana Giungla Gialla curata da Fabrizio Carcano.

Protagonista è Matteo Pavani, un agente infiltrato della Dia sotto copertura che sta svolgendo un lavoro molto delicato a Roma, ma qualcosa non va a buon fine ed è costretto ad abbandonare la sua missione.

Ritorna nel suo paese natale e precisamente a Stienta, un piccolo comune della provincia di Rovigo, ubicato sulla riva sinistra del Po. In Matteo affiorano i ricordi di un passato che gli procurano un certo disagio che lo porta a sentirsi un estraneo nella sua stessa terra di origine. Però ci sono gli amici di un tempo, i suoi ex compagni delle medie che vogliono coinvolgerlo nell’organizzare una rimpatriata.

Ma si può mai arrivare a pensare che una piacevole giornata tra amici si possa trasformare in qualcosa di inquietante e drammatico? Lo scoprirà il giorno dopo proprio Matteo quando troverà una sua compagna in fin di vita. Servirà una corsa contro il tempo per portarla in salvo.

Di qui inizia un’indagine serrata che sembra nascondere qualcosa di compromettente. Bisognerà incanalarla sul versante giusto cercando di mettere al centro dell’attenzione le vite dei suoi ex amici ignari del fatto che il loro compagno sia un poliziotto.

Un caso inaspettato per il nostro protagonista lo metterà davanti a insoliti misteri. Dovrà riscoprire gli amici di un tempo che ha abbandonato per intraprendere la carriera di poliziotto facendosi le ossa in Sicilia per approdare a Roma.

Misteri nel Polesine per Pavani in un’indagine in cui troverà la provvidenziale collaborazione del comando provinciale dei carabinieri, in particolare del maresciallo Fabiana Marotta, con la quale instaurerà un’intesa e un rapporto di complicità e dove non mancheranno i buoni sentimenti.

Pavanelli interroga un personaggio tormentato, un’anima inquieta che rievoca ferite profonde del passato toccando anche un tema molto particolare come il bullismo; Il fenomeno di un branco che tende a relegare vite ai margini di una società che diventano oggetto di scherno e di derisione.

L’autore con stile immediato e asciutto ci narra una storia nera, cupa ma al tempo stesso intensa offrendo la giusta spontaneità di quei dialoghi serrati che danno credibilità alla storia.

Oscuri segreti del passato e del presente per un romanzo sviluppato su due piani temporali, una tecnica narrativa già adottata da Pavanelli e peraltro ben riuscita nel precedente romanzo L’ombra del lupo grigio (Mursia editore) scritto con l’ottimo Alessandro Vizzino.

Un romanzo ben curato sin ai minimi dettagli, grazie a una perfetta caratterizzazione dei personaggi e a dei luoghi familiari allo stesso autore accompagnati come sempre da tanta musica rock che fa da colonna sonora alla storia.

Nel protagonista rimane sempre vivo il ricordo di suo padre, un affermato scrittore di gialli e persona di spessore, il ragazzo sin da piccolo ha nutrito la passione per la lettura e per la buona musica che accompagnano le sue giornate cercando di lenire tristi ricordi, delusioni e tradimenti, uno su tutti quello del fratello Luca che gli ha rubato la ragazza di cui era innamorato.

Quella maledetta rimpatriata non è il solito noir, è forse una storia vera, autentica che parla di rapporti umani che sono croce e delizia del nostro tempo. Pavanelli, da bravo musicista sa alternare le giuste tonalità facendoci pervenire un suono delicato e intenso, pizzicando le corde giuste dell’anima.

Non solo, l’autore consolida le sue abilità narrative attraverso una buona costruzione di una trama che risulterà congeniale al lettore per offrire un noir-poliziesco di alta qualità.

Inoltre mi preme affermare con profonda convinzione che non bisogna ostinatamente cercare il seriale per raccontare storie che lasciano il segno, il percorso letterario del buon Simone ne è una chiara dimostrazione e questo romanzo da nutrimento al mio pensiero.

Vi lascio ad un intrigante lettura ricca di sorprese! 

Genere: giallo

anno di pubblicazione: 2024


sabato 21 giugno 2025

OGNI SUO RESPIRO

 




Ogni suo respiro - Flavia Labre -

recensione a cura di Gino Campaner

 

📖Spiccioli di trama: Elena ritorna a Genova dopo un lungo periodo di lontananza nel quale ha cercato di superare un evento che quando avvenne le cambiò la vita. Ma i contorni di quell'incidente non sono mai stati chiariti veramente. Mentre è a Genova accidentalmente si imbatte in Sofia, quella che un tempo era la sua amica più cara. Inseparabili. Ma adesso la sua presenza la infastidisce, la rende nervosa. Cerca di evitarla. Perché? Sofia da brava giornalista vuole capire cosa nasconde un comportamento così irrazionale. 

 

🔥Punto di forza: contenendo l'entusiasmo parlando obiettivamente devo dire che il punto di forza è...il racconto stesso. Si perché, per quel che è il mio parere, devo dire che è uno dei pochi racconti noir che mi hanno convinto completamente, dall'inizio alla fine. Senza riserve. A cominciare dai personaggi, proseguendo con la storia e terminando col finale. Un racconto ricco di pathos, di colpi scena, di suspense, dove l'adrenalina corre veloce, sempre in maggior quantità. 


🙁Punto debole: fatto, scritto due volte senza una t. 


🏁Finale: mentre avanzavo con la lettura del racconto e ne rimanevo sempre più conquistato mi ripetevo speriamo che il finale sia all'altezza speriamo che il finale rappresenti la ciliegina sulla torta. Ed è stato così, un finale perfetto, giusto, coerente, coraggioso. 


