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lunedì 21 settembre 2026

BIO

 




Sono una ragazza del secolo scorso, nata a Varese in un tempestoso giorno di maggio. Forse era un pronostico del mio carattere, che non si è mai piegato alle imposizioni della provincia e dell’epoca. Mi volevano maestra, ho fatto il liceo classico e poi mi sono laureata in scienze politiche con una tesi in sociologia. Già da allora mi interessavano le dinamiche dei rapporti interpersonali e la psiche umana, argomento che non ho mai smesso di studiare anche se… Anche se ho dovuto lavorare 36 anni nel settore bancario per avere l’indipendenza economica che mi ha permesso di vivere come volevo io, sposare l’uomo che volevo, avere i figli quando li ho voluti.  

I libri sono stati i compagni fedeli della mia vita, mi hanno aiutato nell’adolescenza e nella prima giovinezza a prendere un ascensore e distanziarmi da un mondo troppo stretto.

Ho cominciato a scrivere dopo i quarant’anni, ma sono rimasta prima di tutto una lettrice.

Una mia amica, anni fa, incontrandomi per la presentazione di un nuovo libro disse “oh, eccola qui, quella che legge quattro libri alla settimana e ne scrive uno ogni due anni!”.

Magari quattro alla settimana no, ma la proporzione è corretta.

Da quando sono felicemente pensionata, mi dedico a tempo pieno alle mie passioni, ne ho fatto quasi un lavoro: sono moderatore di tre gruppi di lettura in tre biblioteche diverse, insegno scrittura creativa e quest’anno terrò anche un ciclo di conferenze sulla storia della cronaca nera.

Ho un’altra passione, la fotografia, perché un’immagine racconta una storia e io ci provo continuamente a trovare un mio modo di raccontare attraverso il mirino.

Vivo sul Lago Maggiore con mio marito e i nostri tre gatti, ma ho due figli e tre nipoti che non vivono vicino quindi, ogni tanto, prendiamo la borsa di Mary Poppins e voliamo a dare una mano.

 

I miei libri, pubblicati su Amazon

Serie dedicata alla profiler Lorena Montaldi

- Tre giorni prima di Natale

- Qui i fiori non crescono

- Nessuna traccia dell’assassino

- La strategia del bruco

 

Altri

- Andremo a mietere il grano

- Ma l’amore no

- Il figlio di Larry Barnes (racconto)

 

- Un bacio a Siviglia (sotto lo pseudonimo Julia Moreno) editore Sperling&Kupfer

 

Scritti a quattro mani con Maurizio Lanteri:

- La casa del priore (Traccediverse 2006)

- Non tornare a Mameson (Fratelli Frilli 2008)

- La forgia del diavolo (Fratelli Frilli 2009)

- Bruja (Todaro 2011)

- La Cappella dei Penitenti Grigi (Nord 2013)

- Iguana Club (Laurana 2017)

- La sposa bambina (Laurana 2018)

 


TUTTI I COLORI DEL BUIO




 


Tutti i colori del buio - Chris Whitaker –

recensione a cura di Lilli Luini

 

Impossibile dare a questo romanzo un’etichetta di genere, ma è sbagliato anche dire che non è. Meglio affermare che non è solo un romanzo di formazione, non è solo un giallo, non è solo un mistery. In realtà bisogna abbandonare tutte le definizioni e chiamarlo semplicemente “romanzo”, 700 pagine, 30 anni di dimensione temporale, quasi tutti gli Stati Uniti come dimensione geografica, anche se il centro attorno a cui ruota questo mondo è in periferia, nel Missouri, dove la vicenda prende inizio nel 1975.

Joseph Macauley, detto Patch, ha 13 anni quando, camminando nel bosco, salva casualmente la giovane Misty da un rapimento. Viene portato via al suo posto e rimarrà oltre un anno nelle mani del suo sequestratore, in una cantina, al buio e solo, tranne per una ragazza, la misteriosa Grace, che ogni tanto lo raggiunge e gli racconta un mondo che Patch non ha mai visto.

Il linguaggio estremamente poetico di Whitaker in questa fase dà il meglio di sé: ero così presa a visualizzare le sue descrizioni che solo molte pagine dopo mi son resa conto che forse quei racconti così vividi contenevano degli indizi per la trama poliziesca.

Non è un caso che questo si annoveri tra i pochissimi libri in cui non ho intuito nessuna delle soluzioni che verranno alla fine: intendiamoci, la vicenda su cui si snoda l’indagine è molto interessante ma è popolata di personaggi di cui l’autore si occupa in profondità, nessuno stereotipo, nessuna frase fatta e neanche nessuna ricetta semplificata. Chi legge è profondamente immerso in loro e nel loro vivere, tempo per le ipotesi ne resta poco e così scappano i collegamenti.

C’è anche da sottolineare una certa bravura dell’autore a tenere le carte coperte senza darlo a vedere. Ci sono personaggi su cui ho avuto dei dubbi, ma alla fine era giusto avere il dubbio solo che il segreto che celavano andava in tutt’altra direzione.

Tornando a Patch: a salvarlo è la sua amica, Saint Brown, apicultrice in erba che diventerà poliziotta. Ma lui non tornerà mai completamente da quell’anno vissuto al buio, continuerà a cercare Grace e la sua ricerca si estenderà a tutte le ragazze scomparse. Senza pesare in digressioni didascaliche, Whitaker affronta il tema del trauma. In mezzo a romanzi consolatori, dove chi torna dal buio supera il momento e riprende serenamente il proprio percorso, ci mostra come ciò non sia possibile, come anche nella migliore delle ipotesi la vita resti divisa tra il prima e il dopo.

Patch trova il suo linguaggio nella pittura e il suo scopo nella ricerca di Grace, ma è ben consapevole di creare sofferenza a chi lo ama. Saint innanzitutto, la cui vita è ugualmente divisa in un prima e un dopo, così come quella di Misty, la ragazza che ha salvato.

Non ha difetti la scrittura, neppure il modo di raccontare, non spettacolarizza il dolore, non indulge in dettagli macabri, li lascia intuire nello scorrere della narrazione.

Se qualcosa non mi è piaciuto, sta in qualche scelta di trama che vede coinvolto Patch in azioni di cui, secondo me, si poteva fare a meno, trovando soluzioni differenti ed evitando la classica domanda del lettore “ma capitano tutte a lui”.

Altre cose potrebbero disturbare i lettori, soprattutto coloro che lo aprono convinti che sia un thriller: non lo è, assolutamente, ci sono tante descrizioni, a volte il ritmo rallenta di molto, cosa che ai giallisti non piace. Come ho detto sono 700 pagine circa, la storia si svolge in un arco di tempo molto lungo e quindi la narrazione ha dei salti temporali.

Girano recensioni che lo acclamano come un capolavoro. Io credo che sia un bel romanzo, superiore alla media ma per il momento mi fermerei qui.


genere: thriller

anno di pubblicazione: 2026

pagine: 726

editore: Einaudi


 

mercoledì 9 settembre 2026

NON TUTTI I BASTARDI SONO DI VIENNA

 







Non tutti i bastardi sono di Vienna – Andrea Molesini – 

recensione a cura di Lilli Luini

 

Difficile trovare un romanzo storico così intenso, capace di mescolare i fatti reali con la finzione romanzesca, di immergere il lettore così profondamente in un’epoca nella quale il vivere era una sfida quotidiana. Molesini, in questo romanzo vincitore del Campiello 2011, mette in scena un periodo poco indagato dalla narrativa, vale a dire i mesi che vanno dalla disfatta di Caporetto alla fine della Prima Guerra Mondiale. Ma non ce li racconta dalla trincea, bensì dalla prima retrovia del Piave, Refrontolo, un paese a dieci chilometri dal fiume.

Qui, reduce dalla vittoria di Caporetto, l’esercito austroungarico stabilisce il suo quartier generale, più precisamente a Villa Spada, abitazione di una famiglia dell’alta borghesia veneta. A tenere i rapporti con gli invasori è Maria Spada, prozia dell’autore, modellata sull’omonima figura storica, autrice di un Diario dell’invasione che ha ispirato il romanzo. Donna ancora giovane, rigorosa, tiene testa ai comandanti che si avvicendano, tutti aristocratici ben educati che si comportano da invasori ma con “scortese cortesia”.

