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martedì 7 luglio 2026

IL TRENO

 




Il treno - Georges Simenon - 

recensione a cura di Rossella Lombardi


La lettura di un libro di Simenon è sempre molto gradevole ed interessante; io me la regalo quasi mensilmente; è incredibile come l’ autore , in un numero esiguo di pagine, riesca a delineare così efficacemente  e con estrema sensibilità la psicologia dei personaggi e a portare noi lettori  a riflettere  sulle ragioni delle loro scelte, senza esplicitarle, né commentarle.

Nel 1940 le truppe  tedesche , ormai in Belgio, minacciano  i confini della Francia. Così nelle Ardenne colonne di profughi lasciano le loro case  e prendono d’assalto i treni per scappare  nel sud della Francia.

Il protagonista  di questa storia  è Marcel , un giovane uomo  mediocre, semplice, apparentemente privo di qualità, miope e di salute cagionevole. Con la moglie, incinta di sette mesi e la figlioletta di tre anni, Marcel decide di avventurarsi su un treno  dove viene subito diviso dalla famiglia e caricato su carro bestiame sul quale incontra  persone molto diverse da lui che Simenon descrive con la solita precisione e maestria. Fra i tanti, incontra  Anna, una giovane donna ebrea, della quale però non saprà molto altro.

Avrei voluto esprimere tutta la mia tenerezza, per quella donna  che il giorno prima non conoscevo ma che era un essere umano e che diventava ai miei occhi l’essere umano”

 Presto i due giovani, soli e disperati, diventano inseparabili ed intrecciano  una  relazione fatta di silenzi ma scaldata da una forte passione  amorosa.

“Per la prima volta dicevo “ti amo” in quel modo e non solo con le parole, dal profondo di me stesso. Ma era poi lei che amavo  o la vita ?”

Forse Marcel si rende conto, grazie a questa relazione ,di non aver vissuto la sua vita ma di aver inconsapevolmente  recitato, di essersi lasciato vivere. Anna lo aiuta a vivere pienamente.

Molti anni dopo Marcel  lascerà uno scritto  destinato ai suoi figli nel quale racconterà questa vicenda e che  lui non è stato  per tutta la vita un uomo mediocre  ed incolore  ma che ha conosciuto la felicità, anche se per poco tempo e questo gli ha concesso di vivere davvero. “ I miei figli sapranno  così che c’è stato in me un altro uomo  e che per alcune settimane sono stato capace di provare la vera passione. In ogni caso  svelare  qui questo pensiero  recondito è qualcosa che devo a me stesso “.

Questa storia mi ha portato a domandarmi se abbiamo davvero coscienza  di ciò che siamo  e di come vogliamo vivere.  Dobbiamo aspettare che  il caso , il destino  sveli, prima di tutto a noi stessi,  chi vogliamo essere e come vogliamo vivere, oppure dobbiamo sforzarci  di sceglierlo , di volerlo fortemente ?


genere: giallo

pagine: 149 

editore: Adelphi

 

 


giovedì 14 maggio 2026

TRE NOMI

 





Tre nomi - Flocence Knapp -

recensione a cura di Rossella Lombardi


Mi ha incuriosito scoprire, dalla seconda di copertina, la scelta sicuramente originale che la scrittrice ha fatto per raccontare questa storia, anzi queste storie.

Cora, la protagonista, madre di una bambina di nove anni, Maia , è vittima  di un marito, Gordon,  che la umilia e quotidianamente le usa violenza fisica e psicologica. Alla nascita del secondo figlio, Gordon obbliga la moglie ad andare all’anagrafe per registrare  il neonato  con il nome  di tutti i maschi della sua famiglia: Gordon appunto. Cora teme che quel nome  possa segnare il  destino di suo figlio  e   portarlo a diventare come il  padre. Lei preferirebbe scegliere  “Julian”, che significa “Padre del cielo” oppure, come suggerisce Maia, Bear sperando che diventi forte e coraggioso ma anche tenero e morbido come un peluche . La scrittrice , a questo punto, ci presenta  i tre possibili percorsi di vita  a cui il bambino è destinato, insieme alla sua famiglia, a seconda del nome  assegnatogli dalla madre. Un nome diverso, un destino diverso.

Bear sarà davvero affettuoso, tenero e sensibile. Julian sarà riflessivo, consapevole  determinato; farà scelte difficili che però gli garantiranno serenità e amore. Gordon sarà il più disturbato e angosciato; avrà una vita difficile e  dolorosa. Cora non è un’eroina. Spesso, durante la lettura, ho desiderato   sgridarla e  suggerirle  di fuggire, di farsi aiutare ma poi ho capito che  in lei ha prevalso l’amore  per i suoi figli che avrebbe rischiato di perdere. Incredibilmente la figura del marito, medico molto stimato in città, non è centrale nella narrazione ; non vengono infatti descritte le conseguenze delle sue drammatiche azioni . Viene però indicata  la possibilità per i figli di non diventare come lui, di spezzare la catena di violenza e  di scegliere di diventare  persone diverse.

La struttura della narrazione  è a intreccio : si alternano , in maniera ordinata  i capitoli dedicati  a ciascuno dei tre  protagonisti , nel progredire del tempo  e degli eventi. La scrittura è scorrevole  ed il ritmo incalzante. Gli avvenimenti  descritti feriscono  e portano il lettore  ad empatizzare  e ad affezionarsi  a tutti i personaggi, principali e non. Sono infatti ben inseriti e descritti alcuni deliziosi personaggi secondari : la nonna, Crai il suo anziano e dolcissimo compagno, un’amica di Cora con i suoi figli , Lily  e Orla , rispettivamente mogli di Bear e Julian, figure femminili  di spessore, descritte con grande accuratezza ed intelligenza.

All’ inizio della narrazione la scrittrice sembra dirci  che il nome  che portiamo segna la nostra storia : che il passato, il vissuto condizionano le nostre scelte. Un nome è davvero  come una promessa, una direzione ? Come sarebbe stata la nostra vita  se ci avessero dato un  nome diverso  ?

In seguito poi, mentre ci narra la dolorosa storia  di  Gordon, il figlio che porta il nome del padre  e che sembrerebbe replicare quel modello, qualcosa si spezza, cambia . Sarà  infatti proprio lui, con le sue scelte, le sue nuove consapevolezze  a salvare la madre. Allora non è il nome, il destino a salvarci o a condannarci, ma la possibilità di scegliere.

Questa struggente, malinconica e delicatissima narrazione  sembra  invitarci a chiederci sempre    ma io chi voglio essere ?”


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2026

pagine: 320

editore: Garzanti

giovedì 26 febbraio 2026

LA RADICE DEL MALE

 




La radice del male - Adam Rapp -

recensione a cura di Rossella Lombardi


In questo corposo libro, che copre sessant’ anni della storia della provincia americana, dal 1951 al 2010, viene narrata la storia di una famiglia un po’ bigotta, molto chiusa e rigorosa, con cinque figli: due maschi e tre femmine, la minore delle quali presenta un evidente deficit cognitivo. Il  più piccolo muore a pochi mesi di vita, lasciando una grande ferita nel cuore di tutti. I numerosi capitoli che si susseguono sono intitolati con il nome del personaggio del quale l’autore vuole raccontare le vicende nel suo percorso di vita, anche in città e in tempi  diversi . In realtà i veri protagonisti sono due: Mayra, la sorella maggiore, personaggio positivo, nella quale è facile identificarsi   e Alec “l’unico figlio maschio rimasto”, personaggio tormentato, cupo e ribelle. Chiarissimi sono i cenni autobiografici dell’autore : sua madre , come Mayra ,era infermiera in un carcere, dove ha avuto modo di curare un famoso serial killer. Il figlio di Mayra, Roman, è sicuramente riconducibile allo scrittore, anch’egli affetto da una patologia mentale.

