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giovedì 24 settembre 2026

QUANDO LE GRU VOLANO A SUD

 




Quando le gru volano verso sud - Lisa Ridzen -

Recensione a cura di Miriam Donati

 

"Sento l'impulso di alzarmi, di battere un pugno sul tavolo e dirgli che farò quello che diavolo mi pare. Che sono il capitano di questa nave. Ma non lo faccio, perché non sono un capitano. Sono un fagotto legato all'albero maestro durante una tempesta."

 Quando le gru volano verso sud è un'opera di narrativa contemporanea ambientata nella comunità rurale della Svezia settentrionale.

Un uomo, un figlio, un cane.
All’uomo, Bo, ottantanovenne svedese, sta per scadere il tempo. Eppure il tempo è una delle poche cose che gli restano; la sua mente è abbastanza lucida, ma il suo corpo lo sta abbandonando, dorme tantissimo e la sua tranquilla esistenza è interrotta solo dalle visite quotidiane dell'équipe di assistenza domiciliare. Le sue mani presto saranno troppo deboli per aprire il prezioso barattolo che custodisce la sciarpa della sua adorata moglie, Fredrika, malata di Alzheimer e che si trova in una casa di cura, sciarpa che conserva ancora il suo profumo.  Suo figlio Hans lo va a trovare regolarmente e Bo vorrebbe parlare con lui, aprirsi, vorrebbe ricucire il rapporto prima che sia troppo tardi per dirgli quanto gli vuole bene, quanto è orgoglioso di lui. Ma fatica a essere onesto e trasparente. Fortunatamente ha ancora il suo amato levriero Sixten a fargli compagnia, sebbene non sia più in grado di prendersi cura del cane adeguatamente.  Hans vorrebbe che se ne separasse perché non è sicuro per lui portare Sixten nel bosco, come ha sempre fatto, sebbene ci provi ripetutamente perché il cane è la sua ancora di salvezza.
La minaccia di perdere Sixten crea tensione tra lui e il figlio e scatena in lui un turbine di emozioni che lo portano a ripensare alla sua vita, alla sua paternità e al modo in cui esprime il suo amore.

La narrazione si snoda per date, come un diario, con passaggi in terza persona, quasi in un flusso di coscienza, in cui Bo condivide pensieri, ricordi, opinioni e preoccupazioni come se stesse parlando con Fredrika. A questi si alternano i commenti che descrivono le condizioni fisiche di Bo, lasciati nel diario dagli assistenti che vengono a trovarlo quattro volte al giorno, gli preparano i pasti, lo lavano e, in qualche occasione, anche se non di competenza, portano fuori Sixten. Questi commenti permettono di conoscere ciò che Bo non dice direttamente.
Bo è spesso comprensibilmente arrabbiato. Chi sono queste persone per continuare a dirgli cosa fare? Non si farà la doccia se non ne ha voglia. Perché dovrebbe mangiare se non ha fame? E naturalmente può portare fuori il suo cane da solo. Lo ha sempre fatto. Ma, in realtà, è impotente perché, sempre più spesso, è suo figlio Hans a prendere decisioni al posto suo. Bo, inevitabilmente, detesta questo ribaltamento di ruoli e usa il broncio per protestare perché è l'unica strategia che gli è rimasta.

Sixten dà a Bo un enorme conforto mentre dormono insieme sul divano antico in cucina, ma ovviamente, il lettore sa, per quanto tragico sia, che Hans ha ragione. Questa non è una vita adatta a un cane attivo e ha bisogno di essere adottato da una famiglia che possa prendersi cura di lui adeguatamente. D'altra parte, si percepisce il dolore di Bo all'idea di rimanere senza cane.

Hans è un personaggio interessante che conosciamo solo attraverso gli occhi di Bo e dei ricordi della sua infanzia. Bo è sempre stato determinato a essere un padre migliore del suo, un padre prepotente e violento. Ciononostante, lui e Hans hanno sempre faticato a comunicare liberamente. Il lettore riesce a vedere oltre le apparenze e a capire che il giovane sta facendo del suo meglio in una situazione difficile, soprattutto quando vanno a trovare Fredrika o partecipano al funerale del migliore amico di Bo, Ture, che, insieme a Ingrid, l'assistente preferita di Bo, sono le uniche persone con cui Bo ha un dialogo. Ingrid lo incoraggia senza essere condiscendente. Addirittura porta Sixten fuori per un breve periodo, cosa che sicuramente non rientra tra le sue mansioni.

Anche Ture, con cui Bo ha condiviso una vita di lavoro ed amicizia si fa aiutare da degli assistenti e i due amici si raccontano le loro esperienze al telefono.

Bo passa parte del suo tempo dormendo o mezzo addormentato. I suoi ricordi sono come sogni, ma questi si insinuano anche nel suo stato di veglia. Ripensa alla sua infanzia, alla casa in cui ha vissuto da bambino, al padre irascibile e autoritario, alla madre affettuosa, alla moglie amorevole, all'amicizia di una vita con Ture e al figlio Hans, quando era piccolo. Spesso, al risveglio, si sorprende di trovare un panino accanto al letto o Hans che gli riempie il frigorifero di cibo. Sebbene la sua vita interiore rimanga vivida, trova sempre più difficile esprimere i suoi bisogni agli altri o entrare in contatto con suo figlio,

La ricca vita interiore di Bo non corrisponde a ciò che vedono i suoi assistenti e suo figlio. La dicotomia è toccante e straziante, sebbene il corpo umano possa indebolirsi, la mente e lo spirito rimangono giovani.
Attraverso il suo punto di vista in prima persona, Bo accompagna il lettore attraverso una moltitudine di emozioni: la rabbia verso Hans per aver pianificato di portare via Sixten, l'imbarazzo di dipendere dagli assistenti per i suoi bisogni intimi, il dolore per il fatto che Frederika non riconosca più i suoi cari, la gioia per le interazioni con il suo migliore amico, il rimpianto di non aver avuto un buon rapporto con il padre defunto, o l'ansia di non riuscire a dire a suo figlio tutto ciò che desidera prima che arrivi il suo momento.
Lisa Ridzén, dottoranda in sociologia, apporta al suo romanzo d'esordio sia una solida preparazione accademica sia un profondo legame personale perché la storia è ispirata dagli appunti che l'équipe medica che si prendeva cura del nonno dell'autrice ha lasciato alla famiglia mentre lui si avvicinava alla fine della sua vita.   

Ridzen cattura ogni emozione alla perfezione: lo smarrimento, la confusione, la rabbia verso gli altri, verso se stessi, verso la vita, il risentimento per la dipendenza dagli altri.

Bo si confonde, dimentica le cose e ha le smemoratezze che si riscontrano nella maggior parte delle persone che si avvicinano ai novant’anni. Mentre le poche gioie rimaste della sua vita vengono gradualmente eliminate, Bo perde sempre più la volontà e il desiderio di vivere.

La prosa è caratterizzata da una schiettezza tipica della letteratura scandinava, ma l'evoluzione del personaggio di Bo è avvincente, mentre fa pace con le frustrazioni a lungo covate, scoprendo che è più facile lasciarsele alle spalle.

Quando le gru volano a sud è un viaggio la cui malinconia cresce progressivamente. La domanda centrale del romanzo è al contempo universale e profondamente personale: come possiamo invecchiare con dignità in un mondo che ha una fretta impellente di andare avanti senza di noi?

La narrazione di Bo descrive come la vecchiaia non comporti solo la perdita della memoria, ma anche la perdita della mobilità, della compagnia, dell'indipendenza e della dignità. L'autrice merita un plauso per aver ritratto senza filtri il dilemma in cui si trovano tanti anziani, ma anche senza cadere nel voyeurismo. La sua scrittura è al tempo stesso semplice e delicata. Il romanzo è contemplativo, malinconico, realistico, straziante. Una meditazione potente e profondamente toccante sulla vita e sulla morte, e sulle relazioni fondamentali dell’esistenza, semplice nella sua premessa, mostra la quieta e ostinata dignità di un uomo che affronta i suoi ultimi giorni con una sincerità disarmante trovando un finale che chiude il cerchio in modo impeccabile.

Genere: Narrativa

Anno di pubblicazione: 2025

pagine: 336

editore: Neri Pozza


giovedì 3 settembre 2026

IN QUESTA NOSTRA VITA

 





In questa nostra vita - Ellen Glasgow -

Recensione a cura di Miriam Donati

 

È una storia dominata dalla figura di Asa Timberlake, che si giudica in modo fallimentare, eppure, paradossalmente, è il fulcro della forza nel tragico intreccio delle vite che toccano la sua.

Asa è vicino ai sessant’anni e ha lavorato fin da ragazzo, in posizioni subordinate, nella fabbrica di tabacco che un tempo suo padre controllava. Ora Asa ha ereditato una famiglia disgregata e il suo magro patrimonio dipende dal sostegno finanziario dello zio della moglie, un uomo sgradevole di nome William Fitzroy. All'inizio del romanzo, l'elegante casa della famiglia Timberlake sta per essere demolita, a ricordare la provvisorietà delle cose, e per tutto il romanzo Asa resta bloccato in un matrimonio totalmente privo d'amore, al quale si sente vincolato per onore a causa della malattia della moglie, l’ipocondriaca Lavinia e delle loro modeste condizioni economiche.  L'unica via di fuga per Asa sono le visite alla fattoria di una vicina, la vedova, Kate, che conosce da decenni e che ha due cani a cui è molto affezionato, poiché Lavinia non gli ha mai permesso di tenere un cane in casa.