La voce narrante però è quella del nipote diciassettenne Paolo, veneziano, orfano di entrambi i genitori e per questo affidato alla zia e ai nonni, Guglielmo e Nancy. Sono costoro, al contrario della figlia, due personaggi anticonformisti, lui filosofo spirito libero, lei una brillante matematica che colleziona clisteri. Entrambi vivono confinati nelle loro stanze, rifiutando la condizione di dominati.

Nella villa vive anche la cuoca Teresa, altro personaggio luminoso, nella quale Molesini concentra l’uso del dialetto, insieme alla figlia Loretta e al misterioso custode Renato. Poi c’è Giulia, parente alla lontana, venticinquenne trasgressiva, si direbbe oggi, che va e viene e alla quale è affidato il risveglio amoroso di Paolo.

Dopo un inizio violento, con uno stupro compiuto in chiesa dai soldati tedeschi, la convivenza sembra avviata su una “pace armata”: solo i colpi di cannone in lontananza ricordano che è in corso una guerra. Siamo in novembre, Refrontolo si prepara a un inverno durissimo, isolati, senza notizie dalla battaglia del Piave da cui dipende l’esito della guerra e il futuro dell’Italia.

Ma tutti si rendono conto che, comunque vada, il mondo da loro conosciuto morirà, sta già morendo.

Paolo si innamora di Giulia, ma si innamora anche di Renato, il custode che tale non è. Quando arriva la notizia di un aviatore inglese nascosto sulle colline, il ragazzo scoprirà dentro di sé passione e patriottismo e deciderà di fare la sua parte. Ma intanto i mesi sono passati e la battaglia del Piave infuria. Qui arrivano le pagine più crude del romanzo, con Villa Spada e la Chiesa trasformate in ospedali da campo e la barchessa della villa in prigione per i soldati italiani catturati. Non c’è nemmeno più la campana della Chiesa, portata via dagli austriaci per farne cannoni, cosa che fa dire al parroco “La campana è la voce del paese, non solo quella della chiesa. (…) Senza campane resta solo la voce del cannone”.

Tutta l’insensatezza della guerra la ritroviamo in queste pagine, persino nelle parole che il feldmaresciallo austriaco rivolge a  Maria. “Io… io, Madame… ho visto i miei soldati venire su da quel fiume, venivano su dall’acqua, come i vostri gnocchi di patate nel tegame, mi capite, Madame? Gnocchi nell’acqua che bolle.”

L’eccellenza della scrittura si mostra anche nei cambi di ritmo, tra le lunge attese e l’improvviso irrompere della battaglia, dei feriti, dei lamenti.  Una lingua moderna e allo stesso tempo adatta al tempo narrato, che scava nei personaggi e anche nel paesaggio ma senza annoiare mai. Non c’è una parola di troppo, ma neanche una di meno.

Narrazione sociale, ricostruzione storica e romanzo di formazione: tutto questo è il romanzo di Molesini. Chapeau.

 

genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2010

pagine: 376

Editore: Sellerio


lunedì 31 agosto 2026

FOX

 




Fox – Joyce Carol Oates – 

recensione a cura di Lilli Luini

 

C’è chi sforna pane, chi produce scarpe, chi costruisce case.

Joyce Carol Oates scrive capolavori. Non ho altro modo di definire questo romanzo, l’ennesimo bellissimo romanzo di questa incredibile quasi novantenne. Una mente lucidissima, capace non solo di concepire storie che colpiscono come una freccia avvelenata, ma di narrarle entrando nella psiche di ciascuno dei protagonisti.

Il titolo, Fox, in inglese ha un significato più efficace che in italiano.

Francis Harlan Fox è un insegnante d’inglese che arriva in una scuola secondaria della contea di Atlantic, nel New Jersey, una zona rurale. La direttrice della scuola vorrebbe una donna per quel posto, e ci sono ottime candidate, ma nella lezione di prova Mr. Fox seduce tutti, studenti, colleghi e anche la direttrice.

Perché è proprio questo il dono di Mr. Fox, sedurre gli altri, piacere a tutti, riesce a incantare e far partecipare alla lezione anche gli adolescenti più distratti e pigri. Ha delle referenze perfette da varie scuole in cui ha insegnato, quindi… perché mai non assumerlo?

L’inizio è folgorante: JCO inquadra la scena dal punto di vista esterno, ci mostra, come in un film, una palude, una riserva naturale, l’auto che arriva, la donna e il cane che scendono, l’una che dà ordini all’altra e poi slega il guinzaglio.

Da qui, il punto di vista si sposta dentro il cane, con una scrittura sincopata al respiro impaziente, a lingua fuori, tanto che chi legge si ritrova quasi a fare altrettanto. E, attenzione, non è il solito cane che trova qualcosa e il padrone chiama la polizia, niente affatto. È una scena cruciale, che si legherà non solo con la storia ma con il senso della storia. Perché quel qualcosa che trova il cane è, ovviamente, un pezzo di carne umana e a chi appartiene se non al fantastico professor Fox?

Non sto svelando nulla, sono i primi capitoli del libro e non è la morte di Fox il centro nevralgico, bensì la sua vita, il come sia riuscito a portarla avanti fin lì.

Già da subito, la scrittura della Oates strega chi legge, nonostante le lunghe, puntigliose descrizioni di ciò che circonda e ciò che sta dentro le voci narranti che via via si susseguono. Talmente ammaliante, almeno per me, da cadere subito nel turning-page, quel fenomeno che quasi ti costringe a continuare a leggere (e 700 pagine le ho divorate in tre giorni e mezzo).

I personaggi sono tanti, lo stesso Fox (la linea temporale va avanti e indietro nell’autunno del 2013), la direttrice della scuola Paige Cady, sua nipote Kate, che si ritiene l’anima gemella di Mr.Fox, così come la bibliotecaria Imogene, tre allieve, i loro genitori, il bidello e i suoi figli, il detective… un universo di provincia dove tutti credono che il male da loro non esiste, non può esistere e che, se solo ne hanno un sentore, ci stendono sopra una bella coperta.

Ma questo è il terreno fertile in cui il male riesce a prosperare indisturbato.

Le tre adolescenti sono figlie di famiglie divise, dove i padri, di propria volontà o costretti, hanno traslocato: ma non c’è retorica nella Oates, addirittura arriva a mostrarti come costoro si accorgano di stare meglio, costretti a fare i conti solo con i problemi di lavoro che toccano il cervello, non la pancia. Una fuga dalle proprie responsabilità che qui è di tutti e lascia scoperto proprio ciò che è fragile, ancora in divenire.

Il male non ha un volto mostruoso, non tiene tutti sotto scacco con la violenza bensì con il proprio fascino, la propria amabilità, la propria cultura. La scuola diventa un luogo universale, dove va in scena l’incapacità di proteggersi dalla manipolazione, da chi sembra rappresentare in maniera perfetta come dovrebbe essere una figura di riferimento, nel caso specifico un professore.

Ogni personaggio che entra in scena conserva un frammento di memoria, una parte di verità ed è questo che rende la narrazione tesissima, al livello dei migliori thriller, senza bisogno di colpi di scena. La scrittura della Oates cambia continuamente, come si adatta al cane così lo fa con tutti i personaggi, in modo che pare di essere in mezzo a una scena dove ciascuno parla con la propria voce.

La vicenda resta dentro anche dopo terminata la lettura.

È un romanzo cupo, ipnotico, disturbante che mette in dubbio tutte le nostre certezze. Ci mostra comr intelligenza e cultura non siano sufficienti a comprendere e difendersi, anzi. Ed è proprio questo continuo instillare dubbi e incertezze la forza della narrativa di JCO.


genere: thriller

anno di pubbliczione. 2026

pagine: 727

editore: La nave di Teseo

 

 


mercoledì 26 agosto 2026

LE OMBRE DEL MONDO

 






Le ombre del mondo - Michel Bussi -

recensione a cura di Lilli Luini

 

Di Bussi ho amato un solo libro, Ninfee nere. MI piacque la storia, amai molto l’ambientazione, al punto che ci andai di persona alla prima occasione e fu una giornata bellissima. Ma uscii dalla lettura con la netta impressione di essere stata manipolata, che il finale non fosse per niente logico, che c’era un vago odore di menzogna.

