Le ombre del mondo - Michel Bussi -
recensione a cura di Lilli Luini
Di Bussi ho amato un solo libro,
Ninfee nere. MI piacque la storia, amai molto l’ambientazione, al punto che ci
andai di persona alla prima occasione e fu una giornata bellissima. Ma uscii
dalla lettura con la netta impressione di essere stata manipolata, che il
finale non fosse per niente logico, che c’era un vago odore di menzogna.
Provai a leggere altri due libri
suoi, che mi confermarono senza ombra di dubbio come fosse uno scrittore che se
ne infischiava della coerenza interna della storia pur di sorprendere il
lettore, Con me non funziona questa tecnica, così lo lasciai perdere.
L’ho ripreso adesso perché ho
letto che trattava il genocidio in Ruanda del 1994 e io amo particolarmente i
romanzi ambientati nelle pieghe della Storia.
Non me ne sono pentita: Le ombre
del mondo è il miglior libro di Bussi, un romanzo potente nel quale si sente
l’interesse dell’autore e una ricerca storica importante.
I personaggi del romanzo sono
ovviamente frutto di fantasia: Jorik Arteta, ex militare francese, che torna in
Ruanda dopo 30 anni con la Aline e Maé, figlia e nipote. Prima di partire
regala alla nipote il diario di Esperance, rispettivamente moglie, madre e
nonna, scritto tra l’aprile e il giugno 1994 mentre imperversava il genocidio.
Sullo sfondo, personaggi
realmente esistiti e che molte colpe hanno in quello che è accaduto.
Bussi mette in evidenza il ruolo
della Francia, che avrebbe potuto fermare la mattanza e non l’ha fatto. Ci sono
pagine oscure in quella vicenda e la luce che le illumina nel romanzo sono solo
ipotesi dell’autore. Ma di certo riesce a passarci il clima di terrore che
correva tra i tutsi e la crudeltà unita a senso di onnipotenza che animava gli
hutu.
Il mondo occidentale ha descritto
per anni quel che accadde come una guerra, con le due etnie che si massacravano
a vicenda. Non è così, fu un genocidio in cui gli hutu miravano a “liberare il
paese dagli scarafaggi tutsi”. Ne uccisero un milione.
Bussi riesce anche a passare
efficacemente il clima non ancora pacificato del paese. Quello che mi ha
colpito come un pugno allo stomaco è stato scoprire che fino al colonialismo
non c’era mai stata nessuna differenziazione tra tutsi e hutu: furono i belgi a
suddividerli in base a caratteristiche fisiche, scrivendo sui loro documenti
l’etnia.
Una menzione a parte meritano le
descrizioni che ci rendono immagini vivide di un paese: foreste, paludi, campi
coltivati, vulcani… una scenografia perfetta per ambientare una storia del
genere. Ovviamente Bussi ha compiuto tutto quel percorso in prima persona, non
avrebbe potuto altrimenti scriverlo.
Ci sono poi dei capitoli, sparsi
qua e là, che portano in testa la data del 2028, quindi di un futuro prossimo,
che raccontano un processo. Mi sono chiesta per tutto il libro cosa fossero,
cosa c’entrassero, e l’ho scoperto alla fine, con uno di quei colpi di scena
tipici di Bussi. Ma stavolta è indovinato, anzi è illuminate e non dirò altro
per non spoilerare.
Doverosamente devo avvisare che
in alcune parti è un libro molto crudo e che ci sono momenti di suspence molto
elevata. Ma il mio giudizio è ampiamente positivo, è un libro che merita di
essere letto.
genere: narrativa
anno di pubblicazione: 2025
pagine: 592
editore: edizioni e/o

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