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mercoledì 29 luglio 2026

SPUMA DI MARE

 




Spuma di mare - Elena Magnani -

recensione a cura di Connie Bandini


Con il secondo capitolo della saga dei Mazzeo – protagonisti del primo romanzo della serie, Mare avvelenato – Elena Magnani prosegue un racconto familiare ampio e intenso, spostando il baricentro nella Roma dei primi anni del Novecento. Qui si muove Mimma, adolescente segnata dall’esperienza del terremoto di Messina e cresciuta sotto la protezione rigida ma affettuosa di un convento. La città che la accoglie è viva e contraddittoria: elegante e scintillante da una parte, aspra e faticosa dall’altra, specchio di una società profondamente divisa.

Il cuore del romanzo è proprio Mimma, figura inquieta e determinata, sospesa tra il bisogno di protezione e un’irrefrenabile attrazione verso ciò che è proibito. L’incontro con Alessandro e la sua banda rappresenta per lei una porta spalancata su un mondo nuovo, fatto di sfide, complicità e pericoli. È una libertà seducente ma ambigua, che la trascina progressivamente oltre i limiti imposti, fino a incrinare in modo irreversibile il fragile equilibrio della sua vita.

Accanto a lei tornano i protagonisti della saga, in particolare Tomaso Mazzeo, personaggio complesso e segnato da un passato oscuro. Diviso tra il desiderio di proteggere i propri affetti e un’inclinazione verso strade più oscure, Tomaso incarna il conflitto tra destino e scelta. Il suo legame con Petra, figura altrettanto forte e indipendente, aggiunge ulteriore profondità emotiva a una trama già densa di tensioni.

La narrazione si intreccia con gli eventi storici del tempo, tra cui l’avvicinarsi della guerra, le trasformazioni sociali, l’arrivo dell’epidemia. La Storia non resta mai sullo sfondo, ma entra nelle vite dei personaggi, le modifica, le mette alla prova, mostrando come i grandi eventi si riflettano nelle esistenze quotidiane.

Magnani costruisce un romanzo carico di emozioni, dove il dolore non è mai un elemento accessorio ma una forza che plasma i personaggi, li costringe a confrontarsi con se stessi e a scegliere chi diventare. La crescita di Mimma, segnata da esperienze brusche e decisive, diventa così il filo conduttore di una riflessione più ampia sulla perdita dell’innocenza, sul peso del passato e sulla possibilità di cambiare.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2026

pagine:452

editore: Giunti


mercoledì 22 luglio 2026

SONO MIA

 




Sono mia - Ritanna Armeni -

recensione a cura di Connie Bandini


Ritanna Armeni, all’interno del progetto Rizzoli dedicato ai Dieci comandamenti, si occupa del nono e costruisce un romanzo breve ma disturbante, capace di raccontare come un sentimento apparentemente limpido possa deformarsi lentamente fino a diventare controllo, paura e annullamento dell’altro. Al centro della storia ci sono Francesca e Tommaso, due ragazzi che si incontrano in una Roma giovane e quotidiana fatta di aperitivi a Trastevere, passeggiate lungo il Tevere, università, chat notturne e piccoli gesti d’intimità. Lei studia Economia, è curiosa del mondo, pronta a partire per un Erasmus che rappresenta apertura e possibilità. Lui è timido, fragile, romantico nei modi, segnato da insicurezze profonde che inizialmente sembrano soltanto bisogno d’amore.

Armeni è molto abile nel mostrare la gradualità della trasformazione. Nulla, all’inizio, appare esplicitamente violento. Tommaso accompagna Francesca a casa, si preoccupa per lei, desidera starle vicino. Ma proprio dentro quei comportamenti considerati normali si insinuano lentamente il bisogno di controllo, la gelosia, la convinzione che amare significhi possedere. Quando Francesca si allontana per l’Erasmus, il fragile equilibrio della coppia si incrina definitivamente e il sentimento di Tommaso rivela il suo volto più oscuro.

Il romanzo è efficace soprattutto perché evita il sensazionalismo. Armeni non costruisce un mostro immediatamente riconoscibile, ma un ragazzo comune, immerso in dinamiche affettive che la società tende spesso a giustificare o romanticizzare. È proprio questa normalità a rendere il libro inquietante. La gelosia si traveste da premura, l’ossessione da dedizione, il controllo da prova d’amore. Francesca comprende progressivamente che, nella visione di Tommaso, lei non può davvero appartenere a se stessa.

Il titolo racchiude il cuore del romanzo. Sono mia diventa infatti un’affermazione identitaria e politica insieme: il rifiuto dell’idea che l’amore implichi proprietà. Il punto non è il desiderio in sé, ma la cultura del possesso che, storicamente, ha trasformato la donna in qualcosa “di qualcuno”.

