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sabato 28 marzo 2026

EROI IN BATTAGLIA

 




Eroi in battaglia - Simon Scarrow -

recensione a cura di Lilli Luini

 

Londra, 2013. Anna Thesskoudi, insegnante di Storia, riceve su Facebook un messaggio da un giovane ricercatore tedesco interessato a una spedizione archeologica a cui aveva partecipato suo nonno Peter a Leucade, una delle isole Ionie alla ricerca della tomba di Ulisse. Secondo i suoi diari, conosceva Eleni, la nonna di Anna.

È la scintilla che usa Scarrow, scrittore specializzato nei romanzi storici, per raccontare un pezzo di guerra, quella che Mussolini prima e Hitler poi scatenarono contro la Grecia.

Al momento dello scoppio della guerra. Peter, Eleni e Andreas sono poco più che adolescenti. Il primo è figlio del capo spedizione, gli altri due sono isolani. Diventano amici, anche se i due ragazzi sono entrambi innamorati di Eleni, e quel periodo è fissato per sempre in una fotografia ingiallita che li ritrae assieme, spensierati.

Poi la guerra irrompe e li separa per sempre.

Detta così, sembra la solita trama, anche alquanto banale.

In realtà così non è, perché la loro storia è solo lo spunto per entrare nella Storia vera e propria. La guerra in Grecia è soltanto una nota a piè di pagina dei libri di Storia e film come Mediterraneo ce ne hanno dato una visione edulcorata. In realtà i greci hanno combattuto una lotta disperata in difesa del proprio paese, in inferiorità numerica, con poche armi e senza capi, perché il governo, già poco amato, si era arreso rifugiandosi in Egitto.

Nonostante seguiamo la storia dei ragazzi, Scarrow è stato in grado di narrare la guerra nei diversi scenari, ricostruendo un periodo fosco, buio come pochi altri, che ha lasciato strascichi profondi. C’è una capacità di scrittura notevole, soprattutto nelle scena d’azione che sono veramente da manuale.

La tensione è sempre alta, i personaggi cono centrati e coinvolgono chi legge e, a valore aggiunto, tramite Anna e una dei suoi allievi, Jamie, c’è una profonda riflessione sulla Storia. Cosa ricordare e cosa dimenticare,

Un romanzo a parere mio appassionante ma non certo leggero. 


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2019

pagine: 482

editore: Newton Compton


L'ABISSO DELLE ANIME PERDUTE

 




L'abisso delle anime perdute - Luca Locarno -

recensione a cura di Gino Campaner

 

📖Spiccioli di trama: La vicenda prende avvio descrivendo il rapimento di una bambina. Alcuni anni prima un giovane che lavorava negli stati uniti, in un ristorante, si ritrova per caso al bancone del bar di una discoteca. Conosce la ragazza che serve i cocktails e se ne innamora. Da qui si svilupperà una vicenda lunga e a tratti dolorosa. Molto avvincente e coinvolgente. 

 

🔥Punto di forza: un inizio molto "forte" e promettente. Una storia con grande ritmo, dinamica, piena di avvenimenti e di sorprese. Tanti personaggi, molti sono i protagonisti. Un vero mattatore che ruba la scena non c'è. Anche questo è un punto di forza: non aver dato ad un personaggio in particolare il ruolo da protagonista assoluto. Ma averne tanti sullo stesso piano.

 

🙁Punto debole: tante situazioni mi son sembrate eccessive.
L'esagerata spettacolarizzazione di alcuni momenti. E’ per gran parte ambientato negli stati uniti ma le “americanate” son troppe.

 

🏁Finale: dipende di quale finale si parla. Se devo giudicare il termine dell'"inchiesta" per portare in salvo i prigionieri, direi: adrenalinica e spettacolare. Anche questa forse un po’ sopra le righe. Ma in linea (coerente) col resto del racconto. Se parliamo del dopo, di ciò che il romanzo racconta dopo la conclusione dell'indagine, direi che per un thriller come questo il livello di zucchero è troppo alto. Ma è noto il mio cinismo. I finali da mulino bianco non fanno per me. 

 

🎓Giudizio complessivo: ⭐⭐⭐⭐ 
Bella storia. Buon romanzo. Si legge volentieri. Non entro nel merito di come gli hacker portino a termine il loro "lavoro" ma per chi come me non è un informatico tante descrizioni vengono prese col beneficio d'inventario. Le prendo per realistiche ma mi rimane qualche dubbio. 

genere: thriller

anno di pubblicazione: 2026

pagine: 325

editore: PAV

 


ALTRI LIBERTINI

 




Altri libertini - Pier Vittorio Tondelli -

recensione a cura di Alice Bassoli


Pubblicato nel 1980, l’esordio di Tondelli fu sequestrato per oscenità. Più che un romanzo tradizionale, Altri libertini è una raccolta di racconti legati tra loro, una sorta di mosaico di vite. L’ambientazione è l’Emilia degli anni Settanta: città di provincia, stazioni, bar, appartamenti condivisi, strade percorse senza una vera meta. I protagonisti sono giovani ai margini: studenti, tossicodipendenti, ragazzi in fuga, persone che cercano un loro posto nel mondo, e che non lo trovano.Amicizie disperate, sesso, solitudine e un continuo tentativo di riempire un vuoto incolmabile, in realtà. La forza del libro sta soprattutto nella scrittura. Tondelli usa un linguaggio vicino al parlato, ma costruito con grande consapevolezza: frasi piene di slang, dialetto, bestemmie vere e proprie, contaminazioni che accorciano le distanze tra i personaggi e il lettore. Il libro attraversa diversi temi: la marginalità, l’identità, soprattutto quella sessuale, la provincia e il desiderio di fuga, l’amicizia come forma di sopravvivenza, la solitudine. Soprattutto, racconta un vuoto profondo. I personaggi cercano di colmarlo in molti modi, nei corpi, nelle sostanze, nel movimento continuo, ma senza riuscirci davvero. Dentro questo flusso continuo, sporco e vitale, uno dei punti fermi è il Postoristoro, il bar della stazione di Reggio Emilia che dà il titolo al primo racconto. Un luogo di passaggio frequentato da anime in sospeso: tossici, puttane, emarginati. In Mimi e Istrioni seguiamo le scorribande di quattro ragazze, tra eccessi e leggerezza, in un racconto che ha il tono di una corsa scomposta e disperata. Il Viaggio è invece un attraversamento più intimo, tra desiderio, corpo, perdita e autodistruzione. Nel racconto che dà il titolo al libro, Altri libertini, troviamo una dinamica quasi teatrale: un gruppo, un equilibrio fragile e l’irruzione di una figura che lo incrina. I personaggi di Tondelli sono sempre in movimento: cercano amore, identità e appartenenza. Si spostano da un luogo all’altro, da un corpo all’altro, spesso perdendosi, attraversati da un bisogno disperato di amore, di riconoscimento, di essere visti. Quello che resta è una profonda umanità. Tondelli sembra stare dalla parte degli ultimi, di chi vive ai margini, di chi viene guardato con fastidio. 

genere: narrativa

anno di pubblicazione: 1980

pagine: 208

editore: Feltrinelli


giovedì 26 marzo 2026

CASA HOWARD

 






Casa Howard - Edward Morgan Forster

Recensione di Miriam Donati


"La discussione mantiene viva una casa. Non può reggersi solo di mattoni e malta."

Forster, utilizzando tre famiglie, i Wilcox, gli Schlegel e i Bast, scrive una storia intricata che parla del conflitto di classe ed espone i cambiamenti che stavano lentamente travolgendo l'Inghilterra durante l'epoca edoardiana.
Le tre famiglie rappresentano tre classi sociali. I Wilcox sono la ricca classe medio-alta, solida, materialista e pratica che tiene in moto la ruota economica dell'Inghilterra e che controlla l'etica del lavoro. Eccessivamente preoccupati per il denaro e lo status, e per acquisirne di più, rappresentano più o meno la rigidità convenzionale vittoriana. Gli Schlegel sono progressisti, idealisti intellettuali e culturali, rappresentano un settore diverso della classe medio-alta liberale, si preoccupano dell'istruzione, dell'arte, dei libri e delle passioni dell'anima. E i Bast rappresentano la classe medio-bassa svantaggiata o meglio "vittimizzata", priva della ricchezza e della cultura per migliorarsi. Attraverso la storia, Forster denuncia la differenza di classe e l'ipocrisia intrinseca dei ricchi convenzionali.
Il romanzo del 1910 ha un sapore shakespeariano di buone intenzioni che portano a conseguenze indesiderate.

