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giovedì 27 febbraio 2025

L'ISOLA DEI FEMMINIELLI

 



L'isola dei femminielli - Aldo Simeone -

recensione a cura di Rossella Lombardi


Questa è una storia vera tutta italiana, del periodo fascista, sconosciuta a molti, a me per prima, che l’autore coraggiosamente porta alla luce, dando voce a personaggi realmente vissuti; i fatti raccontati naturalmente risentono poi in parte della finzione narrativa.

Dell’arcipelago delle Tremiti fanno parte due piccole isole : l’isola di San Nicola , che nel 1937 fu destinata dal governo fascista alla detenzione/confino dei rivoluzionari, degli anarchici e degli oppositori politici ( Sandro Pertini fu uno di questi) e l’ isola di San Domino che accolse in quegli anni  i “ pederasti”, colpevoli di “ attentato alla moralità pubblica e alla sanità della stirpe”. Nel 1938 gli omosessuali venivano perciò lì mandati al confino per cinque anni, rinchiusi sull’ isola in due grandi camerate di cemento armato, freddissime in inverno e caldissime in estate. Nel 1939, anno in cui si svolge la storia narrata da Simeoni, gli ospiti erano circa novanta, in gran parte siciliani e campani. L’isola venne perciò chiamata in modo dialettale (napoletano)e dispregiativo “ dei femminielli”, riferendosi a uomini con atteggiamenti affemminati o  “degli arrusi” (siciliano) indicando gli  omosessuali passivi.

I personaggi principali,  presentati nella storia, non hanno nomi propri ma solo soprannomi  (spesso dialettali) che ne sottolineano le caratteristiche  peculiari: Sticchina, Picciridda, Placidina, Leonessa, Professore, Francesina…questo  forse per voler prendere le distanze dalle vite e dalle storie precedenti; quasi per voler  indicare una vera rinascita  su quell’isola. Lì ciascuno trova una comunità, quasi una famiglia, all’interno della quale poter essere finalmente se stesso. Certamente non mancano litigi, gelosie, storie d’amore, rivalità, capricci…forse come in tutte le grandi famiglie; lì viene sperimentata la condivisione di un disagio, di una sofferenza, del furto della propria dignità e del  riconoscimento sociale ma anche la consapevolezza di essere dai compagni accettati e, in alcuni casi, protetti.

Il gruppo degli arrusi  deve anche fare i conti con l’ indifferenza e spesso il disprezzo degli abitanti del villaggio presente sull’isola, soprattutto dei giovani, ma anche delle guardie carcerarie  che spesso approfittano del loro potere, in cambio di segrete prestazioni sessuali.

Ciascuno e tutti insieme vivono un’esperienza di presa di coscienza della propria identità, come un’iniziazione; così parlano di sé: “Se lorsignori ritengono che noi costituiamo un pericolo  per lo stato, che ci  curino, invece di punirci per un difetto alla nascita di cui sono colpevoli Dio e le nostre mamme…..Noi non siamo tutti arrusi, né tutti alla stessa maniera. E’ quello che vogliono farci credere gli altri: essere uguali fra noi e diversi da loro. Ma invece no, noi siamo tutti diversi!.... Noi dobbiamo pensare al futuro, a quando usciremo di qua, a chi vogliamo essere e cosa vogliamo fare ……Abbiamo bisogno di voler bene a qualcuno, si può fare a meno dell’ amore ma non di amare “

Nel 1940 il carcere è diventato necessario  per i prigionieri di guerra, così gli omosessuali vengono quasi tutti rilasciati e rimandati a casa (o in guerra),dove dovranno da soli ricostruirsi  una vita.

Questo libro mi ha molto emozionata e coinvolta, portandomi ad empatizzare con ciascuno dei personaggi. La scrittura è delicata, malinconica, a tratti anche ironica. La struttura  della narrazione è lineare ed il ritmo adeguato ed incalzante.

genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2024


mercoledì 26 febbraio 2025

KINTSUGI

 




Kintsugi - Lorena Marcelli –

recensione a cura di Maria Rosaria Vitalone

 

“E’ proprio questa la verità. Nella vita si deve cercare il modo di far fronte in maniera positiva ad eventi traumatici, di crescere attraverso le proprie esperienze dolorose, di valorizzarle, esibirle, e convincersi che sono proprio queste che rendono ogni persona unica, preziosa.” (cit. pag. 46)

Kintsugi, nuova bellezza è l’ultimo romanzo di Lorena Marcelli, scrittrice abruzzese di lungo corso, che ha pubblicato con diverse case editrici: da Sperling&Kupfer a Emma Books, passando per Rizzoli. Con Kintsugi la nostra scrittrice, che racconta spesso figure storiche femminili, esce dai suoi canoni; è il primo romanzo che verte su una storia di crescita e di formazione.

Kintsugi significa letteralmente "riparare con l'oro"; è una tecnica di restauro ideata da ceramisti giapponesi, in origine, per riparare tazze in ceramica per la cerimonia del tè e dopo è stata applicata anche per altri oggetti. Le linee di rottura sono lasciate visibili e vengono evidenziate con polvere d’oro. Si accentua così la loro bellezza, trasformando la fragilità in un punto di forza e perfezione. 

In questo suo romanzo Lorena Marcelli riesce a coniugare il senso materiale del kintsugi con quello spirituale. 

E’ la storia di quattro ragazzi che incontriamo nel 1983 a Roseto degli Abruzzi, durante un’estate di vacanza e spensieratezza. Sono Martina, Massimo, Maia e Maria, sono coetanei, ognuno di loro ha un carattere diverso, c’è chi proviene da una famiglia numerosa e chi è unico figlio. Sanno che presto il loro destino li porterà lontani dalla cittadina sul mare, andranno all'università in una città distante e dovranno affrontare la loro esperienza di vita altrove. Hanno un altro obiettivo i nostri protagonisti: non si divideranno, la loro amicizia è molto importante e molto forte. 

Ma la vita non segue sempre la direzione che vogliamo. La vita divide, allontana, mette alla prova. In queste pagine seguiamo le esperienze di Martina, Massimo, Maia e Maria, seguiamo le loro vicende, li vediamo affrontare le sfide che la vita pone loro davanti e, inevitabilmente, ci confrontiamo con quel che accade loro.

I temi trattati dall’autrice sono molti e riguardano sentimenti come l’amicizia e l’amore o come l’indifferenza e l’invidia, ma anche il senso di inadeguatezza, la depressione e i disturbi alimentari. Lorena Marcelli sviluppa questi temi in maniera interessante, in un crescendo che segue di pari passo le varie fasi di crescita dei quattro ragazzi. 

E’ inevitabile per il lettore fare un'analisi introspettiva, riflettere sulle azioni e sulle dinamiche della storia, arrivando a capire fino in fondo quel che si può definire “l’effetto kintsugi”. Una lettura piacevole, istruttiva e costruttiva ancora più avvalorata da una scrittura precisa e delicata.

Ogni parola è scelta con cura, dosata al punto giusto così da evocare belle immagini, senza mai risultare eccessiva. La Marcelli ha una prosa che scorre con naturalezza, sa giocare con i tempi e con i toni, tanto da arricchire la narrazione, consegnando al lettore una storia profonda e con un ritmo perfetto.  


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2024

 


martedì 25 febbraio 2025

LA SPINTA

 




La spinta – Ashley Audran – 

recensione a cura di Lilli Luini


Libro d’esordio di un’autrice canadese, un ottimo esordio, bisogna dirlo.

La spinta, titolo geniale la cui connessione con la trama si capisce verso la fine, è una storia di maternità realistica e crudele. Ce la racconta Blythe, aspirante scrittrice, con un monologo in cui si rivolge al marito. Il passato della donna è devastante: sua madre Cecilia e sua nonna Etta sono state pessime madri. “Le donne di questa famiglia… beh, siamo diverse” dicevano. Etta ha abbandonato Cecilia e Cecilia ha abbandonato Blythe, che non si sente affatto sicura di poter spezzare la catena.