Più che a un semplice romanzo sull’amore tossico, Armeni dà vita a una riflessione lucida sulla difficoltà di riconoscere i confini tra cura e dominio, tra presenza e controllo; racconta con precisione il momento in cui una relazione smette di essere uno spazio di libertà e diventa una prigione emotiva. E lo fa ricordando una verità tanto semplice quanto sacrosanta: amare qualcuno non significa mai possederlo.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2026

pagine:128

editore: Rizzoli

 


mercoledì 24 giugno 2026

TRE NOMI

 




Tre nomi - Florence Knapp -

recensione a cura di Connie Bandini


Il romanzo d’esordio della scrittrice inglese Florence Knapp, arriva in Italia per Garzanti (traduzione di Federica Merati) dopo aver conquistato lettori e classifiche nei paesi anglofoni. È uno di quei libri che nascono da un’idea narrativa semplice ma potentissima: quanto può cambiare una vita a partire da una singola decisione?

La storia prende avvio nel 1987, dopo una notte di tempesta. Cora Atkin ha appena dato alla luce il suo secondo figlio e deve registrarlo all’anagrafe. La scelta del nome sembra una formalità, ma per lei diventa un momento decisivo. Il marito Gordon, medico rispettato fuori casa ma autoritario e violento nella vita privata, pretende che il bambino porti il suo stesso nome, come vuole la tradizione di famiglia. Cora però esita. Potrebbe chiamarlo Julian, il nome che ama da sempre, oppure Bear, come suggerisce la figlia Maia.

Da questo bivio nasce la struttura originale del romanzo: la storia si divide in tre percorsi narrativi, ognuno determinato da una scelta diversa. Se il bambino si chiama Gordon, Julian o Bear, la sua vita – e quella della sua famiglia – prende direzioni differenti. Knapp segue queste tre versioni dell’esistenza per trentacinque anni, tornando a incontrare i personaggi a intervalli di sette anni e mostrando come una decisione apparentemente minima possa produrre effetti imprevedibili.

Il nome, nel romanzo, diventa molto più di un semplice segno di identità. È eredità, promessa, ma anche peso e aspettativa. Attraverso i tre possibili destini del protagonista, Knapp riflette sul modo in cui le scelte dei genitori possono influenzare profondamente la vita dei figli e sul delicato equilibrio tra libertà personale e condizionamenti familiari.

Al centro della storia c’è anche un tema doloroso e attuale: la violenza domestica. Gordon incarna il paradosso di molti aggressori: stimato e irreprensibile all’esterno, crudele e manipolatore nella dimensione privata. Il romanzo mostra con grande sensibilità quanto sia difficile per una donna come Cora sottrarsi a una relazione di controllo e abuso, e quanto ogni decisione – anche la più piccola – possa trasformarsi in un atto di coraggio.

Pur affrontando temi duri, Tre nomi è anche una storia di possibilità, di legami e di resilienza. Knapp costruisce un racconto che alterna tensione emotiva e riflessione, mostrando come le vite possano divergere, ma anche come sia sempre possibile cercare nuovi equilibri e nuove forme di famiglia.

Florence Knapp firma un esordio originale e delicato, che invita il lettore a interrogarsi su una domanda universale: quanto della nostra vita dipende davvero dalle scelte che facciamo – e quanto, invece, da quelle fatte per noi?


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2026

pagine: 321

editore: Garzanti


mercoledì 10 giugno 2026

LA TERZA DIMENSIONE

 




La terza dimensione - Enrico Pandiani -

recensione a cura di Connie Bandini


Enrico Pandiani- autore torinese - torna a raccontare le vicende dei “Les Italiens”, la squadra investigativa della polizia parigina guidata dal commissario Jean-Pierre Mordenti. Si tratta di un noir articolato, in cui indagine criminale, ironia e vita privata dei protagonisti si intrecciano dando forma a una storia che procede su più livelli narrativi.

Il romanzo si apre con un fatto di sangue destinato a scuotere la quiete notturna di Parigi. Tre persone sono state uccise a colpi d’arma da fuoco. Le vittime non sembrano avere alcun legame tra loro e l’assenza di un movente evidente rende l’indagine ancora più complessa. A occuparsene sono Mordenti e il suo inseparabile collega Servandoni, insieme al gruppo di investigatori noto come “Les Italiens”, una squadra di poliziotti in gran parte di origine italiana che affronta il lavoro con uno stile spesso poco ortodosso ma molto efficace.

Fin dalle prime battute appare chiaro che dietro il triplice omicidio si nasconde qualcosa di più articolato di quanto sembri. L’unico indizio concreto conduce a un elemento inquietante e contemporaneo: l’arma utilizzata per il delitto sarebbe stata prodotta con una stampante 3D. Da qui prende forma un’indagine che tocca il lato più oscuro della tecnologia e della sua potenziale deriva criminale, aprendo uno scenario in cui il confine tra innovazione e pericolo diventa sempre più fragile.