Lettere urgenti tra sorelle danno il via alla trama sullo scontro tra queste famiglie molto diverse. La sorella minore Helen Schlegel, in visita alla tenuta rurale "Casa Howard" della ricca e conservatrice famiglia Wilcox, scrive a Margaret di essere innamorata di uno dei loro figli, Paul, e di volerlo sposare (il desiderio è nato da un singolo bacio impulsivo). Margaret esorta la zia ad andare lì per assicurarsi che i Wilcox siano "persone come loro". Al suo arrivo, Helen ha già litigato con Paul, che è diretto in Nigeria per gestire la piantagione di gomma della famiglia e nell'imbarazzante periodo successivo al momentaneo intreccio romantico, Helen scorda l'attrazione rapidamente sviluppata per il mondo dei Wilcox e si ritrae con repulsione dal loro impoetico pragmatismo. Poi, inaspettatamente, Henry Wilcox affitta la casa londinese di fronte a quella degli Schlegel, e Margaret si ritrova attratta a sua volta dalla famiglia, attraverso Ruth, che, esercitando su di lei un'influenza straordinaria, sviluppa un particolare attaccamento. Ruth è una creatura completamente diversa dagli altri Wilcox. Forster la presenta "mentre camminava silenziosamente sul prato, e in realtà aveva un filo di fieno tra le mani. Sembrava appartenere non ai giovani e alla loro automobile, ma alla casa e all'albero che la ombreggiava. Si capiva che adorava il passato, e che la saggezza istintiva che solo il passato può conferire era discesa su di lei...". La casa a cui appartiene è Howards End, la vuole mostrare a Margaret, ma muore prima di poterlo fare, infondendo nella sua giovane amica il suo amore mistico per essa. Sconvolta nell'apprendere che gli Schlegel stanno perdendo la loro - il contratto d'affitto è scaduto - cerca di lasciarla in eredità a Margaret sul letto di morte. I Wilcox ignorano il suo desiderio, che sembra loro incomprensibile, e Margaret lo scoprirà solo anni dopo. 
Pertanto l'impulso di Helen verso una relazione amorosa con Paul ha avuto come conseguenza impensata una speciale amicizia tra Margaret e Ruth e un atto nascosto di generosità. Ha anche portato Margaret a un maggiore contatto con il vedovo Henry e a una sorprendente storia d'amore tra opposti: lei che sarebbe troppo riduttivo definire una proto-femminista, sebbene, certamente a differenza di Ruth, sia a favore del suffragio, è una liberal che ammira la letteratura e le arti e sostiene programmi per i poveri, e lui un industriale pragmatico che crede fermamente nella superiorità genetica della sua classe.

L'altra conseguenza indesiderata si verifica quando Helen prende per errore l'ombrello di Leonard Bast dopo uno spettacolo teatrale. Quando passa a recuperarlo, le sorelle scoprono di ammirare la sua ambizione di immergersi nella letteratura e di farsi strada partendo dalla sua umile posizione di impiegato. Margaret insiste con Henry per avere un consiglio che lo aiuti a migliorare la sua posizione, il che si rivela disastroso per Leonard e sua moglie quando seguono il suo consiglio. Questo destino rende Helen ancora più ostile ai Wilcox e crea una seria frattura nel suo rapporto con Margaret.

Uno dei temi affrontati da Forster è il dibattito filosofico su cosa sia la vita: il mondo esterno dei "telegrammi e della rabbia", come lo chiama Forster, o il mondo interiore delle relazioni personali e delle emozioni. Margaret Schlegel pensa che la gloria della vita sia "solo la connessione", intendendo la connessione con le persone a livello personale ed emotivo, mentre Henry Wilcox ritiene che “solo la concentrazione", ovvero la condotta rigida, convenzionale e priva di emozioni del mondo esterno, sia la "vera vita".

Il progetto di Forster, se così si può dire, è quello di lavorare per riconciliare l'inconciliabile e cioè romanticismo e modernismo e i mondi di Margaret Schlegel e Henry Wilcox.  Forster lascia che Margaret lo sostituisca. È la grande mediatrice, la grande riconciliatrice. Quando si innamora di Henry, cerca di mediare tra lui e la sorella ribelle; quando la consulenza finanziaria da lui offerta rovina Leonard Bast, lei cerca di colmare il divario che Henry ha scavato tra le sue azioni e le loro implicazioni per fargli comprendere il concetto di responsabilità personale. Il divario di pensiero prima del suo intervento è ben espresso dal desiderio delle sorelle Schlegel di aiutare il poetico, perduto e insolvente Leonard e l'avvertenza di Henry, "I poveri sono poveri. Si prova pena per loro, ma questo è tutto".

Una volta diventata la signora Wilcox, Margaret trova il suo ruolo e lascia che i suoi sentimenti verso le persone guidino le sue riserve intellettuali.

Alla fine, si percepisce la riconciliazione tra i diversi filoni del romanzo (compresi quelli della trama) anche se non si riesce a far combaciare perfettamente Henry Wilcox e Margaret Schlegel nella propria testa. Ciò che si percepisce è l'euforia dello spostamento di montagne che l'autore ha dovuto affrontare per portare questi due mondi in tandem – se non proprio in armonia – tra loro. 

Margaret affronta Henry per l'inadeguatezza della sua visione sociale, politica e morale, e alla fine è lei a unire le fazioni opposte. È come se Forster vedesse una donna, o meglio le donne, come il fattore decisivo nel trasformare la società inglese convenzionale in una più liberale e tollerante. La sua prospettiva pre-femminista è chiaramente espressa a eccezione del personaggio di Jacky che è una caricatura. È soprattutto un espediente narrativo il cui passato travagliato serve da legame per far esplodere uno dei conflitti.

Henry Wilcox è una figura disegnata benissimo, è il tipo di uomo che predilige la logica alle persone ed è sempre in grado di argomentare razionalmente anche le azioni più indifferenti o egoiste. Il difetto di Henry è che non riconosce pari dignità all'esistenza di un mondo che non conosce, ma di cui nello stesso tempo è attratto anche se non lo capisce a fondo. È quella combinazione di amore e condiscendenza che è la stessa che aveva per Ruth e poi estende a Margaret.
Semplicemente non vede il rovescio della medaglia; la sua assoluta fiducia nella giustezza delle sue idee e azioni non è presuntuosa ma, ingenua. È convinto che il suo genere, la sua classe sociale, la sua ricchezza, il suo acume negli affari lo abbiano avvolto come un enorme e costoso cappotto, sottraendolo a un mondo di relazioni di cui Margaret non riesce più a tollerare l'ignoranza. Quando la tragedia – da cui la sua classe sociale dovrebbe proteggerlo – lo travolge, e lui dice a Margaret di essere distrutto, lo è veramente.

Le sorelle sono straordinariamente vivide e vere; ci sono due scene tra loro che lo sottolineano: una in cui Margaret annuncia a Helen il suo matrimonio e l'altra, ancora più bella, quando, nonostante le confusioni e gli allontanamenti, decidono di trascorrere una notte da sole a Casa Howard.

Helen è il personaggio che si comporta in modo più radicale secondo i canoni della società edoardiana, e persino coloro che la amano, come i suoi fratelli, ammettono ripetutamente che è strana, fin troppo impulsiva e fa disastri senza curarsi poi di rimediare.
Il fallimento nella vita del figlio di Henry, Charles, è rappresentato molto meglio dagli scarti della sua vita familiare: i suoi troppi figli, la sua scarsa prosperità e la sua ansia per la propria posizione sociale, che dal fatto che sia diventato un assassino.