All’università incontra Fox, futuro architetto, bel ragazzo che viene da una famiglia felice. Il loro è un amore luminoso, raccontato talmente bene da farmi ritrovare ricordi e profumi della mia giovinezza. Per dieci anni le cose funzionano a meraviglia, finché Fox convince la moglie a fare un figlio. La nascita di Violet è un arricchimento nella vita del padre, uno tsunami in quello della madre, che si occupa di lei a tempo pieno, sentendosi inadeguata, incapace di fronte a una bambina che, fin da subito, mostra una spiccata predilezione per il papà e un freddo distacco dalla mamma. In queste pagine il romanzo diventa claustrofobico: viviamo l’esasperazione di Blythe, il suo dolore sordo, la sua incapacità di sentirsi connessa con la bambina, in definitiva la mancanza di quell’amore materno che ci insegnano essere in dotazione di tutte le donne. Di fronte a tutto questo Blythe è sola, come sempre lo sono le donne: il marito non comprende le sue difficoltà, si arrabbia di fronte a certi suoi atteggiamenti (e a volte ha ragione, diciamocelo), solo la suocera sembra preoccuparsi per quella che comincia ad essere una discesa nell’infelicità e nella depressione. Una discesa che molte donne compiono e di cui è responsabile una narrazione di famiglia e di maternità tipica del passato ma ormai impraticabile nel mondo così cambiato. Eppure tutti, e le madri in primis, continuano a esserne condizionati.

“Le donne della nostra famiglia… beh, siamo diverse”: e diversa è anche Violet, Blythe se ne rende conto, ma nessuno le crede. E noi lettori, a chi crediamo? Pagina dopo pagina la situazione si fa sempre più inquietante e ambigua. Mi fermo qui con la trama, perché questo è anche un thriller psicologico, che ti mozza il respiro. Una vicenda senza lieto fine, un libro che non si dimentica.


 genere: thriller

anno di pubblicazione: 2021


lunedì 24 febbraio 2025

IL CONSOLATORE

 




Il Consolatore - Jostein Gaarder -

recensione a cura di Patrizia Zara



Dopo aver letto con piacere "Il mondo di Sofia" e "L'enigma del solitario", non potevo non leggere questo romanzo. Jostein Gaarder ha, a mio avviso, un modo di scrivere così ingegnoso che cattura l'attenzione sia per come imbastisce la trama, sia per i temi trattati, sia per lo stile limpido e genuino tipico delle persone erudite. Gaarder ha l'abilità di intrecciare argomenti specifici, in questo caso la filologia e l'etimologia delle parole, con i grandi interrogativi dell'esistenza, nel caso specifico con il comunissimo e contraddittorio sentimento della solitudine.

L'outsider Jakop è un uomo particolarmente bizzarro, una persona eccentrica che alcuni, a suo dire, definiscono addirittura un mostro. Ma Jakop è soltanto e solamente un uomo solo, un estraneo che non fa parte di una trama sociale perché non appartiene a nessun gruppo: "non ho figli o nipoti, né fratelli o sorelle o genitori vivi". Tuttavia, possiede l'abilità nel creare storie di presunte amicizie: "ma ho parole vive che escono dalla mia bocca, e in loro posso vedere chiaramente un vero e proprio pullulare di parentele che coprono tutta l'area linguistica indoeuropea dall'Islanda allo Sri Lanka, e per di più per un periodo storico che si estende su oltre seimila anni".

Le stranezze del nostro professore poggiano le basi in un profondo senso di alienazione involontario, trascinandolo nella mancata aggregazione sociale, e si manifestano nel suo alter ego Pelle e nei suoi presunti legami d'amicizia con illustri defunti.

"...mi piacciono le madri e i padri, i figli e le figlie, i cognati e le cognate, i cugini e le cugine, i nipoti e le nipoti, le zie e gli zii. Godo del calore e del senso di appartenenza che provo trovandomi in prossimità di questi legami famigliari. Assaporo tutti i ruoli e le relazioni e mi scopro a invidiare quelli che vengono dal di fuori e tutt'a un tratto vengono fatti entrare tra quegli indistruttibili legami famigliari".

Originale la trama anche se, devo ammetterlo, alcuni passaggi non hanno la stessa intensità dei due romanzi sopracitati e il finale lascia alquanto a desiderare: l'autore sembra aver forzato la mano con la storia di Agnes, la psicoterapeuta che il protagonista incontra nella veglia funebre della sorella di lei e con la quale imbastisce uno strano rapporto epistolare.

E spesso la figura di Jakop non suscita alcuna compassione a causa della sua insistente ricerca dei legami linguistici. Nondimeno, l'amico intimo, Pelle, è di una stravolgente dolcezza che inevitabilmente irradia il solitario e strambo professore: del resto non potrebbe non farlo!

Così vediamo un uomo vestito di nero consolare e consolarsi nel raccontare storie di gente mai conosciuta, un professore parlare con se stesso in una ricerca ossessiva dei legami tra quelle parole che hanno una storia lungo il vagabondare di popoli erranti.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2016

domenica 23 febbraio 2025

LE COMPAGNE DI WUNDT

 




Le compagne di wundt - C. Zonta -

recensione a cura di Gino Campaner

 

📖Spiccioli di trama: Laura Lepore è un pubblico ministero che a causa del suo lavoro, e del passato famigliare, è molto apprensiva e limitante con la figlia, Alice. Seppure la stessa abbia già ventiquattro anni. Qualche ragione ce l'ha ma il suo controllo rasenta la paranoia. Adesso poi che un serial killer ha preso di mira le ragazze di Pavia la situazione si fa quasi insostenibile. Non bastasse le ragazze uccise conoscevano bene la figlia della PM. Solo un caso...? 

 

🔥Punto di forza: certamente il colpo di scena finale, quello che risolve il caso. È pur sempre "solo" un racconto, anche se lungo (ma non lunghissimo), non è facile produrre momenti topici in serie. Attraverso questa breve storia è chiaro però che la Zonta ha un grande potenziale, anche per cimentarsi in un romanzo. Il giallo credo che sia il suo ambiente ideale. 



🙁Punto debole: non ne ho ravvisati. Il racconto non è il genere che preferisco, men che meno le raccolte, anche se non è questo il caso, quindi forse non sono attendibile fino in fondo ma mi sento di dire che questa storia lascia intravedere ottime potenzialità, in parte già espresse. 



🏁Finale: tutto il racconto è proiettato al finale e lui non tradisce le attese con un colpo di scena degno di nota. Tutto il racconto funziona bene con personaggi, chi per un verso chi per l'altro, sopra le righe ma a posteriori si può dire che tutto è pensato in funzione della fine. 



🎓Giudizio complessivo: ⭐⭐⭐⭐
Questo non è il primo racconto che scrive. Molti sono stati pubblicati in prestigiose raccolte. Il racconto potrebbe rappresentare la sua comfort zone, dove esprime al meglio il suo talento. A me in effetti è piaciuto. Disturbante al punto giusto. Ma io spero tanto che presto abbia il coraggio di cimentarsi anche in un romanzo. A parer mio ne ha le capacità.


genere: racconto giallo

anno di pubblicazione: 2024

 


giovedì 20 febbraio 2025

UNA DOMENICA




 


Una domenica - Fabio Geda

recensione di Miriam Donati

 
L’articolo indeterminativo del titolo indica una domenica normale e invece la storia di Geda ci porta all’articolo determinativo perché la domenica raccontata è l’occasione di una riflessione su un’intera esistenza, sulle inadeguatezze e le mancanze dell’amore, sui rimpianti, sulla vita che resta.

Un uomo che ha trascorso quarant’anni costruendo ponti in giro per il mondo, ed è da poco rimasto vedovo, ha preparato con cura un pranzo di famiglia. A causa di un piccolo incidente occorso alla nipote l’appuntamento salta. Preoccupato, un po’ amareggiato, l’uomo esce a fare una passeggiata e incontra Elena e Gaston, madre e figlio, soli come lui. Si siederanno loro alla sua tavola, offrendogli la possibilità di essere padre e nonno, in modo nuovo.