Provai a leggere altri due libri suoi, che mi confermarono senza ombra di dubbio come fosse uno scrittore che se ne infischiava della coerenza interna della storia pur di sorprendere il lettore, Con me non funziona questa tecnica, così lo lasciai perdere.

L’ho ripreso adesso perché ho letto che trattava il genocidio in Ruanda del 1994 e io amo particolarmente i romanzi ambientati nelle pieghe della Storia.

Non me ne sono pentita: Le ombre del mondo è il miglior libro di Bussi, un romanzo potente nel quale si sente l’interesse dell’autore e una ricerca storica importante.

I personaggi del romanzo sono ovviamente frutto di fantasia: Jorik Arteta, ex militare francese, che torna in Ruanda dopo 30 anni con la Aline e Maé, figlia e nipote. Prima di partire regala alla nipote il diario di Esperance, rispettivamente moglie, madre e nonna, scritto tra l’aprile e il giugno 1994 mentre imperversava il genocidio.

Sullo sfondo, personaggi realmente esistiti e che molte colpe hanno in quello che è accaduto.

Bussi mette in evidenza il ruolo della Francia, che avrebbe potuto fermare la mattanza e non l’ha fatto. Ci sono pagine oscure in quella vicenda e la luce che le illumina nel romanzo sono solo ipotesi dell’autore. Ma di certo riesce a passarci il clima di terrore che correva tra i tutsi e la crudeltà unita a senso di onnipotenza che animava gli hutu.

Il mondo occidentale ha descritto per anni quel che accadde come una guerra, con le due etnie che si massacravano a vicenda. Non è così, fu un genocidio in cui gli hutu miravano a “liberare il paese dagli scarafaggi tutsi”. Ne uccisero un milione.

Bussi riesce anche a passare efficacemente il clima non ancora pacificato del paese. Quello che mi ha colpito come un pugno allo stomaco è stato scoprire che fino al colonialismo non c’era mai stata nessuna differenziazione tra tutsi e hutu: furono i belgi a suddividerli in base a caratteristiche fisiche, scrivendo sui loro documenti l’etnia.

Una menzione a parte meritano le descrizioni che ci rendono immagini vivide di un paese: foreste, paludi, campi coltivati, vulcani… una scenografia perfetta per ambientare una storia del genere. Ovviamente Bussi ha compiuto tutto quel percorso in prima persona, non avrebbe potuto altrimenti scriverlo.

Ci sono poi dei capitoli, sparsi qua e là, che portano in testa la data del 2028, quindi di un futuro prossimo, che raccontano un processo. Mi sono chiesta per tutto il libro cosa fossero, cosa c’entrassero, e l’ho scoperto alla fine, con uno di quei colpi di scena tipici di Bussi. Ma stavolta è indovinato, anzi è illuminate e non dirò altro per non spoilerare.

Doverosamente devo avvisare che in alcune parti è un libro molto crudo e che ci sono momenti di suspence molto elevata. Ma il mio giudizio è ampiamente positivo, è un libro che merita di essere letto.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

pagine: 592

editore: edizioni e/o


domenica 26 luglio 2026

4 PIANI SENZA ASCENSORE

 




4 Piani senza ascensore – Stefania Visentini – 

recensione a cura di Lilli Luini

 

Stefania Visentini è una libraia e di questi tempi non ti azzardi ad aprire una libreria vivace e ricca di eventi se non sei una grande lettrice appassionata. E in questo suo primo libro la senti forte, la sua passione e di conseguenza non solo la sua competenza linguistica ma anche del mondo editoriale. Per darne una prova, cito frase del libro: “Va detto che due dei generi più difficili in cui cimentarsi sono l’horror e l’erotico: in mani poco abili il primo sfocia nel ridicolo, il secondo nell’imbarazzo.” Il che è una grande verità che solo un esperto della materia può conoscere.

L’intreccio è delizioso: come dice il titolo siamo in un piccolo condominio, quattro piani, otto appartamenti, in un paese immaginario di cui sappiamo solo essere in Lombardia.

Gli abitanti sono uno spaccato sociale molto divertente.

Al primo piano, la vedova Florinda Todisco che vive sola con un gatto, e i coniugi Rosa e Michele Russo, lei particolarmente detestata da tutti gli altri inquilini per i suoi modi da “comando tutto io”. Spia continuamente l’adorato figlio che vive nel palazzo di fronte e che, per un errore dell’impiegata dell’anagrafe, si chiama disgraziatamente Giangarlo.

Al secondo piano ci sono il ragionier Massone, sua moglie Caterina e il bellissimo figlio Rocco, che riserveranno delle sorprese.  I loro dirimpettai sono Erica e Davide, due studenti calabresi fuori sede, amici fin da quando erano in fasce.

Al terzo piano troviamo la professoressa Giusta Carla Mazzucco, un po’ più che trentenne e sola, e i Crescioni; Gloria e Marco, lei vistosa bellezza poco incline alla fedeltà coniugale e lui appassionato di calcio. Hanno due gemelli di 4 anni, gli unici bambini del condominio.

Al quarto, Maria e Mario Rossi, una coppia di nerd informatici, e Viola Valentini, molto riservata, altro personaggio che ci darà delle soddisfazioni.

Tutti costoro sono chiusi in casa, perché la vicenda inizia dopo il DPCR del 9 marzo 2020, quello che ha istituito il primo lockdown, e terminerà il 4 maggio, con la prima, cauta, liberazione.

Il romanzo è divertente, ricco di battute che suscitano più di un sorriso e ha anche il merito di riportarci a quel periodo sdrammatizzando il disagio di chi si è trovato a viverlo lontano dalle città e dai luoghi più colpiti, quindi senza conseguenze.

Ho parlato di competenza linguistica, vale a dire che Stefania Valentini scrive bene, con una penna leggera ma mai banale. Ho notato come le metafore siano davvero azzeccate e tutt’altro che stereotipate, ma soprattutto come abbia trovato una versione moderna e piacevole della terza persona onnisciente che ogni tanto si rivolge al lettore. È un tipo di narrazione abbastanza inusuale nella narrativa contemporanea, ma qui è azzeccata e, l’ho detto, piacevole.

Insomma, un romanzo leggero e delizioso, che fa compagnia e ti mette di buonumore, cosa abbastanza difficile con le notizie che ci bombardano di questi tempi.


genere: narrativa

anno di ubblicazione: 2023

pagine: 216

editore: Armando


giovedì 16 luglio 2026

UN GIORNO TUTTO QUESTO SARA' TUO

 




Un giorno tutto questo sarà tuo – Lidia Ravera – 

recensione a cura di Lilli Luini

 

Che Lidia Ravera fosse una scrittrice coraggiosa, lo ha dimostrato fin dal 1977, dando alle stampe quel “porci con le ali” che ha segnato il momento del passaggio tra l’Italia democristiana bigotta a un nuovo modo di concepire il sesso.

Ma qui mette in campo un coraggio diverso: scrive un romanzo in cui l’io narrante è un ragazzo quindicenne, figlio di una famiglia allargata e tutt’altro che tradizionale.

Siamo a Roma, Seymour vive (per sua libera scelta) con il padre settantenne, Giovanni, famoso scrittore e presenzialista televisivo. Costui ha tre ex mogli, di cui la madre naturale di Seymour è la seconda, americana che vive nel New Jersey. Seymour ha tre sorelle: la maggiore ha 50 anni e si è rifugiata nella religione, le due piccole sono bambine graziose che lo amano molto.

La figura femminile di spicco è Anna, quella che lui chiama ex madre numero 1, prima moglie degli anni giovanili di Giovanni e ancora sua amica.

Lo sguardo di Seymour sugli adulti è disincantato, spietato potremmo dire. Si definisce un adolescente disturbato, ma in realtà non lo è: non si droga, non ha a che fare con il bullismo, non fotografa né infastidisce ragazze. La sua occupazione preferita è proprio studiare le persone e raccogliere materiale per quando scriverà un capolavoro, ben inteso dopo la morte del padre. Che non gli è così antipatico, in realtà, ma lo descrive con un sarcasmo così sferzante che ti atterra.