Ci sono tre figli. Il maschio, Andrew, è una figura che nel libro rimane nell’ombra, un personaggio a cui non succede mai niente. Diverso è il caso delle due figlie, Stanley e Roy, le cui vicissitudini costituiscono gran parte della trama. Stanley è profondamente egoista, capricciosa. viziata, immatura, esigente, usa il suo aspetto per ottenere tutto ciò che desidera, anche se ciò che desidera appartiene agli altri; ha goduto per tutta la vita del favore del suo ricco e spietato prozio William Fitzroy, che ha sposato la nipote ad Asa Timberlake.  Roy, la sorella maggiore, pragmatica e matura è una ragazza generosa e intelligente, orgogliosa, leale, troppo utile e troppo retta per essere veramente compatita; aspira a una vita moderna e a un'apparenza di forza, pur essendo al contempo ferita e confusa dall'amore. È la più vicina al cuore del padre. Egli apprezza soprattutto in lei l'ardente spirito di coraggio che la anima.

Le figlie rifiutano i valori tradizionali del padre e cercano invece di vivere la propria vita.

Entriamo nelle vite dei Timberlake pochi giorni prima che Stanley sposi Craig Fleming, un avvocato idealista, ma inefficace. Roy è sposata con Peter Kingsmill, un giovane chirurgo affascinante e spericolato. Tuttavia, Stanley, da brava bambina viziata qual è, ruba il marito a Roy innescando una serie di calamità che rovinano quasi tutte le vite coinvolte, compresa quella di Asa.

Craig, sull'orlo del baratro, ritrova la forza di andare avanti grazie all'aiuto di Roy, e i due prendono in considerazione l'idea di sposarsi. Asa immagina che in tarda età si apra una porta verso Kate Oliver. Per un po', le seconde possibilità sembrano affermarsi. Stanley e Peter invece precipitano rapidamente nell'infelicità, che culmina in un tragico epilogo, trascinando con loro il resto della famiglia.

Nel libro ci sono essenzialmente due tipi di persone: gli egoisti che calpestano chiunque li circondi in nome della propria felicità, e gli altruisti che, di conseguenza, vengono calpestati. Gli egoisti scoprono che la felicità che raggiungono è così effimera e vuota che, in fin dei conti, sarebbe stato meglio non averla mai cercata. Gli altruisti scoprono che il sacrificio non porta altro che dolore e la consapevolezza di non conoscere mai nemmeno la fugace felicità

Una bambina viene uccisa dall'auto di Stanley, e Parry Clay, il suo giovane autista nero, che cerca di riscattarsi dalla vita che gli è stata imposta attraverso l'istruzione, viene arrestato per il crimine a causa delle accuse di Stanley.

La questione della discriminazione razziale è secondaria rispetto alla trama del romanzo, ma è di gran lunga l'aspetto più interessante del libro oggi, visti i cambiamenti nei costumi sociali riguardo al divorzio e all'infedeltà avvenuti dalla pubblicazione del romanzo. Parry è un giovane nero ambizioso, figlio di uno dei domestici dei Timberlake, che vuole diventare avvocato e spera che lo zio di Lavinia, William Fitzroy, lo aiuti a finanziare i suoi studi. Parry lavora occasionalmente come autista per la famiglia, ma quando avviene l’incidente, costui cospira per incastrare Parry per il crimine, cosa che Asa non può tollerare, e che innesca l'unico vero punto di svolta della storia. Mentre la maggior parte della famiglia è più che disposta ad accettare l'accusa di Stanley contro il ragazzo, Asa, che si è sempre adoperato per offrirgli vantaggi e mezzi per un'istruzione superiore, prende posizione contro la propria famiglia, dopo anni e anni di sottomissione a ciò che lui considera la tradizione.

I bianchi benestanti possono farla franca per crimini per i quali le minoranze non possono. È una realtà difficile e sconvolgente, ma ciò che è più difficile da accettare è che riconoscere questa disparità non è scioccante perché ampiamente accettato come la normalità e non è considerato un'ingiustizia radicale o oltraggiosa.

È una storia desolante di sradicamento, insoddisfazione e degli sforzi vani di una famiglia per trovare la propria felicità. In queste pagine si ritrovano tutte le emozioni umane: avidità, lussuria, menzogna, tradimento, sacrificio di sé, risentimento e indulgenza distruttiva.

Tematicamente, il libro è ammirevolmente ambizioso, tuttavia, risente del fatto che l'autrice lascia che il tema interferisca con il flusso della narrazione. Alcuni dei suoi punti sono insistenti in modo esasperato. Se questo romanzo fosse pubblicato oggi, probabilmente un editore lo accorcerebbe di un quarto. Ciò rafforzerebbe la trama senza compromettere minimamente la sua esplorazione filosofica. Non era necessario che l'autrice ribadisse lo stesso concetto attraverso personaggi diversi una dozzina di volte.
Il libro non fallisce per superficialità; piuttosto vacilla per la sua pesantezza. Si sofferma troppo a lungo su significati già evidenti, e la sua accusa finale di razzismo, sebbene grave ed essenziale, rimane filtrata attraverso un'allocazione ineguale di profondità.

Riconosco a Glasgow il merito di aver scritto un libro che non edulcora la realtà della vita in Virginia negli anni Trenta e Quaranta, sollevando alcune domande utili sull’immagine dell'America di quegli anni.

Visti gli eventi narrati, il razzismo sarebbe stato il tema perfetto per questo libro, ma il romanzo si limita a crogiolarsi (e, in una certa misura, a rafforzare) idee e atteggiamenti razzisti, senza mai affrontare realmente la questione razziale, né tantomeno conferire profondità psicologica e importanza a nessun personaggio afroamericano. Inoltre i personaggi spregevoli, in primis Stanley, che è stata così viziata dalla sua famiglia che il suo insaziabile appetito per il piacere distrugge la vita di chiunque tocchi, non è sufficientemente reale. È malvagia tout court, non ci sono ragioni o esperienze raccontate che giustifichino il suo comportamento, un personaggio di cartone così orribile da far rabbrividire ogni volta che compare, ma senza costruzione psicologica, senza evoluzione, senza consistenza.

Anche le frasi sembrano ereditare le abitudini familiari: girare intorno, qualificare, tornare sull'argomento che nessuno vuole dire. Glasgow crea suspense non nascondendo fatti semplici, ma ritardando l'ammissione. Sospettiamo di Stanley e Peter prima che la famiglia possa ammetterlo. Sospettiamo della colpa di Stanley prima che Lavinia riesca a sopportarla. Sospettiamo del rinnovato desiderio di Craig per Stanley prima che abbia la decenza, o l'indecenza, di confessarlo.
Il finale rifiuta la riparazione. Roy ritorna dopo una notte di fuga, spogliata della maggior parte delle illusioni e ancora desiderosa di qualcosa di buono a cui aggrapparsi. Asa le offre caffè e stabilità, che non sono la salvezza ma non sono nemmeno il nulla. Parry viene liberato, ma non emancipato. Stanley rimane intrappolata nella rete che l'ha sempre intrappolata. Kate e la libertà restano visibili ad Asa da lontano, come un campo intravisto attraverso le intemperie. La vecchia casa non c'è più. Le luci brillanti sono accese; il nuovo mondo è arrivato con le sue pompe di benzina, le sue auto e le sue scuse efficienti.

In questa nostra vita ha vinto il Premio Pulitzer nel 1942.

 

Genere: Narrativa

Anno di pubblicazione 1941

pagine: 385


giovedì 30 luglio 2026

GLI INVISIBILI

 





Gli invisibili - Pajtim Statovci

 Recensione di Miriam Donati

 

 “Tutto è sempre inquadrato attraverso il prisma della guerra.” Questa frase, che compare verso la fine del romanzo, è la chiave per comprendere la forza motrice della sua narrazione: l'impatto selvaggio e disumanizzante della guerra, sia sulle società che sugli individui che le compongono.

Pajtim Statovci, albanese sfollato dal Kosovo in Finlandia a causa dei conflitti jugoslavi degli anni Novanta, ha scritto un'inquietante e potente indagine sulle vite travolte dalla guerra e dalle sue conseguenze, sollevando interrogativi sulle nefaste politiche nazionaliste che ne sono alla base e sulle relazioni e famiglie frammentate che lascia dietro di sé; interrogativi che appaiono tanto più attuali e carichi di emozione ora che la guerra infuria di nuovo nell'Europa orientale. 

Sebbene il libro sia scritto in finlandese, la lingua della sua patria adottiva, Statovci si ispira al cupo "realismo magico" di romanzieri dell'Europa orientale, fondendo passaggi di inquietante brutalità e abuso con voli lirici sull'amore erotico e fugaci momenti di condivisione. Nonostante la trama principale sia la storia di Arsim, un giovane albanese del Kosovo, aspirante scrittore, costretto a fuggire da Pristina nel Kosovo con la moglie e figlio, il romanzo crea una narrazione ricca e stratificata alternando le confessioni in prima persona di Arsim a passaggi in corsivo, il cui interlocutore non viene esplicitamente nominato ma sembra essere Milos, lo studente di medicina serbo che Arsim aveva incontrato e di cui si era innamorato a Pristina nel 1995 e con cui aveva  cominciano una relazione clandestina, sebbene avesse a suo tempo, obbediente alla tradizione, accettato di sposare Ajshe.

La morale comune non può tollerare lo scandalo del loro amore. Ma non è solo la società civile che li condanna a essere invisibili. È la guerra a separarli definitivamente, a decretarli nemici e a renderli anche invisibili l'uno all'altro. Questo nella prosaica realtà, ma non nello struggente attaccamento al desiderio e al sogno a cui entrambi restano fedeli (pur sapendo che “i sogni corrono dietro alle menzogne ​​che diciamo a noi stessi”).
Vivranno condizioni molto diverse, Arnim da esule con la sua famiglia, Miloš da medico di guerra, ma avranno in comune la progressiva devastazione delle loro vite. L'odio per se stessi, la disgregazione dei desideri, la paura, il buio intorno e dentro fino al compimento dei loro diversi destini, quando la Storia divorerà le loro storie.