Casa Howard è praticamente il simbolo dell’Inghilterra. Scritto in un'epoca in cui l'Inghilterra stava lentamente uscendo dalle convenzioni e si stava muovendo verso il liberalismo, Forster solleva la questione a chi appartenga l'Inghilterra. Casa Howard appartiene finalmente a Henry, Margaret, Helen e al figlio di Helen avuto da Leonard Bast. E simbolicamente questo indica una fusione di classi che offusca i confini. Questa era forse la profezia di Forster sul crollo del sistema di classe in futuro.
La scrittura di Forster è gradevole. La prosa poetica e fiorita e le splendide metafore ne rendono la lettura piacevole anche se le descrizioni colorate e pittoresche rendono la scrittura più in linea con l'epoca vittoriana precedente.

Casa Howard è un romanzo ben riuscito. I pezzi si incastrano, i personaggi sono quasi tutti ben costruiti, il tema arriva al lettore senza troppe difficoltà. I ​​ricchi restano tali, i poveri soffrono e quelli di mezzo se la cavano, forse con un po' di tormento mentale ma senza vere difficoltà.

 

Genere: Narrativa

Anno di pubblicazione 1910

 


mercoledì 25 marzo 2026

IL MONDO NUOVO

 



Il mondo nuovo - Aldous Huxley -

recensione a cura di Francesca Simoncelli


“Questo è il segreto per la felicità: amare ciò che si DEVE amare, fare in modo che la gente ami la sua inevitabile sorte”

“Il Mondo nuovo " è un romanzo distopico, cioè racconta o, per meglio dire, immagina un futuro indesiderabile, negativo, non ideale.

Ma appena si inizia a leggere, si scopre una società felice, senza paura della morte, dove tutto è organizzato, dove non esiste l'instabilità; i cittadini, concepiti e prodotti industrialmente in provetta, non soffrono la fame, hanno libertà dei piaceri materiali e sessuali, non conoscono malattie, né guerre.

E allora ci si domanda: è distopico o utopico?

Ma poi si continua a leggere...

La società è basata su un'organizzazione ossessiva e maniacale e sul produttivismo; è una collettività modellata su una felicità fittizia, dove la popolazione è divisa in caste, dalla più intelligente alla più inetta; ogni persona ha un ruolo specifico e non ambisce ad altro.

Tutto questo a discapito dell'individualismo, con la conseguente rinuncia ai sentimenti e alle emozioni.

Le persone infatti sono prodotte in provetta anche per evitare ogni legame affettivo e familiare: non  si hanno madri, padri, compagni, figli, amanti: chiunque e qualsiasi cosa possa provocare violente passioni, in favore della stabilità mentale.

 La mente delle persone, tramite ipnopedia, ore ed ore di discorsi subliminali, ripetuti per anni, fin dall’infanzia, viene soggiogata e alla fine diventa la somma di tutti i suggerimenti ricevuti, non rimanendo in essa nulla di personale.

E quando c’è bisogno di un momento di evasione, si ricorre ad una droga sintetica, senza controindicazioni apparenti, che aiuta l’ individuo ad essere ancora più artificialmente felice… non vi fa pensare in qualche modo a tanti stupidi programmi televisivi, creati appositamente per ammansire le persone? O ad ore ed ore passate a perdere tempo a guardare i social?

A differenza di 1984 di George Orwell, nel quale alla base della società c’era uno stato di tirannia, qui c’è una finta felicità, che è ancora più pericolosa, perché, mentre l’oppressione può scatenare ribellioni, far credere ad un popolo di vivere nel benessere, riduce al minimo la possibilità di rivolta.

 Quindi il modo di raggirare e suggestionare nell'immaginario mondo di questo romanzo è ancora più insidioso di quello ideato da George Orwell nel suo 1984.

 Infatti, a mio parere, questo libro è il più inquietante tra tutti i distopici letti finora, perché ad una prima lettura è ammaliante, la persuasione subconscia e la manipolazione psicologica sono talmente infide da poter essere usate senza che le vittime se ne accorgano.

Scritto nel 1932, è un libro profetico e visionario, perché, riflettendoci bene, l'ipnopedia, questo lavaggio del cervello attraverso stimoli continui, che cambiano il modo di vedere delle persone, lo fanno già da tempo nella nostra società, con tutti noi, se già pensiamo soltanto alla pubblicità, che ci induce a comprare un prodotto attraverso impulsi visivi e uditivi, fatti di foto, slogan, cartelloni e messaggi, che inondano le nostre giornate.

Ma chi ci dice che non venga utilizzato anche per altri scopi?

Infine l'assenza del dolore e l’ indifferenza di fronte alla morte, che a primo impatto potrebbero sembrare molto positive,  perché eliminerebbero le sofferenze della vita, evidenziano invece la completa mancanza di emotività… e che vita sarebbe se fosse priva di sentimenti e di passione? 


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 1932

pagine: 384

 


martedì 24 marzo 2026

IL POSTO

 




Il posto - Annie Ernaux -

recensione a cura di Elisa Caccavale 


Il posto di Annie Ernaux non è una lettura di evasione. Non consola, non intrattiene, non seduce il lettore con intrecci o con il piacere della narrazione tradizionale. È, piuttosto, un testo che richiede attenzione, disponibilità e una certa disposizione a lasciarsi mettere a disagio.

La scrittura di Ernaux è volutamente asettica, quasi glaciale. L’autrice rinuncia a ogni forma di abbellimento stilistico, elimina il superfluo, rifiuta la retorica dell’emozione. In molti passaggi sembra persino disinteressarsi delle convenzioni formali: la punteggiatura è ridotta all’essenziale, il ritmo è secco, privo di concessioni liriche. Non c’è alcun tentativo di “abbellire” la memoria, né di renderla più accessibile o rassicurante.

Eppure, proprio in questa scelta radicale risiede la forza del libro. Ernaux compie l’esatto contrario del celebre principio dello show, don’t tell: racconta, espone, dichiara. Analizza il padre, la propria distanza sociale da lui, l’allontanamento da quella che un tempo era stata anche la realtà dell’autrice, il senso di colpa e di estraneità, senza mai mascherare il processo con immagini o scene costruite. E, sorprendentemente, funziona.

Il lettore non viene accompagnato dentro la storia attraverso scene vivide o dialoghi avvincenti, ma vi si ritrova immerso quasi controvoglia, catturato da una precisione chirurgica. È una scrittura che respinge e, allo stesso tempo, trattiene. Proprio perché priva di calore apparente, finisce per restituire le emozioni con una potenza inattesa: il disagio sociale, la vergogna, l’amore trattenuto, la distanza tra mondi diventano tangibili, quasi fisici.

La realtà raccontata — quella della Normandia popolare del dopoguerra, delle differenze di classe, dell’ascesa sociale vissuta come frattura — può risultare lontana da noi. Eppure Ernaux riesce a renderla incredibilmente comprensibile, persino familiare. Non perché la renda simile alla nostra esperienza, ma perché ne restituisce con lucidità assoluta i meccanismi emotivi.

Il posto è, in definitiva, un libro che sfida il lettore: ne mette alla prova le aspettative e lo costringe a rivedere cosa significhi “coinvolgimento” in letteratura. Non seduce, ma incide. Non commuove apertamente, ma lascia una traccia profonda e duratura. Proprio nel suo rifiuto di piacere, trova una forma di autenticità rara e, per questo, potentissima. 

genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2014

pagine: 114

editore: L'orma

 


lunedì 23 marzo 2026

L.E.I. L'ESTREMA ILLUSIONE

 




LEI l'estrema illusione - G. Buscaglia -

recensione a cura di Gino Campaner

 

📖Spiccioli di trama: un narratore misterioso (del quale si conoscerà il nome solo alla fine), che è anche il protagonista del romanzo, racconta, dal suo punto di vista, una storia tragica. Un personaggio ambiguo possessivo, disturbante. Due sorelle: una bellissima, che ottiene sempre ciò che vuole, l'altra “solo” bella che si sente una sfigata nei confronti della sorella. Una nonna che in mancanza dei genitori le alleva con grande amore.
 

🔥Punto di forza: i personaggi protagonisti. Francesca, Bianca, nonna Bruna, il narratore, ne conosceremo il nome solo per caso. Sono personaggi che per un po’ ci teniamo accanto con tenerezza (la nonna), con curiosità (le sorelle) e con irrequietezza (il narratore) . L'autrice ha creato una storia molto coinvolgente. Controversa e tragica, fuori dal comune. Originale. 