Poi capita qualcosa: siamo ai tempi del me too e Giovanni cade nella trappola. Nei provini per i protagonisti di un film tratto dal suo libro più famoso, un’aspirante attrice scartata si fa invitare a cena, poi a casa e lì si offre allo scrittore. Lui non è interessato e, con un certo garbo, la rifiuta. Il giorno dopo lei rilascia un’intervista in cui lo accusa di molestie e Giovanni finisce nel tritacarne della giustizia mediatica. Argomento attualissimo ma qui c’è di più. C’è Seymour che, casualmente, era in cucina e ha seguito tutta la scena.

Ma farsi avanti, come vorrebbero tutte le ex mogli, significherebbe uscire dalla sua zona confort di riserbo e silenzio per entrare in un dibattito che il ragazzo non sente suo, perché stata sperimentando un modo diverso di essere maschio.

Con una scrittura ironica, scorrevole ma anche affilata, Lidia Ravera ci consegna l’ennesimo romanzo interessante, che non si limita a farti passare qualche ora di svago (e lo fa bene), ma ti lascia dentro una sequela di domande che ti fanno riflettere ma anche rabbrividire.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2024

pagine: 320

editore: Bompiani


mercoledì 8 luglio 2026

IL NIDO DEL CORVO

 





Il nido del corvo – Piergiorgio Pulixi – 

recensione a cura di Lilli Luini

 

Gran bel noir, quest’ultimo lavoro di Piergiorgio Pulixi, autore sardo che, romanzo dopo romanzo, è riuscito a creare un nuovo stile dei noir, dove protagonista è il territorio su cui si muovono i due investigatori. Daniel Crobu, detto il Corvo, uomo dal passato complicato che ha affrontato rendendo la propria vita ordinata, metodica. Viola Zardi, trentina trasferita nell’isola, istintiva, impulsiva, spesso incapace di frenarsi.

Sono di stanza a Oristano e si muovono nella penisola del Sinis, forse la zona più selvaggia della Sardegna. Non abbiamo spiagge bianche e mare turchese, in queste pagine, bensì stagni, fango, canne al vento, notti gelide e inquietanti.

Una ragazza è scomparsa ma di lei si trova soltanto una mano. Ma le donne scomparse sono due, forse tre e piano piano si delinea il profilo di un killer attento a ogni dettaglio, sfuggente nonostante tutti i mezzi tecnologici messi in campo, pericoloso anche per gli stessi inquirenti.

I due sono presi anche da problemi personali: bellissime le pause in cui Corbu è a casa, nella fattoria di famiglia, a curare i cavalli nelle ombre della sera e a parlare con il padre malato. Ma bellissimo anche il cercare un po’ di pace di Viola tra le braccia del giovane amante, che tiene nascosto, separato dalla sua vita quotidiana.  Il racconto scava anche nell’influenza che ha la contiguità del male delle vite dei due protagonisti.

Le descrizioni dei paesaggi sono magnifiche, riesci a vedere, a sentire il vento e al tempo stesso portano la tensione a livelli elevati. Lo stile è comunque coerente con il genere, Pulixi non si lascia mai andare ad arzigogoli o compiacimenti.

Insomma, a parere mio, un libro da leggere per gli amanti del genere perché, appunto, segna un passaggio tra il territorio, la provincia come spiegazione del male a scenario dello stesso.


genere: thriller

anno di pubblicazione: 2026

pagine: 347

editore: Feltrinelli


mercoledì 1 luglio 2026

UN RAGAZZO NORMALE

 





Un ragazzo normale – Lorenzo Marone – 

recensione a cura di  Lilli Luini

 

Siamo a Napoli, zona Vomero, ai giorni nostri. Un giovane uomo si incontra con un agente immobiliare per visitare un appartamento in vendita che, lo dice subito a noi lettori, non comprerà mai. E allora perché è lì?

Il suo è un tuffo nel passato, nell’estate 1985, l’estate in cui la sua infanzia è finita. Domenico, detto Mimì, ha 12 anni e vive in quel palazzo dove suo padre fa il portiere. Il loro è un piccolo appartamento, in cui vivono in sei: genitori, Mimì, la sorella e i nonni. Di fronte c’è la salumeria del padre del suo amico Sasà, con cui passa le giornate giocando per strada.

Mimì è diverso dalla sua famiglia: ama leggere, scrivere e cercare parole difficili sul dizionario: le usa correttamente ma questo lo fa sembrare “strano”.

All’ultimo piano vivono due famiglie, di cui una appena arrivata, gente danarosa con due figli della stessa età di Mimì ma molto snob, Viola e Fabio.

A unirli, in quei giorni torridi, sarà l’altro appartamento, quello di una ricca famiglia che passa l’estate in Sicilia e ha lasciato le chiavi al padre di Mimì. Con la scusa di aiutare il padre a innaffiare le piante sul terrazzo e nutrire la tartaruga, Mimì si impossessa delle chiavi e passa dei lunghi pomeriggi con i suoi amici lassù, a combinare guai e giocare con i primi videogame di proprietà di Fabio.

C’è un altro personaggio, l’unico realmente esistito: il giornalista Giancarlo Siani, il suo supereroe, quello che scrive di camorra e di quello che nessuno ha il coraggio di scrivere. Abita nello stesso palazzo e Mimì quasi lo stalkerizza per diventarne amico.

Il romanzo si snoda tra giorni caldi fatti di nulla e di tutto, con questi ragazzini che crescono, vengono a contatto con le prime emozioni e anche con il dolore.

C’è una sorta di campana a morto che rintocca per tutto il libro, man mano che ci si avvicina a quel 23 settembre 1985 in cui finiscono una giovane vita e parecchie infanzie.

Ma c’è un cerchio che si chiuse e che ci fa uscire dal romanzo con un soffio di speranza.

Scrittura pacata, scorrevole, un libro che può fare compagnia ovunque e in qualsiasi stagione.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2020

pagine: 288

editore: Feltrinelli


martedì 9 giugno 2026

TANTA ANCORA VITA

 




Tanta ancora vita – Viola Ardone –

recensione a cura di Lilli Luini

 

Terzo libro che leggo di questa autrice, una delle migliori della nostra contemporaneità. Qui ha avuto un gran coraggio, perché lo scenario in cui pone l’azione è la guerra in Ucraina, vale a dire uno scenario tuttora quotidiano, rispetto al quale manca la distanza del tempo.

Ma ancora non basta: sceglie di dar voce a tre io narranti: Vita, una donna che ha perso tutto e che combatte contro una depressione che la domina e la paralizza; Irina, la sua colf ucraina, che ha studiato l’italiano con la Divina Commedia e parla citando Dante; suo nipote Kostya, un bambino che Vita trova un mattino addormentato sullo zerbino di casa.

Il romanzo si apre proprio con il bambino e con il suo lunghissimo viaggio da Kiev a Napoli, da solo, seguendo le indicazioni del padre che lo ha spedito via per potersi arruolare nell’esercito. Parla con un linguaggio forse non del tutto da bambino, ma efficacissimo, che ti dà la dimensione del suo spaesamento e della sua crescente sfiducia negli adulti.

“Tengo le orecchie aperte perché con gli adulti facciatosta non si può mai sapere.”

Vita lo accoglie malvolentieri, perché il bambino le ricorda in ogni momento il passato e il suo dolore si esaspera. Il suo arrivo costringe poi la nonna a prendere atto di una realtà che non si aspettava: suo figlio, al quale invia tutti i soldi che guadagna, è in guerra.

Pur essendo a Napoli, non c’è un minimo istante in cui la guerra non affiora dalle pagine, con tutta la sua insensatezza e la sua brutalità. Anche Vita combatte la sua guerra, dalla quale solo Irina riesce a trarla fuori ogni tanto: facendo entrare il sole dalle tapparelle e litigando con il pappagallo Massimo (a cui Vita ha dato il nome dell’ex marito).

Ma è la forza di Kostya a far muovere gli adulti, a costringere Vita ad alzarsi e prendersi cura degli altri.