Questo è sicuramente un libro allusivo; i personaggi sono ben distinti ma i loro tratti psicologici non vengono mai esplicitati. La scrittura  è precisa, scorrevole, forse un po’ prolissa.

Io apprezzo molto i libri che mi propongono una bella storia, anche intricata, avvincente e allo stesso moto mi piacciono i libri che mi suscitano domande, riflessioni. Questo libro fa sicuramente entrambe le cose. Tutti i personaggi infatti, nel corso della propria vita in famiglia e poi individualmente, sfiorano il MALE come spettatori, vittime o artefici. Vengono infatti citati episodi reali della storia americana: l’attentato al Presidente, le vicende di un famoso serial Killer di quegli anni, condannato poi alla pena di morte, alcuni attentati terroristici…L’autore all’ inizio sembra quindi associare  il male alla VIOLENZA.  Nell’evoluzione della storia sembra poi indicarci altre possibili manifestazioni del Male : i tradimenti, le malattie, gli abusi, la dissolutezza, l’abbandono, la malattia mentale, la morte, la religione come prigione, la menzogna …Poi sembra domandarci “  Come reagiamo, individualmente e collettivamente, di fronte al Male ? Dove ha origine il male ? Perché e come si diventa  fautori del male ?   E’ una predisposizione ereditaria o influisce un contesto familiare anaffettivo, giudicante, abusante?  E’ sufficiente, per evitare il male, educare al discernimento e alla responsabilità individuale?

Un personaggio condannato alla pena capitale dice “ Per come la vedo io, siamo tutti sdraiati fianco a fianco nel silenzio della notte . I buoni e i cattivi.  Ci sono i lupi e c’è la prateria “

Simbolicamente, quando un personaggio viene a contatto con il male, l’autore inserisce la presenza del sangue ( un’epistassi, una ferita, un parto …) o di un lupo ( reale o riferito a un proverbio o ad una citazione ) o cicatrici  di appendicectomie, di un parto cesareo, di ferite … come segni sul corpo  di traumi che non dimenticheremo mai.

Mayra investe un cerbiatto su una strada solitaria; prova una tristezza inesorabile …come se qualcuno le avesse infilato la mano nel petto per strizzarle tutto il sangue dal cuore. Almeno il cerbiatto non ha sofferto! Che sia una punizione per lei? Il suo Dio ha sempre agito con rancore, è sempre stato spietato con lei; perché dovrebbe cambiare proprio adesso?

In questo libro l’autore ci regala davvero immagini che colpiscono e situazioni che emozionano.

Nel finale sembra dirci con convinzione che  le nostre colpe, responsabilmente, si pagheranno tutte e proporci  una flebile speranza: è possibile sciogliere il nodo che aggroviglia tutto ciò che non ci piace di noi.

 
genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

pagine: 496

editore: NN


giovedì 6 novembre 2025

GLI ALTRI

 



Gli altri  - Georges Simenon - 

recensione a cura di Rossella Lombardi


I libri  di Simenon mi attirano  e mi incuriosiscono sempre.

Il protagonista di questa storia, che si definisce  “un mediocre soddisfatto”,attraverso la forma del diario, ci racconta le vicende e le ragioni di una dozzina di personaggi  che compongono la sua grande famiglia con più generazioni, in un ambiente di provincia un po’ soffocante.  L’autore delinea  con lucidità e distacco le diverse psicologie dei personaggi :  i tradimenti, le rivalità,  le incomprensioni, i sospetti, gli opportunismi, le bassezze e le ipocrisie….

Il 2 novembre muore, per l’eccessiva  somministrazione di un farmaco, in circostanze poco chiare, lo zio Antoine, ricco avvocato molto ben stimato , la mente e la colonna dell’intera famiglia. Accorrono al suo capezzale  la sorella, la cognata e i numerosi nipoti con le rispettive famiglie per  mostrare all’intero paese la propria affezione  nei riguardi dello zio, l’eleganza  e il  buon gusto del proprio abbigliamento e cercando  però di nascondere, senza riuscirci,  l’ interesse per l’eredità. Ciascuno dei personaggi ha nascosti dei segreti e delle scorrettezze  nei confronti di uno o più parenti ma è pronto a criticare e denigrare  i “ peccati “ degli  “ALTRI “ ( forse da qui il titolo del romanzo).

La scrittura dell’autore è sempre gradevole, scorrevole e profonda. Devo confessare però che la narrazione  mi è sembrata un po’ tronca. E’ avvincente l’ intreccio delle vicende  e delle relazioni  tra i personaggi ma in conclusione  lascia il lettore un po’ in sospeso; alcune questioni rimangono, forse volutamente, non risolte .Non c’è un personaggio davvero positivo  e non è facile empatizzare con  qualcuno. Soprattutto le figure femminili vengono dipinte   in modo molto negativo : troviamo le  arrendevoli , le ingenue, le arriviste, le avide e grette, le mistificatrici e bugiarde…Rimane la bella figura dello zio  defunto che era sempre stato prodigo  e accogliente  con tutti ma senza però incidere significativamente in nessuno dei suoi congiunti.


genere: narrativa



domenica 5 ottobre 2025

ONESTO





Onesto - Francesco Vidotto - 

recensione a cura di Rossella Lombardi


La lettura di questa storia, che ha come coprotagonista la montagna, è stata una meravigliosa esperienza. Mi ha sollecitato tutti i sensi : mi è sembrato di sentire l’odore  di umido  degli abiti di panno pesante dei personaggi e quello dei fiori di montagna, di accarezzare le loro ruvide mani ,di sentire  i passi pesanti camminare sui sassi con scarpe grosse e rigide, di ascoltare  la voce del vento  ululare fra gli alberi, di godere del profumo  dei mandarini sbucciati, unico regalo di Natale per i  bambini, di percepire l’odore di sudore e della fatica nell’arrampicarsi sulle vette e nel tagliare  i tronchi con l’ accetta , di entrare nel silenzio che esiste  solo  in cima ai monti…..E’ una dolcissima e cruda  storia di montagna, ambientata  a Tai di Cadore tra la prima e la seconda guerra mondiale.

La scrittura è semplice, con periodi brevi ma incisivi, con aggettivi mirati, arriva a scavare solchi nell’anima del lettore. Lo stile è delicato ed intenso, come una poesia.  I personaggi sembrano vivere storie semplici, accettando il loro destino senza porsi domande, invece silenziosamente arrivano a risposte e a decisioni  sorprendenti, regalandoci vicende straordinarie.