🙁Punto debole: per me che sono estremamente pratico e pragmatico e che nei romanzi cerco sempre storie verosimili qua ho dovuto scendere un po' a compromessi. Certi passaggi erano forse obbligati ma per me un po’ ardimentosi. Non mi spiego il lei puntato del titolo. 


🏁Finale: la parte conclusiva del romanzo regala tante emozioni e sorprese. Un epilogo amaro e non scontato. 


🎓Giudizio complessivo: ⭐⭐⭐⭐
Un romanzo che pone molti interrogativi al di là della storia che racconta perché fa riflettere ad esempio su cosa saremmo disposti a fare e quali confini varcheremmo per primeggiare, per essere considerati i migliori. Certo non tutti hanno l'ambizione di stare al centro dell'attenzione ma per chi ha questo morboso desiderio il sentirsi messo da parte cosa può scatenare? Un romanzo che mi è piaciuto per la storia che l'autrice ha creato e per come l'ha sviluppata. Tenendo sempre alto il livello di attenzione e di pathos. Con un finale sorprendente e non banale.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

pagine: 232

editore: Il ponte vecchio


sabato 21 marzo 2026

GENIE LA MATTA

 




Genie la matta - Ines Cagnati -

recensione di Alice Bassoli

 

La storia è raccontata attraverso lo sguardo di una bambina. L’infanzia, invece di essere un rifugio, diventa il luogo in cui si assorbono violenza, miseria e grandi, enormi silenzi.

La prosa è essenziale, quasi scarna perché pare non esserci spazio per il superfluo. Inès Cagnati costruisce un’atmosfera soffocante, fatta di campagna, isolamento e tensioni familiari, dove i rapporti sono segnati da durezza e incomprensione.

Uno degli aspetti più forti del romanzo è il modo in cui affronta il tema della madre. La maternità viene mostrata nella sua forma più cruda, fatta di fatica, frustrazione e incapacità di amare nel modo in cui ci si aspetterebbe. È proprio questa mancanza a generare un senso di inquietudine che accompagna tutta la lettura.

È una storia intensa che ti si incastra dentro, una lettura che angoscia. Potentissimo. 


genere: narrativa

pagine: 184

anno di pubblicazione: 2022

editore: Adelphi


venerdì 20 marzo 2026

GLI STRUZZI

 




Gli struzzi – Luana Paladino –

recensione a cura di Francesca Tornabene

 

Fuga o resistenza? In questo dilemma si consuma la danza silenziosa degli Struzzi, prigionieri di un tempo che non è lineare, ma un labirinto.

Se la loro scelta suggerisce la cecità, la fuga della realtà, o il nascondere la testa sotto la sabbia, il libro di Luana si rivela invece come una grande matrioska della memoria.

Non ci sono fronzoli: Ogni pezzo porta ad un altro più piccolo, rivelando sotto ogni strato dettagli e verità sempre più intime dei personaggi.

È proprio questo paradosso ad avermi letteralmente ammaliata. 

La scrittura di Luana è accessibile, sensoriale ed evocativa.

Con essa sviscera il suo smisurato amore per Catania, rendendola una presenza viva, una testimone in grado di riflettere i silenzi, le resistenze e le emozioni delle due voci narranti.

La semplicità della sua prosa mi ha accompagnata con delicatezza verso rivelazioni che altrimenti sarebbero state troppo dolorose.

La struttura è come un abito che Luana cuce su misura per le sue storie.

Ne "Gli struzzi" ha creato un gioco di specchi in cui si alternano una donna e un uomo, uniti dal sacro vincolo del matrimonio.

Ho vissuto ogni stadio del loro legame, che è insieme rifugio e fuga.

Un amore che non è solo un sentimento ma memoria e sigillo di questa storia.

Bisogna arrivare alla fine per ricomporre il mosaico, per capire cosa si nasconda sotto l'ultima matrioska del cuore umano e quale verità celi quel labirinto di prospettive.

Sono stata testimone dei pensieri di Agnese e Arturo. Custode del loro segreto e della fragilità del loro legame.

Ed è proprio la fragilità il ponte che mi ha avvicinata ai personaggi: trasformando la paura di rompere l'equilibrio della matrioska nel timore universale di guardarsi dentro e lasciare andare.

È la consapevolezza che tutto possa frantumarsi da un momento all'altro che ha reso prezioso ogni gesto tra i due amanti. Gesti spesso custoditi solo tra pieghe della memoria.

Ho cercato di catturarne la bellezza in un fermo immagine statico, fatto di emozioni sospese: un disegno che ritroverò ogni volta che terrò il libro tra le mie dita.

genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

pagine:172

editore: Algra

 


LA FINESTRA SBAGLIATA - IL POPOLO DELLE LAUREE A CROCETTA: I NUOVI INDIFFERENTI

 


Il popolo delle lauree a crocetta: i nuovi indifferenti


Eppure in questo nostro mondo capovolto esistono ancora Giornate della memoria. Di anno in anno, di stretta di mano in stretta di mano, esse sono diventate sempre più esibizioni macchiettistiche di vuoti culturali ed emotivi, grimaldelli volti a chiudere per sempre porte molto preziose e profonde da cui accedere verso il nostro immaginario, verso la nostra consapevolezza, verso le nostre ombre. Abbiamo chiuso lì dietro i nostri orrori, con la pretesa che siano ormai finiti; abbiamo deciso che essi appartengano ad altri da noi e che noi siamo nella parte giusta della storia; abbiamo immaginato che lo sterminio degli ebrei potesse diventare simulacro intoccabile anziché paradigma vivo e vitale, pronto a ricordarci ogni santo giorno chi siamo, da dove veniamo e cosa – non come etnia, non in relazione al momento storico, non quale malformazione dell’animo umano – noi siamo capaci di fare. Cosa noi siamo, sempre.

E così, mentre di anno in anno, non facciamo che puntellare i nostri calendari di cose da ricordare, abbiamo dimenticato tutto.

Eppure, mi dico, i giorni da ricordare sono tutti quelli in cui la coscienza si obnubila al cospetto di un’idea, e l’idea prende a valere più dell’uomo. Quei giorni sono molti, nel passato e ancora oggi. Forse perché come specie non siamo un granché? Non lo so… Forse perché viviamo preda di paure, la più grande? Quella di non esistere.

Mentre assistiamo allo sterminio dei palestinesi da parte di Stati democratici, appoggiati anche dal nostro, consiglio la rilettura di Pasolini e di Silone; ho omaggiato quest’ultimo qualche mese fa recandomi davanti la sua tomba e dedicandogli il primo incontro di un ciclo di video letture (“Letture d’autore”), una nuova avventura in cui mi sono imbarcata, nella folle idea di continuare a generare bellezza mentre il mondo intero esplode.

Sì, diciamolo, l’Italia è politicamente, militarmente e mediaticamente al fianco di Israele, e non basterà qualche tiepido voltafaccia in prima serata a ripulire un’immagine ormai completamente compromessa.

Ma perché proprio Pasolini e Silone? Entrambi loro oro hanno senz’altro criticato il fascismo, ma hanno avuto il grande merito di non trasformarlo in altare consacrato a una doppia morale. Non appena il gioco è cambiato, hanno avuto il coraggio di guardare. E noi con loro possiamo guardare le mancanze, gli errori e le falle del presente. L’ unico modo del resto – guardare questa nostra dis-umanitá – per dare un senso all’accaduto. Come ci hanno chiesto i sopravvissuti, come ci ha chiesto Primo Levi, prima dell’ultimo volo.

Cosa accomuna il fascismo alle odierne democrazie antifasciste?

Ci vengono in aiuto questi due giganti: «L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è ora, il fascismo; la continuità tra il ventennio fascista e il trentennio democristiano trova il suo fondamento sul caos morale e economico, sul qualunquismo come immaturità politica e sull’emarginazione dell’Italia dai luoghi per dove passa la storia», dice Pasolini.

«Il fascismo non è stata una fatalità (perché nessun evento è una fatalità). In ogni situazione storica lo sviluppo può imboccare strade diversissime e ciò che in definitiva risulta decisivo sono la coscienza, la volontà e la forza degli esseri umani; no, il fascismo veramente non è caduto dal cielo ed esso non ha sottomesso a sé uomini liberi, ma folle già predisposte a servire dal loro modo quotidiano di vivere e già educate a ubbidire da tutte le forme della vita democratica: insegnamento scolastico, servizio militare, pratiche religiose, e anche dall’addestramento ricevuto nei sindacati e partiti d’opposizione, centralizzati e burocratizzati come il resto», ci dice Silone.