So che questo romanzo ha ricevuto parecchie critiche, sia per la struttura complessa delle tre voci, sia per come queste voci vengono espresse. Io l’ho trovato magnifico. La Ardone si muove tra una voce e l’altra con una straordinaria facilità, scivolando proprio con grazia e leggerezza. E sono proprio quelle voci a definire i personaggi, a farceli conoscere, vedere, toccare.

Mi è piaciuto anche la capacità dell’autrice di non dare giudizi di sorta, ma di affrontare il dolore, soprattutto di Vita, con grande compassione.

Insomma, a parere mio, un gran bel libro.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

pagine: 336

editore: Einaudi


martedì 2 giugno 2026

L'OMBRELLO DELL'IMPERATORE

 





L’ombrello dell’imperatore – Tommaso Scotti -

recensione a cura di Lilli Luini

 

Tommaso Scotti è un giovane italiano dalle molte passioni che da una decina d’anni vive e lavora in Giappone. Questo è il suo primo romanzo ed è proprio un bell’esordio. Io l’ho acquistato per caso nelle promozioni del giorno, senza aver capito che si trattava di un poliziesco. Mi sono trovata in mezzo a un intreccio davvero originale, in cui i protagonisti sono l’ombrello del titolo e l’ispettore di polizia Takeshi James Nishida, un hafu, come dicono in Giappone, vale a dire di padre giapponese e madre americana. È un uomo dalle eccezionali capacità investigative ma non è visto di buon occhio dai suoi superiori, un po’ per le sue origini, un po’ per i suoi modi di indagare, non perfettamente allineati al rigore nipponico.

Questo gli impedisce di far carriera ma non di trovarsi appioppati tutti i casi più complessi.

Quello che dà il via al romanzo è un omicidio compiuto con un ombrello, infilato nell’occhio della vittima fino a penetrarne il cranio. L’ombrello è un modello  di plastica, molto diffuso in Giappone, quasi un usa e getta che normalmente viene abbandonato, dimenticato o perduto e raccolto da altri. Questo ha un segno particolare, piccolo ma visibile, un cerchio rosso che richiama la bandiera del Giappone.  Ma soprattutto reca due impronte, entrambe presenti nel sistema informatico. Una, scoprirà Nishida, appartiene all’uomo che l’ha comprato, l’altra… Mi fermo qui per non cadere nello spoiler. Dirò soltanto che Nishida seguirà il percorso dell’ombrello fino ad arrivare alla verità e in tal modo incontrerà molti personaggi, tutti narrati, perfettamente incastrati con le loro vite nel mosaico della storia.

Una trama estremamente godibile, che intriga il lettore e lo spinge a girare pagina. Su tutto questo si inserisce il valore aggiunto dell’ambientazione giapponese, in gran parte notturna, nei quartieri di Tokyo dove si vive di notte. La voce narrante è quella di Nishida, che è nato e cresciuto in Giappone senza essere del tutto giapponese, al quale l’autore dona il suo sguardo incuriosito e al tempo stesso disincantato. Nishida è fisicamente imponente ma nasconde umanissime fragilità e non è difficile affezionarsi.

La scrittura è gradevole, pulita, molto visiva, tanto che sembra di camminare tra le luci al neon delle insegne e tra i palazzi che guardano la luna in cielo.


genere: thriller

anno di pubblicazione: 2021

pagine: 320

editore: Longanesi

 


martedì 19 maggio 2026

LA FIGLIA UNICA

 




La figlia unica – Guadalupe Nettel – 

recensione a cura di Lilli Luini

 

Ho scoperto per puro caso questa giovane, interessantissima autrice messicana. In precedenza, ha pubblicato due raccolte di racconti, per cui questo è il suo primo romanzo.

Cominciamo dalla trama. Laura e Alina sono due ragazze messicane che si incontrano a Parigi, dove si trovano per motivi di studio. Ben determinate a realizzare qualcosa nella loro vita, rifiutano entrambe l’idea di seppellirsi nel matrimonio e soprattutto nella maternità. Ma nella vita reale, e questo romanzo è profondamente ancorato al reale, le cose cambiano. Rientrate in patria, Laura si sottopone a un intervento di legamento delle tube, mentre Alina si innamora, si sposa e decide diventare madre. Lo vuole a tal punto che, non riuscendoci, percorre ogni strada possibile per avere un figlio. Finché finalmente rimane incinta di Inès.

Mi fermo qui perché quel che segue merita di essere letto e vissuto insieme ai personaggi nella loro fatica quotidiana. Sono quattro le protagoniste: non solo Laura e Alina, ma anche la piccola Inès e Doris, la vicina di casa.

Si parla di maternità, di vita e di morte, di violenza. Ci racconta come sia normale che nella vita si gioisca e ci si disperi, si cada e ci si rialzi, si combatta e ci si arrenda. Guadalupe Nittel mette in scena l’amore, l’amicizia, la famiglia tradizionale e non con una scrittura che on ti molla mai.

Io, che non mi commuovo quasi mai leggendo un romanzo, confesso di essermi ritrovata con le lacrime agli occhi. Laura, che è la voce narrante del romanzo, è la testimone delle due storie, quella di Alina e quella di Doris e si rivela come un personaggio costruito con una profondità straordinaria.  In lei è personificato il passaggio tra la giovinezza e riflette le ambivalenze verso la maternità che le donne sono abituate a tener nascoste. Nella sua cura verso la vicina in difficoltà e il suo bambino, così come la sua sollecitudine verso il nido che i piccioni costruiscono a casa sua, vediamo la sua evoluzione e la comprensione che arriva ad avere di se stessa, modificando le posizioni idealistiche estreme dei vent’anni.

"Com'era possibile che fossi felice? Alina era sul punto di scomparire per unirsi alla setta delle madri, esseri senza vita propria che, con grandi occhiaie e l'aria da zombie, spingono la carrozzina nelle strade della città. In meno di un anno si sarebbe trasformata in un automa dell’allevamento. L'amica sulla quale avevo sempre contato avrebbe smesso di esistere, e io ero lì, all'altro capo del telefono, a congratularmi per quella cosa? Bisogna ammettere che sentirla così contenta era contagioso. Anche se avevo militato tutta la vita per salvare il mio genere da quel fardello, ho deciso di non combattere contro quella gioia".

Qualcuno potrebbe dire che in questo libro non c’è un vero finale. Da un punto di vista è vero, perché le tre donne vivono nel presente, vanno avanti giorno dopo giorno. Ma una chiusura del cerchio c’è ed è nell’aver trovato l’una nell’altra un nuovo concetto di famiglia e una definizione più inclusiva di maternità che non è necessariamente legata alla maternità biologica.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2020

pagine: 176

editore: La nuova frontiera

 


domenica 17 maggio 2026

L'INVERNO DELLE STELLE

 




L’inverno delle stelle – Nicoletta Verna – 

recensione a cura di Lilli Luini


Nicoletta Verna è una delle voci più forti della nostra narrativa contemporanea. Dopo essermi entusiasmata per I giorni di vetro, che continuo a reputare il miglior romanzo italiano dello scorso anno, ho letto Il valore affettivo. Non essendo rimasta delusa, anzi, ormai appena esce un libro della Verna lo compro subito.

Anche questo, che pure è uscito con l’etichetta di “libro per ragazzi”. Lo è, sicuramente, ma è anche per noi che dodici anni li abbiamo avuti qualche tempo fa.

Ma andiamo con ordine.

Di cosa parla.

La voce narrante è quella di Sirio, dodici anni, fiesolana. Il fatto che il nome finisca con la O non significa che sia maschile, perché Sirio è il nome di una stella, che d’inverno nel nostro emisfero non è visibile. Da qui deriva il titolo, che però è anche metafora del tempo che questa ragazzina si trova a vivere. Siamo a fine estate del 1943, Sirio e i suoi amici hanno una “banda” (di cui lei è il capo indiscusso). Scorrazzano nei boschi, bisticciano con le altre bande, la guerra sembra lontana anche se due di loro sono ebrei e un altro è figlio di un ricercato antifascista. L’8 settembre cambia tutto, anche per questi ragazzi, ancora bambini, che trovano in un castello abbandonato un uomo in fin di vita. Provare a salvarlo o dimenticarsene? Il dilemma si farà ancora più pesante per Sirio, la sola a scoprire nei vestiti dell’uomo le mostrine dell’esercito tedesco. La vicenda prende l’avvio da qui e li seguiremo per più di un anno, nel periodo più terribile della guerra.