🎓Giudizio complessivo: ⭐⭐⭐⭐💫
Non assegno cinque stelle perché si tratta di un racconto e non di un romanzo. Io con i racconti sono sempre un po' in difficoltà quando si tratta di giudicarlo. Preferisco non esagerare anche se il massimo dei voti sarebbero obiettivamente meritati. Questo è veramente un gioiellino, complimenti all'autrice. In poche pagine ha condensato una quantità notevole di emozioni, suspense, colpi di scena. A me è piaciuto proprio tanto. Una volta di più la collana Nerodonna della Golem mi ha convinto. La Origone che ne è la curatrice ha fatto un gran lavoro essendo riuscita a coinvolgere in questo progetto ottime scrittrici. Magari non conosciutissime ma di grande talento. 


genere: giallo/noir

anno di pubblicazione: 2025

 


venerdì 20 giugno 2025

I PROMESSI SPOSI

 




I promessi sposi – Alessandro Manzoni –

recensione a cura di Francesca Tornabene

 

"Si dovrebbe pensare più a far bene, che a star bene: e così si finirebbe anche a star meglio".

 

Tra i pochi libri che ho riletto, questo è quello che mi ha dato più soddisfazione.

Una lettura ad alta voce condivisa con quello che da anni, ormai, considero un simpatico "papà acquisito".

Il momento più appagante quello delle nostre riflessioni sulla Provvidenza, la natura umana, la vanità della storia, la ricerca di un significato più profondo nell'esistenza.

Nonostante il Romanzo sia ambientato nel lontano 1628, i suoi argomenti sono ancora tremendamente attuali.

È la sua semplicità che mi rapisce.

La storia di due giovani promessi che devono affrontare una serie di ostacoli e difficoltà, prima di coronare il loro sogno d'amore.

È un grido di libertà. Un inno alla giustizia. 

Un invito a combattere per far valere i propri diritti sempre e comunque davanti ad ogni avversità. 

Un augurio a non perdere mai la fede e la speranza. 

È una esortazione a tenere viva la memoria di un fatto storico e fare ammenda degli errori del passato.

Una lettura rivoluzionaria per i sognatori, i filosofi e persino per la gente comune.

La scrittura è potente, elegante, evocativa. 

La prosa viscerale, diretta, semplice ed ironica.

La combinazione dell'elemento storico con quello della fantasia hanno reso il nostro vagare tra queste antiche pagine impareggiabile.

Non sono un'amante dei romanzi storici, ma questo libro è un viaggio da fare almeno una volta nella vita perché contribuisce: a definire la nostra identità individuale e collettiva e soprattutto, ad avere uno sguardo critico, attento, informato, nei confronti delle vicende poliche e sociali.

 

genere: narrativa

mercoledì 18 giugno 2025

OGNI MATTINA A JENIN

 




Ogni mattina a Jenin - Susan Abulhawa .

recensione a cura di Miriam Donati


Dalla "nakba" o cataclisma che ha visto l'invasione della Palestina o, per dirla in altro modo, la fondazione dello Stato di Israele sono passati 77 anni.

Mi aveva sorpreso quando lo lessi per la prima volta più di dieci anni fa che Ogni mattina a Jenin fosse stato il primo romanzo mainstream in inglese a esplorare la vita nella Palestina post 1948 e vale la pena ricordare che la stabilità e la distanza di cui la letteratura ha spesso bisogno sono state scarse per i palestinesi.

L’ho ripreso sull’onda delle notizie che ci arrivano quotidianamente da Gaza, dove orrore e dolore si mescolano all’impotenza.

Il libro di Susan Abulhawa trasporta nell’aspra geografia di Palestina e Israele e nel cuore della lotta tra due parti bloccate in un conflitto senza fine, esaminando quel conflitto dal punto di vista di una scrittrice palestinese. Narra la storia di una nazione e di un popolo attraverso racconti di vite ordinarie vissute in circostanze straordinarie. Poco sensazionale, a volte persino ingenuo, ha un'atmosfera che permette agli eventi di parlare da soli.

La storia segue le vicende della famiglia Abulheja, palestinesi, obbligati a lasciare le loro case a Ein Hod nel 1948 dai soldati israeliani e trasferiti in massa a Jenin, un campo profughi in Cisgiordania, soprattutto attraverso Amal, nipote del capostipite, con le drammatiche vicende dei suoi due fratelli, costretti a diventare nemici: il primo rapito da neonato e diventato un soldato israeliano, il secondo che invece consacra la sua esistenza alla causa palestinese. E, in parallelo, si snodano amori, lutti, matrimoni, maternità e, soprattutto la storia della Palestina, intrecciata alle vicende di questa famiglia che diventa simbolo delle famiglie palestinesi nell'arco di quasi sessant'anni.

Il capitolo finale è ambientato a Jenin nel 2002, all'indomani dell'attacco militare israeliano e della battaglia che è durata dodici giorni provocando distruzione e morte.

L'autrice illustra scrupolosamente l'impatto del conflitto sulle vite individuali, esplorando le profondità emotive dei suoi personaggi, illustrando soprattutto il peso della perdita e della memoria.

Tutti i personaggi sono dipinti con pennellate sfumate, rivelando le loro speranze, sogni, paure e momenti ordinari. Questa molteplicità consente la comprensione di come gli stessi eventi possano influenzare gli individui in modo diverso e mette in evidenza l'impatto intergenerazionale del trauma dello sradicamento.

Le donne nella storia sono ritratte non solo come vittime, ma come partecipanti attive alla lotta per il ritorno alla normalità. Attraverso il viaggio di Amal, la protagonista, la narrazione sfida le percezioni tradizionali delle aspettative di genere e mette in mostra la resilienza e la forza delle donne. Inoltre, l'intreccio di momenti di gioia e amore in mezzo alla disperazione è una testimonianza della resilienza umana; anche se il libro ritrae la dura realtà della vita in un campo profughi, pur nelle circostanze più cupe, i personaggi trovano momenti di risate, unione e speranza.

L'autrice trova un delicato equilibrio tra narrazione e commento sociale, stimolando a riflettere criticamente sulle implicazioni più ampie della narrazione. La trama tocca le complessità della resistenza, della vendetta e dell'impatto della presenza militare sulla vita dei civili, mantenendo una narrazione profondamente personale.

Lo stile di scrittura di Abulhawa esalta la risonanza emotiva della narrazione. L’uso che fa del simbolismo in alcuni tratti arricchisce il testo sollecitando i lettori a interagire su più livelli.