Io non voto da anni e non appoggio alcun partito, perché siamo da tempo nelle mani di un manipolo di psicopatici, e i volti dei politici e dei giornalisti non sono che l’ultima comparsa di una vetta di nomi e facce che si trova molto molto più in alto, e che è a noi semi sconosciuta. Piaccia o no, è comunque un fatto che questi bambini vengono uccisi con i nostri voti, con i nostri soldi, con le nostre mani attaccate al telecomando di programmi sempre più ridicoli e osceni che confondono la realtà con un reality, che passano da una finta partecipazione al dolore dei palestinesi ad accusare chiunque si opponga al loro genocidio di antisemitismo.

Diciamo “basta”, oppure come disse Primo Levi ci si sfacci la casa, la malattia ci impedisca, i nostri nati torcano il viso da noi.

È certamente più facile crogiolarsi, con un libro in mano o un telecomando per guardare l’ennesima farsa delle giornate sulla memoria, nella convinzione che gli indifferenti, i mostri, siano altri, coloro che a pochi metri dal ferro spinato trascorrevano le loro giornate avvolti in calde pellicce, coloro che in seguito dissero «io non ne ho saputo niente!». Erano certamente persone diverse da noi. Sicuramente se ci fossimo stati noi le cose sarebbero andate diversamente… Eccetera eccetera. Questo ci raccontano maestre e presidi prima della merenda, dopo il minuto di silenzio.

Leggendo alcune testimonianze e alcuni scritti, sin da bambina, ho capito con dolore che le cose non stanno così: a parte qualche anima rara, rarissima, ognuno di noi è esattamente come quelle masse e si sarebbe comportato proprio allo stesso modo.

Oggi sta accadendo. Ciò che accade a Gaza lo sappiamo tutti e in tempi record: abbiamo le home piene di immagini a riguardo, ma si alternano a quelle di un gatto spiritoso, di una vignetta anestetizzante, di una bella gamba, di una polemica sterile.

E poi c’è tanta manipolazione. Il falso e il vero non esistono nemmeno più. Ridicolo anche parlarne.

Ed è per questo che siamo tutti contrari alla guerra ma sempre a quella degli altri, e abbiamo un “se” e un “ma” pronti per le nostre guerre, quelle per cui i padroni del mondo ci chiedono di parteggiare.

Siamo dei maestri nel parteggiare, siamo il popolo delle lauree a crocette, dei sì e dei no senza sfumature, del “sei fascista o comunista?”, “sei di destra o di sinistra?”. Abbiamo sempre due opzioni e guai ad immaginarne una terza.

In fondo, guardare lo sterminio del popolo palestinese non è diverso da guardare programmi osceni come il Grande Fratello. Un’emoticon o un commento piccato sarà più che sufficiente a liquidare la questione. Eppure sta accadendo davvero, e il reality si fa realtà ogni volta che provano dolore, desolazione, strazio, freddo, fame, angoscia, paura.

Che sciagura apprendere, dal nostro divano, che quello che abbiamo dentro è mostruoso, anche se una vita di spritz e saluti cortesi nei cortili della scuola ci esonera dal palesarlo.

Ma eccoci pronti a lasciare fuori dagli ospedali o dalle cene i nostri vicini se l’occasione si presenta, a massacrare manifestanti inermi, ad avallare politiche demoniache, a godere della sottrazione dei figli a famiglie amorevoli, ad ucciderci l’un l’altro: uomo contro uomo.

Che sciagura apprendere che siamo una specie così mal riuscita, così nefasta per noi stessi e per l’universo. Che sciagura sapere che se mai verranno scritti e pubblicati libri onesti sul tema, gli indifferenti, i mostri, saremo stati proprio noi.

Eppure, sarebbe bastato amarla, questa vita.

E io camminerò leggero,

andando avanti, scegliendo per sempre

la vita, la gioventù.


mercoledì 18 marzo 2026

VIA DELLE STREGHE

 




Via delle streghe - Marilù Oliva -

recensione a cura di Stefania Calà


A Bologna, in via delle Streghe, vivono quattro donne, ciascuna magica a modo suo: Serena che rappresenta il fuoco, Magalie la sapienza, Iside l'oscurità e Zulmira la forza divinatrice.
Quattro donne diversissime tra loro ma accomunate da un desiderio, quasi un bisogno: vendicare le vittime di femminicidio. E così si incontrano, sempre dopo la mezzanotte, a casa di una di loro e, durante questi moderni sabba, organizzano e pianificano omicidi perfetti, che loro chiamano "la magia nera".
Al di là di ciò che fanno, le protagoniste di questo romanzo noir sono talmente ben caratterizzate che risulta impossibile non entrare in empatia con ognuna di loro: per i loro vissuti personali,  per le loro sofferenze,  per i loro sogni.
Marilù Oliva ha dato vita a "quattro donne ferite dagli eventi che non si vogliono piegare alla rassegnazione comune. Quattro sghembe rivoluzionarie contro i femminicidi".
Una storia,  quella qui narrata, che ha il grande merito di accendere (e lasciare puntati) i riflettori su un problema attualissimo (quello della violenza di genere) e che ci costringe a interrogarci su un'altra questione altrettanto spinosa: può un essere umano elevarsi a giustiziere, in barba ai dettami morali e alle conquiste della civiltà?
Romanzo scritto benissimo, a tratti poetico, emozionante, interessante,  istruttivo, ricco di riferimenti storici.
Molto, molto bello. Ed è la conferma, se mai ce ne fosse bisogno, della grande poliedricità di questa autrice, capace di passare dal retelling dei classici latini e greci alla narrativa contemporanea, eccellendo anche nel genere giallo e noir.
L'accento sul tema della sorellanza mi ha riportato alla mente il già apprezzato "Le sultane", anche se qui siamo a livelli ben più elevati.
Vorrei scrivere altro, ma preferisco che giudichiate da soli.
Io l'ho adorato.
Voto 10/10

Cit. "Quando avvisti le cose come sono, non senti più il bisogno di trattenerle."
Cit. "Se non c'è una spiegazione a questa vita, perché affannarsi tanto?"
Cit. "L'amore è la magia più imprevedibile."
Cit. "Tutti possiamo fare le magie. Le facciamo ogni giorno. Solo non ce ne rendiamo conto."


genere: giallo

anno di pubblicazione: 2026

pagine: 272

editore: Solferino

 


sabato 14 marzo 2026

IL SORRISO AI PIEDI DELLA SCALA

 




Il sorriso ai piedi della scala - Henry Miller -

recensione a cura di Alice Bassoli

 

Augusto è un clown idolatrato e molto amato dal pubblico. Sul palco riesce a suscitare applausi interminabili. Eppure, Augusto non si sente realmente felice. L’arte è diventata per lui una prigione invisibile, una gabbia fatta di aspettative, ruoli e maschere, e comincia a interrogarsi sul senso del proprio successo e sull’autenticità delle emozioni che provoca negli altri.

Riesce a far ridere tutti, ma proprio per questo rischia di perdere se stesso.

Augusto rappresenta l’essere umano che indossa una maschera per soddisfare le aspettative altrui. È questa una piccola parabola sull’illusione del successo e sulla difficile ricerca di autenticità. Un racconto limpido, a tratti fiabesco ma attraversato da una tensione mistica e filosofica costante. In finale mi ha letteralmente sorpresa: l’artista vuole fuggire dalla sua celebrità e tenta di farlo prendendo il posto del collega malato, mascherandosi con lo scopo di essere irriconoscibile. Per lui questa è un’occasione ghiotta, che gli permette di reinventarsi. Nonostante tutto, il pubblico, che non sa chi realmente c'è dietro la maschera, è entusiasta, e anche quel nuovo personaggio che ora interpreta ottiene un grande successo. Augusto non può scappare quindi dal suo talento, pare che qualsiasi cosa tocchi diventi oro.