I pregi

La scrittura di questa autrice è superlativa. Ci porta dentro la storia, dentro le persone che la stanno vivendo, ci fa sentire le bombe che cadono così come i primi palpiti del cuore di un’adolescente. I personaggi sono tratteggiati benissimo e la vicenda narrata è ricca di spunti per ulteriori riflessioni. Letto a scuola, questo romanzo aprirebbe eccellenti discussioni. La presenza di personaggi storici che agivano a Firenze nell’epoca è un ulteriore valore aggiunto che potrebbero innescare curiosità e approfondimenti (l’astrofisica Margherita Hack lavorava all’Osservatorio, la partigiana Anna Maria Ichino era un punto di riferimento della Resistenza e nella sua casa viveva Carlo Levi, l’autore di Cristo si è fermato a Eboli).

I difetti

Io non ne ho trovati ma temo che i ragazzi troveranno poco credibile il modo di vivere di Sirio, quel suo girovagare senza controllo all’inizio del romanzo ma soprattutto le decisioni di salire in montagna dai partigiani e, più avanti, di raggiungere Firenze senza comunicare nulla né alla madre né ad altri. Tanto più che la madre comprende benissimo e sembra trovare tutto questo normale. Il fatto è che c’è un abisso tra quei tempi e i nostri. A dodici anni non si era più bambini. A dodici anni si andava già a lavorare. Si emigrava, anche, non era raro che dei giovanissimi partissero da soli per il mondo. Sirio è una figlia del suo tempo, determinata e sveglia, si sa muovere e sa decidere. Nessuno l’ha protetta, non si proteggevano i bambini, allora. Anche per questo la lettura  di questo romanzo per dei ragazzi è affascinante, ci si fa davvero un’idea del nostro passato al di là dei testi scolastici. E si sente tutta la brutalità e l’insensatezza della guerra.

A chi lo consiglio

A tutti, dalla quinta elementare in poi ma in particolare agli insegnanti.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

pagine: 408

editore: Rizzoli


giovedì 7 maggio 2026

LE ESILIATE

 




Le esiliate – Christina Baker Kline –

recensione a cura di Lilli Luini

 

C’è una macchia nel passato dell’Inghilterra. Nell’800 molte donne ritenute responsabili di un crimine venivano deportate in quella che oggi è la Tasmania e lì costrette a vivere in circostanze indegne di un paese civile. Erano sempre donne nate da famiglie poverissime, ragazze orfane mandate a servizio, figlie non desiderate.

L’autrice ha il merito di aver scavato nella Storia, con una ricerca lunga e approfondita, riportando la vicenda alla luce attraverso la forma di un romanzo che coinvolge e appassiona il lettore.

Evangeline, la prima delle protagoniste, è l’ingenua figlia di un parroco che, dopo la morte dei genitori, va a servizio in una famiglia aristocratica dove è preda facile del signorino di casa. Quando resta incinta, viene accusata di aver rubato un anello, viene imprigionata e condannata alla deportazione. In prigione, conosce Olive, pure lei incinta. Intuendone l’ingenuità, costei la prende sotto la sua ala. Sulla nave che le porterà via per sempre dal loro mondo, trovano Hazel, sedici anni, condannata alla deportazione per aver rubato, costretta dalla madre, un cucchiaino d’argento.

Il racconto del viaggio + drammatico, con le donne e i loro figli stipate nella promiscuità e nella sporcizia, sempre in guardia per difendersi dai marinai rozzi e violenti. La navigazione dura mesi e all’arrivo si ritrovano in un luogo dove vige il sopruso. La crudeltà arriva al punto di separarle dai loro figli, a loro volta rinchiusi in un orfanatrofio dove la vita non vale nulla e la morte è di casa.

In questo girone infernale, che allora si chiamava Terra di Van Diemen, incontriamo un’altra macchia del passato inglese impersonata da Mathinna, una bambina aborigena che il governatore Franklin e la moglie prendono in casa come “esperimento sociale”. La strappano cioè a quel poco che è rimasto del suo mondo per esibire alla loro corte di amici la loro capacità di istruirla e civilizzarla. Ho scoperto, dopo la fine della lettura, che quella di Mathinna non è un parto della fantasia dell’autrice. Purtroppo, la sua storia è vera e il ritratto con l’abitino rosso, che la moglie del governatore commissiona a un pittore, esiste davvero.

L’ho trovato sul web e guardare negli occhi consapevoli di quella bambina non è stato facile.

In fondo al tunnel, e al libro, l’autrice decide di far soffiare un vento di speranza: la pratica delle deportazioni viene abbandonata e per Ruby, nata sulla nave maledetta, c’è una vita completamente diversa. Ritengo giusta la scelta così come è giusta quella di lasciare invece amaro il finale della storia di Mathinna. Perché per il suo popolo era tardi, tardi per tutto.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2022

pagine: 384

editore: Herper Collins

 


martedì 28 aprile 2026

LE BIBLIOTECARIE DI NOTRE DAME

 




Le bibliotecarie di Notre-Dame - Janet Skeslien Charles -

recensione a cura di Lilli Luini

 

Ho scoperto questa autrice tramite il suo primo libro, La biblioteca di Parigi in cui – dopo una ricerca documentatissima durata dieci anni – ricostruisce la storia dell’American Library di Parigi, tenuta aperta dalla direttrice Dorothy Reader durante l’occupazione nazista.  Un romanzo splendido, che mi aveva incantata,

Ora, il titolo di questa nuova opera mi aveva insospettito (un’operazione commerciale? una frittata rigirata?) ma ho voluto dare credito alla scrittrice e ho fatto benissimo. Tanto per cominciare, il titolo originale è Miss Morgan’s Book Brigade, la cattedrale di Parigi non c’entra nulla  e quindi l’operazione commerciale è tutta a carico dell’editore Garzanti. E anche stavolta la Charles mette in scena una storia di coraggio che ha salvato non solo libri ma vite.

La Miss Morgan del titolo è Ann Morgan, figlia di JP Morgan, il fondatore della banca d’affari. Leggendo questo libro si scopre che, durante la prima guerra mondiale, insieme all’amica e compagna, la dottoressa Ann Murder Drike, fondarono il card, ovvero il Comité American pour le Regions Devastées en France. Un piccolo gruppo di donne che lasciarono il loro paese e si trasferirono nella Francia settentrionale, a sessanta chilometri dal fronte, dove si erano rifugiate le popolazioni fuggite da quella che ormai era una terra di nessuno fatta di macerie e mine. Il loro compito è esclusivamente l’aiuto disinteressato: grazie alle sue conoscenze, Ann Morgan riuscì a convogliare fondi che servivano per cibo, coperte, vestiti, medicine, tutto quello che serviva a famiglie che avevano perso tutto, spesso anche i loro cari.

Kit Carson è una di queste donne. Per affrontare questo impegno lascia un impiego alla sezione bambini della New York Library. Il suo compito è portare un po’ di serenità ai bambini sfollati leggendo loro delle storie. Sotto le bombe, tra le incursioni nemiche e nonostante perdite dolorose che la coinvolgono in prima persona, coinvolge nella sua iniziativa anche gli adulti. Insieme a una adolescente francese, Marcelle, si spingerà anche nella zona rossa, rischiando la vita pur di salvare chi laggiù era rimasto.

Kit Carson è realmente esistita ed è proprio partendo da un trafiletto con il suo nome che la Charles ha iniziato le ricerche.