E’ la storia di una giovane donna vedova di guerra, madre di due gemelli: Onesto e Santo (la scelta dei nomi propri da parte dell’autore è esplicativa). I due bambini ( uno dei quali sarà vittima di un rapimento, per fortuna risolto in maniera positiva ,  anche se dopo sette anni) crescono in simbiosi aiutandosi, sostenendosi ed amandosi incondizionatamente per tutta la vita. A otto anni fanno amicizia con  Celeste, della quale si innamoreranno entrambi. Questo amore , invece di suscitare  rivalità ed invidia, porta i due fratelli a rinsaldare il loro legame e a far sperimentare ad uno dei due il sacrificio della rinuncia,  dell’ abnegazione.  Molti anni dopo il narratore, Francesco, recatosi fra quelle montagne, incontra un vecchio montanaro Guido Contin detto Cognac che vive da solo, con la sua gatta di nome Moglie. Egli consegna a Francesco delle lettere scritte da Onesto molti anni prima, destinate alle montagne, nelle quali racconta la sua storia, intrecciata a quella degli altri personaggi.

Tra le righe di quelle lettere, scritte stentatamente a mano, emergono rapimenti, segreti, violenze (anche sessuali), dolori, brutalità, morti …ma soprattutto emerge la storia d’amore verso Celeste; un amore profondo, che sfida il tempo e le avversità. “ Le mie montagne sei tu “,  “ L’amore  non si può possedere, si può solo dare “. Inoltre emergono chiaramente anche l’amore materno, quello fraterno, quello verso le montagne e verso la giustizia.

Ci viene descritto un mondo fatto di silenzi dove a parlare sono gli sguardi, i gesti …”risento il profumo dei mazzolini di lavanda essiccata e legata con uno spago che la mamma metteva nella nostra camera : era il suo modo di volerci bene. La vita l’aveva abituata ad amare con le azioni piuttosto che con le parole “, “…Gli sguardi spesso sono parole “

Il finale è a sorpresa  ed io posso concludere  che  dopo questa lettura  tante sono le riflessioni, fra queste mi sono fatta sollecitare da questa frase  : “ …Non importa quanto difficile è la vita e quanto è alta la montagna : basta che impari a fidarti “

genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

 

mercoledì 24 settembre 2025

TORNARE A CASA

 



Tornare a casa - Tom Lamont -

recensione a cura di Rossella Lombardi


Questo è il libro di esordio del giornalista Tom Lamont. All’ inizio la sua scrittura mi è sembrata un po’ frammentaria, telegrafica e poco empatica, quasi cinematografica, forse perché molto ricca di dialoghi. Poi però si è evidenziato un crescendo di descrizioni,  di rivelazioni e  di indagini psicologiche che hanno reso la scrittura decisamente più interessante. Il racconto è semplice, lineare e la scrittura è delicata ed ironica.

Al centro della storia c’è il giovane Teo che, una volta al mese, ritorna nel suo quartiere ebraico  di Enfield a Londra per stare un po’ con il vecchio e malato genitore, Vic, dopo essersi allontanato anni prima  con la scusa della ricerca del lavoro.  Durante una di quelle visite, ad una festa, rivede il suo migliore amico di un tempo: Ben  e Lia, il suo antico amore, mai da lei ricambiato.  La ragazza gli chiede il favore di badare per un po’ al suo figlioletto di tre anni : Joel, con la segreta ed inspiegabile intenzione di togliersi la vita. Successivamente alla tragedia, gli assistenti sociali nominano Teo tutore del bambino, almeno finchè non ne venga rintracciato il padre. Teo, senza un  grande entusiasmo, accetta ma coinvolge in questa esperienza anche Ben, Vic e la giovane rabbina del quartiere: Sybil. Questi personaggi, così diversi fra loro e con motivazioni differenti, formano un nucleo non convenzionale, non sempre armonico ma affettivamente carico. Essi scardinano il tradizionale concetto di famiglia, che non si può solo fondare su legami di sangue, ma bensì sulla volontà di prendersi cura gli uni degli altri.

Un altro tema importante trattato in questo libro è quello della “ paternità” (finalmente ! Dopo tanta maternità indagata nella letteratura contemporanea ). Ciascun personaggio maschile vive la paternità a modo suo, come è capace, ma in ciascuno c’è la volontà di costruire insieme  una casa, un rifugio sicuro ; “ casa” è dove ci aspetta un padre per aiutarci a crescere.

Il lettore segue la crescita  di Joel ma, passo dopo passo, anche quella dei due giovani che diventano adulti  quando decidono di assumersi  delle responsabilità.

Interessante e toccante è la descrizione dell’ amicizia  fra Teo e Ben, fatta di scontri, rivelazioni, incomprensioni ma anche di supporto, vicinanza e collaborazione…come deve essere una vera relazione amicale.

Ho apprezzato molto  la decisione dell’ autore di presentarci, con molta umanità, tutti i personaggi con le loro fragilità, insicurezze e con il loro bagaglio di errori. Non c’è un personaggio positivo in cui identificarsi. Tutti sono alla ricerca di qualcosa: Teo desidererebbe mantenere la sua libertà, mentre fa il padre; Ben vorrebbe  trovare il coraggio  di diventare adulto ; Sybil vorrebbe  essere capace di  chiamare le passioni con il loro nome e Vic  vorrebbe trovare, prima di morire,  le sue radici, la propria identità e vorrebbe ricordare il padre che è stato .

Questo per me  è un bel  libro anche perchè interroga ciascuno di noi e, scavando nel profondo, ci fa riflettere sui  figli che siamo stati, sul rapporto col proprio padre, sulla famiglia  in cui siamo cresciuti e su quella che abbiamo costruito. E, non meno importante, ci fa pensare alle amicizie che abbiamo  costruito e a quelle che continuiamo a mantenere.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025


mercoledì 3 settembre 2025

EREDITERAI LA TERRA

 



Erediterai la terra - Jane Smiley -

recensione a cura di Rossella Lombardi


L’autrice, con una scrittura efficace, ricca di particolari, fluida ed elegante, ci presenta  ambienti, vicende e personaggi  che non si riescono a dimenticare.

La storia si sviluppa dal 1979 in poi in  Iowa a  Zebulon, un piccolo paese rurale degli Stati Uniti dove vivono alcune famiglie , spesso in conflitto fra loro, dedite alla propria fattoria, al bestiame e alla terra, coltivata soprattutto a mais.

Il paese, la terra  rappresentano per i personaggi  il centro del mondo, il motivo della propria esistenza, l’ambiente in cui nascere e morire senza sognare altro, senza desiderare alcun cambiamento : “  Nessun mappamondo, nessuna mappa erano mai  riusciti a convincermi che  Zebulon non fosse al centro dell’universo.Zebulon , dove la terra era piatta, era un luogo  in cui un oggetto sferico ( una pallina di gomma per esempio) non poteva che raggiungere  l’immobilità assoluta e, una volta fermo, affondare le sue radici  fino a tre metri sotto il suolo” ( I tre metri sotto il suolo rappresentano chiaramente lo spazio della sepoltura).

La terra, anzi il numero di ettari posseduti, rappresentano, per gli abitanti di quel luogo,il vero valore  di ciascuno.

L’io narrante della storia  è Ginny, una donna di trentasei anni; la primogenita con due sorelle  Rose e Caroline  e con un padre  despota che vive incarnando la cultura del possesso personale ( terra, bestiame e figlie) ma che un giorno ,in età non avanzata, inaspettatamente decide di  intestare  i suoi possedimenti  alle  tre figlie . Questo scatenerà grandi dissidi fra le tre donne ed i rispettivi mariti, facendo emergere vecchi rancori, antichi traumi e segreti. Nella seconda di copertina del libro, la trama viene ricondotta al “Re Lear “ di Shakespeare ed effettivamente molti  elementi lo ricordano: la pazzia, reale o presunta, del padre, i suoi conflitti con le figlie e i difficili rapporti fra le tre donne, la drammatica avventura durante una tempesta ( elemento sicuramente simbolico) che segnerà l’inizio della rottura definitiva  dei rapporti all’ interno di questa famiglia…e molto altro.