La prosa è semplice ma raffinata. Un racconto, questo, che può avere dietro di sé molte interpretazioni, che suscita in chi legge tutta una serie di riflessioni. questo perché l’autore non vuole insegnarci niente, in realtà, ma si limita, per così dire, a raccontare una storia che sarà interpretata da noi lettori attraverso il filtro della nostra sensibilità. Consigliatissimo, anche se non c’era bisogno di dirvelo.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2016

pagine: 80

editore: Feltrinelli


venerdì 13 marzo 2026

LE PAROLE DELLA PIOGGIA

 




Le parole della pioggia - Laura Imai Messina - 

recensione a cura di Connie Bandini


A Tokyo, nei giorni di pioggia, una donna attende con l’ombrello già aperto e cammina accanto agli sconosciuti. Non è solo un lavoro, ma un rito, una sospensione del mondo. Questa è l’immagine semplice e potentissima al centro del nuovo libro di Laura Imai Messina, scrittrice romana da tempo residente in Giappone.

L’autrice costruisce attorno a questa immagine una fiaba metropolitana fatta di ascolto e discrezione, un coro di voci femminili – studentesse, casalinghe, vedove, donne in transito – che si presentano con la formula iniziatica «Sono nata in un giorno di pioggia» e offrono riparo, tempo, silenzio.

Fra loro spicca Aya, personaggio magnetico: sembra abitare naturalmente la stagione delle nuvole, porta con sé un Dizionario delle parole della pioggia (lessico affettivo che diventa mappa emotiva) e attende Toru, un pugile destinato a perdere, perché, suggerisce il romanzo, servono anche gli sguardi di chi cade e da terra impara a vedere diversamente. La relazione fra Aya e Toru è un filo sottile di presenze, una fiducia che si esercita nella condivisione dell’ombrello, stanza mobile dove i segreti possono essere raccontati senza clamore.

La scrittura è il vero motore del racconto: limpida, visiva, controllata. Imai Messina lavora per dettagli acustici e tattili, compone paragrafi brevi, lascia che le scene si depositino per risonanza più che per svolta narrativa. Le illustrazioni di Emiliano Ponzi, luminose e insieme malinconiche, amplificano la partitura.

Il libro parla di cura e memoria, del potere gentile della parola quando è protetta dal pudore.

Se nel testo si ricercano conflitti marcati e colpi di scena, si potrebbe avvertire una certa esilità d’intreccio. Ma è una scelta consapevole. Le parole della pioggia è un romanzo di atmosfera, non di trama: è la lettura ideale per lettori e lettrici che amano storie lente e sensoriali, il Giappone raccontato senza esotismi e una letteratura capace di consolare.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

pagine: 144

Editore: Einaudi


giovedì 12 marzo 2026

IL VILLAGGIO PERDUTO

 




Il villaggio perduto - Camilla Sten -

recensione a cura di Elisa Caccavale


Il villaggio perduto (Camilla Sten, Fazi editore, collana Darkside) è un romanzo che si colloca con grande efficacia sul confine tra thriller e horror, costruendo una narrazione capace di catturare il lettore fin dalle prime pagine. La storia ruota attorno al mistero di un villaggio minerario svedese abbandonato, dove negli anni Cinquanta l’intera popolazione sembra essere svanita nel nulla. Decenni dopo, una giovane documentarista decide di indagare su quella scomparsa insieme a una piccola troupe, ma ciò che inizia come una ricerca storica si trasforma presto in un’esperienza sempre più disturbante.

Il principale punto di forza del romanzo è proprio la sua straordinaria capacità di coinvolgimento. Sten costruisce un intreccio serrato e alterna abilmente due piani temporali – il passato del villaggio e il presente della spedizione – mantenendo alta la tensione narrativa. Il lettore è costantemente spinto ad andare avanti, trascinato dal desiderio di comprendere cosa sia realmente accaduto.

Ancora più riuscita è l’atmosfera. Il libro riesce infatti a generare un sottile e persistente stato di inquietudine: non tanto attraverso eventi esplicitamente terrificanti, quanto grazie a una sensazione crescente di disagio, di isolamento e di minaccia indefinita. Il villaggio abbandonato, immerso nella foresta e segnato da una storia oscura, diventa quasi un personaggio a sé, capace di evocare una tensione psicologica continua. È proprio questa capacità di muoversi sul filo tra thriller investigativo e suggestione horror a rappresentare uno dei maggiori pregi del romanzo.

Purtroppo, però, il libro cade nel finale. Dopo aver costruito con grande abilità un mistero fitto e inquietante, la conclusione appare poco convincente e difficilmente verosimile. La spiegazione degli eventi risulta forzata rispetto all’atmosfera che aveva sorretto tutta la narrazione e lascia la sensazione che la soluzione non sia all’altezza delle aspettative create nel corso della lettura.

In definitiva, Il villaggio perduto resta comunque un romanzo estremamente coinvolgente e atmosferico, capace di tenere il lettore incollato alle pagine e di generare una tensione psicologica molto efficace. Peccato per un finale che indebolisce parzialmente un libro che, per gran parte della sua durata, riesce invece a costruire un’esperienza di lettura davvero intensa e inquietante.


genere: thriller

anno di pubblicazione: 2024

pagine: 366

editore: Fazi

 


mercoledì 11 marzo 2026

LA MORTE DI IVAN IL'IC

 




La morte di Ivan Il'ic - Lev Tolstoj -

recensione a cura di Francesca Simoncelli


Il romanzo “La morte di Ivan Il’ic” è una delle meravigliose creature, nate dalla penna di Lev Tolstoj nel 1886; è ambientato a San Pietroburgo negli anni 80 del 1800.

La storia inizia in un ufficio di un tribunale, dove alcuni magistrati, leggendo sul giornale della morte di un loro collega, Ivan Il’ic, protagonista del libro, che era malato da tempo, si interrogano su chi lo sostituirà.

Un giudice suo amico, dopo il lavoro, si reca a trovare la vedova e lei si lamenta con lui della condizione in cui il marito ha lasciato la famiglia e chiede come poter ottenere la reversibilità della pensione. Il giudice, uscendo dalla casa del defunto, va a giocare a carte da amici.

Insomma, né ai colleghi, né alla famiglia, né all’ amico interessa veramente della morte di Ivan Il’ic, ma ognuno guarda la sua dipartita secondo il proprio tornaconto personale.

Da qui inizia il racconto della vita di Ivan Il’ic, uomo borghese, che di lavoro fa il magistrato e che è sempre preoccupato della considerazione dei suoi superiori e della possibile scalata sociale. Anche nella vita personale, si sposa per convenienza, più che per amore.

Tutto procede secondo i suoi piani, fino a che non accade un incidente, che da principio sembra banale, ma che si rivela sempre più grave.

Comincia così per il protagonista un calvario fatto di consultazioni di medici e insofferenze, che lo porta alla sempre maggiore consapevolezza dell’indifferenza delle persone sane nei confronti dei malati, anche dei suoi familiari più stretti, come la figlia e la moglie, che vivono la malattia di Ivan Il’ic più come una seccatura per loro, che come un serio problema per lui.

Questa mancanza di comprensione lo demoralizza e lo fa riflettere molto: gli fa porre domande sul senso della vita.

Solo una persona si prende volentieri cura di lui: un personaggio modesto, ma di buon cuore, che ha pietà di lui e lo assiste fino all’ ultimo momento.

Ivan Il’ic inizierà un percorso introspettivo e rivedrà tutte le sue priorità morali e la sua scala dei valori, sia nel mondo lavorativo, che in quello familiare, riuscendo a capire che quello che aveva ritenuto importante fino ad allora, in verità non lo era affatto.

Alla fine della vita, Ivan Il’ic si chiede se sia stato giusto seguire le convenzioni, vivere secondo quello che gli altri si aspettavano da lui, per essere accettato e rispettato o se sarebbe stato meglio essere se stesso.

Ne è valsa veramente la pena?

Libro breve, ma intenso, influenzato dalla crisi spirituale di Tolstoj, ha come fulcro la morte, ma necessariamente anche la vita e come va vissuta: essendo se stessi, senza un eccessivo attaccamento al denaro e facendo attenzione a non perdere i nostri valori.