Il romanzo è scritto benissimo. Nonostante lo scenario, che si fa via vi a sempre più sanguinoso, riesce a mantenere una dolcezza che incanta. Grandissimo merito è di aver portato alla luce una piega della Storia: del lavoro di queste donne io non sapevo nulla, eppure hanno fatto moltissimo per una regione che, ho scoperto, è stata inabitabile per decenni e ancora oggi non è del tutto bonificata.  Per me, che oltre alla lettura amo la Storia e in particolare quella del secolo scorso, questo romanzo è stato davvero un incontro prezioso.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

pagine: 352

editore: Garzanti







 


lunedì 13 aprile 2026

TEDDY

 






Teddy - Jason Rekulak -

recensione a cura di Lilli Luini 


Di questo libro, uscito nel 2022 per Giunti, mi ha incuriosito la copertina – un disegno infantile – e lo strillo, che lo accreditava di un elogio da parte di Stephen King.

Ora, a lettura terminata, le mie sensazioni sono contraddittorie.

Ma andiamo con ordine.

Mallory Quinn ha ventun anni e si è da poco disintossicata. Prima di cadere nel baratro della droga era un’atleta e un atleta è anche il suo sponsor Russel. Un giorno costui le annuncia che c’è un lavoro per lei, baby sitter in una splendida villa del New Jersey. I coniugi Maxwell hanno un figlio di cinque anni, Teddy appunto, e sono appena rientrati dopo anni passati a Barcellona. Giustamente Mallory si chiede: e prenderebbero una con il mio passato? Sì, perché la signora lavora all’ospedale dei veterani, ha a che fare ogni giorno con la tossicodipendenza e al confronto la storia di Mallory è all’acqua di rose.

Il ragazzino si affeziona subito alla nuova baby sitter, che viene alloggiata in una dependance della villa in cui, si racconta in paese, è avvenuto un omicidio. È il primo elemento disturbante che l’autore inserisce nel quadro da mulino bianco di questa famiglia.

Ben presto capiamo il senso della copertina: Teddy disegna. Non l’ha sempre fatto, solo da quando abitano in quella casa e questo è il secondo elemento che introduce la vicenda. I disegni di Teddy ci sono tutti, nel libro, e assistiamo via via al loro cambiamento, al loro divenire sempre più inquietanti.

Non siamo in presenza di una storia che si distingue per originalità o forza, neppure per credibilità (ci sono elementi soprannaturali alla King, lo dico per onestà verso quei lettori che non li sopportano). Però… però l’ho letto in un giorno, prigioniera delle atmosfere che l’autore è riuscito a creare, di una suspence che l’ambientazione, passando da un estremo all’altro anche solo grazie ai cambiamenti meteo, rende qua è là davvero notevole.

Il bambino è un tesoro, ovviamente, e suscita molta empatia. Nel personaggio di Mallory si riesce a immergersi pur senza sapere quasi nulla di lei e del suo vissuto.

Dicevo all’inizio che ne sono uscita con sensazioni contraddittorie: siamo in presenza di un thriller con accenni horror come tanti altri, senza infamia e senza lode. Dall’altro riesce a prenderti per mano e portarti dentro una storia un po’ banale, alquanto improbabile, per certi versi impossibile, e fartela bere fino all’ultima goccia.

Ideale per momenti di noia, tipo attese in aeroporto, viaggi lunghi eccetera. Passa il tempo che neanche ti accorgi.



genere: thriller

anno di pubblicazione: 2022

pagine: 416

editore: Giunti

 


sabato 28 marzo 2026

EROI IN BATTAGLIA

 




Eroi in battaglia - Simon Scarrow -

recensione a cura di Lilli Luini

 

Londra, 2013. Anna Thesskoudi, insegnante di Storia, riceve su Facebook un messaggio da un giovane ricercatore tedesco interessato a una spedizione archeologica a cui aveva partecipato suo nonno Peter a Leucade, una delle isole Ionie alla ricerca della tomba di Ulisse. Secondo i suoi diari, conosceva Eleni, la nonna di Anna.

È la scintilla che usa Scarrow, scrittore specializzato nei romanzi storici, per raccontare un pezzo di guerra, quella che Mussolini prima e Hitler poi scatenarono contro la Grecia.

Al momento dello scoppio della guerra. Peter, Eleni e Andreas sono poco più che adolescenti. Il primo è figlio del capo spedizione, gli altri due sono isolani. Diventano amici, anche se i due ragazzi sono entrambi innamorati di Eleni, e quel periodo è fissato per sempre in una fotografia ingiallita che li ritrae assieme, spensierati.

Poi la guerra irrompe e li separa per sempre.

Detta così, sembra la solita trama, anche alquanto banale.

In realtà così non è, perché la loro storia è solo lo spunto per entrare nella Storia vera e propria. La guerra in Grecia è soltanto una nota a piè di pagina dei libri di Storia e film come Mediterraneo ce ne hanno dato una visione edulcorata. In realtà i greci hanno combattuto una lotta disperata in difesa del proprio paese, in inferiorità numerica, con poche armi e senza capi, perché il governo, già poco amato, si era arreso rifugiandosi in Egitto.

Nonostante seguiamo la storia dei ragazzi, Scarrow è stato in grado di narrare la guerra nei diversi scenari, ricostruendo un periodo fosco, buio come pochi altri, che ha lasciato strascichi profondi. C’è una capacità di scrittura notevole, soprattutto nelle scena d’azione che sono veramente da manuale.

La tensione è sempre alta, i personaggi cono centrati e coinvolgono chi legge e, a valore aggiunto, tramite Anna e una dei suoi allievi, Jamie, c’è una profonda riflessione sulla Storia. Cosa ricordare e cosa dimenticare,

Un romanzo a parere mio appassionante ma non certo leggero. 


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2019

pagine: 482

editore: Newton Compton


lunedì 23 febbraio 2026

GIORNO DI RISACCA

 





Giorno di risacca – Maylis de Kerangal – 

recensione a cura di Lilli Luini

 

Terzo libro che leggo di quest’autrice francese che si è imposta qualche anno fa nel panorama letterario con il bellissimo “Riparare i viventi”.

Di cosa parla

La voce narrante, in prima persona, è una donna che vive a Parigi, di professione doppiatrice e lettrice, sposata e madre di una ventenne che pratica la scherma. Un giorno, al telefono, si sente convocare dalla polizia di Le Havre: è stato trovato il cadavere di uno sconosciuto. La donna – di cui non sapremo mai il nome – deve recarsi là per essere ascoltata perché la cosa la riguarda. Sorpresa e inquieta, parte per Le Havre, città dove ha vissuto fino alla giovinezza. 

L’inizio sembra quello di un giallo, o di un noir, ma ben presto il romanzo vira in tutt’altra direzione. Appena scesa dal treno, infatti, la protagonista viene sopraffatta dai ricordi, da quelle mille cose e persone di cui sono fatti gli anni. Di più, la città diventa protagonista, ed è una città dove la Storia è entrata con la violenza di un tornado. Il romanzo si svolge in una sola giornata, in 173 pagine densissime di vita, morte, amore, delusione.

I pregi

L’autrice si caratterizza per una scrittura ricchissima, precisa, a volte quasi tecnica. In questo romanzo, ha scelto di esprimersi con frasi lunghissime, magari due o tre pagine senza un punto, che incorporano discorsi diretti cambi di tempo e soggetti. Ma non perde mai il filo e non si lascia mai trasportare da flussi di coscienza classici: i suoi flussi sono sempre finalizzati al racconto, al recupero di ricordi, di parole sentite da altri (memorabile il racconto dell’anziana Jacqueline sul bombardamento del 1944, struggente quello delle due giovani ucraine fuggite dalla guerra). In tutta questa ondata di ricordi, il presente viene tenuto ben stretto attraverso le comunicazioni con marito e figlia rimasti a Parigi e con le telefonate di Lavoro, che ci svelano un mondo sconosciuto, quello del doppiaggio.

E poi c’è Le Havre, dove ti sembra di camminare, tremare per il freddo, deprimerti per il grigiore, prenderti un’ondata traditrice che ti lascia fradicia.

I difetti

Più che difetti, credo siano scelte precise dell’autrice che ha voluto mantenere il romanzo nell’indeterminatezza. Sul fortissimo legame della protagonista con Le Havre sembra esserci l’ombra di un qualcosa che l’ha spinta ad andarsene, un dolore che non viene mai chiarito.