Uno dei temi centrali è il modo in cui il conflitto rimodella le identità individuali e collettive. I personaggi più giovani come Amal crescono in un mondo in cui la loro patria non è più la loro, il che li porta a mettere in discussione il loro senso di sé e di appartenenza mentre sono alle prese con sentimenti di confusione, perdita e rabbia.

La capacità della famiglia di mantenere i legami, di trovare momenti di gioia e di sostenersi a vicenda evidenzia l'imperativo della speranza anche in situazioni difficili, dimostrando che la resilienza passa attraverso le relazioni inducendo a desiderare un futuro nonostante l'incertezza.

Un altro tema chiave è il ruolo della memoria del trauma, in particolare nel plasmare le vite e le esperienze dei personaggi. Abulhawa mostra come i traumi del passato perpetuino cicatrici emotive che possono influenzare le generazioni future. Questo tema è particolarmente rilevante nel contesto delle tragedie storiche, in quanto esplora come il dolore non guarito possa manifestarsi in vari modi. Le continue lotte dei personaggi con i loro ricordi sottolineano la necessità di comprensione, guarigione e riconoscimento delle ingiustizie passate.

Nel libro ci sono episodi realmente accaduti, c'è la storia di un popolo che è stato sradicato dalla propria terra, e di un altro popolo in cerca di un paese da chiamare casa. Ci sono due punti di vista politici opposti che si danno battaglia. Nonostante la tesi di fondo sia filo-palestinese, non punta a screditare l'altra fazione, ma la nobilita inserendo personaggi ebrei di notevole spessore, fra cui l'amico d'infanzia del padre di Amal, Ari Perelstein.

Il romanzo intreccia realtà personali e politiche, trascinando i lettori nelle vite dei personaggi e illuminando i temi più ampi del conflitto, dell'identità e della resilienza ispirando la riflessione e la discussione. In un mondo sempre più polarizzato, ricorda la nostra umanità condivisa e la ricerca universale di pace e comprensione. In sintesi, Ogni mattina a Jenin è una lettura toccante ed emotiva che trascende i confini della narrativa storica.

Un libro così con una storia che si eleva al di sopra della politica e tocca le corde emotive dei lettori, con stile e grazia aiuta la causa palestinese ad avere giustizia più di mille proclami e conferenze.

Ed è per questo che è apprezzabile al di là dei difetti che per me ci sono: la scrittura in generale è troppo esplicativa e a volte didascalica, ha punte efficaci, quasi poetiche e punte ridondanti, il linguaggio figurato è carico di metafore e similitudini, che conferiscono al testo (specialmente negli ultimi capitoli) un tono a volte troppo enfatico. L’alternanza fra la terza e la prima persona è calzante in particolare nei momenti di maggiore tensione, in altre parti resta però sconnessa.

 

Genere Narrativa storica

 Anno di pubblicazione 2010

martedì 17 giugno 2025

AL DI QUA DEL FIUME

 




Al di qua del fiume - Alessandra Selmi -

recensione a cura di Elisa Caccavale


“Al di qua del fiume” di Alessandra Selmi (Nord edizioni, 2022, 496 pagine) è un romanzo che cattura il cuore fin dalle prime pagine, un’opera che mescola magistralmente la precisione storica alla forza della narrazione emotiva. Ambientato tra il 1877 e l’avvento del fascismo, racconta la nascita e l’evoluzione del villaggio operaio di Crespi d’Adda, oggi patrimonio UNESCO, e lo fa con rara profondità emotiva e grande cura stilistica.

 Il libro racconta la straordinaria vicenda del villaggio dove un imprenditore illuminato, Cristoforo Crespi, decide di costruire non solo una fabbrica ma un'intera comunità, un luogo dove il lavoro possa convivere con la dignità e la speranza. Attorno a lui si muove un’umanità vivida, fatta di operai, mogli, bambini, sogni infranti e desideri che resistono anche nella polvere del cotonificio. Il vero miracolo del romanzo sta nella capacità dell’autrice di rendere ciascun personaggio indimenticabile: non ci sono comparse, ma anime vere, complesse, fragili e forti allo stesso tempo. In particolare, Emilia – giovane figlia di un operaio – emerge come figura luminosa, testimone silenziosa e partecipe della trasformazione di un mondo. Il suo legame con Silvio Crespi, figlio del fondatore, è narrato con una delicatezza e una profondità rare, mai retorica, sempre vibrante di emozioni autentiche.  Ma altrettanto forti sono anche gli altri personaggi, ognuno caratterizzato con grande precisione e inserito nel fiume della Storia in modo coerente e credibile.

Lo stile della Selmi è insieme elegante e diretto, capace di dipingere atmosfere dense con pochi tratti essenziali: la nebbia sull’Adda, il clangore delle macchine, il brusio sommesso delle vite che si incrociano, tutto contribuisce a creare una narrazione che avvolge il lettore e lo trascina dentro la storia. Ma oltre alla qualità stilistica, ciò che colpisce profondamente è l’intensità emotiva: si legge con un nodo alla gola e il cuore che batte forte, perché ogni pagina è attraversata da un’empatia rara, da un amore sincero per la gente semplice e per le grandi domande del vivere. “Al di qua del fiume” non è solo un romanzo storico, è una dichiarazione d’amore per il coraggio, per il lavoro, per la solidarietà e per i legami che resistono al tempo e alle ingiustizie. È uno di quei libri che ti restano dentro, che non smetti di consigliare e che, una volta chiuso, senti il bisogno di riaprire, come si fa con i ricordi più cari.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2024


lunedì 16 giugno 2025

LA FABBRICANTE DI STELLE

 




La fabbricante di stelle - Melissa Da Costa -

recensione a cura di Patrizia Zara



“Le lacrime non sono deboli. Sono pioggia che feconda il cuore quando sta per diventare deserto.”– Christiane Singer

Ci sono libri che non si leggono: si vivono, si accolgono come si accoglie una stagione dell’anima.
“La fabbricante di stelle” di Melissa Da Costa è una di quelle letture che entrano piano, con la delicatezza di una carezza sul viso, ma poi restano per sempre, come i sogni che da piccoli ci aiutavano a respirare quando il mondo faceva paura.