 Lo stile di Una domenica di Fabio Geda è gradevole, leggero anche se, a causa dei temi trattati, trasmette al lettore un po' di malinconia; l’autore usa una lingua intima, pacata e dolceamara, in equilibrio tra nostalgia e speranza. Racconta la storia delicata di una domenica che, dopo l’attesa del pranzo e l’impegno in cucina, si rivelerà densa di solitudine e, per contro, di possibilità.

I capitoli sono brevi, intensi, con un controllo assoluto delle parole, una rara densità e asciuttezza sollecitano nel lettore sia la curiosità sul tempo presente del romanzo, sia la nostalgia del passato.

La caratteristica della storia è di essere narrata da lontano e da un occhio esterno, quello di Giulia, una dei tre figli del protagonista, che ripercorre a posteriori la vicenda basandosi su quanto confidatole dal padre, che scopriamo essere lontano da lei, sia fisicamente, sia nei rapporti familiari.

Giulia, attrice e drammaturga, è la più sensibile dei figli, quella nelle cui corde di artista vibrano parole, storie, ricordi a partire da frammenti colti qua e là, come la storia che raccoglie al tavolino di un bar di Roma attraverso una vecchia fotografia in bianco e nero. È impegnata a ricostruire anche la sua di storia, o meglio quella della sua famiglia, nel legame profondo con la madre, persa tragicamente, e in quello vacillante con il padre, logorato dai non detti e dall’incomprensione.

La sua è la voce “critica”, quella che non gli ha mai perdonato gli sbagli, le cadute, perché è stata delusa più volte per le sue assenze, la sua vita non certo da marito modello, la sua disapprovazione per il mondo del teatro, mondo che è invece tutto per lei.
Da adulti, ci si trova spesso a riconsiderare le vite dei genitori e gli episodi del passato acquistano via via una nuova luce e qualche volta ci si scopre più indulgenti, o perlomeno più disposti a perdonare chi, oltre che padre, è stato anche un giovane uomo con tutte le sue fragilità.
Alternando riflessioni di Giulia e il racconto di quella domenica speciale,
sullo sfondo di un paesaggio novembrino torinese che è lui stesso protagonista, il lettore è trasportato negli scenari intimi che hanno segnato i personaggi senza particolari colpi di scena, ma così ben condotto da esserne completamente coinvolto.

Emergono una vita sommersa e segreta di una famiglia apparentemente serena, come tante, ma anche i non detti, le solitudini che già prima della vecchiaia abitavano quegli spazi.

Giulia elabora il lutto per le perdite subite e, alla fine, con la sua attenzione speciale per le persone, troverà un ponte per perdonare e passare oltre.

Il racconto si pone l’obiettivo di ragionare e capire la logica dei rapporti interpersonali e le loro difficoltà quando questi cambiano, soprattutto quando si tratta di padri e figli con una narrazione sincera, senza fronzoli, e per questo arriva immediata al lettore e alla coscienza di ogni padre, madre, figlio. Solo vita vera, reale, come può essere quella di chiunque, com’è quella di molti.

Il passare del tempo, i figli che vanno via di casa e, spesso, via dalla città o dalla nazione, i genitori che invecchiano, ma che sono stati giovani anche loro, e le persone che ci lasciano prematuramente, poi i rimpianti, i rimorsi, i risentimenti, i sensi di colpa e le autoassoluzioni, c’è tutto questo e molto altro in queste pagine.

«Non sono mai stata brava a gestire la fragilità dei miei genitori: nei loro confronti non ho mai smesso di sentirmi figlia e di voler essere io quella accudita. Mi veniva spontaneo pensare che essendo più vecchi di me dovessero essere migliori di me, punto: una di quelle cose scritte nel destino. Dovevano essere più consapevoli, più forti, in grado di governare con più criterio qualunque situazione. Ma arriva un momento in cui le parti si invertono o per lo meno si sovrappongono. Nel destino c'è scritto anche questo»

Questo romanzo ha al centro, tra le diverse tematiche, anche quella della vecchiaia e della solitudine. Le dita del protagonista sfiorano malinconiche e tremanti il quaderno di ricette della moglie, morta poco tempo prima: una presenza ancora viva tra le pagine, anima della famiglia mentre lui, ingegnere, ha passato la vita all’estero, a costruire ponti e grandi infrastrutture. Schiacciato dalla cognizione del tempo ormai alle spalle e dal vuoto dentro e intorno a lui, il protagonista prova a ripartire consapevole di aver dato, nel corso della vita “più attenzione alle cose urgenti che a quelle importanti” E quali occasioni ha ancora per colmare i vuoti lasciati per anni? E se le trovasse possono queste risarcire i figli delle sue lunghe assenze?

La solitudine si manifesta soprattutto nelle attese.

Lui, per un giorno, potrà sentirsi nuovamente nonno e papà al tempo stesso, potrà dare un senso allo scorrere inesorabile del tempo, al lento e fatale erodersi delle emozioni che porta con sé l'inevitabile invecchiamento e la morte. Mentre cucina, si vede impacciato, ma si emoziona, si sente ancora vivo nel ricordo della moglie e della famiglia unita. Ecco dunque perché l’imprevisto che fa saltare il pranzo lo sprofonda in un’imprevista solitudine, che tuttavia non resterà tale perché, quando decide di uscire, andrà, senza saperlo, incontro a una nuova vita, per se stesso e per gli altri due personaggi che inviterà alla sua tavola. Un incontro casuale che modifica le vite fragili e solitarie di tre persone, le cui anime si incontrano e si regaleranno a vicenda un po’ di felicità e un nuovo futuro.

Geda, con grande delicatezza, sceglie una prospettiva particolare per raccontare un padre, senza apologie o riscatti incredibili: coglie con semplicità tutte le sfaccettature del suo essere profondamente umano, imperfetto e unico.


Genere: narrativa

Anno di pubblicazione 2019

 

mercoledì 19 febbraio 2025

IL PICCOLO PRINCIPE

 




Il piccolo principe - Antoine de Saint-Exupery -

recensione a cura di Francesca Simoncelli


“Il Piccolo Principe “ è un racconto scritto da Antoine de Saint-Exupery a metà del 1900. 

Un aviatore, precipitato nel deserto del Sahara, incontra questo misterioso bambino che proviene da un asteroide lontano.  

I due fanno amicizia e il Piccolo Principe inizia a raccontare al pilota del suo mondo e del viaggio che ha fatto per raggiungere la Terra. 

Incomincia così un'accurata descrizione dei pianeti che il Piccolo Principe ha visitato prima di atterrare, incontrando su ognuno di essi un personaggio con una singolare caratteristica: il re, che esige obbedienza; il vanitoso, che ama essere ammirato; l'ubriacone che beve per dimenticare; il businessman, che crede di possedere tutte le stelle; il lampionaio, che accende e spegne i lampioni; il geografo, che, pur scrivendo carte geografiche, non conosce come è fatto il suo piccolo pianeta. Ognuno di loro è un’allegoria della vita, perfettamente descritta dagli occhi di un bambino, tanto che, il Piccolo Principe, alla fine di ogni racconto esclama " Certo che gli adulti sono veramente bizzarri". 

Sul suo asteroide il Piccolo Principe vive insieme ad una rosa ed un giorno decide di andarsene, perché convinto che ella sia troppo capricciosa; ma qui sulla Terra incontra una volpe, che gli insegna il valore dell'amicizia e dell'amore e lui comprende che è il tempo che ha dedicato alla sua rosa ad averla resa così unica e importante. 

 Così decide che è arrivato il momento di tornare sul suo asteroide, dalla sua amata rosa.  

L'aviatore è molto dispiaciuto, perché nel Piccolo Principe ha trovato un caro amico, ma, si sa, anche se la lontananza porta tanta tristezza, le persone che amiamo, restano comunque sempre dentro il nostro cuore.  