Mi ha colpito in questa storia la capacità  di cambiamento da parte di Ginny, la sua emancipazione . All’ inizio  del libro lei è la più passiva, conciliante, benevola  nei confronti del padre, addirittura a volte antipatica. Nel procedere degli eventi ci viene poi  descritta una sua reale evoluzione  personale :lei prenderà finalmente in mano la sua vita  cominciando a fidarsi di se stessa e risultando così il personaggio più forte.

Un altro tema, spunto di riflessione, è il perdono/non perdono. E’ sempre possibile e utile superare il rancore  ed arrivare a perdonare? Cosa ci permette di perdonare davvero ? Rose  afferma :”Il perdono è un riflesso che si attiva solo  quando non riesci a sopportare  ciò che sai”.

Emerge poi anche il tema dell’ EREDITA’, non riferito solo ai beni materiali. Ereditiamo dal nostro passato un bagaglio fatto di cultura, valori, affetti, incontri , esperienze . Non sempre siamo consapevoli  dell’ importanza, del peso   di ciò che ci ha costruito, nel bene e nel male. Ginny arriverà alla fine a dire: “Il rimpianto è parte della mia eredità. Annidate in ogni mia cellula, insieme al DNA, convivono molecole di humus, pesticidi, gasolio, polvere di piante…e anche molecole della memoria. Ogni persona scomparsa mi ha lasciato qualcosa e percepisco la mia eredità quando ricordo ciascuna di loro”.

L’ultimo tema che mi ha colpito  è la distruzione, il veleno. Lo si evince dai rapporti malati, distruttivi e avvelenati appunto fra i personaggi. Un veleno esplicito, che esplode ma anche un veleno  che cova sotto la brace, alimentato anche dal “ non detto”. C’è poi un veleno concreto , ben descritto, rappresentato dai pesticidi sparsi nei campi che danneggiano l’ambiente e la salute delle persone. Ed infine c’è il veleno del rancore, dell’invidia   e della vendetta che distruggono  la vita dei personaggi.

I temi presentati, sicuramente universali e frequenti negli esseri umani di ogni epoca, fanno di questo libro  un vero classico che consiglio vivamente.


genere: narrativa 

anno di pubblicazione: 2024

 

 


martedì 26 agosto 2025

KALA

 




Kala - Colin Walsh -

recensione a cura di Rossella Lombardi


La casa editrice Fazi non ha classificato questo libro come thriller, infatti non l’ha editato nella collana “ Darkside” ma invece in quella della narrativa “ Le strade”. A mio parere invece questa storia è un thriller  che presenta una scomparsa, numerose violenze  ed aggressioni e un omicidio con la conseguente ricerca del colpevole e dei complici. Sicuramente però in questa storia c’è anche molto altro: l’adolescenza (con i primi amori, le rivalità, i sogni e i progetti per il futuro…), le famiglie disfunzionali ( i rapporti difficili, i tradimenti, l’incapacità genitoriale …).

Nel 2003 in un paese irlandese sul mare, la storia racconta le vicende  di un gruppo di sei quindicenni, tre ragazze e tre ragazzi che si misurano con l’amore, l’amicizia , il coraggio, la complicità, i segreti degli adulti e i loro diseducativi comportamenti. Una di loro, Kala, all’improvviso scompare . Quindici anni dopo tre di questi personaggi, ormai adulti, si ritrovano nel paese per la partecipazione ad  un matrimonio. Il libro inizia infatti ne 2018 ; i  titoli dei capitoli  portano appunto  i nomi di  Helen, Mush e Joe e, all’ interno dei quali, si alternano i ricordi adolescenziali di ciascuno di loro con i fatti che avvengono nel presente. All’inizio questi sbalzi temporali non indicati graficamente  mi hanno un po’ disorientata, poi però sono stata piacevolmente coinvolta nella narrazione. I tre protagonisti assistono al ritrovamento dei resti del corpo della loro amica Kala, uccisa quindici anni prima e qui inizia la ricerca del colpevole . Nella seconda parte del libro il ritmo diventa più incalzante, i fatti tragici e violenti sostituiscono in parte l’indagine psicologica  dei sei adolescenti, fino ad arrivare ad un finale forse un po’ prevedibile. Questa è stata una piacevole lettura che lascia un po’ immaginare al lettore alcuni aspetti della relazione tra i sei adolescenti, senza però averne approfondito i particolari. E’ come se riportasse  delle istantanee  senza analizzare i sentimenti, i drammi e i tormenti dei personaggi.  Spesso, nei loro dialoghi , i sei ragazzi citano con desiderio, tensione e propensione , il termine  “ Altrove”. Io credo che l’autore intendesse sottolineare il bisogno di questi giovani  di uscire da quel piccolo, chiuso ed asfissiante ambiente di paese ma anche di poter sognare, nel loro futuro, un “Altrove” come un diverso modo di essere e di diventare .

 Ho trovato un po’ strana e per me poco comprensibile, la scelta dell’autore  di riportare in prima persona i racconti di Helen e Mush, mentre Joe racconta  i fatti e i suoi pensieri in seconda persona , come se uscisse da sé e si narrasse ad un altro. E’ forse una sua ricerca di identità?

Cosa rimane di  questo libro, oltre alla piacevolezza di seguire un thriller?  La consapevolezza  che il passato, le esperienze fatte, le relazioni avute segnano fortemente la personalità di ciascuno.  La sottolineatura che c’è chi si allontana  dal  proprio  ambiente,  considerandolo  troppo chiuso e limitante, per cercare la propria realizzazione altrove ( Helen e Joe ), ma c’è anche chi ( Mush ) è rimasto a gestire il bar di famiglia,  dedicandosi a costruire relazioni e a coltivare affetti. Infine c’è chi nella storia per sentirsi qualcuno sceglie di raggiungere il potere e la ricchezza  con la violenza, la sopraffazione  e i soprusi.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

     


martedì 22 luglio 2025

OLGA

 





Olga - Bernard Schilnk -

recensione a cura di Rossella Lombardi

 

La lettura di questo libro è scorrevole e coinvolgente. La struttura narrativa è molto semplice: la storia  si sviluppa infatti in soli tre capitoli.  Nella prima parte vengono presentati dal 1913 in poi i due protagonisti, durante la loro adolescenza. Olga, originaria di Breslavia in Polonia, viene trasferita in Germania, in un piccolo villaggio, dopo la morte di entrambi i genitori, presso la nonna, dura ed anaffettiva. Lì incontra un suo coetaneo, Herbert, appartenente ad una famiglia ricca e molto diverso da lei. Herbert è un personaggio originale, un sognatore, un avventuriero e molto inquieto. Insieme scoprono i primi turbamenti amorosi che lo scrittore descrive con estrema tenerezza. Mentre Olga coltiva il desiderio di studiare, di diventare insegnante, Herbert è pieno di dubbi e di domande: “Esiste l’infinito? Dio e l’infinito sono la stessa cosa? Ciò che è infinito è irraggiungibile?  “Olga più volte gli domanda: “Ma tu cosa cerchi?” e la sua risposta è sempre “Cerco la vastità infinita!  Io voglio di più!”  Olga allora percepisce in lui una disperazione di cui lui non è ancora consapevole.