Arthur è lì, nel ventre sospeso di una sala d’aspetto d’ospedale, in attesa della nascita di sua figlia. Ma in realtà non è solo. Con lui ci sono mille emozioni, e soprattutto un ricordo: quello di una madre vestita di favola, Clarisse, che ventitré anni prima gli aveva detto addio con parole da stella cadente. Non “vado via”, ma “parto per Urano, per colorare il cielo e costruire nuove stelle”. Un’ultima bugia dolcissima, inventata per non spezzare il cuore di un figlio.

In quella strana estate sospesa nel tempo, Clarisse aveva regalato a suo figlio attimi eterni, ritagliandoli come piccoli miracoli tra la realtà e il sogno: storie di galassie lontane, promesse dipinte nella notte, e una richiesta struggente— "Se vedrai una mia lacrima, raccoglila. Va posata ai piedi dell’albero della musica, perché ogni dolore può diventare melodia.”

È in questi frammenti che Arthur si rifugia mentre attende. E il passato si intreccia con il presente, in un ricamo di memorie e nuove speranze. C'è qualcosa di magico, di sacro, in questo alternarsi di nascita e separazione. Una madre che parte, una figlia che arriva. Un cuore che si rompe, un’anima che si amplia.

Il romanzo non ti prende solo per mano: ti trascina dolcemente nell’abisso luminoso del sentire. Ogni pagina è un battito, ogni frase è una carezza bagnata di nostalgia. È uno di quei libri che ti lascia spogliato e pieno al tempo stesso, con l’anima trafitta ma anche grata per il dolore che riconnette alla verità più profonda: l’amore, quello vero, non finisce. Semplicemente cambia forma.

“La fabbricante di stelle” non è solo una storia. È un canto silenzioso per chi ha perduto, un faro per chi attende, una costellazione cucita con lacrime e sogni. 
Leggerlo è come tornare bambini per un attimo. 
È lasciarsi consolare da una bugia luminosa. 
È dire a se stessi, senza vergogna:

“Anch’io voglio credere che mia madre sia su Urano a dipingere le stelle.”

Sì, questo libro è un balsamo per chi ha conosciuto il vuoto dell’assenza.

Lo consiglio a chi ha perso una madre, un padre, una persona che ha lasciato un’orma profonda e ancora viva nel cuore.
A chi, anche da adulto, sente la necessità di credere che chi se ne è andato non sia scomparso, ma semplicemente partito per un’altra galassia. 
A chi ha avuto un addio senza risposta, e cerca conforto in una bugia bella, piena di luce, come quella di Clarisse.

Ma anche a chi non ha subito una perdita concreta ma sente la nostalgia di qualcosa che non sa nominare.
A chi ama i racconti che parlano alla parte più fragile e tenera di noi. 
A chi ha bisogno di una storia semplice e struggente, che scavi con delicatezza e lasci germogliare qualcosa di nuovo.

“La fabbricante di stelle” non consola solo: trasforma il dolore in poesia, la mancanza in musica. 
È una carezza per chi vuole ancora credere che le lacrime abbiano un senso, anche quando sembrano cadere nel vuoto. 


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

domenica 15 giugno 2025

L'INVERNO NEL CUORE

 




L'inverno nel cuore - Stefania Calà, Francesco Caputo -

recensione a cura di Gino Campaner

 

📖Spiccioli di trama: in questo romanzo Eva, la ragazza che in Nomen omen (il romanzo precedente di S. Calà) era un personaggio si molto importante ma non assoluta protagonista, diventa personaggio centrale della storia. Si viene a conoscenza della sua drammatica e difficile vita prima che arrivasse in italia. Del suo precario presente, suo e di sua figlia Hanna, con la quale, dopo varie peripezie, è riuscita a ricongiungersi. Del suo lavoro come cameriera. Del suo coinvolgimento nell'indagine che il commissario Santi sta seguendo che riguarda la morte di una giovane donna trovata senza vita in un parcheggio. Pochi giorni prima era andata a mangiare, in compagnia di un uomo e di un'altra ragazza, proprio nel ristorante dove lavora Eva.... 

 🔥Punto di forza: sono diversi, primo fra tutti da rimarcare il fatto che pur trattandosi di un lavoro svolto a quattro mani non si capisce quale sia la parte scritta da uno e quella dell'altro. Sono perfettamente amalgamate e prive di evidenti differenze. Il ritmo poi è vivace, la storia avvincente e ben raccontata. Si legge con piacere e si empatizza con un po’ tutti i personaggi principali. Su tutti spicca ovviamente Emma. Una vera e propria forza della natura. Determinata e volitiva. Molto meno nelle questioni di cuore però... 

🙁Punto debole: dal mio punto di vista, per quel che sono i miei gusti personali, il punto debole più evidente è la parte "gialla" del romanzo. Il libro è scritto in maniera impeccabile ed i protagonisti lasciano il segno ma è un romanzo giallo con molte venature di rosa, sotto un cielo terso e splendente. Il romanzo è assolutamente coerente dal principio alla fine. Speravo lo fosse meno. 

🏁Finale: un finale nel quale l'intera vicenda viene finalmente svelata. Fino a quel punto era stata sapientemente nascosta o rivelata solo in parte. Le ultimissime pagine emozionano e chiariscono ulteriormente alcuni aspetti ancora sconosciuti. 