“Il Piccolo Principe” può sembrare una favola per bambini e, anche se è un racconto adatto ad ogni età, affronta temi profondi come l'amicizia, l'amore e la morte, diventando così un libro sul senso della vita.  

È attualmente uno dei testi più tradotti al mondo, non solo nelle lingue ufficiali, ma anche in molti dialetti, pure italiani, come il romano o il napoletano.  

È bello, mentre lo si legge, poter ammirare, per entrare ancora di più in sintonia con la storia, gli acquerelli originali dipinti dall'autore stesso, che si trovano tra le pagine del racconto.  

Credo che questa breve favola sia un insegnamento per tutti quelli che hanno dimenticato cosa significa vedere il mondo con gli occhi meravigliati di un bambino, un libro da leggere e rileggere, ogni volta che la vita ci mette alla prova e abbiamo bisogno di un amico che ci faccia ritrovare la giusta prospettiva: il Piccolo Principe ci fa riscoprire che " non si vede bene che con il cuore: l'essenziale è invisibile agli occhi ". 

 “E’ il tempo che tu hai perduto per la tua rosa a renderla tanto importante” 

 

martedì 18 febbraio 2025

RUBRICA: CACCIA ALLE STORIE - I CAVALIERI DEL CONGIUNTIVO

 




RUBRICA: CACCIA ALLE STORIE- AVVENTURE TRA LE PAGINE PER RAGAZZI CURIOSI

romanzi segnalati e recensiti da Elisa Caccavale


I cavalieri  del congiuntivo - Erik Orsenna -

Con il consiglio di lettura di oggi vi porto con me in un viaggio affascinante e inaspettato nel mondo della grammatica. No, non vi presento un testo di sintassi o morfologia, perché I cavalieri del congiuntivo di Erik Orsenna non è il solito trattato arido sulle regole, ma un vero e proprio inno alla bellezza e alla vitalità della nostra lingua.

Erik Orsenna ci guida alla scoperta di quel tempo verbale tanto maltrattato, spesso sottovalutato quanto temuto: il congiuntivo. In questo romanzo, che è un po’ una storia e un po’ un saggio, l’autore trasforma il congiuntivo da semplice strumento grammaticale in simbolo di una lingua ricca, sfaccettata e in costante evoluzione. Attraverso aneddoti, riflessioni storiche e spunti culturali, Orsenna ci fa capire che difendere il congiuntivo significa, in realtà, difendere una parte essenziale della nostra identità linguistica. È come se ci invitasse a vestire l’armatura dei “cavalieri della lingua” per proteggere un patrimonio che rischia di perdersi nell’era del linguaggio semplificato e dei messaggi veloci.

Quello che rende questo libro davvero speciale è il mix sapiente di rigore intellettuale e leggerezza ironica. Non si tratta solo di un manuale di grammatica, ma di un percorso che ci spinge a riflettere sul valore del congiuntivo e, per estensione, di ogni sfumatura della lingua. Orsenna ci offre una lettura scorrevole e divertente, dove ogni esempio diventa un invito a riscoprire il piacere di esprimersi correttamente, senza cadere nella trappola della banalità. È una vera e propria chiamata a non lasciare che le regole, per quanto rigide possano sembrare, diventino il nostro limite creativo, ma piuttosto il fondamento su cui costruire un linguaggio ricco e vivace.

Il “Wow” de I cavalieri del congiuntivo sta proprio nella sua capacità di trasformare un argomento, che per molti può apparire sterminato e noioso, in una lettura che è al contempo divertente, profonda e stimolante. Orsenna, con il suo stile elegante e arguto, ci ricorda che il congiuntivo non è un relitto del passato, ma un elemento dinamico che, se usato con consapevolezza, arricchisce il nostro modo di comunicare. Questo libro diventa così un manifesto per tutti coloro che credono nell'importanza di mantenere vive le sfumature della nostra lingua, un invito a riscoprire il piacere delle parole ben usate e a diventare, a nostra volta, piccoli “cavalieri” pronti a difendere il patrimonio culturale che è il linguaggio. Non aspettatevi una vicenda ricca di colpi di scena o di suspense, è una storia semplice, quasi banale, dove accade poco o nulla, ma il messaggio è davvero molto profondo.


In sintesi


I cavalieri del congiuntivo è un viaggio affascinante che mescola cultura, storia e ironia per riscoprire il valore intrinseco della lingua. Se amate le parole e desiderate capire perché anche un tempo verbale possa essere un simbolo di creatività e identità, questo libro è un must-read. Se invece il vostro rapporto con la grammatica è ostico … bhè, questo è un motivo in più per cercare di capire meglio la sua importanza. Prendete in mano questa lettura e lasciatevi sorprendere: il congiuntivo non è mai stato così affascinante!

 


lunedì 17 febbraio 2025

L'AMORE AI TEMPI DEL COLERA

 




L'amore ai tempi del colera - Gabriel García Márquez -

recensione a cura di Patrizia Zara



L'orrore della vita con le sue regole e le sue leggi umane e divine molto spesso dall' insopportabile retrogusto amaro trasformato in un'impensabile storia d'amore. La cronaca dell'illustre sentimento ricreata dalle macerie, reinventata in un tempo nuovo, scrostata dalla ruggine delle abitudini, dalle convenzioni, dai pregiudizi, emersa dal fango e dalla bruma maleodorante della morte, elevata dai piaceri della carne e proiettata, da uno spontaneo lascivo, al sogno.
Ecco cos'è,  a mio avviso, il realismo magico di Gabriel García Márquez.
Con un narrato che avvolge e penetra in una visione infantile di grazia che agisce sulla natura umana, in una celebrazione gioiosa di quel quid divinum che soffia dove vuole e quando vuole, facendo dei giorni degli uomini un arazzo dove si fondono il quotidiano e il miracoloso, Gabo ricostruisce  spontaneamente un' ossessione dove l'amore si alimenta della sua stessa idealizzazione, germoglia tra le rovine della canicola caraibica,  fra i crepuscoli furibondi, tra gli orgasmi istintivi in un vortice di sensualità e sessualità primitiva, per finire ancora "vergine" tra la pelle raggrinzita presa a morsi da una bocca priva di artigli
Un inesauribile obnubilamento capace, al momento giusto, di impedire il senso di nausea, di evitare la melma dell'inconfessabile, capace di appannare in tempo le scene cruenti, elevando il brutto con la signorilità della lirica.
"L' amore ai tempi del colera" è la testimonianza di un amore potente ai limiti del patologico che racchiude in sé le virtù e le meschinità  dei drammi umani ma, al contempo, avvolto da un immenso candore.
Florentino Ariza ha commesso il delitto di amare Fermina Daza e il suo castigo è di amarla, ovunque, dovunque, con chiunque, sempre oltre il tempo, anche oltre la morte, un' ombra, quest'ultima, che si affaccia furtiva con la complicità di un pendolo inclemente.
È un libro che va letto per esorcizzare una realtà  assetata d'amore ma incapace di far sgorgare dalle sue gore, ostruite dalla squallida e tremenda quotidianità, la ninfa vitale affinché possa nutrirsi.
Márquez c'è riuscito creando un universo magico proprio dallo squallido quotidiano.
Si è tuffato nell'originaria placenta con uno sguardo ebbro, curioso e smaltato di sogni, birichino proprio come un bambino, privo di malizia, puro, ancora non contaminato da brutte verità e, con il potere della sua scrittura, ha trasformato quella realtà desolata e desolante - senza per questo mortificandola - in qualcosa che rimane indelebile nel cuore dei lettori malgrado tutto.

"Senza proporselo, senza neppure saperlo, dimostrò con la sua vita la ragione del padre, il quale aveva ripetuto fino all'ultimo respiro che non esisteva nessuno con maggiore senso pratico, né spaccapietre più ostinati né direttori più lucidi e pericolosi dei poeti"

 


domenica 16 febbraio 2025

NON SI UCCIDE IL PASSATO

 




Non si uccide il passato – Letizia Vicidomini -

Recensione a cura di Dario Brunetti


Non si uccide il passato è il nuovo noir di Letizia Vicidomini uscito per la Mursia editore nella collana Giungla Gialla curata da Fabrizio Carcano.