Poi Herbert viene affascinato dalla filosofia di Nietzsche, dal quale si aspettava risposte alle sue innumerevoli domande. Decide di diventare egli stesso un “Super- uomo “, di non fermarsi prima di aver reso Grande la Germania, per rendere Grande anche se stesso. Si arruola per la campagna di colonizzazione dell’Africa del Nord. Dopo alcuni anni parte per l’Argentina e più avanti organizza una spedizione al Polo per riuscire a tracciare un passaggio a nord-ovest.

Questo primo capitolo del libro è, a mio parere, forse il più bello ed emozionante: è interessante seguire la crescita, sia personale che di coppia, dei due protagonisti, apprezzando di entrambi la tenacia e la determinazione. Nella seconda parte vengono narrate le vicende di Olga, ormai adulta ed insegnante, il suo difficile rapporto con Herbert, i suoi tentativi di rivendicare i diritti delle donne, in una Germania rigidamente maschilista e autoritaria e i suoi scontri con il regime nazista.  Nel 1971, ormai molto anziana, con un colpo di scena, la sua vita finisce tragicamente.

La terza parte del libro, sicuramente la più intima, è una raccolta di lettere che Olga ha scritto a Herbert durante tutta l sua vita, nelle quali vengono svelati dei segreti, descritte esperienze forti della sua vita durante la guerra ed alcuni stati d’animo che la nostra meravigliosa protagonista prova nell’affrontare le numerose e diverse difficoltà della sua esistenza.

Accanto alla descrizione di una splendida figura femminile, fin troppo perfetta e positiva, viene fotografata la tragedia di quegli anni in una Germania diventata matrigna anche per il suo popolo.

Forse avrei gradito che l’autore indagasse in modo più approfondito alcuni aspetti della vita dei protagonisti: il desiderio di maternità di Olga, le difficoltà incontrate in età matura, alla comparsa  della sordità (forse metafora della sua scelta di non voler più ascoltare le voci del contesto umano ma di poter scegliere di interpretare il linguaggio delle labbra di chi e quando lo ritenesse opportuno e utile), ma anche le difficoltà  pratiche e psicologiche  incontrate da Herbert nella realizzazione dei suoi ambiziosi progetti, scavando nelle ragioni più profonde.

Sono comunque molto soddisfatta di questa lettura e colpita che una penna maschile possa aver descritto con tanta delicatezza una figura così intensa come quella di Olga. 


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2021

venerdì 4 luglio 2025

PRELUDIO

 



Preludio - Carla Madeira -

recensione a cura di Rossella Lombardi


Ho avuto modo di conoscere ed apprezzare Carla Madeira leggendo il suo libro precedente “L’amore è un fiume “ che ho amato molto. Questa seconda opera conferma la bravura dell’autrice nell’indagare le relazioni familiari e la ricerca delle origini delle ferite dell’anima. 

In questo libro la storia è potente, intensa e dolorosa; la struttura  è ben costruita con una buona e coerente scelta del linguaggio. Il racconto si sviluppa  alternativamente su due piani temporali, nel presente e nel passato. In maniera molto originale vengono narrate  due storie parallele e convergenti :   i capitoli della prima , seguendo  una numerazione  progressiva  dall’uno al diciotto,  si alternano con i capitoli dell’ altra   che vengono  numerati  dal diciotto all’uno. I capitoli numero “uno”  segnano l’ incontro tra le due storie, il passato che incontra il presente anzi lo spiega ,lo  giustifica.  In tale capitolo la protagonista è  Vedina, la giovane moglie di Abel, frustrata , delusa e depressa .  Lei compirà un gesto  sconsiderato e apparentemente incomprensibile  nei confronti di suo figlio di cinque anni. Il lettore non può non chiedersi come può la vita averla portata a tanto ! La narrazione, con il susseguirsi delle vicende di ciascuno dei componenti della famiglia , porterà alla risposta a  questa domanda. L’autrice ripercorre le storie  di due fratelli gemelli identici, dei loro genitori e dei loro nonni. Il padre  dei gemelli, non sopportando più la moglie fredda e bigotta , per farle un dispetto, registra i due neonati all’anagrafe con i nomi di Abel e Cain. Così la madre , per evitare la maledizione evocata  dall’ episodio biblico, cresce i due figli chiamandoli Abel e Abelinho, evitando opportunamente il riferimento a Caino. I gemelli vivranno in perfetta simbiosi : un’unica identità in due corpi separati fino alla prima scolarizzazione , quando cioè sono costretti a differenziarsi , anche nel nome. Col tempo prenderanno strade diverse  e inizieranno a rivelare le loro differenti personalità.

La storia vedrà i due ragazzi crescere ed affrontare l’esperienza della morte, dell’ amore, dell’ insuccesso , della rivalità e dei conflitti.  Tanti sono i temi e le riflessioni  che emergono da questa lettura. Da parte di tutti i personaggi c’è la continua ricerca dell’ amore: l’amore come assenza, come dono, come  condanna .” Niente è più doloroso che sentirsi rifiutati !”. C’è poi naturalmente il tema della famiglia, con tutte le sue problematiche, all’ interno della quale  spesso si sceglie di non scegliere, di vivere nel silenzio , nell’incomprensione  dove l’ amore non è quasi mai né esplicito, né garantito.

Questa storia mi ha molto coinvolta. Tutti i personaggi sono interessanti ciascuno con le sue luci e le sue ombre. Li scopriamo fragili, anaffettivi, vendicativi, violenti ma anche empatici, sinceri, talentuosi  e determinati . Ho trovato molto coerente il titolo “Preludio”; probabilmente l’autrice  ha voluto sottolineare  come all’origine di ogni comportamento e  di ogni scelta c’è sempre una causa, un evento scatenante, avvenuto nel passato, un “ Preludio .   A volte occorre riavvolgere il nastro e tornare alla vigilia, della vigilia, della vigilia dell’evento. Il momento preciso in cui  prendiamo o veniamo presi  da una direzione e un bel giorno o un triste giorno…siamo ciò che siamo !”

Ho letto tempo fa un articolo illuminante di uno psicologo, di cui non ricordo il nome, riferito alle cinque cause  delle ferite indelebili  di cui ciascuno di noi può essere rimasto vittima : l’abbandono, il rifiuto, il tradimento, l’umiliazione e l’ingiustizia. In questo libro tali cause compaiono tutte.

La conclusione  della storia è inattesa, non convenzionale ma finalmente con una luce di speranza, perché l’amore salva.

 
genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025


domenica 8 giugno 2025

IL MANTELLO DI RUT

 




Il mantello di Rut - Paolo Rodari -

recensione a cura di Rossella Lombardi


“ Ci sono ferite  che lacerano l’anima e non guariscono. Si possono lenire solo con il perdono  e con le parole “

Ero preparata ad affrontare ,con questa lettura, una storia dolorosa , legata alla Shoah. Infatti i personaggi descritti affrontano scelte difficili : abbandoni, paure, sensi di colpa …ma tutto viene raccontato con grande delicatezza,  profondità  e partecipazione. La storia mi ha molto coinvolta  e commossa. Mi ha permesso anche di riflettere su temi molto intimi  quali per esempio il significato della fede e il  cercare qual è la propria missione nella vita, per darle   un senso.