Arsim, aspirante scrittore, mette a punto una confessione cupa e oscura che sfida il lettore, rivelando verità terribili. Conducendo un'esistenza vuota come operaio immigrato e padre riluttante, Arsim è vittima della guerra e dello sradicamento, ma anche dell'omofobia che lo porta a reprimere la sua vera natura e ad abbandonare Milos, con la sua bussola morale frantumata da processi di emarginazione che lo trascinano impotente in avanti. Mentre Miloš, tormentato dagli orrori vissuti. nei suoi brevi capitoli allucinatori e claustrofobici, mostra un uomo che si sta sgretolando.  I ricordi della sua infanzia infelice e delle sue orribili esperienze come chirurgo in prima linea in guerra si intrecciano con estratti di miti e folclore, che amplificano la tragedia conferendole un carattere universale e allontanano ancora una volta l'esperienza del lettore dal realismo lineare convenzionale. 

"Forse la felicità è sapere che non esiste. E la tristezza è la saggezza di sopportarlo".
Arsim si imbatte in una sordida relazione con un'adolescente, che lo mette nei guai con le autorità e lo porta in prigione e all'espulsione. Scontata la pena e tornato a Pristina, rifiutato dalla moglie e dalla famiglia, Arsim inizia a recuperare un senso di autodeterminazione, trovando un lavoro e reiscrivendosi all'università per riprendere gli studi letterari. Decide anche di ritrovare Milos, ma qui il romanzo si discosta dall'ovvio arco narrativo del lieto fine e della risoluzione redentrice della trama per i due protagonisti. Gli invisibili si trasforma da un'anticipazione onirica del futuro in una tesa negoziazione del passato. Solo sfuggendo al circuito anestetizzante della fantasia, suggerisce Statovci, possiamo iniziare a sopportare la realtà.

Quando lo ritroviamo, Milos è profondamente segnato dalle esperienze vissute al fronte, un uomo indifeso e incapace di parlare, ridotto a un guscio vuoto. Con un gesto sconvolgente, Arsim si distacca dal suo passato, rendendosi conto che il loro amore non potrà mai essere rianimato. Se si può dire che il libro abbia un lieto fine, questo risiede nel fatto che Arsim trova la sua strada come scrittore, ironicamente facilitato da un regalo d'addio in denaro da parte della sua ex moglie. 

Il titolo originale del libro che risuona in tutto il testo è Bolla: spettro, creatura ignota, straniero. Un titolo che indica l'ambiguità, l'impasto di bene e male di cui è fatto l’uomo: un accordo tra dio e diavolo, come si legge nella premessa, tratto da una storia della mitologia albanese e del folklore locale. Bolla è sia la creatura serpentina simile a Satana che apre gli occhi solo una volta all'anno e poi divora ogni essere umano che la vede, sia come compare nel primo racconto scritto da Arsim in cui fa amicizia con una ragazza cieca, i due si accordano per incontrarsi ogni anno, nel pieno della primavera, nella stessa foresta, sullo stesso sentiero e la bolla diventa per entrambi un simbolo di speranza che il loro rapporto segua lo stesso percorso. Ma bolla significa anche estraneo, alieno e, alla fine è trasformato in mostro dalla guerra, che sia Arsim che Milos diventano in diversi momenti della narrazione. Questa parte simbolica del libro sottolinea in modo toccante la sottile linea di confine tra bene e male.

A volte è come se il male che vedi diventasse il male che fai.
Pur svolgendosi sullo sfondo della guerra, il conflitto stesso viene menzionato solo fugacemente. Statovci sceglie invece di concentrarsi sulla persistenza delle lotte personali e sul costo umano della guerra, in particolare sui temi dello sradicamento e del trauma. Infatti, uno dei maggiori punti di forza del romanzo è la complessità dei suoi personaggi. Anche un personaggio sottotono e marginale come Ajshe, la moglie devota e sottomessa di Arnim, silenziosa custode della tradizione, ha una evoluzione personale sorprendente.

Sebbene entrambi gli uomini siano capaci di grande tenerezza e generosità quando sono insieme, Statovci non esita a mostrare i loro lati oscuri. La costante pressione e il risentimento di dover nascondere i suoi veri sentimenti al mondo spingono Arsim alla violenza e alla crudeltà – soprattutto nei confronti della moglie, mentre Milos, un tempo animo gentile determinato a diventare medico, è ridotto a un'ombra di se stesso dagli orrori che subisce come soldato al fronte. È una testimonianza della sottigliezza e del realismo dello stile di Statovci il fatto che, nonostante gli innegabili difetti e le azioni imperdonabili dei personaggi, ci ritroviamo comunque a fare il tifo per loro, sperando che alla fine trovino la felicità.
Alla fine del libro, comprendiamo che l'unico modo per fare i conti con il passato è abbandonare ogni speranza o aspettativa per il futuro, e accettare invece l'impossibile bruttezza della realtà. Dopotutto, "se tutti ottenessero ciò che desiderano, esisterebbe ancora una parola per descrivere il desiderio?".

La prosa di Statovci è uno strumento sinuoso e flessibile, capace di rendere ugualmente bene la brutalità viscerale del conflitto, la desolante anomia della vita cittadina del dopoguerra e la sensualità compulsiva di una storia d'amore segreta. Il suo stile elevato spesso trova metafore efficaci e sorprendenti rendendo il testo così affascinante per la sua assoluta cupezza, ma la straordinaria bellezza del linguaggio lo rende in qualche modo trascendente. C'è una componente magica in questa scrittura, perché trabocca di significato, ma al tempo stesso è piena di moderazione; è così fantasiosa, ma anche realistica. Credo che la chiave sia che Statovci non scrive per giudicare o per istruire, ma lascia che sia il lettore a valutare i personaggi che porta in vita. Il libro ricorre ad alcuni cliché e stereotipi tipici delle narrazioni omosessuali (in particolare per quanto riguarda le storie d'amore sfortunate e gli abusi infantili), ma la profonda comprensione di un periodo spesso trascurato della storia recente e l'originalità della narrazione oscurano qualsiasi iniziale sensazione di familiarità.

I momenti più intensi emergono quando descrive gli effetti totalizzanti della paura legati alla situazione di Arsim, rifugiato in esilio. "Chi cresce con la paura non impara mai a vivere senza di essa", afferma Arsim. "È il vicino che trova un parcheggio migliore perché questo è il suo paese, non il tuo; è chi porta a spasso il cane e ti saluta con un cenno del capo, strizzando gli occhi, non per salutarti, ma perché sei uno straniero". Statovci, la cui famiglia fuggì dal Kosovo in Finlandia quando lui aveva due anni, descrive l'identità di un rifugiato non come un abito che si può modificare facilmente, ma come una pelle di cui ci si può liberare solo con grande difficoltà.

Bolla parla di guerre interiori e guerre esteriori. Lo sfondo della relazione tra Arsim e Miloš rispecchia le loro guerre interiori, fatte di paura, vergogna, alienazione culturale, separazione forzata e persistenza del trauma e mostra come gli individui arrivino a perdere l'empatia per gli altri a causa della tensione derivante dal vivere in circostanze terribilmente tese e dal trauma postbellico. Sebbene questo romanzo inizi come una storia d'amore, si trasforma gradualmente in qualcosa di più complesso, sinistro e devastante mostrando come l'istinto di sopravvivenza possa corrompere completamente un individuo.

"Non conosco niente di più snervante del crollo emotivo che si prova quando ci si rende conto di essere disposti a fare qualsiasi cosa, a dire qualsiasi cosa, pur di recuperare anche solo una minima parte di ciò che un tempo era così abbondante."

Un romanzo intenso, forte, con una cifra stilistica ben definita e un percorso narrativo non banale.
Questa storia ci mostra i nervi scoperti del dolore, ci racconta del coraggio di resistere e della resa, della miseria e della meraviglia di essere umani, perché, nonostante l'orrore, alla fine è la compassione ad averla vinta.

Il libro ha vinto il Premio Finlandia 2019 e il Premio Grinzane 2022

 

Genere: Narrativa

Anno di pubblicazione: 2021

pagine:200

editore: Sellerio


giovedì 2 luglio 2026

IL LIBRO DI KELLS

 




Il libro di Kells - Sorj Chalandon -

Recensione di Miriam Donati

 

Ammiro Chalandon per la sua umiltà, la sua cruda sincerità, la sua lealtà verso i più vulnerabili che mostra anche in questo libro. 

Il libro di Kells è la testimonianza più intima e toccante del suo percorso: il passaggio dall'adolescenza con la sua fuga a diciassette anni da un padre violento, la sua sopravvivenza per le strade e la sua ricostruzione attraverso l'impegno politico al fianco di attivisti di estrema sinistra ricreando l'atmosfera di un'epoca in cui la ribellione sognava la redenzione.
È la ricerca di un giovane che vuole liberarsi dalla presenza schiacciante di un padre violento, antisemita e razzista. Liberarsi significa iniziare a trovare se stessi. "Partivo per riconciliarmi con il figlio dell'Altro".  
Non ancora maggiorenne, ma da poco emancipato, lascia Lione. Il suo unico bagaglio è una valigia improbabile per affrontare il mondo: una copia della pièce esistenzialista di Sartre, La Nausea, una cartolina irlandese medievale, ricevuta dal suo amico Jacques, illustrante l’incisione “Il libro di Kells” – da cui il suo futuro nome di battaglia, Kells – e una banconota da cento franchi, un ultimo gesto materno: "Tieni, prendi questi, ne avrai bisogno". Basandosi sul prezzo di una baguette all'epoca, ha calcolato "di poter sopravvivere sei mesi con duecentocinquanta grammi di crosta e briciole al giorno". Per lui, la libertà significa prima di tutto esilio e strada, innocenza di fronte a un mondo crudele.