🎓Giudizio complessivo: ⭐⭐⭐⭐
Avevo letto il romanzo di Stefania Calà precedente a questo (Nomen omen) che aveva gli stessi protagonisti. Non potevo certo non prendere in considerazione L'inverno nel cuore, che rappresenta il prequel a quella storia. Non è proprio un romanzo appartenente alla mia comfort zone ma non volevo assolutamente mancare di continuare a seguire (anche se in realtà queste vicende avvengono prima) le vite di Emma, Cristiana, Federico, Eva, del commissario Santi ecc. Per i miei gusti c'è troppo miele e poco cinismo. Nomen omen mi era piaciuto, soprattutto grazie agli indovinatissimi personaggi. Questo prequel oltre a proporre una indagine a se stante, quindi perfettamente fruibile anche da chi non ha letto Nomen omen, rimane per i fans di Emma e Federico una lettura imprescindibile. Io mi sono divertito molto, complimenti agli autori. 


genere: giallo

anno di pubblicazione: 2025

 


sabato 14 giugno 2025

UN CARO SALUTO

 



📚✨ Un caro saluto - Natalie Sue

recensione a cura di Alice Bassoli


Divertente, esilarante, commovente.
Jolene Smith è una donna reale, incasinata, cinica, a tratti antipatica… ma irresistibilmente umana. ❤️‍🩹

📧 La sua arma segreta? I post scriptum in bianco, scritti alla fine delle e-mail per insultare (in silenzio) i colleghi che detesta. Un gesto piccolo e ribelle che tiene a bada la frustrazione… fino al giorno in cui tutto cambia.
Un nuovo capo, una scoperta imprevista… e Jolene si ritrova a leggere la posta altrui 👀💻

💔 E da lì, tra una risata e un pugno nello stomaco, comincia una trasformazione che mi ha commossa.
Perché dietro ogni collega odioso, c'è una ferita.
Dietro ogni battuta tagliente, un cuore che ha sofferto.

📖 La scrittura di Natalie Sue è fluida, scorrevole, incolla alle pagine senza sforzo.
Una lettura che mi ha fatto tanta compagnia, mi ha fatto ridere e riflettere. Sì, a volte ho anche pianto 😅💧
Perché è una storia che sa di vita vera. Di fragilità, di rinascita, di piccoli miracoli quotidiani.

💬 Ho avuto modo di mandarmi qualche messaggino con l’autrice su Instagram e si è dimostrata super gentile e disponibile! Una persona vera, come il suo romanzo. 🌟

📌 Assolutamente consigliato!


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025


mercoledì 11 giugno 2025

REGIO CRIMEN

 




Regio crimen – AA.VV.

recensione a cura di Monica Manino

 

Scrivere racconti non è semplice. Molto più facile cimentarsi in un romanzo. Perché condensare in poche pagine una storia, delineare personaggi, costruire un mistero e il suo disvelarsi è davvero un’impresa complessa.

Eppure gli autori del collettivo Torinoir presenti in questa raccolta ci sono riusciti. E bene anche.

I racconti, alcuni scritti a quattro mani, altri da un’unica penna, alzano il sipario su una Torino quasi spettrale; aprono le porte di un teatro Regio, luogo simbolo della città, per una volta spettatore di tragedie concrete.

Sembra di sentirle le arie d’opera risuonare nei sotterranei, sul palco, in galleria, fin su, sui tetti della città, sotto quel Cielo che da sempre osserva il capoluogo sabaudo con rispetto e distacco.

Ed è proprio così, tra le note, che il confine tra fantasia e realtà, vita e finzione si fa confuso.

Riascolteremo la voce della divina Callas. Osserveremo giovani dissidenti tentare di dare voce al loro disagio. Ci commuoveremo di fronte al dolore di una donna tradita, di una madre ferita. Seguiremo polizia e amici cercare di far luce sulla morte sospetta di uno scrittore. Ci stupiremo quando la verità sulla fine di un addetto alle scenografie verrà svelata. Sarà difficile rimanere indifferenti di fronte ad un ragazzo di 17 anni, a una poliziotta e al loro muto dialogo. Il cuore perderà un battito nel leggere di una sottile vendetta che cela soltanto la fragilità di chi ha molto amato. E infine saluteremo Marco G. Dibenedetto  non prima però di averlo ascoltato ancora una volta.

Perché nessuno di coloro che se va scompare del tutto. Ognuno resta e vive nel ricordi di chi ha conosciuto ed amato.

Questa raccolta di racconti noir voluta fortemente da Marco e concretizzata dai suoi più cari amici e colleghi vuole proprio colmare la distanza tra loro e lui. E’ una dichiarazione straordinaria di amicizia e vicinanza a chi è scomparso e ai suoi cari.

Ma è anche un dono prezioso per i lettori che attraverso parole e frasi rivivranno una particolare sensazione, sentiranno risuonare l’eco di un’emozione, ritroveranno se stessi.

Ogni pagina parla al nostro IO più profondo ricordandoci che non sempre l’assassino è il vero colpevole, che ciascuno di noi ha sofferto per qualcuno o qualcosa ma allo stesso tempo ha procurato dolore o fastidio ad altri con un atteggiamento o con parole magari non dette.

Questa è infine l’essenza del noir che assomiglia molto più di ciò che crediamo alla vita.

L’invito è a leggere REGIO CRIMEN per diletto, per riscoprire noi stessi, per incontrare e conoscere autori bravissimi, per avere accesso al teatro Regio di Torino da spettatori privilegiati ma soprattutto per sussurrare alla famiglia e al figlio in particolare, cui andranno i diritti d’autore, quanto Marco sia stato amato.

Buona lettura


genere: racconti gialli

anno di pubblicazione: 2025


NON MENTIRE

 




Non mentire - Freida McFadden -

recensione a cura di Stefania Calà

 

Una immensa dimora sperduta nel nulla, una giovane coppia che visita la casa in previsione di un possibile acquisto, una bufera di neve che isola i due sposini all'interno dell'abitazione per giorni, rumori sospetti, quadri spostati, stanze segrete, la precedente proprietaria scomparsa e mai più ritrovata... insomma, i cliché ci sono tutti.

Eppure... eppure questo thriller si lascia leggere, incuriosisce, ti spinge a voltare pagina per cercare di capire come si andranno a incastrare tutte le tessere del puzzle. 

Ho apprezzato la narrazione binaria presente/passato e il cambio di prospettiva (Tricia, la giovane sposina, e Adrienne, la psichiatra scomparsa).

Bella l'idea di far ritrovare (e ascoltare) a Tricia le cassette con le registrazioni delle sedute dei pazienti di Adrienne. 