E poi c’è il finale. Vero che non si tratta di un giallo, ma insomma due parole in più sul cadavere si potevano spendere. Tanto più che è stato quello a determinare il ritorno a Le Havre e quanto ne è seguito. Così ho avuto l’impressione che questo viaggio nel passato sia stato inutile, che non abbia spostato nulla per la protagonista. Ma questa è solo un’impressione personale: sono sicura che moltissimi lettori apprezzeranno proprio questa indeterminatezza perché così, il più delle volte, è la vita.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

pagine: 192

editore: Feltrinelli

 

 


giovedì 12 febbraio 2026

L'AVVELENATRICE DI UOMINI

 




L’avvelenatrice di uomini – Cathryn Kemp – 

recensione a cura di Lilli Luini

 

Giulia Tofana è una figura tra storia e realtà, che ha sempre infiammato la fantasia popolare. Vissuta nel XXVII secolo, nei tempi bui dell’Inquisizione e della peste, secondo quanto si narra era figlia di Teofania, cortigiana alla corte spagnola, poi trasferitasi a Palermo al seguito di un marito ricco mercante. È qui che Teofania, nel laboratorio del monastero, inventa l’Acqua Tofana, potentissimo veleno che on lascia tracce.

Non voglio raccontare la trama di questo romanzo storico, che prende e trascina via nel passato di città come Palermo, Napoli e Roma. Un romanzo ricco di immagini, suoni e sapori così come di eventi che stravolgono le vite dei protagonisti.

Basterà dire che Giulia, trasferitasi a Napoli e poi a Roma dopo la morte della madre, ne segue le orme. Si circonda di donne che, da una piccola bottega che crea e commercializza medicamenti,  aiutano le altre donne a guarire dal malanni, a partorire o ad abortire e, da ultimo, a liberarsi di mariti violenti.

L’ambientazione ti butta dentro i vicoli maleodoranti dove la peste la fa da padrone, ma anche nelle piazze e nei palazzi del potere, dove l’Inquisizione combatte principalmente le donne, accusate di far uso di arti magiche laddove in realtà è solo conoscenza delle proprietà delle erbe.

I personaggi maschili sono tre e secondo me rappresentano il difetto del romanzo: Papa Alessandro VII, che mette in evidenza i privilegi della nobiltà dell’epoca ma che alla fine risulta il meno riuscito del romanzo, un po’ troppo stucchevole. Poi abbiamo l’inquisitore Bracchi, che più che dalla fede è mosso dall’ambizione personale, il che risulta abbastanza solito e banale: il terzo è Don Antonio, che sta dalla parte delle nostre donne, un prete non convenzionale che officia anche messe nere. Ecco, a parte il fatto che è molto marginale, non è approfondito perché agisca così.

Detto questo, il libro è comunque godibilissimo, l’incalzare degli eventi è serrato, di quelli che ti tengono incollata alla pagina. Giulia è un personaggio da mito, la vedi bellissima e fiera attraversare le vie di Roma, combattere contro pregiudizi, alla fin fine fregarsene di ogni convenzione. Se sia un’eroina o un’assassina non te lo chiedi perché l’autrice è molto brava a farti empatizzare e poi, in fondo, lei si limita a fornire l’Acqua Tofana alle donne che gliela chiede e il più delle volte non si fa nemmeno pagare.

Mi verrebbe da concludere che sembra un libro di altri tempi, in cui si percepisce la gioia dell’autrice nel raccontare che non viene mai contaminata dalla ricerca ossessiva del realismo a ogni costo. Del resto, che questa sia la vera storia di Giulia non ha molta importanza: come diceva Pennac, se la vita è quello che è, il romanzo ha il diritto a essere quello che vuole.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

pagine: 400

Editore: Nord

 


martedì 3 febbraio 2026

QUELLO CHE POSSIAMO SAPERE

 




Quello che possiamo sapere – Ian McEwan – 

recensione a cura di Lilli Luini

 

Il romanzo si apre nel 2119. Tom è un professore e ricercatore, il cui campo di competenza è la letteratura dal 1990 al 2030. Il mondo non è più quello che conosciamo. Un disastro provocato dalla crisi climatica a cui è seguito una catastrofica inondazione nel 2045 ha cancellato intere città e nazioni costiere. La Gran Bretagna è un arcipelago che sta appena cominciando a rifiorirsi di flora e fauna, i collegamenti sono difficoltosi, le biblioteche e gli archivi sono stati spostati sui monti.

In questo quadro Tom sta ricercando un poemetto scritto nel 2014 dal noto poeta Francis Blundy in occasione del compleanno della moglie Vivien. Lo ha letto quella sera, davanti a lei e a un gruppo di amici quasi tutti letterati che ne hanno lasciato memoria in lettere, diari e articoli di riviste, al punto che quella serata è passata alla storia come Secondo Immortal Convivio, facendo l’eco al primo che nel 1817 aveva riunito Wodsword e Keats.

Ma il poemetto non è mai stato pubblicato e non ne è mai stata trovata traccia.

Basta questo a far capire che ci troviamo di fronte a un romanzo altamente letterario, a cui bisogna dedicare del tempo. La prima parte (circa metà libro), narrata in prima persona da Tom, è densa di citazione, stralci di lettere e di diari (frutto della fantasia dell’autore, è bene ribadirlo: stiamo leggendo un romanzo, non un saggio).

L’artificio narrativo di cui si serve McEwan è al tempo stesso evidente e geniale: guarda noi e il nostro tempo dalla distanza di un secolo. In questa prima parte ci sorprende vedere che cosa è diventato il nostro mondo (ma l’autore ci ha tenuto a sottolineare che non si tratta di un romanzo profetico, ma semplicemente di uno scenario possibile).

 Se il passato non ci aveva annientati, ne eravamo comunque terrorizzati. Il nostro traguardo più alto era non essere in guerra. Non bastava raccontare a noi stessi che adesso i mari erano più puliti, e la vita vi stava facendo ritorno, e che le nostre isole sotto la luce giusta apparivano belle e lussureggianti. Tutto questo non dipendeva da un comportamento virtuoso. Era il risultato del crollo della civiltà. Ogni volta che gli esseri umani si fanno da parte, il resto del mondo vivente torna pian piano a fiorire.

La ricostruzione ex post della cena del 2014 si interseca con la narrazione del presente di Tom nonché sulla sua visione dei nostri anni dalla distanza di un secolo:

 Era come se masse di sprovveduti medievali avessero fatto irruzione nella modernità, precipitandosi verso il teatro sbagliato per salire sul palcoscenico sbagliato. Nella ressa frenetica, orribili segreti di stato venivano allo scoperto, l’infanzia di molti finiva devastata, la reputazione di persone rispettabili era compromessa, e una banda di idioti logorroici assurgeva agli onori del mondo.

Piano piano, prende sempre più vigore la figura di Vivien, la moglie del poeta, che diventerà indiscussa protagonista della seconda parte. E anche qui, quando cominciamo a leggere queste pagine, non dobbiamo chiederci cosa diavolo c’entra e perché un cambio di narratore ed epoca così radicale. Bisogna aspettare la fine per chiudere il cerchio e capire che, attraverso il racconto di Vivien, McEwan ci porta a una riflessione profonda non solo sui sentimenti, sulla complessità dell’animo umano ma anche e soprattutto su “quello che possiamo sapere” degli altri, delle loro vite. Man mano che la seconda parte prosegue, noi facciamo i conti con tutta la costruzione che ci eravamo fatti leggendo la prima: per me è stato incredibile scoprire come non mi sia fermata a ciò che ha scritto Tom di Blundy e Vivien, ma mi sia fatta un film del loro matrimonio e del loro rapporto. Scoprirmi con un pugno di mosche in mano è stata un’esperienza interessante.

Che dire della scrittura di McEwan? Spettacolare come sempre, fluida, semplice e ricchissima al tempo stesso, con una padronanza assoluta di una narrazione che sfocia spesso in digressioni e che spazia nel tempo. Mai didascalico, sempre pronto a suscitare domande, riflessioni infinite.

Fantastica la chiosa con cui chiude il libro:

 I lettori eventualmente interessati sono pregati di tener presente che nulla che abbia a che fare con questo romanzo è sepolto da nessuna parte.


anno di pubblicazione: 2025