È il 1970. È l'epoca dell'LSD e degli hippy. Per mangiare, è costretto a rubare o mendicare, a volte trova lavoretti saltuari e deve lottare per proteggersi o trovare un posto asciutto dove passare la notte. Giovane alla deriva, per mesi interminabili, mentre sogna di girare il mondo fino a Kathmandu, sperimenta un mondo di violenza, lotta con la rabbia sempre pronta a esplodere. Dorme sotto i ponti, viene derubato da altri più o meno sfortunati di lui e sopporta il freddo e la pioggia, la solitudine e l’indifferenza. La diffidenza è onnipresente, perché non può fidarsi di nessuno. Quando si scorge in una vetrina, non riconosce più il suo riflesso. Vaga senza niente, smarrito, costretto a tendere la mano, con gli occhi bassi, il cuore pesante. Supplica "di restare pulito, per favore". Dice "non voglio carità, ma solidarietà". E piange, solo al mondo, su uno zerbino. 

Queste pagine, in bilico sull'orlo dell'abisso, sono devastanti nella loro accuratezza, una cruda verità sul sentimento di abbandono, uno stile scarno che trasmette la fragilità e la dignità. Fino a quel momento Kells aveva rifiutato tutte le droghe pesanti, ma in uno squat, una ragazza gli dà una cartina imbevuta di LSD. Qualche tempo dopo, in una cantina, decide di provarlo… È un lungo viaggio nella follia, pieno di allucinazioni. Tutto è capovolto ed è descritto vividamente con uno stile inventivo. È allo stesso tempo connesso alla realtà e alla storia della sua famiglia. Il ritorno alla realtà è molto difficile.
Poi, per caso, durante una manifestazione, incontra i suoi nuovi "compagni maoisti" della gauche proletaire e scopre un mondo e un modo diverso di resistere, quel tipo di resistenza che gli permetterà finalmente di uscire dalla strada.

Gli attivisti maoisti lo accolgono e gli offrono ciò che suo padre gli aveva negato: cultura, letteratura, cinema, musei. Ma soprattutto, l'amicizia e il calore umano che gli erano mancati così tanto. Questi compagni provengono da contesti diversi: studenti, operai, lavoratori, il loro giornale, "La Cause du Peuple", parla meno di una Cina lontana e più di lotte molto reali: scioperi nelle fabbriche, lavoratori sottopagati e la difficile situazione degli immigrati.

All'interno di questa nuova famiglia, Kells scopre la lotta in tutte le sue forme: scontri con i sostenitori di estrema destra, sostegno ai lavoratori e aiuto ai figli delle famiglie immigrate per imparare il francese nelle baraccopoli di Nanterre, dove decide che "servire il popolo" non è solo uno slogan, ma un atto quotidiano. Più che un indottrinamento, è una scuola di vita fatta di impulsi, speranze, battaglie, ma anche passi falsi.
Diventando attivista, affigge manifesti e distribuisce volantini, tanto più convinto che la rivoluzione possa riparare ciò che l'infanzia ha spezzato, perché questo impegno lo pone in contrasto con i valori dell'Altro, un padre che non riesce a chiamare altrimenti. Dove l'Altro predicava odio e menzogne, Kells sceglie la fraternità e la verità.
L'impegno gli permette non solo di incanalare la sua rabbia e contenere la sua vergogna, ma anche di alzare finalmente la testa in un mondo strutturato da gesti condivisi.

È qui che prende forma l'uomo che diventerà: ribelle, incapace di sottomettersi, sfidante dei dogmi, animato da una sete di giustizia e da un'incrollabile lealtà verso gli oppressi. Perché ciò che nasce è un ideale che non lo abbandonerà mai: per l'uguaglianza, contro il razzismo, al fianco di tutte le lotte per la libertà. Lucido, a tratti assalito dal dubbio, ma sempre radicato nella fraternità. Rifiuta il militarismo, fugge dalle certezze cieche e predilige la speranza e quella nobiltà d'animo che salva.

Oggi parliamo di violenza con i Black Blocks, ma gli scontri tra i movimenti di estrema destra e i maoisti erano molto più violenti e soprattutto più frequenti.
Tutto era esplosivo nella Parigi post ‘68, i dibattiti sulle idee affollavano gli intellettuali in prima linea e Chalandon lo descrive perfettamente, così come l'organizzazione piramidale dei movimenti.
Possiamo percepire il ribollire delle ideologie e la normalizzazione che avverrà con il disincanto delle esperienze sovietiche e cinesi.
L'assassinio di Pierre Overnay, la tragedia di Bruay-en-Artois, il massacro di Monaco e la lotta operaia di Lip a Besançon mettono tutto in discussione e, man mano il movimento si irrigidisce, si divide e infine si affievolisce. L’autore ne coglie gli impulsi e le deviazioni con lucida tenerezza, abbracciando un'epoca segnata da ardenti speranze, sincera cecità e profonda disillusione.

Con l'emergere di dissensi all'interno del suo gruppo, si compiono i primi passi verso la creazione del giornale Libération, verso il quale Kells/Chalandon aderisce fino a diventarne giornalista per oltre trent’anni conservando il gusto per la lotta, il senso di comunità e la sete di verità. “Come La Cause du peuple, Libération era una spina nel fianco. E unirmi a questo giornale poteva essere un modo per continuare la lotta”, ha scritto. Ora è collaboratore di Le Canard enchaîné.

La forza del romanzo risiede in questa totale immersione ai margini: paura, speranza, fame, esperienze con prodotti come l'LSD, ma anche impegno politico e sociale, che appaiono come tentativi di dare un senso al caos.
Tensioni tra gruppi militanti, dispute ideologiche e disillusioni sono esposte direttamente. Un lettore che non ha familiarità con questi movimenti può sentirsi un po' perso, ma ciò non toglie forza alla storia. Al contrario, questa complessità contribuisce alla ricchezza del romanzo.
Lo stile di Sorj Chalandon, che si riconosce fin dalle prime frasi, è sempre diretto, semplice, incisivo, profondo e viscerale. E poi è nelle sue piccole frasi che la poesia e la forza si manifestano. Con grande sincerità, l’autore lascia riaffiorare un passato impossibile da dimenticare. Sebbene parli con timore del padre, non dimentica la madre, una donna introversa che ha vissuto sotto il giogo di un marito ultra autoritario.

Questo romanzo vibrante ed esaltante parla della possibilità di rinascere attraverso l'altro, grazie all'altro e contro l'Altro. Un libro commovente in cui l'intimità si mescola con la politica. In esso ho riscoperto ciò che rende unico Sorj Chalandon: un'umanità palpabile e la convinzione che la scrittura non sia solo memoria, ma trasmissione. Il libro di Kells è una storia personale che tocca l'universale, è la storia di una generazione alla ricerca di ideali, in opposizione all'ingiustizia, una generazione non ancora lobotomizzata, asservita, manipolata o condizionata dalla tecnologia degli schermi. Soprattutto, è un meraviglioso tributo ai veri amici, a coloro con cui si condividono gli stessi ideali, i momenti migliori e quelli peggiori, come una seconda famiglia che si è scelta e che ci ha adottati. Come le sue opere precedenti, è il tipo di libro che scuote nel profondo e rimane impresso.

Ma dietro la forza di questa testimonianza, il lettore attento percepisce un limite: l'opera, più confessione che invenzione, è più vicina a un documento autobiografico che a un romanzo. L'emozione è reale, a tratti toccante, ma lo slancio narrativo cede il passo a un ricordo doloroso. Non è il miglior libro di Chalandon: un'opera necessaria per comprendere l'uomo, meno convincente per chi è alla ricerca del romanziere.

 

Genere: Narrativa autobiografica

Anno di pubblicazione: 2025

 pagine: 352

Editore: Guanda


giovedì 25 giugno 2026

L'ALCHIMISTA IMPERFETTA

 






L’alchimista imperfetta - Naomi Milller -

Recensione a cura di Miriam Donati

 

Il romanzo è una reinvenzione fantasiosa della straordinaria vita di Mary Sidney Herbert, contessa di Pembroke, scienziata visionaria, sostenitrice delle scrittrici e amante scandalosa di un uomo molto più giovane. Una delle prime autrici dell'Inghilterra rinascimentale a pubblicare con il proprio nome, la contessa riuscì a ritagliarsi uno spazio di rilievo in un mondo dominato dagli uomini, come figura audace e spesso controversa in una corte reale dilaniata da gelosie e intrighi. I suoi esperimenti pionieristici in campo letterario e scientifico sfidarono molte delle convenzioni consolidate dell'Inghilterra rinascimentale.

Mary non solo curò e pubblicò un'edizione de "L'arcadia della contessa di Pembroke" di suo fratello, ma realizzò anche nuove traduzioni dei Salmi e si pensa che la sua versione della storia di “Antonio e Cleopatra” abbia ispirato la celebre opera di Shakespeare.

Oltre a essere un'autrice e mecenate letteraria di grande influenza, organizzò un salotto letterario per scrittori, tra cui Edmund Spenser, John Donne, Ben Jonson e altri autori interessati a esplorare i limiti delle forme letterarie. Fu mentore di un gruppo di scrittrici, tra cui Mary Wroth, Aemilia Lanyer, Elizabeth Cary e Anne Clifford.