 Questo è un romanzo con  una struttura semplice e lineare ma che affronta temi profondi con un’accurata ed efficace  scelta delle parole. La lettura risulta scorrevole ed avvincente. Il ritmo è piacevole  ed adeguato ai contenuti  : la narrazione dei fatti  si alterna  misuratamente  a pagine di riflessioni  ed approfondimenti, senza appesantire lo sviluppo della storia.

Nel 1926, a dodici anni, Remo  viene accompagnato dalla madre ,rimasta vedova con quattro figli maschi, al Seminario Pontificio ; lo costringe a questa scelta per i gravi problemi economici della famiglia ma forse anche per  garantirgli un’istruzione , avendo intravisto  in lui grandi potenzialità .  Il protagonista ci descrive,  con molta delicatezza, il suo difficile rapporto con la madre, anaffettiva  e troppo spesso dura.  “In casa, a differenza dei miei fratelli, non avanzavo pretese , era il mio modo di amarla. Solo così, pensavo, sarei riuscito a conquistare il suo amore . Il nostro era un rapporto fatto di silenzi”. 

 In Seminario Remo è vittima di un’educazione  repressiva, svilente e sessuofobica che lo porta  a chiedersi  costantemente il senso della sua vita.  Fortunatamente , dopo qualche anno, incontra un prete ,Sean,  che diventerà il suo riferimento  educativo: gli insegnerà a praticare il dubbio  e a porsi sempre domande, invece di dare ordini.  Remo poi diventa  parroco , nel quartiere Monti, accanto al Collegio dei Catecumeni che ospitava anche bambini orfani.  Nel 1943 incontra un’altra donna che cambierà la sua vita, la vedova  Rachele, ebrea e giovane madre di Aida.   Remo e Rachele si innamorano  ma  coltivano  un amore casto e pieno di sensi di colpa. Il giovane prete vivrà giorni di  confusione  e dubbi sulla sua fede e sulla sua missione. Rodari qui ci regala profonde ed interessanti riflessioni  sulla fede, sulla libertà e sull’amore. Ci descrive anche il contesto sociale  di quegli anni: le crudeltà dei nazisti, il comportamento  di  molti cristiani che per 5000 lire tradivano i vicini di casa ebrei. Ci presenta anche il personaggio di Celeste , una giovane donna ebrea che, convinta di salvarsi così la vita, denunciava i suoi amici ebrei. Rachele decide allora  di scappare, per salvarsi, dopo aver  dolorosamente affidato Aida a Remo . Gli chiede di stendere simbolicamente” il mantello” su di loro ( nella Bibbia il personaggio di Rut stende il mantello  sui suoi cari , gesto che rappresentava   fedeltà e protezione ). Remo accetta di occuparsi  della piccola Aida e  con lei salverà altri venti piccoli ebrei, durante i rastrellamenti, nascondendoli ai nazisti , con l’aiuto di alcune suore.

Remo, ormai molto anziano, attraverso una lunga lettera  racconta ad Aida, diventata una donna, la loro storia  comune.  Le allega anche un messaggio che Rachele avevo scritto , destinato alla figlia , contenente  parole che forse tutti noi vorremmo  rivolgere ai nostri figli: “ Ti prego, se cadi rialzati e ritorna sempre a ciò che i tuo cuore desidera. Fai attenzione: ci sarà sempre qualcuno che pretenderà di sapere  ciò che è giusto per te , ma quella è la sua strada, non la tua. Nessuno può decidere al posto tuo quale percorso  devi intraprendere , chi e cosa devi essere…..”

Remo è un personaggio forte che, prima di  essere un rappresentante della Chiesa, è un uomo , un uomo giusto capace di mettere in pericolo la propria vita per salvare  delle persone ingiustamente  colpevoli solo perché appartengono  a una fede diversa dal Cristianesimo.  Rodari non dimentica  le responsabilità della Chiesa e del Papa di quel tempo  verso l’antisemitismo  ma ricorda anche che  centinaia di preti e suore hanno salvato dalla follia nazista  4300  persone.

Mi sembra molto evocativa la scelta da parte dell’editore  di questa copertina . Sfumate si intravedono tra le nuvole  le figure di Rachele ed Aida che, incamminandosi verso un orizzonte  azzurro , vengono quasi ricoperte, avvolte dal mantello della  Chiesa che, secondo me, ha  rappresentato certamente la concreta salvezza per molte persone , ma che può simboleggiare  anche la  Fede ( qualunque Fede) che  offre  a tutti  coraggio, accoglienza, protezione e speranza .

Voto = 8/10


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025


mercoledì 21 maggio 2025

L'ANTICO AMORE

 




L'antico amore - Maurizio De Giovanni -

recensione a cura di Rossella Lombardi

“L’amore è il ricordo di una tenera tempesta “

De Giovanni in questo libro ci parla dell’AMORE e delle sue diverse declinazioni; vi troviamo l’amore paterno, quello filiale, quello incondizionato di un amico, l’amore che è accudimento, quello intenso e totalizzante per un uomo/donna che è il motivo per sentirsi vivi ma anche l’amore per la letteratura e la poesia.

L’autore ci porta a passeggiare lungo percorsi sicuramente già esplorati ma ci invita ad osservarne i diversi sentieri, a riflettere sulle sue molteplici sfumature e profondità.

A capitoli alterni, passa da un personaggio all’altro, da un’epoca all’altra. Narra infatti due storie parallele: in una il narratore è Catullo (poeta del primo secolo avanti Cristo) che racconta la sua incredibile felicità grazie all’ amore per Claudia (Lesbia) e della sua indicibile infelicità per la sua perdita. Nella seconda viene descritta la storia di una famiglia composta da “il Vecchio” (così chiamato nel libro) accudito amorevolmente da Oxana, una badante moldava e dai suoi tre figli ormai adulti .

Oxana si affezione al Vecchio verso il quale prova ammirazione e rispetto : “ Assistere un anziano è un compito importante, bisogna conservarlo in vita finchè si può, bisogna leggergli negli occhi quello che non chiede e non perderlo mai di vista …”

Commovente è l’amore che la figlia prova nei confronti del vecchio padre, ben descritte sono le sue brevi visite quotidiane , dopo il lavoro , durante le quali lei lo accarezza e lo abbraccia amorevolmente raccontandogli la sua giornata.

Vengono narrate poi le vicende del figlio Marco, sposato con una donna molto ricca che non ama, che lo denigra e irride continuamente per la sua fallimentare scelta di continuare ad insegnare all’ università a degli studenti assolutamente disinteressati alle sue lezioni sulla poesia antica, in particolare su Catullo. Marco vive perciò una situazione di depressione, di assenza di gratificazioni, sfiducia in se stesso e nel suo futuro.  Finchè incontra una giovane studentessa, molto interessata a Catullo , dolce e positiva della quale lui si innamora perdutamente .  Sarà un amore profondo ed intenso.  Marco, indeciso sull’incerto futuro del suo matrimonio, troverà il modo di confessare il suo tormento prima al padre che amorevolmente lo conforterà, e poi all’amico che gli darà dei consigli ma che lo rassicurerà dicendogli che gli starà accanto qualunque scelta deciderà di fare .