Magistrale la narrazione di Tolstoj, che descrive il dolore sempre più forte, acuto, lancinante del protagonista, fino a farlo sentire al lettore, attraverso le pagine del libro; si percepisce tutta la sua frustrazione per l’ abbandono della famiglia, la solitudine di un uomo, che per tutta la vita ha cercato di essere rispettabile e rispettato, la disperazione, la rassegnazione ed infine la serenità per la fine ormai vicina, in un cammino psicologico e spirituale intenso, che l’ autore racconta così bene che il lettore agonizza ed infine muore insieme al protagonista.

Le descrizioni di Tolstoj sono spietate, sia nei confronti della famiglia, ingrata, priva di affetto e di pietà, sia dei colleghi, contenti soltanto che l’ infausta sorte non sia toccata  a loro e interessati alla posizione vacante in tribunale.

Come ogni opera classica di ingente calibro, rimane attuale attraverso i secoli e non potrebbe esserlo di più in un momento storico di grande confusione politica, sociale e personale, riguardo il senso della vita e il rispetto dei valori, come lo sono i nostri giorni.

 

genere: narrativa

pagine: 98

anno  di pubblicazione: 1886


martedì 10 marzo 2026

IL SEGRETO DELLA LAVANDAIA

 




Il segreto della lavandaia - Cecilia Zonta -

recensione a cura di Gino Campaner

 

📖Spiccioli di trama: l'ispettore Morsetti deve scoprire come è morta Carlotta Verri trovata dalla sorella senza vita ai piedi delle scale di casa. Incidente, suicidio o omicidio? Indagini serrate fanno emergere inquietanti risvolti. 

 

🔥Punto di forza: la capacità di creare attesa, di costruire una storia gialla senza punti deboli. Con personaggi, soprattutto l'ispettore , accattivanti e ben delineati. 
Creare suspense anche in poche pagine. 

🙁Punto debole: nessuno. Solo la sensazione che la Zonta dovrebbe oltrepassare il limite del racconto e mettersi alla prova con un romanzo. Il talento narrativo da giallista è di primo livello. 


🏁Finale: un finale che lascia di stucco nel quale ci si ritrova ad incitare l'ispettore ad andare avanti con coraggio e determinazione nell'indagine. 


🎓Giudizio complessivo: ⭐⭐⭐⭐
La fine dei racconti (soprattutto i racconti gialli) mi lasciano spesso di sale. Con una sensazione di incompiuto. Ma questo, lo riconosco, è anche il bello dei racconti. E di chi li scrive. Ai quali va riconosciuto (non a tutti) la grande capacità di creare attesa, respirazione rallentata, sgomento, nel lettore. Cecilia Zonta è bravissima a costruire, in poche pagine, suspense, sospetto, sospensione, lasciando nel dubbio chi legge. Un racconto che potrebbe benissimo essere considerato l'inizio di un romanzo. Complimenti vivissimi. 


genere: giallo

anno di pubblicazione: 2026

pagine: 85

editore: Delos Digital

 


domenica 8 marzo 2026

L'ULTIMO M'ACCOMPAGNA

 




L’ultimo m’accompagna – Al Gallo

Recensione a cura di Dario Brunetti


L’ultimo m’accompagna è una raccolta di dieci racconti firmati dallo scrittore e sceneggiatore partenopeo Al Gallo uscita per Nulla Die.

Mi capita di frequente di leggere antologie di racconti e personalmente trovo indelicato individuare il racconto preferito, mi sembra abbastanza ovvio che ci sono storie che possono aver colpito il lettore e alle quali si resta particolarmente affezionati. Menzionarle alcune andrebbe inevitabilmente a discapito di altre e si ridimensiona la vena creativa dell’autore stesso.

Le storie che ci presenta Gallo sono ambientate nelle periferie dove regna il degrado e l’autore volge uno sguardo attento verso gli ultimi spesso abbandonati da una società che li relega ai margini.

Martiri, oppressi e angeli vendicatori che vanno incontro al loro destino a volte beffardo, così Al Gallo da voce ai suoi personaggi. Invisibili in cerca di un riscatto sociale che si portano cicatrici di un passato che non ha fatto sconti, ne vengono tratteggiate le zone d’ombra mettendo in evidenza gli aspetti di una realtà cinica e spietata.

Riconosceremo all’autore, la sua consolidata capacità di alternarne lo stile di scrittura, passando da una narrazione più cruda che contraddistingue il genere noir alla prosa lirica che ne caratterizza l’intensità emotiva e l’aspetto più fragile dei protagonisti delle storie.

Non solo l’autore si avvale di un’ironia a tratti tagliente per evidenziare le contraddizioni di una società schiava di una ipocrisia che abita sia nelle periferie che nel ceto medio-borghese.

Gallo sembra seguire le orme di uno dei più grandi intellettuali della nostra epoca, Pier Paolo Pasolini che in romanzi come Accattone e Una vita violenta, denunciava il degrado delle periferie restituendo dignità al sottoproletariato urbano, seppur povero spiccava per il suo essere autentico con la differenza che questa raccolta di racconti denuncia una società ai margini che per sopravvivere rischia di cedere al facile consumismo o ricorrendo a volte anche a metodi poco ortodossi che consistono nell’arte della contraffazione o semplicemente nel rubare.

Un altro esempio tangibile riguarda il racconto con protagonista Domitilla Petrovna, la prostituta più invidiata dello scalo di Maddaloni che si trasforma in una schiava del sesso pur di sopravvivere a vantaggio di un cliente, la cui richiesta ne rappresenta la soddisfazione che più lo appaga. La prostituta ne diventa La moneta vivente per citare un fin troppo complesso e articolato saggio del filosofo francese Pierre Klossowsky.

L’ultimo m’accompagna è la dissacrante cronaca della realtà con la giusta dose di umorismo nero attraverso uno stile originale. Una piccola gemma letteraria da tenere d’occhio.

genere: narrativa 

anno di pubblicazione: 2025

pagine: 124

editore: Nulla die


sabato 7 marzo 2026

POVERA GENTE

   




Povera gente – Fedor Dostoevskij –

recensione a cura di Alice Bassoli

 

Il libro non è un romanzo tradizionale, ma un romanzo epistolare, costruito attraverso lo scambio di lettere tra due personaggi marginali della società pietroburghese.

È il romanzo d’esordio di Fëdor Dostoevskij, e già in queste pagine si intravedono molti dei temi che segneranno tutta la sua opera: la povertà, la dignità umana, la sofferenza e la compassione.

La storia si svolge nella San Pietroburgo povera e grigia dell’Ottocento. I protagonisti sono un modesto impiegato statale ormai avanti con gli anni, e una giovane donna rimasta sola e senza mezzi.

I due vivono in condizioni estremamente precarie, in stanze misere separate solo da un cortile. Comunicano quasi esclusivamente attraverso lettere, nelle quali raccontano le difficoltà quotidiane, le umiliazioni subite e i piccoli momenti di speranza.

Lui nutre per lei un affetto profondo, tenero e quasi paterno. Fa di tutto per aiutarla, anche quando questo significa privarsi di ciò che gli è indispensabile. Lei, da parte sua, condivide con lui i ricordi della sua infanzia difficile e le sue preoccupazioni per il futuro.

Ma la loro fragile relazione è continuamente minacciata dalla povertà e dalla durezza della società. Quando nella vita di lei compare un uomo benestante disposto a sposarla, la scelta diventa inevitabile.

La decisione finale segna il destino dei due protagonisti e lascia nel lettore un senso profondo di malinconia.

Dostoevskij racconta la vita di persone invisibili, piccoli funzionari e giovani donne senza protezione, che cercano di mantenere un minimo di dignità.

Lui è un uomo ridicolo agli occhi degli altri, ma interiormente ricco di sensibilità e affetto.

Attraverso le sue lettere emerge un bisogno disperato di essere rispettato, di non essere considerato soltanto un uomo povero e insignificante.

Il tono è molto intimo. Tuttavia si percepisce la straordinaria capacità dell’autore di entrare nell’animo dei suoi personaggi, restituendo con precisione le loro paure, le loro illusioni e le loro fragilità.

 


venerdì 6 marzo 2026

MERIDIANO DI SANGUE

 




Meridiano di sangue - Cormac McCarthy -

recensione a cura di Francesca Tornabene

 

Non è tra i libri che consiglierei. Non è una lettura ma una discesa all'inferno.