Napoli è una carta sporca e nessuno se ne importa cantava Pino Daniele in uno dei più suggestivi ed emozionanti brani del nostro tempo, ed è così che Napule è rimane scolpita nella nostra memoria raccontandoci una città attraverso le sue bellezze e le sue contraddizioni, con quel mix di luci e colori e poi ci sono le ombre che prendono forma lasciando la sua gente nella paura e che vive rassegnata nel degrado. Eppure al tempo stesso gli abitanti non hanno mai smesso di sognare ad occhi aperti sperando in un cambiamento.

https://youtu.be/hvP16lYaFco?si=7aJapVHmMfQPrMZz

Il tempo passa pure per Andrea Martino, l’età avanza inesorabile e i primi malanni iniziano a farsi sentire, l’ex commissario si era sempre vantato di avere la vista simile a un’aquila, fino a quando un giorno un problema all’occhio gli ha presentato il conto. Si è ritrovato a subire con urgenza un intervento per distacco della retina.

Il commissario ormai in pensione deve stare a riposo per non affaticare gli occhi, ma quando nel reparto oculistico incrocerà Virginia, un’infermiera che lo segue e che le hanno assassinato suo marito, Giacomo Rinaldi, inizierà a indagare su un uomo affiliato alla camorra e con dei precedenti penali.

Ci sarebbero tanti colpevoli che avrebbero potuto eliminare un uomo così brutale e violento, ma l’indagine per Andrea Martino che come sempre non può fare a meno di ficcanasare nelle vite altrui, risulterà particolarmente complessa.

Come se non bastasse ci sono i fantasmi di un passato mai dimenticato che tornano a far visita ad Andrea Martino, si tratta di un caso freddo, un omicidio irrisolto sul quale la polizia ha smesso di indagare.

Si tratta del delitto di Andrea Martino nonno di Andrea definito anche lui denominato “il commissario buono”. Era il periodo riguardante la Seconda guerra mondiale e Andrea si era appena legato sentimentalmente a una donna di nome Melina. Pochi giorni dopo in uno dei quartieri malfamati di Napoli, l’uomo subisce un vero e proprio agguato, verrà rinvenuto cadavere ucciso a coltellate. Chi voleva la sua morte? Su cosa stava indagando il commissario Andrea Martino? La sua indagine pestava i piedi a qualcuno che ha deciso di commissionarne il delitto? Perché si è disposta subito l’archiviazione di un omicidio di un uomo che rappresenta la legge?

Tanti quesiti, forse davvero troppi pure per Andrea Martino che dovrà affrontare due casi completamente differenti, in un periodo in cui lo vede piuttosto debole e claudicante, ma chi è legato ha un profondo senso di giustizia e verità non smette mai di esercitare la funzione di commissario, anche quando ormai è in pensione. La vita insegna che nel corso degli anni, sul proprio cammino e svolgendo il suo lavoro, ci si trovano persone di esperienza e di sicura affidabilità, come l’ispettore Luigi Scherillo.

Andrea Martino è il commissario buono per eccellenza, non si rassegna ad aver aiutare la gente che è in difficoltà, può contare sull’amore di Luisa che è sempre al suo fianco e forse vi è una necessità impellente di trovare quel senso di serenità e pace contemplando le mura domestiche che racchiudono quel calore familiare. Eppure Andrea in maniera ostinata vuole debellare quel male oscuro che sporca Napoli pur restando nell’ombra, ma al servizio della legge.

Ci sono storie nere che pur lasciando tanto di quel retrogusto amaro in bocca raccontano spaccati di vita pulsante, attraverso i suoi romanzi Letizia Vicidomini ci ha condotto per mano nei vicoli di una città come Napoli che nasconde tanti di quei segreti che il passato non dimentica.

Non si uccide il passato racconta tante microstorie del passato e del presente, amore, disperazione, morte, senso di giustizia saranno elementi imprescindibili di una storia costruita attraverso una cura maniacale del dettaglio che ha consentito alla Vicidomini di tratteggiare alla perfezione i suoi personaggi che spiccano per la loro autenticità.

C’è un passaggio significativo che rafforza i concetti che il romanzo vuole esprimere:

C’era tanto dolore nel presente, tanta ingiusta vita da migliorare, persone vive in cerca di giustizia o semplicemente di pace. Perché guardare indietro? Forse, perché il passato non si uccide, mai.

Saper narrare delle storie in maniera esemplare, sembra una peculiarità scontata riconosciuta proprio a tutti, ma forse c’è ancora chi sa offrire al lettore quel qualcosa in più.

Letizia Vicidomini ha la grande capacità di saper andare oltre le storie focalizzandosi su delle realtà che accompagnano il nostro presente, ne sviluppa gli aspetti psicologici di una società attraverso le sue zone d’ombra, ma nonostante ciò osservando il male, possiamo trovare la luce che conduce alla via del bene. Il personaggio di Andrea Martino che noi lettori portiamo nel cuore è un valido esempio, un uomo che ha il dono di lenire le ferite di una società a volte ingiusta e crudele grazie alla sua sensibilità d’animo e soprattutto alla capacità di saper ascoltare e capire le mancanze di un’umanità fragile.

Non si uccide il passato è una pregevole gemma letteraria a cui ci si affeziona e non si dimentica, le storie che lasciano un segno indelebile nella nostra anima non sono di passaggio come le nuvole, tendono a restare sempre con noi e a non abbandonarci mai.


genere: giallo

anno di pubblicazione: 2024

 

 


venerdì 14 febbraio 2025

SOSTIENE PEREIRA

 




Sostiene Pereira – Antonio Tabucchi -

recensione a cura di Francesca Tornabene

 

Chi è? E cosa "Sostiene Pereira"?

Così ho iniziato il mio viaggio fino al Portogallo di Salazar, a Lisbona nel 1938.

Ho conosciuto Pereira.

Un intellettuale, un giornalista che dopo anni di cronaca nera, cura la pagina culturale di un quotidiano pomeridiano cattolico portoghese.

Un uomo solo, apatico che vive di ricordi. Disinteressato alla realtà storica del suo tempo.

Ossessionato dalla morte, tanto da parlare ancora con la foto della defunta moglie.

Mi sono lasciata cullare dalla storia.

Un racconto in terza persona, una testimonianza contro la violenza, le ingiustizie, la censura e il regime autoritario.

Un romanzo storico, di formazione lungo 214 pagine divorato in pochi giorni.

Il ritmo è apparentemente lento, piacevole e ironico.

Un sogno ad occhi aperti che racconta la rivoluzione dell'io.

Un graduale cambiamento dell'animo innescato dalla conoscenza di una coppia di giovani rivoluzionari. 

Torno a casa sazia, con una nuova consapevolezza: la letteratura non può essere soltanto un rifugio o un luogo in cui nasconderci, ma deve essere qualcosa di più.

Uno strumento per intervenire sulla realtà in cui viviamo.

Un mezzo per esprimere le nostre opinioni, per destare le nostre coscienze dormienti.

Il veicolo che permette di schierarci contro tutte le ingiustizie, ma anche lottare per la libertà, la parola e la verità.

Il conflitto che precede il momento in cui i pensieri diventano azioni realizzabili.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 1994

 


giovedì 13 febbraio 2025

ADATTARSI

 




Adattarsi - C. Dupont Monod -

recensione a cura di Rossella Lombardi


Questa è una storia potente che, nella sua semplicità, ti rimane nel cuore e conduce lentamente a molte riflessioni.

La storia proposta è quella di una famiglia che vive in montagna, alla quale nasce un terzo figlio che ben presto si rivela “inadatto” perché gravemente disabile e destinato ad una breve vita.