 Molto interessanti sono le numerose riflessioni che l’ autore fa , attraverso la storia di Marco, sull’Amore: “ non si POSSIEDE  il soggetto  del proprio amore, gli si  APPARTIENE

Il  libro   inizia con un ritmo  piuttosto lento, poi accelera e termina in modo sorprendentemente  rapido  ; la scrittura è piacevole e scorrevole.  Il finale è commovente, coerente  ma  inaspettato

 Ho provato simpatia e  grande empatia per molti dei personaggi presentati ma  non è mancata però la classica  figura negativa, la “cattiva” da deprecare, rappresentata dalla moglie di Marco , superficiale , anaffettiva , egoista ed arrivista.

Questa storia è riuscita a coinvolgermi ed emozionarmi.

Voto : 8/10


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

 


domenica 11 maggio 2025

IL GIORNO DELL'APE

 




Il giorno dell'ape - Paul Murray -

recensione a cura di Rossella Lombardi 


Questo libro ha ottenuto molto successo all’estero ed è diventato un caso letterario, infatti è uno dei cinque libri finalisti del Premio Strega internazionale. Il giudizio dei lettori italiani è stato invece particolarmente freddo e disomogeneo: alcuni l’hanno apprezzato, altri l’hanno criticato molto.

A mio parere non è sicuramente un libro di facile lettura né per lo stile, né per il contenuto.

Vengono narrate le vicende di una famiglia irlandese: i Barnies, composta dalla madre Imelda, dal padre Dickie, da una figlia adolescente Cassandra e da un figlio dodicenne PJ.

Il libro si compone di cinque capitoli; ciascuno dei primi quattro è dedicato ad uno dei protagonisti che narra il proprio vissuto, le proprie disperazioni e le scelte, spesso scellerate, che si trova a fare.

Ho trovato molto interessante ed originale il fatto che l’autore abbia utilizzato, in ogni capitolo, un registro ed uno stile differente, più adeguato al personaggio narrante.  Il linguaggio è colto, profondo e sintatticamente corretto quando è Dickie a raccontarsi (infatti è l’unico della famiglia ad aver frequentato il College); invece è sgrammaticato e senza punteggiatura il linguaggio di Imelda, personaggio apparentemente superficiale ed incoerente. Aggressivo, ruvido ed oppositivo lo stile dell’adolescente Cassandra ed invece più morbido e semplice lo stile usato per il racconto di PJ, apparentemente più accomodante ma ugualmente sofferente e deciso quindi a scappare di casa.

Nel 2008 la famiglia precipita in una grave crisi economica che innescherà il disfacimento delle relazioni all’ interno della famiglia. Emergeranno allora via via antichi segreti, tradimenti, abusi, lutti  ecc…Il padre Dickie, rimasto senza lavoro, si concentrerà sulla crisi climatica e si attiverà per affrontare eventuali disastri ambientali. Qui l’autore ci regala interessanti e lucide riflessioni su questo tema, arrivando poi a concludere: “Nel mondo c’è la consapevolezza del problema ma noi non facciamo nulla per risolverlo. Forse dovremmo smetterla di essere noi stessi “

Ci sono poi nel libro altri cinque personaggi secondari, tuttavia descritti molto bene nelle proprie caratteristiche e nel proprio ruolo, coinvolti nelle vicende in modo studiato ed efficace.

A mio parere è molto indicativo nel titolo il riferimento ad un’ape. Imelda infatti in un primo tempo racconta che, il giorno delle sue nozze, un’ape si era insinuata all’ interno del suo velo bianco pungendola su un occhio che subito si era gonfiato a dismisura. Questo fatto l’aveva costretta a tenere sul viso il velo durante tutta la cerimonia e la festa successiva. Si può pensare che allo stesso modo Imelda si sia nascosta dietro un velo per tutta la sua vita, impedendo a lei di essere davvero sé stessa e ai suoi cari di conoscerla davvero. L’ accidentale puntura dell’ape potrebbe rappresentare anche le inaspettate punture/ferite che la vita ci presenta, portando poi conseguenze quasi sempre dolorose. Forse l’invito che l’autore fa a noi lettori   è di riuscire ad attrezzarci e a recuperare l’energia psicologica per affrontare le difficoltà e le prove del vivere.

Durante la lettura io ho provato alternativamente simpatia ed antipatia per i personaggi e sicuramente empatia per le sofferenze descritte. Avrei voluto a volte incoraggiarli, sgridarli, abbracciarli e punirli. Ma quasi mai giudicarli.

Voto = 8/10


genere: narrativa

annodi pubblicazione: 2025



martedì 22 aprile 2025

IL DIO DEI BOSCHI

 




Il dio dei boschi - Liz Moore -

recensione a cura di Rossella Lombardi


Questo libro è uno strano giallo perché, pur presentandoci la sparizione  di due bambini , non è incentrato sulle indagini  dei due casi da risolvere  ma  sull’intreccio delle relazioni fra i numerosi personaggi , sulle problematiche familiari, di coppia, sulla genitorialità, sull’amicizia, sul potere del denaro nella vita pubblica e privata….e molto altro. La vicenda è narrata come un puzzle  dove ogni tessera  contribuisce a svelare i numerosi segreti che ciascun personaggio nasconde.

Il ritmo è incalzante e la scrittura è scorrevole, quasi cinematografica. La scelta narrativa dell’autore è sicuramente originale :presenta infatti continui salti temporali ( dal 1961 al 1975), descrivendo  ed analizzando eventi precedenti, alternandoli continuamente  ad eventi più recenti, vissuti e presentati dai diversi personaggi. Questo ne rende indubbiamente un po’ più faticosa la lettura .

Sui monti Appalachi , nel Parco Adirondck , si trova il Campo Emerson , un campo estivo per giovani americani, di proprietà della  ricca famiglia VanLaar che vive non lontano, in una grande proprietà. Accanto sorge la proprietà di un’altra ricca famiglia , legata alla prima da interessi economici comuni. Il campo ospita molti adolescenti, tra i quali Barbara VanLaar che una notte scompare. Quindici anni prima anche il suo fratellino di otto anni , nato prima di  lei, era scomparso in oscure circostanze.  Una giovane investigatrice riporterà a galla antichi segreti; risolverà con intelligenza e zelo i due casi ed arriverà ad importanti decisioni, dettate più dalla comprensione umana che dalla disciplina  professionale.

Fra i tanti aspetti degni di nota nella storia, mi ha colpito l’esplicito intento di presentare lucidamente ed in modo implacabile  la spietatezza , la superficialità e l’anaffetività delle ricche famiglie  newyorkesi.

Il libro è sicuramente intrigante  ed avvincente. Ho avuto modo di apprezzare l’ abilità della scrittrice anche in altri suoi lavori precedenti  : “Il peso”e “ I cieli di Philadelphia”, diversi nello stile e nell’ ambientazione . Originale, in quest’ultimo  lavoro, è  aver inserito come protagonista il bosco, presentato in tutta la sua bellezza, il suo mistero, la sua pericolosità. Attraverso i suoi impervi sentieri , i personaggi fanno forse un viaggio dentro se stessi  e   nascondono spesso i segreti più dolorosi.

La mia votazione = 7/10


genere: thriller

anno di pubblicazione: 2024

 


venerdì 28 marzo 2025

UN PASTO IN INVERNO

 




Un pasto in inverno - H. Mingarelli  -

recensione a cura di Rossella Lombardi

 

La scrittura di questo breve romanzo, che è però molto intenso, è asciutta, essenziale ma efficace e tagliente. La narrazione ha il giusto ritmo e porta il lettore ad entrare nella storia, ad empatizzare con i personaggi, a percepire il grande freddo, l’incertezza, la precarietà e a domandarsi  “ cosa avrei fatto io in quella situazione ?”