Una spirale di violenza cieca e gratuita, dove ogni frase è l'eco demoniaco della cannonata di un obice.

Ho navigato per mesi attraverso luoghi oscuri che non concedono redenzione o evoluzione, ma solo rassegnazione, morte e distruzione.

Testimone di una brutalità umana inaudita che degenera nel male metafisico.

Una scrittura granitica, arcaica, difficile da leggere, ma allo stesso tempo poetica, inevitabile e ipnotica.

Con essa, McCarthy scardina la concezione del vecchio West come luogo dell'ordine democratico e rivela anarchia e caos primordiali.

In questo Western distopico lungo 298 pagine interminabili, ho seguito un ragazzo nell'abisso della Banda di Glanton.

Un gruppo di cacciatori di scalpi realmente esistito nel 1850, qui trasformato in spettro del caos.

Figura centrale è il giudice Holden.

Un essere malefico, quasi soprannaturale, un filosofo del male con il gusto perverso per la violenza insensata, che considera la gueRRa non un atto umano, ma divino.

Un atto di creazione, qualcosa che dà senso alla vita, all'esistenza dell'uomo.

Solo il ragazzo, senza nome, sembra conservare una lieve scintilla di clemenza, una debole umanità che resiste e rifiuta di rassegnarsi alla filosofia dell'eterna violenza del giudice.

È questo il conflitto che mi ha tenuta incollata fino alla fine!

L'incisione sul fucile del giudice: ET IN ARCADIA EGO è il sigillo del romanzo.

Come nel quadro del Guercino, ci comunica che nessuno può sfuggire al proprio destino.

La morte è padrona ovunque, persino nei luoghi più idilliaci.

In quest'ottica, nel west incontaminato quello che doveva essere un nuovo inizio ora sembra soltanto il cimitero della civiltà.

È stata una resistenza contro l'abisso. In questa mattanza apocalittica sono rimasta aggrappata tutto il tempo del viaggio alla speranza, a quella flebile scintilla di umanità che caparbiamente rifiuta di spegnersi!


genere: thriller

anno di pubblicazione: 2014

pagine: 306

editore: Einaudi

 


giovedì 5 marzo 2026

LA CONTESSA DI RICOTTA

 




La contessa di ricotta - Milena Agus -

Recensione di Miriam Donati

 

I libri precedenti di questa scrittrice mi sono piaciuti, pertanto ho affrontato la lettura carica di aspettative.

La copertina mi ha intrigato per il gusto retrò: una fine tazza di porcellana bianca a fiori con il bordo d’argento, rovesciata sul suo piattino allagato dal suo contenuto. Mi è sembrata una premessa - promessa del contenuto del romanzo, mi ha rimandato alla dolcezza di un tempo perduto.

In effetti il libro racconta l’inadeguatezza di adattarsi al presente avendo sempre l’occhio rivolto al passato con rimpianto, malinconia e incanto.

Anche se i temi affrontati sono impegnativi, la storia raccontata è molto delicata, fin troppo delicata, secondo me, e a volte le pennellate leggere se pur precise non sono incisive, tutto rimane in sospeso, il non detto non diventa alla fine evocativo, resta solo nascosto.    

Le protagoniste sono tre perdenti e di solito i perdenti mi piacciono, ma qui hanno punte di insopportabilità che a tratti mi spingevano a lasciare il libro. Anche il punto di vista mi ha infastidito perché cambia a volte in modo paranoico la voce e il carattere dei personaggi. Fin qui le note negative, ora passiamo alle positive.

L’inarrestabile monologo che compone il testo è quasi disorientante, ma è geniale nella sua capacità di intrattenimento, diviso tra realtà e fantasia, tiene sulla corda e mentre si legge aumenta la comprensione verso le protagoniste così straordinarie, buffe e senza difese.

Questo romanzo singolare non ha una vera trama, però la storia che si dipana come una favola, merita di essere scoperta. Tre sorelle, Noemi, Maddalena e la Contessa di ricotta, vivono in ciò che resta delle vestigia di un'epoca aristocratica passata, ciascuna in uno dei tre appartamenti loro rimasti nell'antico palazzo di famiglia del Seicento che custodisce un passato da museo. È situato nell’antico quartiere “Castello” di Cagliari, purtroppo ormai fatiscente e in rovina, è stato suddiviso in diversi appartamenti. Unendo tre sorelle, la povertà, il tentativo di mantenere le apparenze e la Sardegna, la somma fa pensare a Canne al vento della Deledda. Invece si va da tutt’altra parte. 

Noemi, la più grande, giudice, con un carattere duro e deciso, vorrebbe ricomprare tutta la proprietà, appartamento dopo appartamento. In virtù della sua innata “visione sistemica”, dedica l’esistenza a questa missione, ma vedrà sgretolare le sue certezze e la sua preziosa collezione di porcellane durante il tumultuoso amore con il giovane Elias, mentre le sorelle minori hanno accettato la loro caduta e vivono in un mondo disincantato. 

Maddalena è la seconda, una distinta dottoranda, innamoratissima del marito Salvatore con il quale fa sesso sfrenato nella speranza un giorno di avere un figlio, anche se finora ogni tentativo è risultato inutile.

Infine la più piccola, ragazza madre, detta dai vicini maligni Contessa di ricotta, perché maldestra, infatti non c’è oggetto che sappia tenere in mano. Sogna il grande amore che faccia da padre al suo piccolo Carlino, nato sotto una cattiva stella da un padre poco presente, è rifiutato dagli altri bambini, strano e bizzarro e con un talento innato per il pianoforte, storpia le parole e spesso balbetta e non sta fermo un secondo, metafora dell’inquietudine del vivere. Lui è semplicemente diverso, come la madre: surreale, fragile, goffa, empatica e dispersiva, sempre pronta ad aiutare chiunque, anche se in condizioni meno disastrose delle sue e che, nei momenti bui, va al mare e "si esercita a suicidarsi".

Intorno a loro innumerevoli personaggi minori popolano il romanzo: la vecchia governante, sulla quale grava il sospetto di avere intossicato la contessa madre e che è tornata a vivere nel palazzo; il suo giovane nipote Elias, con la sua collezione di terraglie antiche di lusso, pastore-muratore incaricato di rimettere in sesto ciò che resta del palazzo, che forse farà innamorare come non mai proprio l’algida Noemi; un vicino di casa misterioso e scontroso che stava con una bellissima violinista, ora scomparsa dalla circolazione. Tutti loro sconvolgeranno la vita già problematica delle contesse.

I personaggi, tutti a loro modo con una fragilità evidente o nascosta, sono esplorati in modo profondo alternando malinconia e vitalità che si manifestano sia attraverso la disperazione – il tema del suicidio sembra l’unica via d’uscita dalla crudeltà quotidiana – sia attraverso la speranza che sembrano fondersi insieme attraverso una prosa intensa ed efficace.

Ci sono altri temi affrontati: la voglia di vivere, il rapporto con Dio: “E neppure Dio amiamo davvero. Preghiamo sempre per avere qualcosa. E anche Lui ci ama perché senza di noi si annoierebbe. E infatti si annoiava. Per questo ha creato il caos e poi dal caos siamo nati noi”.

Pur con una costante coerenza stilistica di fondo, si alternano descrizioni nude e crude a ritratti dal tocco delicato e quasi pudico, le descrizioni sono evocative del centro storico cagliaritano, l’uso del dialetto è minimale e quasi sempre tradotto. 

È una storia agrodolce e disarmante che trasmette delusione e tristezza, ma anche speranza e spiragli di luce: sembra a un certo punto che i sogni si avverino: il palazzo recuperato, un figlio per Maddalena, il matrimonio del nipote Elias per la governante, l’avvicinamento del vicino alla contessa di ricotta, ma la fiaba non si realizza. La vita però, per quanto dolorosa possa essere, proprio a causa delle rotture, delle perdite, delle crepe può essere unica, insolita e di nuovo apprezzabile se ci si mette di nuovo in gioco avendo cura di "volare, mirando solo ad atterrare al centro della pista senza sfracellarsi"

 

Genere: Narrativa

 Anno di pubblicazione 2009

pagine: 136

editore: nottetempo