La scrittura è disinvolta, fluida, scorrevole. 

Il finale mi ha spiazzata, lo devo ammettere. Mi ero prefigurata un altro scenario, suggestionata dai vari indizi che l'autrice ha disseminato lungo la strada al solo fine di confondere. Sono rimasta un po' delusa, non tanto perché non ho indovinato, quanto piuttosto perché ho trovato l'epilogo forzato. Forse avrei preferito un finale più banale ma più coerente. 

In ogni caso è stata una buona lettura, soprattutto per l'intreccio narrativo, oltremodo accattivante.

Voto 7/10

 CIT. "Mia madre dice sempre che due persone possono tenere un segreto solo se una di loro è morta."


genere: giallo 

anno di pubblicazione: 2024


martedì 10 giugno 2025

LA VILLA SULLA COLLINA

 




La villa sulla collina - Elisabeth Hand -

recensione a cura di Elisa Caccavale


Con La villa sulla collina (casa editrice Astoria, 400 pagine), l’autrice Elisabeth Hand, ci conduce in un universo narrativo che si rifà esplicitamente — e con autorizzazione — al celebre L’incubo di Hill House di Shirley Jackson. Non si tratta di un semplice omaggio: l’autrice ha ottenuto il permesso di utilizzare temi, suggestioni e ambientazioni del capolavoro della Jackson, cimentandosi così in un’opera che si muove nell’ombra ingombrante di un grande classico del gotico moderno.

La trama ruota attorno a un piccolo gruppo di individui guidati da Holly, un’aspirante (e attualmente fallita) regista teatrale che decide di portare il cast dell’opera che ha scritto e sta mettendo in scena a svolgere le prove in una villa isolata e circondata da un’aura di mistero. Pensa che sia il luogo adatto per trovare ispirazione e coinvolgimento dal momento che la sua rappresentazione teatrale parla di una strega e così tutti i protagonisti si riuniscono nella villa che dà il titolo al romanzo. Queste prove, che sembrano più un esperimento psicologico, ben presto si trasformano in qualcosa di più oscuro e ambiguo. Come in Hill House, la casa stessa sembra essere un personaggio a sé: viva, inquietante, mutevole. Tutto si svolge quasi esclusivamente al suo interno, in uno scenario quasi teatrale che crea un senso di claustrofobia crescente.

L’autrice riesce con discreta abilità a evocare atmosfere rarefatte e inquietanti, restituendo quella sensazione di straniamento e instabilità emotiva tanto cara alla Jackson. Tuttavia, proprio come accade talvolta anche nei romanzi della stessa Jackson, il ritmo narrativo risulta piuttosto lento e monotono. Le scene tendono a ripetersi, le dinamiche tra i personaggi si avvitano su sé stesse e l’azione — se così si può chiamare — procede più per accumulo che per sviluppo.

I personaggi sono, indubbiamente, il punto forte del romanzo: ben caratterizzati nelle loro manie, nei loro egoismi, nelle loro sottili rivalità. Ognuno cerca, più o meno consapevolmente, di imporsi come protagonista in un contesto che invece li annulla e li sovrasta. Eppure, nonostante la cura nella costruzione psicologica, alcune delle decisioni che prendono risultano poco credibili, forzate più dalla necessità della trama che dalla coerenza interna dei loro comportamenti.

In conclusione, La villa sulla collina è un esercizio di stile interessante, che riesce a trasmettere efficacemente le atmosfere disturbanti del suo illustre modello, ma che fatica a mantenere alta la tensione narrativa. Un romanzo consigliato agli appassionati del gotico psicologico, consapevoli però di trovarsi di fronte a una lettura più d’atmosfera che d’azione, dove il terrore è sottile, ma anche la noia, talvolta, fin troppo tangibile.

 
genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2024


lunedì 9 giugno 2025

UN MATRIMONIO IDEALE E ALTRE NOVELLE

 




Un matrimonio ideale e altre novelle - Luigi Pirandello -

recensione a cura di Patrizia Zara



Luigi Pirandello è impossibile da non amare. Non mi stanco mai di leggerlo. È un interprete straordinario di un linguaggio che si rinnova a ogni lettura: diretto e capace di trasmettere l’angoscia—più o meno esplicita—dei suoi personaggi senza filtri ipocriti o fuorvianti. Il tutto avvolto in un turbinio di flussi di coscienza, tra allegoria, umorismo e bizzarria.

Nessuno, proprio nessuno, ha saputo descrivere il teatrino delle esistenze come lui. Pedine scomposte su una scacchiera, frantumate nella loro fragile e apparente unicità. Impossibile eguagliarlo, imitarlo, figuriamoci superarlo. E, nonostante il tempo e il progresso, la sua opera resta di una modernità sconvolgente.

Le sette novelle raccolte in *Un matrimonio ideale* sono ciascuna straordinaria a modo suo. Il filo conduttore? Il rapporto coniugale e gli elementi amaramente unificanti di ogni storia: l’assenza d’amore, la mancanza di felicità, l’incomprensione, l’incapacità di coniugare ciò che è con ciò che si porta dentro.

La vita è un impasto di farsa e commedia degli equivoci, un miscuglio sorretto dal "sentimento del contrario", da cui deriva un incredibile gioco di umorismo scenico. Tra il grottesco e il bizzarro si insinua il dramma.

Mi ricorda quando, alle medie, a fine anno si metteva in scena una delle favole più famose in lingua francese o inglese ("Cenerentola", "Biancaneve"...) e si assegnavano i ruoli. Avrei voluto essere la principessa indifesa, con lo sguardo dolce e puro di un cerbiatto ferito. Mi sentivo così.

E invece, ahimè, la mia statura fuori dall’ordinario, i lineamenti forti e mediterranei, gli occhi neri, le sopracciglia arcuate, le labbra sottili, mi condannavano sempre a interpretare la strega cattiva o la regina dispotica. Ma come far capire che detestavo quei ruoli? Gli altri mi vedevano così, e c’era poco da fare.