In Polonia, durante la seconda guerra mondiale, tre soldati tedeschi, per evitare il compito quotidiano ormai insopportabile di fucilare gli ebrei prigionieri nel campo di concentramento, chiedono e ottengono il permesso per una missione all’ esterno del campo. Il loro incarico è di stanare gli ebrei superstiti, nascosti nei boschi e nella campagna circostante. Per molte ore i tre attraversano faticosamente campi e boschi innevati, sopportando il vento gelido ed il freddo intenso fuori   e dentro di loro.

Il paesaggio descritto è silenzioso, senza colori: domina il bianco candido della neve ed il nero dei rami intirizziti e del loro abbigliamento decisamente insufficiente per il rigore di quell’inverno.

I tre protagonisti hanno ormai instaurato un buon rapporto fra loro, fatto di condivisione delle fatiche, della sopportazione del dolore di cui sono spettatori ed artefici. Si raccontano vicendevolmente i pensieri, i dubbi, i ricordi, gli affetti arrivando addirittura a considerarsi ormai una famiglia.

Ad un certo punto del cammino trovano un giovane uomo ebreo, nascosto nel bosco e lo fanno prigioniero. Lungo la strada per tornare al campo si rifugiano in una piccola casa abbandonata per riposarsi e rifocillarsi. Lì ospitano anche un vecchio polacco, a caccia con il suo cane, con il quale non riescono a parlare per via della sua diversa lingua, ma arrivano ad intendersi sufficientemente.

In questa strana situazione i cinque personaggi fanno l’esperienza della collaborazione per riuscire a trovare qualcosa per accendere un fuoco e cucinare una cena improvvisata. Poi sperimentano la condivisione della zuppa, preparata alla meglio con la neve sciolta, fatta di semolino e poco altro.

Quindi, salutato il cacciatore e, recuperate le forze, si avviano per tornare al campo.

E’ allora che uno dei tre soldati fa ai compagni una proposta sconcertante: lasciare libero l’ebreo aggiungendo “Tutti noi abbiamo bisogno di questa soluzione, per sapere di averne salvato almeno uno “. Ne nasce un lungo ed intenso dibattito.  Un compagno gli replica che al campo li aspetta il loro capo che potrebbe premiarli per il loro “bottino” con una razione più abbondante di cibo e la concessione di un’altra missione all’esterno del campo.   Cosa decideranno di fare?

Le riflessioni scaturite dalla lettura di questo libro sono molte.

La guerra non uccide solo persone ma anche l’anima di tutti gli esseri umani coinvolti che vengono stravolti dagli eventi e che a volte si trovano a fare cose indicibili.

Io credo che negli esseri umani c’è del bene , spesso però  le circostanze, le esperienze , il vissuto soffocano quel bene, uccidendo se non il corpo  sicuramente la loro  anima.

Mi tornano però in mente le parole di Anna Arendt nel suo libro “La banalità del male” riferite ad Eichmann. La scrittrice sostiene che questo criminale era un uomo comune, superficiale, e mediocre e che dietro la mediocrità vi è appunto la banalità del male poiché sono gli individui banalmente comuni a poter compiere il male.

(Ma allora, poiché tra gli esseri umani oggi la mediocrità non è rara, anzi è frequente, cosa dobbiamo aspettarci?)

Io non posso credere a questa tesi, anzi non voglio crederci.

genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2014

 

 


giovedì 27 febbraio 2025

L'ISOLA DEI FEMMINIELLI

 



L'isola dei femminielli - Aldo Simeone -

recensione a cura di Rossella Lombardi


Questa è una storia vera tutta italiana, del periodo fascista, sconosciuta a molti, a me per prima, che l’autore coraggiosamente porta alla luce, dando voce a personaggi realmente vissuti; i fatti raccontati naturalmente risentono poi in parte della finzione narrativa.

Dell’arcipelago delle Tremiti fanno parte due piccole isole : l’isola di San Nicola , che nel 1937 fu destinata dal governo fascista alla detenzione/confino dei rivoluzionari, degli anarchici e degli oppositori politici ( Sandro Pertini fu uno di questi) e l’ isola di San Domino che accolse in quegli anni  i “ pederasti”, colpevoli di “ attentato alla moralità pubblica e alla sanità della stirpe”. Nel 1938 gli omosessuali venivano perciò lì mandati al confino per cinque anni, rinchiusi sull’ isola in due grandi camerate di cemento armato, freddissime in inverno e caldissime in estate. Nel 1939, anno in cui si svolge la storia narrata da Simeoni, gli ospiti erano circa novanta, in gran parte siciliani e campani. L’isola venne perciò chiamata in modo dialettale (napoletano)e dispregiativo “ dei femminielli”, riferendosi a uomini con atteggiamenti affemminati o  “degli arrusi” (siciliano) indicando gli  omosessuali passivi.

I personaggi principali,  presentati nella storia, non hanno nomi propri ma solo soprannomi  (spesso dialettali) che ne sottolineano le caratteristiche  peculiari: Sticchina, Picciridda, Placidina, Leonessa, Professore, Francesina…questo  forse per voler prendere le distanze dalle vite e dalle storie precedenti; quasi per voler  indicare una vera rinascita  su quell’isola. Lì ciascuno trova una comunità, quasi una famiglia, all’interno della quale poter essere finalmente se stesso. Certamente non mancano litigi, gelosie, storie d’amore, rivalità, capricci…forse come in tutte le grandi famiglie; lì viene sperimentata la condivisione di un disagio, di una sofferenza, del furto della propria dignità e del  riconoscimento sociale ma anche la consapevolezza di essere dai compagni accettati e, in alcuni casi, protetti.

Il gruppo degli arrusi  deve anche fare i conti con l’ indifferenza e spesso il disprezzo degli abitanti del villaggio presente sull’isola, soprattutto dei giovani, ma anche delle guardie carcerarie  che spesso approfittano del loro potere, in cambio di segrete prestazioni sessuali.

Ciascuno e tutti insieme vivono un’esperienza di presa di coscienza della propria identità, come un’iniziazione; così parlano di sé: “Se lorsignori ritengono che noi costituiamo un pericolo  per lo stato, che ci  curino, invece di punirci per un difetto alla nascita di cui sono colpevoli Dio e le nostre mamme…..Noi non siamo tutti arrusi, né tutti alla stessa maniera. E’ quello che vogliono farci credere gli altri: essere uguali fra noi e diversi da loro. Ma invece no, noi siamo tutti diversi!.... Noi dobbiamo pensare al futuro, a quando usciremo di qua, a chi vogliamo essere e cosa vogliamo fare ……Abbiamo bisogno di voler bene a qualcuno, si può fare a meno dell’ amore ma non di amare “

Nel 1940 il carcere è diventato necessario  per i prigionieri di guerra, così gli omosessuali vengono quasi tutti rilasciati e rimandati a casa (o in guerra),dove dovranno da soli ricostruirsi  una vita.

Questo libro mi ha molto emozionata e coinvolta, portandomi ad empatizzare con ciascuno dei personaggi. La scrittura è delicata, malinconica, a tratti anche ironica. La struttura  della narrazione è lineare ed il ritmo adeguato ed incalzante.

genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2024