La scrittura è efficace e quasi poetica; la struttura narrativa è semplice e funzionale al contenuto. I capitoli sono tre, uno per ciascuno dei protagonisti: il fratello maggiore, la sorella e l’ultimo nato.

A mio parere l’originalità della scelta narrativa, non usuale, è proprio quella di raccontare questa difficile esperienza   dal punto di vista dei figli, evidenziandone le reazioni, le riflessioni e le risorse messe in atto per andare avanti nella propria vita.

E’ originale anche la scelta dell’io narrante che per gran parte del libro sono le pietre che compongono la casa, abitata da questa famiglia e la sua corte. Pietre silenziose che accompagneranno nel tempo la storia dei protagonisti osservandoli, vigilando e registrandone i cambiamenti.

Sia i tre protagonisti che i personaggi secondari (i due genitori e la nonna) non hanno un nome proprio forse per indicare che la storia narrata non è collocata in un tempo e in uno spazio e che potrebbe essere la storia di tutti noi.

Proprio per l’impossibilità di comunicare del bambino disabile, l’autrice ha privilegiato nella narrazione i dati sensoriali: attraverso il tatto, l’olfatto ed il gusto il fratello maggiore, a lui legatissimo e totalmente dedito, offre un’esperienza alternativa di contatto con il mondo ed il piacere della scoperta.

L’autrice ci porta dolcemente ad accompagnare la crescita dei tre fratelli: le loro esperienze adolescenziali, i loro turbamenti, la rabbia, le ribellioni…il loro cammino verso l’adultità.

Il maggiore rimarrà legato al ricordo del fratellino e faticherà a costruire altre relazioni significative. La sorella resterà arrabbiata per molto tempo con la vita perché la nascita del terso figlio le ha tolto le attenzioni, non solo dei genitori ma soprattutto del fratello maggiore, il suo idolo. Bellissimo il rapporto della bambina con la nonna che, attraverso una presenza costante ed affettuosa accoglie e contiene la sua rabbia. Il quarto figlio vivrà sempre con la sensazione di essere “il sostituto“ del fratello disabile, nato prima di lui.

Il testo ci porta a farci numerose domande, fra le quali: chi sono i “non adatti”? i disabili o chi li circonda?  Adattarsi significa adeguarsi?  arrendersi, non reagire? Come ci possono condizionare le relazioni fraterne?

Importante nella storia è la presenza significativa della natura e fondamentale quella della montagna che sovrasta il paese, inamovibile, possente ed indifferente.  Nella storia i ragazzi andranno spesso a camminare in montagna per stare insieme, riflettere, sfogarsi e trovare più coraggio. Essa rappresenta forse anche il grosso e difficile problema che questa famiglia si è trovata ad affrontare.

Nel racconto, a mio parere, i grandi assenti sono la comunità del paese, i servizi sociali, la scuola… che non affiancano per nulla questa famiglia in difficoltà.

Questo è un piccolo libro di grande profondità che ci interroga e ci suggerisce uno sguardo diverso e più attento.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2022  

 


martedì 11 febbraio 2025

I DODICI SEGRETI

 



I dodici segreti - Robert Gold - 

recensione a cura di Elisa Caccavale


"I dodici segreti" di Robert Gold (Longanesi, 2011, 352 pagine) è un romanzo che sa catturare il lettore fin dalle prime pagine, regalando un’esperienza di lettura intensa e coinvolgente. La maestria con cui l’autore intreccia mistero e suspense rende questo libro un vero e proprio page-turner, capace di tenere incollati i lettori fino all’ultima riga.
Ben Harper è un affermato giornalista d’inchiesta, conosciuto e rispettato nel Regno Unito, ma l’ultimo incarico che gli viene assegnato lo costringe a fare i conti con il passato più doloroso della sua vita. Gli viene chiesto di indagare su un caso che lo ha segnato per sempre: l’omicidio di suo fratello Nick, avvenuto vent’anni prima per mano di due coetanee, senza un apparente motivo.
Quel crimine inspiegabile ha distrutto la sua famiglia e ha portato sua madre, anni dopo, a togliersi la vita. Nonostante il dolore, Ben è riuscito a costruirsi una carriera brillante, ma ora è chiamato a fare i conti con il passato. In un’indagine che si trasforma presto in un viaggio dentro la verità più oscura, Ben si rende conto che ciò che è stato raccontato su quella tragedia potrebbe essere solo la superficie di una storia ben più complessa.

A Haddley, sobborgo londinese dove Ben è nato e cresciuto e dove si sono consumate le tragedie della sua esistenza,mdove ognuno sembra avere qualcosa da nascondere, emergono dubbi, incongruenze e segreti sepolti da troppo tempo. Qualcuno ha mentito, e qualcuno è disposto a tutto pur di non far emergere ciò che è realmente accaduto. Ben dovrà affrontare le sue paure, distinguere gli alleati dai nemici e, soprattutto, scoprire se è davvero pronto ad affrontare la verità. Perché a Haddley, niente è come sembra.

Trama e Stile Narrativo

La trama, ricca di colpi di scena e intricati misteri, si sviluppa in un crescendo di tensione che accompagna il lettore in un viaggio imprevedibile. Ogni capitolo è costruito con grande attenzione, dosando momenti di calma e sequenze ad alto ritmo narrativo, in cui i segreti rappresentano tappe fondamentali di una scoperta sempre più profonda e sorprendente. È difficile fare a meno di essere trascinati in questo vortice di enigmi e rivelazioni, dove l’incertezza sul finale diventa parte integrante del piacere della lettura.

Personaggi e Ambientazione

I personaggi, ben caratterizzati e dotati di sfumature inaspettate, offrono uno spaccato ricco e realistico della complessità umana. Robert Gold sa dare vita a figure che, pur essendo coinvolte in una trama dal ritmo serrato, riescono a suscitare empatia e a far riflettere. Le ambientazioni, descritte con cura e attenzione ai dettagli, contribuiscono a creare un’atmosfera quasi palpabile, rendendo ogni scena ancora più suggestiva e misteriosa.

Il Finale Inaspettato

Uno degli aspetti più avvincenti di "I dodici segreti" è proprio il finale, difficile da prevedere e capace di stupire il lettore. La capacità dell’autore di mantenere alta la tensione fino all’ultima pagina, con rivelazioni che ribaltano le aspettative, rende la conclusione di questo romanzo un vero colpo di scena. Ogni segreto svelato ne cela altri ancora, e il percorso verso la verità diventa un enigma affascinante da risolvere, passo dopo passo.

Conclusione

In sintesi, "I dodici segreti" di Robert Gold è una lettura vivamente consigliata per chi ama il genere del mistero e del thriller. La combinazione di una trama avvincente, personaggi ben delineati e un finale imprevedibile rende questo romanzo davvero interessante, capace di tenere il lettore incollato alle pagine dall’inizio alla fine. Se cercate un libro che vi faccia vivere un’esperienza di suspense e sorprese continue, questo romanzo saprà conquistarvi senza lasciare spazio alla noia.


genere: thriller

anno di pubblicazione: 2022

 


lunedì 10 febbraio 2025

L'OCCHIO DEL FALCO

 




L'occhio del falco - Federico Bonati -

recensione a cura di Gino Campaner 

 

📖Spiccioli di trama: il giornalista precario Loriano Zaccari che, nel giornale per il quale lavora, si occupa di avvenimenti secondari viene inviato, per una serie di circostanze, sul luogo del ritrovamento di un cadavere a 3000 metri di altezza. Tutto fa pensare, a partire dall'abbigliamento, che si tratti di un soldato della prima guerra mondiale. Ma c'è un dettaglio, notato solo da Loriano, che rende incongrua questa spiegazione....

 🔥Punto di forza: la storia è interessante, conquista, si legge con piacere. I personaggi principali sono ben delineati. Le indagini coinvolgono e nel racconto ci sono momenti sorprendenti che non ti aspetti e che rendono appassionante la vicenda. La vicequestora, Clara Neccini, è un personaggio ben costruito ma tutti i protagonisti principali hanno grande potenziale che Bonati saprà già come sfruttare nei sequel che certamente seguiranno. Merito suo la loro creazione, grande responsabilità creare intorno a loro vicende emozionanti. 