A un certo punto mi sono arresa, adattandomi. Ho creduto fosse il mio destino, la mia maschera, la mia etichetta sociale. Eppure dentro di me continuavo a domandarmi: perché l’esteriorità non combaciava con l’interiorità? Perché ognuno vede ciò che vuole, secondo i canoni imposti dalla società, incasellando tutto in etichette? Non lo comprendevo allora, e non lo comprendo neppure ora.

Del resto, nulla è cambiato: quanti attori portano il loro personaggio più famoso sino alla tomba, perdendo ciò che erano stati realmente? Mi viene in mente, così estemporaneamente, "Rock Hudson", per chi se lo ricorda.

> "Era una spina, questa, per la signora Rossana: il concetto, cioè, che tutti, non il marito soltanto, s’erano formato di lei, ch'ella fosse esagerata. 
> Questo concetto dipendeva, a suo credere, dalla disgrazia comune a tutta la famiglia, la soverchia altezza. 
> Della sua, la signora Rossana aveva un dispetto acerbo e smanioso, perché le impediva di essere, come avrebbe voluto e come dentro di sé si sentiva, una gattina sentimentale. Così lunga soffriva, soffriva tanto; ma nessuno voleva credere ai suoi languori, alle sue sofferenze; e tutti, sorridendo, le rispondevano: - Via via, signora Rosanna, esagerazioni!" ("Un matrimonio ideale")

Grandioso, immenso Pirandello. Genio assoluto nel ridicolizzare il cerimoniale delle convenzioni e del conformismo, nel disintegrare certezze, verità assolute e realtà visiva.

Nessuno, proprio nessuno, è davvero qualcuno. Ognuno di noi può essere centomila volti in uno—e nessuno. Riflessi di un’identità che si specchia in un mare infinito di solitudine.

Le sette novelle:
1. Un matrimonio ideale
2. Tutto per bene
3. Prima notte
4. Pensaci, Giacomino!
5. Quando s’è capito il gioco
6. Stefano Giogli, uno e due
7. L’uscita del vedovo


genere: narrativa

 


domenica 8 giugno 2025

IL MANTELLO DI RUT

 




Il mantello di Rut - Paolo Rodari -

recensione a cura di Rossella Lombardi


“ Ci sono ferite  che lacerano l’anima e non guariscono. Si possono lenire solo con il perdono  e con le parole “

Ero preparata ad affrontare ,con questa lettura, una storia dolorosa , legata alla Shoah. Infatti i personaggi descritti affrontano scelte difficili : abbandoni, paure, sensi di colpa …ma tutto viene raccontato con grande delicatezza,  profondità  e partecipazione. La storia mi ha molto coinvolta  e commossa. Mi ha permesso anche di riflettere su temi molto intimi  quali per esempio il significato della fede e il  cercare qual è la propria missione nella vita, per darle   un senso.

 Questo è un romanzo con  una struttura semplice e lineare ma che affronta temi profondi con un’accurata ed efficace  scelta delle parole. La lettura risulta scorrevole ed avvincente. Il ritmo è piacevole  ed adeguato ai contenuti  : la narrazione dei fatti  si alterna  misuratamente  a pagine di riflessioni  ed approfondimenti, senza appesantire lo sviluppo della storia.

Nel 1926, a dodici anni, Remo  viene accompagnato dalla madre ,rimasta vedova con quattro figli maschi, al Seminario Pontificio ; lo costringe a questa scelta per i gravi problemi economici della famiglia ma forse anche per  garantirgli un’istruzione , avendo intravisto  in lui grandi potenzialità .  Il protagonista ci descrive,  con molta delicatezza, il suo difficile rapporto con la madre, anaffettiva  e troppo spesso dura.  “In casa, a differenza dei miei fratelli, non avanzavo pretese , era il mio modo di amarla. Solo così, pensavo, sarei riuscito a conquistare il suo amore . Il nostro era un rapporto fatto di silenzi”. 

 In Seminario Remo è vittima di un’educazione  repressiva, svilente e sessuofobica che lo porta  a chiedersi  costantemente il senso della sua vita.  Fortunatamente , dopo qualche anno, incontra un prete ,Sean,  che diventerà il suo riferimento  educativo: gli insegnerà a praticare il dubbio  e a porsi sempre domande, invece di dare ordini.  Remo poi diventa  parroco , nel quartiere Monti, accanto al Collegio dei Catecumeni che ospitava anche bambini orfani.  Nel 1943 incontra un’altra donna che cambierà la sua vita, la vedova  Rachele, ebrea e giovane madre di Aida.   Remo e Rachele si innamorano  ma  coltivano  un amore casto e pieno di sensi di colpa. Il giovane prete vivrà giorni di  confusione  e dubbi sulla sua fede e sulla sua missione. Rodari qui ci regala profonde ed interessanti riflessioni  sulla fede, sulla libertà e sull’amore. Ci descrive anche il contesto sociale  di quegli anni: le crudeltà dei nazisti, il comportamento  di  molti cristiani che per 5000 lire tradivano i vicini di casa ebrei. Ci presenta anche il personaggio di Celeste , una giovane donna ebrea che, convinta di salvarsi così la vita, denunciava i suoi amici ebrei. Rachele decide allora  di scappare, per salvarsi, dopo aver  dolorosamente affidato Aida a Remo . Gli chiede di stendere simbolicamente” il mantello” su di loro ( nella Bibbia il personaggio di Rut stende il mantello  sui suoi cari , gesto che rappresentava   fedeltà e protezione ). Remo accetta di occuparsi  della piccola Aida e  con lei salverà altri venti piccoli ebrei, durante i rastrellamenti, nascondendoli ai nazisti , con l’aiuto di alcune suore.

Remo, ormai molto anziano, attraverso una lunga lettera  racconta ad Aida, diventata una donna, la loro storia  comune.  Le allega anche un messaggio che Rachele avevo scritto , destinato alla figlia , contenente  parole che forse tutti noi vorremmo  rivolgere ai nostri figli: “ Ti prego, se cadi rialzati e ritorna sempre a ciò che i tuo cuore desidera. Fai attenzione: ci sarà sempre qualcuno che pretenderà di sapere  ciò che è giusto per te , ma quella è la sua strada, non la tua. Nessuno può decidere al posto tuo quale percorso  devi intraprendere , chi e cosa devi essere…..”