Era anche una scienziata, che praticava l'alchimia nel suo laboratorio privato per preparare rimedi chimici ed erboristici, ma non sono pervenuti manoscritti che documentino le sue ricette o i suoi esperimenti alchemici.

La maggior parte dei personaggi del libro sono versioni fittizie di figure storiche realmente esistite, i cui ruoli combinano elementi delle loro vite reali con invenzioni dell’autrice. 

Naomi Miller dà vita alla storia di Mary in forma romanzata, a partire dal 1575, quando Mary viene convocata a corte per servire la regina. Qualche anno dopo, sposa Henry Herbert, conte di Pembroke, e sebbene si tratti di un matrimonio combinato anziché d'amore, Henry sembra almeno accettare l'intelligenza e la cultura della sua nuova moglie e le concede la libertà di coltivare i suoi interessi letterari, portandola infine a fondare un circolo letterario nella loro dimora, Wilton House.

La storia di Mary, narrata in terza persona, si alterna a una narrazione in prima persona dal punto di vista di un'altra giovane donna; Rose Commin.

Rose, un personaggio di fantasia, proviene da un contesto sociale molto diverso, essendo cresciuta in campagna, figlia di un mercante di tessuti e di un'erborista. Dopo che sua madre è processata per stregoneria, Rose è mandata a Wilton House, dove diventa cameriera di Lady Catherine Herbert, che la incoraggia a sviluppare il suo talento per il disegno, oltre a insegnarle a leggere e scrivere. Rose si dimostrerà sia un'acuta conoscitrice dell'animo umano sia un'artista di talento.  Purtroppo, Lady Catherine muore poco dopo l'arrivo di Rose, ma quando Henry Herbert si risposa e porta la sua giovane moglie, Mary Sidney, a Wilton House, tra Rose e la sua nuova padrona nasce un'amicizia.

L'autrice dà vita a questa figura femminile in modo intelligente e stimolante. Ho apprezzato i capitoli alternati che descrivono gli eventi prima di Mary e poi di Rose, e ho seguito con interesse la graduale evoluzione del loro rapporto, che si trasforma in un legame di fiducia e rispetto reciproco. La storia non solo delinea questi personaggi in modo dettagliato, ma offre anche uno spaccato della vita nell'Inghilterra dei Tudor e delle restrizioni che le donne dovevano affrontare, non solo a causa dei pregiudizi maschili, ma anche per via dei pericoli della vita quotidiana, in cui il dolore e la perdita spesso andavano di pari passo.
Ne "L'alchimista imperfetta " l'autrice crea un pot-pourri di elementi familiari ai lettori di romanzi storici ambientati in quel periodo. Troviamo il rischio di accuse di stregoneria contro le donne con competenze ostetriche o conoscenze di rimedi erboristici, gli intrighi e le lotte di potere della corte elisabettiana e i vincoli sociali che offrono alle donne poche alternative se non il matrimonio, la maternità o una vita al servizio. A tutto questo si aggiunge lo studio dell'alchimia, un pizzico di romanticismo e personaggi storici famosi, e si hanno tutti gli ingredienti per una storia avvincente. Sebbene la struttura del libro sia chiaramente pensata per riprodurre le fasi del processo alchemico, allusioni all'alchimia si possono trovare in tutto il testo.

Mary Sidney emerge come un personaggio vivace, ma che, nonostante la sua posizione sociale, non è immune da un matrimonio combinato, dalla tragedia del lutto e dai rischi legati al parto. Quelle che sembrano opportunità sono spesso seguite da battute d'arresto o conseguenze indesiderate.

La determinazione di Mary a dare ai personaggi femminili un ruolo più rilevante nelle opere letterarie la porta a influenzare la poesia di suo fratello Philip e persino, sostiene l'autrice, l'opera di quello che è probabilmente il drammaturgo più importante del periodo. Il Circolo, il salotto letterario fondato da Mary è paragonato a un esperimento alchemico in cui i materiali vengono "mescolati e distillati finché l'unione del simile e del dissimile non produca la conoscenza perfetta ".

L'inserimento di una narratrice in prima persona, Rose Commin, offre al lettore un'ulteriore prospettiva su Mary e fornisce l'opportunità di sviluppare trame secondarie, nonché una toccante, seppur non convenzionale, amicizia tra donne provenienti da contesti molto diversi. L'incoraggiamento di Mary al talento artistico di Rose permette inoltre all'autrice di esplorare un altro tipo di processo di trasformazione. Come osserva Rose, "Più lavoravo con il colore, più facilmente riuscivo a comprendere la sovrapposizione e la miscelazione delle sfumature nell'ambito dell'alchimia della mia signora, dove meticolose combinazioni di ingredienti dissimili potevano produrre un risultato finale armonioso".

 

Genere: Narrativa storica

Anno di pubblicazione: 2020

pagine: 431

editore: Piemme

 


giovedì 4 giugno 2026

GUARDA LE LUCI AMORE MIO

 




Guarda le luci, amore mio - Annie Ernaux

 Recensione di Miriam Donati


«Se ci pensate bene non esiste uno spazio, pubblico o privato, in cui così tanti individui diversi interagiscano e si mescolino: per età, reddito, cultura, origine geografica ed etnica, aspetto. Nessuno spazio chiuso in cui tutti, decine di volte all'anno, si trovino a stretto contatto con i propri simili, dove tutti abbiano l'opportunità di intravedere come sono e come vivono gli altri».

Il libro di Annie Ernaux si presenta come un “diario di osservazione” che ha tenuto per un anno, tra novembre 2012 e ottobre 2013, in cui racconta le sue visite all'ipermercato Auchan di Cergy nel centro commerciale Les Trois-Fontaines nella regione di Parigi. L'ipermercato è visto come "un grande luogo di aggregazione umana, uno spettacolo", e come parte integrante della vita quotidiana delle persone. L'autrice parte quindi dal presupposto che esso sia fonte di emozioni e sensazioni. Questo spazio commerciale riveste anche "un'importanza [...] nel nostro rapporto con gli altri, nel nostro modo di 'formare la società'".

Vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura nel 2022, Annie Ernaux è una figura di spicco della letteratura francese contemporanea. Da decenni costruisce un corpus di opere autobiografiche impegnativo, socialmente radicato e spesso politico, in cui analizza la sfera personale tanto quanto quella collettiva.

Dalla lettura del libro, possiamo dedurre che Annie Ernaux adotta implicitamente un approccio di osservazione partecipante, descrive in particolare quando viene riconosciuta, quando si sente a sua volta osservata, quando il suo carrello della spesa viene scrutato e quando è pieno di champagne, formaggio biologico, vino e marmellata inglese... perché il carrello della spesa riflette sia lo stile che il tenore di vita.

Man mano che si sfogliano le pagine, giorno dopo giorno, descrizioni quasi geometriche delle corsie e dei loro diversi prodotti si intrecciano con commenti sui modelli di consumo e sulla società dei consumi in generale, e con dettagli estremamente precisi sul funzionamento tipico di un ipermercato. Queste descrizioni e commenti rivelano la visione intransigente e critica di Annie Ernaux sulla società e sul suo funzionamento, in particolare nella sua aspra critica al modo in cui il supermercato perpetua la disuguaglianza di genere e alla sua posizione sui giocattoli per bambine, che riflettono il mondo delle loro madri.

Ernaux valuta la misura in cui il sistema distributivo controlla le persone e ne evidenzia "il ruolo nell'adattare gli individui a bassi redditi, nel perpetuare la rassegnazione sociale".

Inoltre, Ernaux descrive le interazioni quotidiane tra consumatori e dipendenti negli ipermercati. Questi incontri sono superficiali. Si parla poco, si pongono semplici domande sui prodotti, senza approfondire. Quando lo sguardo di Ernaux si posa su tutte le persone che frequentano l'ipermercato, diventa meno critico; si percepisce quasi una benevolenza verso tutti questi consumatori, di cui lei stessa fa parte.
L'autrice lamenta la scomparsa dei commessi e dei camerini, spazi ormai ridotti all'essenziale e pieni di dispositivi antifurto. Sottolinea inoltre l'influenza che gli ipermercati esercitano sugli individui (di per sé non nuova), ma anche sulle modalità di vendita dei prodotti, dal momento in cui i clienti entrano nel negozio fino al momento in cui ne escono. L'ipermercato, quindi, esercita un doppio controllo: uno sulle persone, incoraggiandole a consumare di più, e l'altro attraverso la sorveglianza dei prodotti in vendita. Allo stesso tempo è in atto una logica di disumanizzazione, in particolare attraverso l'introduzione di scanner che permettono ai clienti di registrare autonomamente i propri acquisti. Questo nuovo stile di gestione contribuisce alla pianificata scomparsa dei cassieri. Lamentandosi di questo nuovo modo di fare la spesa, Annie Ernaux strappa la sua tessera Auchan. Tuttavia, leggendo, percepiamo un'ambivalenza nei confronti del centro commerciale. Avvertiamo una sorta di apprezzamento. L'autrice, infatti, evoca i vecchi supermercati come più “umani”, il che porta a considerare una certa nostalgia, persino un attaccamento da parte di Ernaux che riflettendo sulla sua esperienza: qualunque sia l'opinione sul modo di consumare offerto dall'ipermercato, esso possiede, a suo avviso, un certo fascino, legato alla vita collettiva che vi si svolge. Dopo alcuni giorni di assenza, la scrittrice non nasconde la "strana soddisfazione" che prova nel tornare al centro commerciale. Andarci è vissuto come una ricompensa, una pura distrazione, per usare le sue parole, dopo una giornata di lavoro (in questo caso, di scrittura).
Il libro non è un'indagine scientifica, né pretende di essere uno studio sociologico, né ha la pretesa di esserlo. Gli elementi descritti richiamano esperienze vissute, soprattutto per chi ha frequentato luoghi simili (rifiuti lasciati nei carrelli della spesa da clienti precedenti, carrelli malfunzionanti, ecc.). Inoltre, questo diario invita alla riflessione e alcuni spunti meritano ulteriori approfondimenti, in particolare quando Annie Ernaux sottolinea che "le istituzioni commerciali accorciano il futuro e relegano nell'oblio il passato della settimana scorsa". Infine, il libro potrebbe potenzialmente servire da punto di partenza per la ricerca in ambito umanistico e nelle scienze sociali su questo tema.