🙁Punto debole: nessuno evidente o che renda la storia poco credibile. Come prima indagine tutto procede nella giusta direzione. Amo le storie più "sporche" ma qua si va sul "personale". 

🏁Finale: i finali sono...due o meglio il finale che conclude le indagini vede il copione rispettato, con gli assassini assicurati alla giustizia. Ma per il protagonista, il giornalista Zaccari, il finale arriva dopo e questo è un po' più malinconico. 

🎓Giudizio complessivo: ⭐⭐⭐⭐
Mi rendo conto che spesso assegno quattro stelle, su una scala massima di cinque. Ma ogni (personalissima) valutazione contiene sfumature diverse. Ad esempio alla sua compagna di squadra (Affiori), A. Delle Fratte, ho assegnato quattro stelle ma erano praticamente quattro e mezzo. Qua siamo più sul quattro meno. Sempre tenendo conto dei miei gusti. Per me, per ora, Bonati non è abbastanza "cattivo". Ma scrive bene ed il suo giallo scorre come un orologio. Si legge con piacere. Mi aspetto molto dal suo prossimo romanzo. Tra l'altro appena uscito, Influencer (con protagonista sempre il giornalista Zaccari. 


genere: giallo

anno di pubblicazione: 2024

 


domenica 9 febbraio 2025

RAGAZZI CATTIVI

 




Ragazzi cattivi - Don Cludio Burgio, Domenico Zingaro -

recensione a cura di Patrizia Zara


Antonino, David, Daniele, Jaysi, Anas, Chilenito, Massimiano: sette ragazzi, sette storie vere e reali che, malgrado addolcite dalla penna di un esperto, trasudano disperazione, dolore, paura e violenza. Li chiamano ragazzi a rischio, bulli, delinquenti, ragazzi di strada, giovani deviati. Una testata giornalistica li ha persino definiti "mostri di mamma".
Sono storie di "ragazzi cattivi" insomma.
È vero, sono adolescenti trasgressivi che, abbandonati a se stessi, sconfinano in comportamenti antisociali e perdono il controllo, fino a diventare pericolosamente violenti.
Sì, sono ragazzi cattivi: una cattiveria spesso non scelta, ma agita quasi per necessità, come un vero e proprio dispositivo di difesa. Sono ragazzi che urlano in modo violento il dolore che non riescono più a contenere, cercano adulti interessati a raccogliere il grido d'aiuto, adulti capaci di governare il caos evolutivo che li stordisce.
Sette racconti autobiografici, frutto di un lavoro di scavo interiore iniziato dentro una cella e proseguito attraverso il percorso pedagogico in comunità.
Sette giovani vite che hanno attraversato il male come unico rimedio alla "paura" e al bisogno disperato di essere riconosciuti da un "noi" sociale molto esigente.
Obbligati a conformarsi in tutto, in un mondo dove la norma è il consumo, inibiti in ogni forma di originalità e circondati più da oggetti che da persone, i giovani sono immersi in una cultura materialista assordante. Abbagliati dall'"io" assoluto, non sanno che la vera libertà non è mai solo "mia".
Dopo aver letto le loro storie, viene spontaneo domandarsi cos'è la cattiveria e dove si annida, il perché e il come queste giovani vite diventano "cattive" nel senso originario della parola "captivus" (prigioniero) in un mondo che li usa e poi li getta, in una società sorda al loro grido di aiuto, che non dà risposta alla loro domanda simbolica di riconoscimento, alla loro richiesta di protezione nei confronti di una libertà che improvvisamente appare fuori controllo.
Ogni storia letta in questo libro è un atto di consegna di sé. Non per essere assolto o giustificato: un reato rimane tale e va sempre condannato. Ogni racconto, piuttosto, vuole essere un appello al mondo adulto perché il dito puntato e la sciatta rassegnazione lascino finalmente posto al coraggio di inquietarsi. E, infine, capire.

"Ho solo diciassette anni. Avrò ancora il diritto di sognare, riprendere la mia vita e il mio futuro, o no?"


genere: biografia

anno di pubblicazione: 2014


VIDEO RECENSIONE - L'OMBRA DELLA SOLITUDINE -

 






giovedì 6 febbraio 2025

EREDITA'

 




Eredità - Vigdis Hjorth

Recensione a cura di Miriam Donati 

 

“Che nessuno di voi mi abbia mai chiesto della mia storia è qualcosa che ho vissuto e vivo come un grande dolore…”

 Bergljot è una sessantenne con tre figli, ormai cresciuti ed è nonna. Si è separata e ha una storia d'amore con Lars, che ha una casa in mezzo a un bosco, dove si rifugia quando non vuole stare in mezzo alla gente. Ha un fratello, Bård, più grande di lei di qualche anno che non vede da molti anni. Ha anche due sorelle, Astrid e Åsa, con le quali ha un rapporto discontinuo. Bergljot non vede i suoi genitori da ventitré anni, da quando ha rotto i rapporti con loro a causa di qualcosa che le è successo da piccola ma che è riemerso solo quando era ormai adulta. I genitori hanno due case sul mare, a Hvaler in Norvegia, che comunicano di voler lasciare alle due sorelle minori, come anticipo dell'eredità della famiglia, liquidando Bergljot e Bård con l'equivalente del valore, basato però su una stima al ribasso delle due case. Bård si oppone non capendo il comportamento così ingiusto dei genitori nei suoi confronti e della sorella e questo fa sì che i due si riavvicinino e si schierino contro gli altri. Poi il padre muore e arriva il momento di leggere il testamento. Bergljot coglie l’occasione per finalmente parlare, dire davanti a tutti quello che è successo, avere giustizia o, almeno, comprensione. Vuole che la sua famiglia accetti, dopo tanti anni di silenzi e menzogne, la sua storia, quella che non le è mai stato permesso di raccontare del tutto.

Eredità è una lunga riflessione sul trauma e la memoria ed è il racconto che fa una donna per sopravvivere e per essere creduta.

La trama si sviluppa su due linee narrative parallele, presente e passato, svelando lentamente un terribile segreto di famiglia.
È un romanzo fatto di capitoli brevi, a volte di sole poche righe costellate di richiami alla letteratura e al teatro che rimandano alla vicenda vissuta.

La scrittura essenziale e intensa del flusso di pensieri continuo e ininterrotto della protagonista è fatta di frasi brevi, con continue ripetizioni di parole, di gesti, ritorni a pensieri già espressi, in un continuo processo di rielaborazione che, seppur doloroso, dà forma alla presa di coscienza di ciò che è rimasto a lungo sepolto.

La forza del romanzo sta in due caratteristiche che sembrano opposte, ma che insieme compongono le basi di un dramma familiare: il silenzio e l'ossessiva ripetizione di parole e azioni. 

Eredità è un romanzo che si abbandona al silenzio. Mancano dialoghi diretti e anche le relazioni tra i personaggi sono fatte di silenzio. Tra di loro preferiscono affidarsi a messaggi, email e lettere che a volte non vengono aperte, sono cancellate prima della lettura o vengono travisate. In questa storia la violenza è data dal silenzio e dalla quieta accettazione di chi sta intorno a questa violenza. Bergljot, la figlia maggiore e vittima, vive decenni di silenzio, di mancato riconoscimento del suo trauma. Anzi, il trauma viene sminuito da accuse di invenzioni fatte per "rendersi interessante" e dallo storpiamento della tremenda parola che lo accompagna come se la negazione della parola corretta potesse cancellare quanto accaduto.