Remo è un personaggio forte che, prima di  essere un rappresentante della Chiesa, è un uomo , un uomo giusto capace di mettere in pericolo la propria vita per salvare  delle persone ingiustamente  colpevoli solo perché appartengono  a una fede diversa dal Cristianesimo.  Rodari non dimentica  le responsabilità della Chiesa e del Papa di quel tempo  verso l’antisemitismo  ma ricorda anche che  centinaia di preti e suore hanno salvato dalla follia nazista  4300  persone.

Mi sembra molto evocativa la scelta da parte dell’editore  di questa copertina . Sfumate si intravedono tra le nuvole  le figure di Rachele ed Aida che, incamminandosi verso un orizzonte  azzurro , vengono quasi ricoperte, avvolte dal mantello della  Chiesa che, secondo me, ha  rappresentato certamente la concreta salvezza per molte persone , ma che può simboleggiare  anche la  Fede ( qualunque Fede) che  offre  a tutti  coraggio, accoglienza, protezione e speranza .

Voto = 8/10


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025


venerdì 6 giugno 2025

SOPRA I TETTI DEI PALAZZI

 




Sopra i tetti dei palazzi – Claudia Lombardo -

recensione a cura di Francesca Tornabene

 

Siamo come pezzi sparsi della stessa conchiglia che il mare rimette insieme".

Con una scrittura fortemente evocativa, la scrittrice mette a nudo la sua anima ed esplora i sentieri che hanno percorso le sue emozioni più intime, le paure, le ansie, i sogni e il male di vivere.

Così, in punta di piedi come davanti ad una pietra preziosa, ho iniziato il mio viaggio letterario tra i confini di un romanzo di formazione che affronta principalmente il tema dei disturbi alimentari.

Il romanzo è scandito da tempi ciclici che svelano i pensieri di Greta e il suo rapporto con il cibo, lo specchio, la famiglia, gli amici, la scuola, l'amore e la terapia di gruppo.

Leggerlo è stato come assistere ad una magia che si ripete ogni volta che chiudo gli occhi davanti ad un libro.

Ho visto come la fragilità può diventare forza e i sogni l'unica bussola nella realtà.

Ho fatto il tifo per Greta segretamente.

È vero, crescere è meraviglioso ma anche terribile. Nella sofferenza siamo tutti soli, ma nessuno si salva da solo.

I problemi poi, non finiscono mai. È facile perdersi ma l'importante è non smettere di cercare il sentiero luminoso che riconduce sempre a casa.

Ho provato diverse sensazioni davanti lo specchio di quelle immagini interiori. Emozioni così forti che persino adesso mi sembra di planare su una bolla di sapone sopra i tetti dei palazzi.

Mi è rimasto in bocca quel sapore dolce che solo le favole e lo zucchero filato sanno dare.

Ho sentito una tenerezza che non provavo da anni.

Ho avuto l'irrefrenabile voglia di piccole cose e gesti semplici, quali una brioscia con il gelato, di fare le bolle di sapone, di disegnare, di tornare nei luoghi a me cari, al mare, per sentire il rumore dei ricordi e delle possibilità, ma soprattutto di trascorrere un'altra giornata memorabile con le persone che amo a ridere di nulla, parlare di niente e bere un caffè.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

 


mercoledì 4 giugno 2025

ESERCIZI DI STILE

 




Esercizi di stile - Raymond Queneau -

Recensione  a cura di Francesca Simoncelli 

 

“Esercizi di stile” è un libro insolito, nel quale l'autore fa esperimenti linguistici.  

Un testo molto semplice, banale, di poche righe, viene riproposto in 99 varianti, ognuna con uno stile differente, nel quale lo scrittore gioca con la grammatica: ci sono molte figure retoriche, ma anche poesia, sonetti, dialetto; alcuni testi sono quasi incomprensibili, altri buffi da far sorridere, ma comunque tutti interessanti, perché fanno riflettere su come una stessa cosa può essere osservata da così tanti punti di vista differenti.  

Non ero a conoscenza di libri di questo genere: per me è stata una rivelazione e una bella scoperta; mi è piaciuto leggere, una dopo l'altra, tutte le varianti e spesso ho pensato " ma quanta fantasia, oltre alla tecnica grammaticale, ha avuto l'autore, per realizzare un'opera del genere?" 

Il libro originale è in francese, io l'ho letto in italiano, tradotto da Umberto Eco, che non ha dovuto soltanto trasporre, ma anche rielaborare alcuni testi per rendere comprensibili i giochi di parole che Queneau aveva composto. 

 Credo non sia stato un lavoro da poco, ma stiamo parlando di Eco... e lo ha fatto in modo magistrale! 

Mi sono divertita, pagina dopo pagina, a scoprire tutti i giochi di parole, ho rispolverato figure retoriche studiate a scuola e ne ho imparate di nuove.  

Ad abbellire e completare il libro, c'è il testo in francese accanto, per chi volesse mettere a confronto le varianti; ed anche io, incuriosita, ne ho lette alcune in lingua originale.  

È il primo testo di questo genere in cui mi avventuro e devo dire che ha superato le mie aspettative.  

Riporto di seguito brevi estratti di due varianti che mi sono piaciute, perché particolarmente simpatiche:  

“VOLGARE”, che Eco traduce nel dialetto romanesco  

“Aho! Annavo a magna’ e te monto su quer bidone de la Esse… Te possino! …E metti un bottone de qua’ e sposta un bottone de là e ancora un po’ ce faceva lo spacchetto” 

“DISTINGUO”, in cui Eco ha ben riproposto in italiano un gioco di parole  

“Un bel dì sul torpedone (non la torre col pedone) scorsi (ma non preteriti) un tipo (ma non un carattere a stampa) ovvero un giovinotto (che non era un sette da poco cresciuto)” 


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2014