Quanto al titolo, si tratta semplicemente di una citazione dell'autrice, di una madre che si rivolge alla figlia invitandola a guardare le luci di Natale nel centro commerciale: "Guarda le luci, amore mio".

Ho apprezzato che nelle mani di Ernaux, il centro commerciale cessi di essere un luogo senz'anima e diventi uno specchio unidirezionale della nostra era consumistica. Corsie, attese, figure anonime, tutto rivela le divisioni e le routine che permeano le nostre vite. Concentrandosi su ciò che non vediamo più, Ernaux ci costringe ad aprire gli occhi, non solo sui luoghi, ma anche su noi stessi.

Altri punti di forza sono secondo me:

L'originalità sconcertante: non è né un romanzo, privo di trama e di personaggi, né un vero e proprio saggio, poiché è privo di argomentazione strutturata; il testo sfida ogni categorizzazione convenzionale. Assomiglia certamente a un diario, ma di tipo atipico, focalizzato su un unico tema, esplorato con ostinazione quasi clinica. Una forma ibrida sconcertante.

La scrittura essenziale: nell'opera di Ernaux ogni parola ha un peso, ogni silenzio conta. Si limita alla sostanza con un'economia di mezzi che rasenta l'eleganza austera.

L’acuto senso di osservazione: Ernaux coglie gesti, silenzi e le minime tensioni della vita quotidiana con notevole precisione. Traccia micro-narrazioni catturate nell'attimo fuggente, che delineano con delicatezza una precisa mappa sociale della nostra società.

La lettura femminista accorta: questo luogo, apparentemente ordinario, estende la sfera domestica nello spazio pubblico. Tempio invisibile di carico mentale, è ancora raramente osservato direttamente, soprattutto dalla letteratura dominata da prospettive maschili, dove la realtà femminile rimane troppo spesso relegata ai margini.

La posizione pungente e critica: si irrita per l'artificio del linguaggio commerciale, per quelle ingiunzioni mascherate, per quella cortesia meccanica che a malapena cela il disprezzo sociale. Denuncia il modo in cui l'ipermercato esercita un potere discreto ma costante: dirigendo i desideri e relegando i più modesti in secondo piano. Eppure, sotto questa critica incisiva, emerge un'ambivalenza. Una malinconia pervasiva pervade la sua scrittura, come se sapesse che dietro le fredde luci al neon si cela anche una parte della sua memoria.

Ho però una riserva. Sappiamo che l'ipermercato obbedisce a una logica commerciale intrisa della filosofia aggressiva dell'ultra liberalismo. Ma è necessario sottolineare questo fenomeno? È necessario sovrapporre alla realtà dei prodotti e degli atteggiamenti di consumo le intuizioni di una pensatrice che si impegna in una riflessione accanto al carrello della spesa, come se fossimo incapaci di discernere la realtà di una scelta economica, dove la frenetica razionalizzazione dei compiti e l'imperativo di acquistare sono orchestrati, celati dietro le trappole perniciose degli slogan più abbaglianti? È davvero indispensabile che Annie Ernaux, pur denunciando con precisione gli stereotipi di genere presenti nei giocattoli offerti ai bambini, specifichi che parteciperebbe, insieme a Femen, a una vera e propria protesta nei supermercati per denunciare questa piaga?
Si può comprendere la rabbia, ma non l'atteggiamento affettato e la posa di chi indossa i panni dell'intellettuale e non resiste alla tentazione di una battuta spiritosa per zittire una gentile cassiera. Alla povera donna che le offre innocentemente una carta fedeltà – dopotutto è il suo lavoro – Ernaux ribatte: "Non sono fedele a nessuno!". Non si tratta di un atto di resistenza, o l'indignato rifiuto di una cittadina che non si lascia prendere in giro, ma lei stessa spiega: "Semplicemente non volevo sottomettermi alla strategia consumistica basata sugli incentivi praticata da tutti i grandi supermercati". Evidente la risposta spocchiosa di chi non ha bisogno di guardare agli sconti per il basso reddito, rappresentante di quella rassegnazione sociale da lei tanto esecrata. 

 

Genere – Narrativa

Anno di pubblicazione 2014

Pagine: 112

Editore: L'orma


giovedì 28 maggio 2026

L'ANIMA DEL MONDO

 




L’anima del mondo -  Alejandro Palomas

Recensione a cura di Miriam Donati


Otto Stephenson e Clea Ross entrano nello stesso giorno in una prestigiosa residenza di riposo per anziani benestanti.

Clea, novantenne, brillante musicista in gioventù, ha sacrificato la sua carriera per rimanere all'ombra del marito. Dotata di un vivace senso dell'umorismo, possiede un'ironia pungente, disinibita e affascinante quando vuole, ma spietata con tutto ciò che ritiene spregevole.

Otto, di età simile, è un uomo seducente che conserva il fascino e il glamour della giovinezza.

Si dividono le cure di una giovane badante, Ilona, ferita dalla vita, delusa, e soprattutto sola; nasconde un passato terribile nella sua Ungheria natale, segnata dal terrore sovietico. È una donna sballottata dal destino. A Barcellona ha incontrato Miguel. Oltre ad aver vissuto un grande amore, lui le ha insegnato il mestiere di liutaia. La loro felicità è stata interrotta dalla malattia della madre di Ilona che ha dovuto tornare a Budapest per assisterla e rimanervi a lungo.

La vita può essere molto noiosa per chi ha visto e vissuto molto e Otto con la sua aria scanzonata cerca di entrare nelle grazie della scontrosa Clea, che vuole solo godersi gli ultimi sprazzi della vita in pace, ma soprattutto in solitudine.

Otto però non demorde fino a quando giungono a uno strano accordo, un contratto redatto dalla stessa Clea che sancisce i termini della loro frequentazione. Un passaggio molto esilarante e ironico allo stesso tempo.

Clea, secondo me, è il personaggio più riuscito: è una donna molto testarda, persino scortese, che a volte sorprende con inaspettate manifestazioni d'amore o affetto. Spesso caustica, cinica, quasi sempre ironica, una vita sofferta alle spalle, scaglia degli affondi che centrano sempre l’obiettivo smascherando gli interlocutori. Impossibile con lei fingere o divagare.

Ilona trascorre le mattine con Clea, che si addolcisce gradualmente man mano condivide con lei frammenti della sua vita; allo stesso tempo, Ilona le rivela il suo passato e la sua storia. Sua madre è morta da poco, ma troppe sono le cose non dette, gli abbracci mancati, le carezze perdute per una ragazzina resa fragile e costretta a crescere troppo in fretta in un Paese dove ogni libertà è stata per sempre negata, soppressa.

Ilona dedica i pomeriggi a Otto, che, venuto a conoscenza della sua abilità di liutaia, le propone la costruzione di un violoncello da realizzare insieme e questo compito diventa la cosa più importante nella vita dell'anziano. Ilona ha altri interessi: ricostruire il suo rapporto con Miguel, ma accetta dedicandosi all’incarico con impegno. Queste ore contribuiscono a creare un rapporto unico tra loro. Ilona ascolta con cautela e rimane in silenzio di fronte alle storie raccontate, ma allo stesso tempo inizia a svelare il mistero con cui inizialmente le aveva accolte e, ironia della sorte, chi si prende cura degli altri diventa a sua volta accudita.

Clea e Otto iniziano a frequentarsi e nel mentre si raccontano, passo dopo passo si scambiano confidenze sempre più profonde, fino a toccare le corde più dolorose del loro vissuto. Un viaggio a ritroso nel tempo tra amori, delusioni, speranze, una porta aperta sulle loro anime tra momenti di sconforto e profonda malinconia.

Anche se entrambi sono molto presi da questa nuova amicizia non disdegnano battute taglienti infarcite da pura ironia, la verità può essere molto scomoda, lo sa molto bene Clea, lei non si cura più dell’etichetta e non cede a falsi moralismi, è intenzionata a vivere la vita che le resta con tutte le sue luci e le sue ombre.

Il puzzle che l'autore costruisce con la relazione tra questo triangolo di personaggi ha la musica come filo conduttore e rivela la biografia individuale di ognuno di loro. Tutti e tre sanno bene cosa significa vivere con i silenzi, il non detto, il non espresso, l'immaginato, il dato per scontato, le mezze verità, l'atteso, il negato.

Il romanzo offre un'immersione avvincente nella natura umana, nella sofferenza e nella felicità, nell'amore, nel dolore e nella perdita.

I personaggi sono ben delineati, con una complessità che permette una messa in scena credibile e profonda, drammatica e commovente. Le emozioni provate dai tre protagonisti sono descritte con dovizia di particolari e l'autore le porta in vita sulla pagina con delicatezza. Per tutto il romanzo, un intrigante intreccio di prospettive si snoda nella trama, ricreando i diversi punti di vista dei personaggi, in particolare di Clea e Otto.

La trama originale, sapientemente sviluppata dall'autore, il ritmo narrativo e i personaggi ben delineati rendono L'anima del mondo una lettura coinvolgente.  Palomas alterna con maestria voci, tempi e luoghi, e l'enorme peso emotivo della storia non gli impedisce di essere avvincente come qualsiasi altro romanzo realistico, utilizzando uno stile raffinato e lirico, capace di commuovere il lettore.