La compensazione di questo silenzio è data dall'ossessiva ripetizione di azioni, parole, spiegazioni. Di solito nel parlato quotidiano ripetiamo, aggiungiamo, spieghiamo in maniera a volte confusa. L’autrice si affida a questa scelta stilistica che, in una spirale continua, nello scorrere delle pagine rende il flusso concitato e rende concreta l’ossessione di quando un pensiero si appropria di ogni spazio, rimescola i gesti, sfuma i confini rendendoci così pienamente partecipi dell'angoscia, dell'affanno e del bisogno di riempire il silenzio con cui la famiglia ha coperto per decenni la questione.

“Quanto è terribile constatare che ciò che è stato distrutto diffonde a sua volta distruzione, e che è così difficile evitarlo…”

L’autrice racconta con grande efficacia la solitudine, la rabbia e la delusione di una vittima quando non viene creduta dalla propria famiglia e le conseguenze feroci che questo rifiuto porta con sé.

Mi ha molto impressionato la sua capacità di dare spessore al dolore della protagonista, di rendere i suoi rapporti con i genitori, di raccontare la personalità, la psicologia complessa e le sfumature ambigue e sottili delle sorelle e della madre, senza mai dar loro la parola direttamente. Il suo racconto si sviluppa svelando lentamente, creando una tensione crescente per capire cosa sia realmente accaduto all’interno della famiglia e la spinta ad affrontare il nodo cruciale della sua esistenza, condizionata negativamente anche a distanza di anni, e soprattutto la ricerca di un equilibrio difficile nel rapporto di coppia che ha cercato di costruire con i suoi partner.

La resa dei conti familiare sopraggiunge quando entra in gioco l’eredità, alla morte del padre. Se in passato la volontà paterna si era espressa in una divisione equa e imparziale tra i quattro figli, emerge che le due case di vacanza a Hvaler sono invece destinate alle due figlie minori, Astrid e Asa, rimaste fedeli al culto della famiglia perfetta e armoniosa, escludendo i due figli maggiori. Si apre una controversia che oltrepassa l’aspetto materiale dell’eredità, per andare a sconvolgere gli equilibri affettivi tra i fratelli e con la madre, dando vita a due schieramenti contrapposti.
Se per Bård è difficile fare i conti con l’ingiustizia di cui si ritiene vittima – in realtà si ricollega a tutta l’indifferenza pregressa nei suoi confronti da parte soprattutto del padre – la questione si fa in misura maggiore pesante per Bergljot che ha tagliato i ponti con la famiglia d’origine già ventitré anni prima, quando la storia era riaffiorata, e aveva dovuto sottoporsi ad analisi per superare il trauma.

Bergljot, durante tutto il processo di analisi, si esamina ed esamina i genitori alla luce della loro relazione disfunzionale: il desiderio ossessivo di controllo del padre ha costretto la madre a vederla come una rivale sessuale con delle modalità aberranti. Ciò che più ha fatto soffrire Bergljot e che ha determinato il definitivo allontanamento dalla famiglia è il fatto di non essere stata creduta. Solo il fratello è solidale con lei perché anche lui ha provato la violenza in forma di botte e di indifferenza totale.

Parte di ciò che rende questo libro così straordinario è la consapevolezza di Bergljot del dolore che la circonda, incluso quello delle persone che hanno causato il suo stesso dolore. La sua sofferenza non fa nulla per negare la loro e non toglie la sua capacità di testimoniarla. Non cerca di mostrare i suoi genitori e le sue due sorelle peggiori di quello che sono, ma lascia che sia il lettore a giudicare la loro condotta e spesso tra le sue parole si percepiscono delusione, terrore, rimorso, paura, ma mai solo rabbia distruttiva.

Asa preferisce attraverso l’indifferenza e l’ostilità verso Bergliot, retaggio della gelosia e invidia infantili, non prendere nemmeno in considerazione la possibilità di crederle, mentre Astrid si trincera dietro una supposta obiettività, si compiace di essere ponte tra le parti, non prendere posizione, ma in effetti, la prende, eccome; è il personaggio più complesso e contradditorio e meglio approfondito insieme a quello della madre. Forse più raccapricciante della madre stessa nella sua ostinata e simulata oggettività.

Tagliare drasticamente i legami fondamentali è lacerante; è inevitabile che il dolore porti alla disperazione, ma la famiglia è davvero un porto sicuro? È quel luogo solido che dovrebbe arginare dai pericoli?

Unica pecca del libro la lunghezza; personalmente ritengo che una sforbiciata di un centinaio di pagine avrebbe giovato ancora di più alla storia e all’eccellente impianto narrativo concepito dalla Hjorth.

 

Genere narrativa

Anno di pubblicazione 2020


mercoledì 5 febbraio 2025

LA PAPESSA DI MILANO

 




La Papessa di Milano - Livio Gambarini -

Recensione a cura di Monica Manino

 

22 gennaio 1277. Un giovane Matteo Visconti entra trionfante a Milano, nella piazza di Sant’Ambrogio.

È l’inizio di un periodo meraviglioso che lo porterà a divenire signore della città, determinato a rendere grande la sua dinastia.

A sostenerlo, oltre alla sua famiglia, c’è Maifreda Pirovano, cugina di Matteo e amore giovanile mai dimenticato.

Freda ha da tempo rinunciato al mondo e ai suoi privilegi di aristocratica per sposare Cristo e mettersi al servizio dei più umili.

I nemici di sempre però non sono vinti del tutto e tramano per risorgere e tornare al potere.

I Della Torre, antichi signori di Milano, capitanati da Guido e Cassono, fomentano ribellione e guerra contro i Visconti. Proveranno, colpendo Maifreda, a destituire Matteo. Milano assisterà così a delitti, rivalse, vendette.

Ma tra i vicoli meneghini un nuovo spirito soffia, una nuova fede seduce. Anche tra le mura viscontee.

I Figli del Santo Spirito raccontano di qualcosa mai udito prima: propongono la parità tra uomo e donna, una nuova Chiesa in aperto contrasto con quella di Bonifacio VIII, addirittura immaginano una Papessa sul soglio di Pietro. Sono pensieri arditi, eccentrici, che occhieggiano pericolosamente all’eresia e il Tribunale della Santa Inquisizione non tarderà a mettersi al lavoro indagando, interrogando e, all’occorrenza, torturando per convincere i più reticenti a collaborare.

Livio Gambarini, con preparazione e competenza, ci accompagna attraverso intrighi politici, ideali religiosi, ortodossia, coraggiose speranze. Soprattutto ci invita ad assistere al più drammatico processo inquisitorio che la storia di Milano ricordi. Ci porta a riflettere su come spesso ciò che è giusto non sempre è anche ciò che ci piacerebbe fosse; ciò che si deve fare non sempre ci aggrada; ciò che amiamo non sempre corrisponde a ciò che ci è concesso vivere.

I personaggi che incontriamo sono in qualche modo autentici a tal punto che è difficile rimanere indifferenti. Li amerete o detesterete ma certamente vorrete conoscerne la sorte.

Il romanzo è un lavoro imponente frutto di ricerche accurate e maestria espressiva.

È palpabile il fermento religioso che porta un gruppo sempre maggiore di uomini e donne a credere possibile un nuovo modo di professare la fede cristiana, più vicina alle persone e più equa, dove uomini e donne possano esprimersi e avvicinarsi in ugual modo a Dio. Il tutto sotto la ferrea repressione della conservatrice ortodossia cattolica che, con la Santa Inquisizione, cercherà di schiacciare ogni desiderio di novità.

La Papessa di Milano è un’immersione nel Medioevo italico, periodo molto meno oscuro di quanto si pensi; tempo violento certamente ma ricco di nuovi stimoli e desideri di libertà, fatto di uomini e donne coraggiosi e appassionati.

È un racconto che soddisferà gli amanti della Storia per le vicende narrate con accuratezza ma che non deluderà tutti quei lettori che tra le pagine di un romanzo cercano intrighi, passione, mistero.

Non mi resta che invitarvi a scoprire la Milano trecentesca guidati da Maifreda,  Matteo e dal loro desiderio di creare qualcosa di nuovo e potente.
Buona lettura.


genere: biografia

anno di pubblicazione: 2023