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mercoledì 26 agosto 2026

LE OMBRE DEL MONDO

 






Le ombre del mondo - Michel Bussi -

recensione a cura di Lilli Luini

 

Di Bussi ho amato un solo libro, Ninfee nere. MI piacque la storia, amai molto l’ambientazione, al punto che ci andai di persona alla prima occasione e fu una giornata bellissima. Ma uscii dalla lettura con la netta impressione di essere stata manipolata, che il finale non fosse per niente logico, che c’era un vago odore di menzogna.

Provai a leggere altri due libri suoi, che mi confermarono senza ombra di dubbio come fosse uno scrittore che se ne infischiava della coerenza interna della storia pur di sorprendere il lettore, Con me non funziona questa tecnica, così lo lasciai perdere.

L’ho ripreso adesso perché ho letto che trattava il genocidio in Ruanda del 1994 e io amo particolarmente i romanzi ambientati nelle pieghe della Storia.

Non me ne sono pentita: Le ombre del mondo è il miglior libro di Bussi, un romanzo potente nel quale si sente l’interesse dell’autore e una ricerca storica importante.

I personaggi del romanzo sono ovviamente frutto di fantasia: Jorik Arteta, ex militare francese, che torna in Ruanda dopo 30 anni con la Aline e Maé, figlia e nipote. Prima di partire regala alla nipote il diario di Esperance, rispettivamente moglie, madre e nonna, scritto tra l’aprile e il giugno 1994 mentre imperversava il genocidio.

Sullo sfondo, personaggi realmente esistiti e che molte colpe hanno in quello che è accaduto.

Bussi mette in evidenza il ruolo della Francia, che avrebbe potuto fermare la mattanza e non l’ha fatto. Ci sono pagine oscure in quella vicenda e la luce che le illumina nel romanzo sono solo ipotesi dell’autore. Ma di certo riesce a passarci il clima di terrore che correva tra i tutsi e la crudeltà unita a senso di onnipotenza che animava gli hutu.

Il mondo occidentale ha descritto per anni quel che accadde come una guerra, con le due etnie che si massacravano a vicenda. Non è così, fu un genocidio in cui gli hutu miravano a “liberare il paese dagli scarafaggi tutsi”. Ne uccisero un milione.

Bussi riesce anche a passare efficacemente il clima non ancora pacificato del paese. Quello che mi ha colpito come un pugno allo stomaco è stato scoprire che fino al colonialismo non c’era mai stata nessuna differenziazione tra tutsi e hutu: furono i belgi a suddividerli in base a caratteristiche fisiche, scrivendo sui loro documenti l’etnia.

Una menzione a parte meritano le descrizioni che ci rendono immagini vivide di un paese: foreste, paludi, campi coltivati, vulcani… una scenografia perfetta per ambientare una storia del genere. Ovviamente Bussi ha compiuto tutto quel percorso in prima persona, non avrebbe potuto altrimenti scriverlo.

Ci sono poi dei capitoli, sparsi qua e là, che portano in testa la data del 2028, quindi di un futuro prossimo, che raccontano un processo. Mi sono chiesta per tutto il libro cosa fossero, cosa c’entrassero, e l’ho scoperto alla fine, con uno di quei colpi di scena tipici di Bussi. Ma stavolta è indovinato, anzi è illuminate e non dirò altro per non spoilerare.

Doverosamente devo avvisare che in alcune parti è un libro molto crudo e che ci sono momenti di suspence molto elevata. Ma il mio giudizio è ampiamente positivo, è un libro che merita di essere letto.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

pagine: 592

editore: edizioni e/o


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