È un racconto emblematico ed emozionante, una dichiarazione d’amore per l’arte e la vita, Clea e Otto ci insegnano che nonostante il male di vivere, a questo mondo vale sempre la pena di tentare di trarre gioia dalla vita. Bisogna rivolgere lo sguardo in avanti, portando con sé non il peso del passato, ma il ricordo di cosa è stato, con la speranza nel cuore.

È un romanzo delicato, intriso di una particolare sensibilità, commovente in alcune pagine, straziante in altre. Il sentimento predominante è quello della solitudine, quel tipo di solitudine che accompagna le persone anche quando sono circondate da altri. Soprattutto è una storia piena di speranza, bella e vibrante, dove si intrecciano dolore, umorismo, amore, amicizia e la lotta per guarire le ferite del passato. Dove si riscoprono le seconde possibilità e la capacità di vivere anche quando si credeva che la felicità fosse impossibile.

L’autore ha reso omaggio agli anziani per la loro capacità di parlare della morte, della vecchiaia, insomma della fase finale senza ridurre la vita a un'eterna attesa, e che "condividere il dolore è come accordare il cuore" e permette all'anima di parlare, rimediando ai silenzi che incrinano i legami.

 

Genere Narrativa

Anno di pubblicazione 2011

pagine: 304

editore: Neri Pozza


mercoledì 13 maggio 2026

UCCIDERE IL PADRE

 




Uccidere il padre - Amélie Nothomb -

Recensione a cura di Miriam Donati

 

“Mi adora come un ragazzino di quindici anni adora suo padre. Quindi, ovviamente, vuole uccidermi.”

È un libro breve, non privo di quell'umorismo tipicamente nothombiano che si manifesta soprattutto nei dialoghi, un testo singolare, con un finale inaspettato, non stupefacente, piuttosto artificioso e alquanto inverosimile.

Uccidere il padre è ambientato quasi interamente in Nevada, sebbene la cornice narrativa veda Amélie Nothomb, non riconosciuta e non invitata, visitare nel 2010 il club parigino L'Illégal, che celebra il suo decimo anniversario con un folto gruppo di maghi; qui apprende la storia di Joe Whip e Norman Terence.

Tutto è attentamente studiato: dalla "rottura" – ovvero la partenza del quindicenne Joe dalla casa di famiglia (se così si può definire, visto che sua madre, perennemente alla ricerca di amanti, lo ha cacciato di casa) – alle "avventure", l'arrivo di Joe da Norman, un grande mago, che lo accoglie come un figlio, insieme a Christina, la giovane compagna. Lì, Joe imparerà cosa significa la famiglia e, grazie a Norman e in relazione a lui, svilupperà la sua comprensione della paternità. Svilupperà anche il suo talento innato: la magia dei giochi di prestigio con le carte.

Amélie Nothomb scrive che "lo scopo della magia è far dubitare l'altro della realtà". Magia, giochi e inganno sono innegabilmente legati. Dove si traccia il confine? Quando si oltrepassa il limite, dove la realtà non è più distorta per il beneficio del pubblico, ma a danno dell'altro? I maghi sono degli impostori? Ma soprattutto: è possibile per loro esibirsi senza barare? La narrazione ci conduce quindi nel labirinto manicheo della magia: il suo lato occulto, i suoi trucchi, i suoi artifici, ma anche il gioco, e con esso, l'inganno.

Norman e Joe discutono sul confine tra magia e imbroglio. Norman distingue tra le due cose: la magia distorce la realtà in modo positivo per il pubblico, ingannandolo senza arrecare danno; l'imbroglio (a carte) ha il solo scopo di rubare i soldi. La questione rimane irrisolta tra loro.

La scrittrice elabora una critica alla nostra società fatta di illusioni e apparenze, a un mondo in cui gli imbroglioni sono apprezzati e i falsari celebrati. Mette in luce le crudeli ambiguità di Joe, il figlio, portatore di orgoglio e disillusione, esplorando la complessa rete di manipolazione e finzione, l'arte della falsificazione. Per l’autrice uccidere il padre significa liberarsi dalle aspettative che gravano sulle spalle dei figli e dalle proiezioni genitoriali, soprattutto quando il padre in questione è un modello di virtù come Norman. Non è forse un po' irritante nella sua perfezione?

Con uno stile conciso, energico e senza fronzoli, l’autrice esplora il rapporto padre-figlio rivisitando il mito di Edipo e la ribellione adolescenziale. Il bambino desidera la madre e deve prendere il posto del padre: è necessario "uccidere il proprio padre" per diventare adulti. Bisogna liberarsi dalle aspettative e dal controllo paterni per raggiungere la libertà. Il titolo freudiano del romanzo non potrebbe essere più evocativo.

Nothomb si concentra sullo studio del carattere e del talento. Con i suoi dialoghi e il suo umorismo nero, la sua scrittura trae una paradossale forza evocativa dal suo stile essenziale e conciso. Particolarmente suggestiva è la tumultuosa incursione nel Burning Man, il magico festival artistico libertario nel deserto, luogo di musica, viaggi allucinogeni e utopia, che offre splendidi passaggi sul corpo, la danza e la pratica artistica. Il festival è il regalo di compleanno di Joe per i suoi diciotto anni, dove cercherà di sedurre Christina, che è un'artista pura, praticante di un'arte magnifica e pericolosa come la danza con il fuoco.

Secondo me non è una storia particolarmente convincente, e procede in modo un po' troppo frettoloso, ma è una riflessione stratificata sull'inganno personale e sulle relazioni, in molteplici sfaccettature. Nothomb cerca di inserire troppi elementi e non sembra sempre del tutto a suo agio nell'ambientare il suo romanzo quasi interamente in Nevada. Gli espedienti sono anche piuttosto forzati, dalla generosa paghetta mensile di Joe alla comodità di finire a casa di Norman. I dialoghi sono a tratti pungenti ma poco credibili. Le descrizioni, minimali, si affidano all'immaginazione del lettore di fronte a una storia che non è sempre plausibile, Ma Nothomb offre anche molti piccoli dettagli interessanti e gestisce bene le dinamiche personali.

La magia è un tema che presenta evidenti affinità con la letteratura. Come un mago, uno scrittore è un manipolatore di illusioni che fa dell'inganno un'arte, mirando non a ingannare per malizia, ma a sorprendere e incantare il lettore. Quando affronta questo argomento, Nothomb regala alcune delle sue frasi migliori, degne dei suoi romanzi più pregevoli.
Ma si tratta solo di poche righe. Mi chiedo ancora quale sia il senso della comparsa dell'autrice all'inizio e alla fine, dove si presenta con un certo autocompiacimento e senza alcun legame con il resto della storia.
La sua ossessione tematica per la mostruosità in tutte le sue forme, costituiva il punto di forza della sua opera. Dimostrava una tale virtuosità nella delicata arte del dialogo che la si perdonava volentieri di limitare descrizioni e transizioni narrative alla loro espressione più semplice, per poter brillare al meglio in un gioco di botta e risposta pungente, intelligente, divertente, perverso e assolutamente delizioso. Il suo primo romanzo, L'igiene dell'assassino, era una meraviglia del genere, oppure Le Catilenarie, un'opera superba.

E poi, con il progredire dei suoi romanzi, Nothomb si è trasformata in un sistema, una macchina senz'anima, un terribile spreco di talento che produce un libro all'anno, pubblicato alla fine di ogni agosto.

La scrittrice belga con il cappello è talentuosa. Resto convinta che prima o poi scriverà un GRANDE libro. Spero davvero che quel giorno arrivi, anche se ogni anno che passa ci porta l'ennesimo romanzo un po’ sbiadito che erode ulteriormente il mio innato ottimismo.

Vedere un tale potenziale disintegrarsi da un libro all'altro è davvero frustrante.

 

Genere: Narrativa

Anno di pubblicazione  2012

pagine: 91

editore: Voland


giovedì 23 aprile 2026

ESTRANEA

 




Estranea - Yael van der Wouden -

Recensione di Miriam Donati

È una storia a più livelli, un racconto inquietante, con sfumature quasi gotiche all’inizio, che parla della claustrofobia e di essere intrappolati in una casa con qualcuno che si detesta e verso cui si prova un'ostilità crescente. Parla di repressione sessuale e dell'esperienza trasformativa della liberazione del desiderio represso. E parla del peso della storia, delle disastrose conseguenze della guerra e di come riconciliare ciò che è andato perduto e spazzato via.

“Non sono da usare, sono da tenere.” Queste sono le prime parole pronunciate da Isabel nel romanzo d'esordio di Yael van der Wouden. Siamo negli anni Sessanta e incontriamo Isabel, quasi trentenne, che vive un'esistenza estremamente isolata in una provincia rurale olandese, nella casa ereditata dalla famiglia tramite uno zio, quando aveva undici anni durante il rigido inverno di guerra del 1945.

La sua occupazione principale è la cura della casa le cui mura e i cui oggetti, dalle porcellane al giardino, rappresentano un legame tangibile con la madre. Trascorre le giornate a riordinare, assicurandosi che ogni cosa sia al suo posto con una meticolosità ossessiva che riempie le sue giornate e assorbe ogni suo pensiero. Conta le posate ogni giorno, spolvera le tende e ha lasciato la camera da letto della madre intatta da quando l'ha assistita nei suoi ultimi giorni. Tiene la casa stretta a sé, portando con orgoglio smodato il ruolo di custode e guardiana, un ruolo che si è autoimposta. Anche perché l’edificio passerà al fratello maggiore Louis alla morte dello zio.

Scopriamo presto come questo orgoglio offuschi il suo giudizio, ostacoli la sua capacità di interagire socialmente e la dipinga come compulsiva, fredda, introversa e nevrotica. Sembra non esistere Isabel al di fuori del contesto domestico. Il suo rapporto parassitario con la casa plasma il suo personaggio e, di conseguenza, costituisce il fondamento del romanzo. È una persona difficile da apprezzare e sarebbe insopportabile nella vita reale, è conservatrice, ostinata e diretta fino all'insensibilità, maleducata con quasi tutti quelli che incontra e fa fatica a mantenere una domestica perché la attacca continuamente con giudizi e accuse.

La sua meticolosa routine viene sconvolta quando scopre un frammento di ceramica rotto in giardino. Questo frammento presenta fiori blu lungo il bordo e parte della zampa di una lepre, proprio come i piatti del prezioso servizio di porcellana della sua defunta madre. Nulla di quel servizio che Isabel pulisce settimanalmente è mai andato perso. Come ci è finito lì?  

I piatti, decorati con lepri saltellanti, sono un'immagine chiara e artistica che ricorre in tutto il libro e che lascia un'impressione duratura dopo la lettura. Il gesto di Isabel che passa le mani su questi oggetti preziosi e li confronta con le sue liste scritte a mano mostra uno dei pilastri del suo personaggio: è destinata a essere osservata, piuttosto che a essere apprezzata.

A parte la domestica, un vicino di cui respinge le attenzioni e lo zio, l'unico contatto umano che Isabel ha è con il fratello minore Hendrik, con il quale ha un rapporto affettuoso. Hendrik vive lontano da casa da quando ha fatto coming out con la madre, ora defunta. Ma Isabel ignora ostinatamente e ostentatamente la realtà e le ragioni della sua partenza. Il testo descrive come "a volte potesse annebbiare la vista guardando qualcosa, decidendo di non vederla a fuoco, decidendo di distaccarsi". Questo spiega molto di Isabel, che ricorre all'autonegazione quando si tratta di situazioni emotivamente difficili, sia esterne che interne.

Il fratello maggiore di Isabel, Louis, organizza una cena per Isabel e Hendrik per far loro conoscere la sua nuova fidanzata, Eva. C'è tutta la tensione della nuova fidanzata che vuole fare una buona impressione e cercare di conoscere i fratelli adulti del suo compagno, ma in cambio il fratello e la sorella la trattano con sufficienza perché la vedono solo come l'ultima conquista del fratello, noto donnaiolo. Ma con Eva è diverso, perché Louis deve viaggiare per lavoro e informa Isabel che Eva starà da lei nella sua casa. Naturalmente, Isabel è fermamente contraria a questo piano, ma non le viene data scelta. Quindi, quando l'esuberante Eva si trasferisce nella casa di famiglia, la sua presenza disordinata sconvolge la vita rigidamente regolamentata che Isabel si è costruita. Irrompe nella sua vita con i suoi capelli biondi e la sua cordialità sgarbata. Da vero e proprio contraltare, il suo arrivo porta una serie di cambiamenti nella vita fino ad allora monotona di Isabel. Mette a soqquadro la stanza della madre di Isabel, gli oggetti in casa iniziano a sparire, la domestica viene invitata a bere del vino e le due donne si scontrano continuamente.

Il romanzo è particolarmente attento all'esperienza sensuale di Isabel. La casa è una sua estensione e come tale la percezione sensoriale che ne ha è attenta e specifica. Isabel è in sintonia con la casa, coinvolta nei suoi spazi, i suoi suoni, la sua atmosfera, i suoi mobili, le sue stoviglie.

L'acuta consapevolezza sensoriale di Isabel si sposta dalla consapevolezza della casa alla consapevolezza di Eva. Ed è qui che il romanzo diventa sensuale nel secondo senso del termine: ancora in sintonia con l'esperienza sensoriale, ma ora in un modo colorato dall'attrazione. Le interazioni tra Isabel ed Eva risuonano con la tensione che esiste tra di loro, una tensione che a tratti le allontana e a tratti le avvicina.

È una dinamica di attrazione e repulsione affascinante: Eva irrita e fa infuriare Isabel, eppure allo stesso tempo Isabel ne è completamente ossessionata. Isabel è alle prese con nuove percezioni e nuovi sentimenti e cresce in essi: reprimendoli, negandoli, riconoscendoli, articolandoli, agendo di conseguenza. Non è un processo facile né confortevole per lei, ma questo rende ancora più significativo il momento in cui finalmente riesce a uscire dal suo guscio e a esprimere a se stessa ciò che desidera.

Eva porta a un risveglio inaspettato proprio di ciò che fino a quel momento era mancato nella vita di Isabel, introduce e legittima il desiderio non solo come un'emozione, ma come un'azione. 

Questo è uno dei maggiori punti di forza del romanzo: il modo in cui presenta il desiderio come un'entità autonoma, distinta dal sé. Isabel è devastata dal desiderio, annientata dalla sua ineluttabilità. Lotta costantemente con esso, incapace di trovare scampo. Desiderio proibito per il corpo fisico, desiderio incontrollabile di controllo, desiderio disperato di appartenenza. La relazione che si sviluppa tra Eva e Isabel non è di per sé sorprendente, ma credo che Van Der Wouden abbia indagato poco le differenze tra le due donne che sembrano avere ben poco in comune tra loro e non si conosce il pregresso di Isabel. Ci sono piccoli scorci della sua infanzia e dettagli sparsi per la casa molto intriganti, però manca la vera storia di Isabel, il perché sia così profondamente legata alla casa e ai suoi oggetti, anche al di là delle indicazioni della madre defunta, come se ci fosse un trauma nel passato. Man mano che la storia completa del romanzo viene svelata, questo aspetto è sembrato più un espediente narrativo che qualcosa di naturale.

Strutturato in tre parti, il romanzo sfrutta ogni sezione come un'opportunità per decostruire la dura corazza che avvolge la storia. Nelle prime due parti si assiste alla rimozione di questa armatura e alla fine della terza parte, l’autrice ha definitivamente demolito Isabel. A lei seguono Eva, la casa, la trama e, infine, il lettore. I muri della storia sono stati abbattuti, il cartongesso è a vista, le infrastrutture sono esposte. Eppure questa demolizione è compiuta in modo furtivo. Il romanzo è ingannevole in questo senso. È svelata una storia più profonda della casa, di coloro che ha protetto e di coloro che non ha protetto. Estranea riesce a celare un messaggio più profondo e ricco che si cela sotto ciò che inizialmente si crede sia la storia. Come matrioske, quando se ne apre una, se ne rivela un'altra, e un'altra ancora.

Rimane alla fine della lettura un costante promemoria della malleabilità della verità e di come le storie che la veicolano raramente siano monolitiche. E così, ci si chiede se si è davvero notato tutto ciò che era scritto sulla pagina. O se c'era qualcos'altro, lì, nascosto in bella vista fin dall'inizio quando si era avvertita un'atmosfera di forte tensione, la sensazione che qualcosa che non andava.

Il rapporto di Isabel con il fratello minore Hendrik è uno degli aspetti interessante del romanzo. Da piccoli, Isabel era stata per lui una figura materna: "Anche lui era un bambino e lei lo aveva confortato durante i suoi incubi notturni", ma il loro legame si è indebolito quando un Hendrik ribelle ha lasciato casa per esplorare la propria sessualità. Uno ha spiccato il volo, l'altra è rimasta indietro, ancorata alle proprie abitudini. La dinamica, ben delineata, tra Hendrik e Isabel, che oscilla sottilmente tra tenera affettuosità, sollecitudine e vecchie ferite, avrebbe meritato maggiore spazio. Toccante scoprire il conflitto interiore legato alla relazione di Hendrik con l'insegnante e come abbia lasciato la casa di famiglia. È interessante come questa storia personale possa essere interpretata come un elemento che alimenta i conflitti di fondo e la tensione latente.

Nella terza parte il libro ritorna alle sue radici, con una buona caratterizzazione dei personaggi. Ed è un peccato che Eva funga più da catalizzatore per il percorso di Isabel, piuttosto che diventare un personaggio a sé stante.  Va sottolineato che il colpo di scena con la rivelazione impensata non arriva nel finale, ma prima, e il fatto di averlo anticipato mina in parte l'arco narrativo. Segue quindi un epilogo che priva il processo di lettura di un certo grado di libertà per il lettore. Meglio sarebbe stato secondo me lasciare un finale aperto e al lettore la scelta immaginativa.

Tuttavia non credo che il finale sia il punto centrale del romanzo, quanto piuttosto la tensione narrativa, i torti che si celano nelle vite private e le dinamiche politiche e sociali di una nazione nel dopoguerra.

È una lettura coinvolgente e inquietante che esplora temi come lo sradicamento, la solitudine e la perdita, il bisogno, la rabbia e il desiderio, i ricordi d'infanzia, la vendetta e la redenzione. Lo stile narrativo, incisivo e ricco di atmosfera, spesso incalzante, accresce la tensione, l'ansia, il senso di disagio e l'instabilità che pervadono la storia come nei ritmi del thriller. La scrittura è suggestiva, con grande cura nel creare un senso del luogo, dove la casa è un personaggio a sé stante.  

In definitiva, Estranea è un romanzo sulla conservazione, sugli oggetti e le persone che ci circondano e che ci rendono ciò che siamo, sull'impossibilità di mantenere qualcosa esattamente come la si desidera quando il mondo esterno si insinua. Isabel pensa di dover lottare con le unghie e con i denti per il suo spazio, ma alla fine impara che ciò che rimane, dopo una tale lotta, non vale quasi la pena di essere difeso.

 

Genere: Narrativa

Anno di pubblicazione 2025

pagine: 272

editore: Garzanti