Il titolo del romanzo suggerisce proprio questa molteplicità di piani. Da un lato c’è la dimensione tecnologica dell’indagine, rappresentata dalle armi stampate in 3D; dall’altro emerge una dimensione più profonda, legata alla complessità dei rapporti umani. Mordenti non è soltanto un commissario alle prese con un caso difficile, ma è un uomo che cerca di conciliare il lavoro con la vita affettiva, il rapporto con la compagna Tristane e il ruolo di padre acquisito per il piccolo Benjamin. Questa dimensione privata rende il personaggio più sfaccettato e contribuisce a dare spessore alla narrazione.

 Accanto alla ricerca dell’assassino trovano spazio le dinamiche tra i membri della squadra, i rapporti sentimentali e le fragilità dei protagonisti. Un ruolo fondamentale, poi, lo gioca anche l’ambientazione. La Parigi raccontata da Pandiani è una città fatta di quartieri popolari, bistrot, vicoli e periferie notturne, descritta con attenzione ai dettagli e capace di restituire un’atmosfera insieme affascinante e malinconica.

 

genere: giallo

anno di pubblicazione: 2025

pagine: 308

editore: Rizzoli


mercoledì 27 maggio 2026

DOVE CADONO LE COMETE

 




Dove cadono le comete - Vito Di Battista - 

recensione a cura di Connie bandini


Nel romanzo di Vito di Battista – abruzzese, classe 1986 – ci sono un paese affacciato sul mare, le palafitte dei trabocchi, una comunità stretta attorno alle proprie abitudini e tre figure centrali, Olimpo, Anita ed Emma, che attraversano la Seconda guerra mondiale portandone i segni.

Ma non c’è solo questo. La storia è, prima di tutto, una riflessione sulla memoria e sulla necessità di raccontare. Raccontare come atto di resistenza al tempo, come antidoto alla scomparsa, come tentativo di salvare ciò che la Storia travolge. Le vicende individuali si intrecciano ai grandi eventi, ma non vengono mai schiacciate da essi; al contrario, è la vita minuta di un paese a diventare lente attraverso cui osservare la guerra, il dolore, le perdite e i cambiamenti.

Sviluppandosi lungo un arco temporale ampio, che va dagli anni Trenta fino ai Settanta, la vicenda segue il percorso di Olimpo, uomo mite e incline alla scrittura, che riesce a sottrarsi al destino paterno grazie alla parola. Accanto a lui c’è Anita, segnata nel corpo e nello sguardo da un incidente che la rende diversa agli occhi degli altri, ma non meno desiderabile né meno viva. E poi c’è Emma, figura marginale e insieme centrale, donna marchiata dal giudizio collettivo, portatrice di una sofferenza silenziosa che trova spazio solo nell’accudimento e nella dedizione.

La prosa dell’autore abruzzese ha un andamento fortemente orale, ritmato, fatto di ripetizioni, incisi, ritorni. Il narratore sembra parlare al lettore come farebbe una voce antica, che conosce già la fine delle storie ma sceglie di raccontarle lo stesso. Questo stile restituisce l’anima del paese: una comunità dove nulla accade davvero in solitudine e dove ogni destino è legato a quello degli altri.

È un microcosmo attraversato da vivi e morti, da chi resta e da chi parte, da colpe taciute e gesti di generosità improvvisa. La guerra, quando arriva, non fa che rendere più evidente la fragilità di equilibri già precari, portando alla luce ciò che era rimasto sepolto sotto la consuetudine.

Il romanzo riflette anche sul valore dell’immaginazione, che non va intesa come fuga, ma come strumento per dare forma a ciò che non ha trovato spazio nella realtà. Le storie scritte e raccontate diventano una promessa: quella che nulla vada perduto del tutto. 


genere: narrativa

anno di pubbòlicazione: 2025

pagine: 353

Editore: Feltrinelli


venerdì 8 maggio 2026

L'ASSASSINO STA SCRIVENDO

 




L'assassino sta scrivendo - Elena Campani -

recensione a cura di Connie Bandini


Elena Campani porta in scena la prima vera indagine di Tuva Colmar, personaggio già apparso ne L’ombra fissa del cane (Astarte, 2024), ma qui rielaborato e ampliato in una veste più compiuta e centrale. Il risultato è un giallo atipico, che si muove con passo misurato tra cozy crime e narrativa introspettiva, capace di intrecciare mistero, fragilità umane e una riflessione sottile sul linguaggio e sull’ascolto.

Fin dalla copertina – dove la silhouette di un cane si riflette nelle lenti di un paio di occhiali – è chiaro come l’universo canino rappresenti un filo conduttore simbolico dell’opera. I riferimenti ai cani attraversano i capitoli, dalle citazioni in apertura ai ricordi di Goya, l’amato pastore di Tuva. Il fiuto evocato anche nel sottotitolo – “una prof di poche parole ma dal fiuto eccezionale” – non è solo una metafora investigativa, ma una chiave di lettura dell’intero romanzo: osservazione, olfatto, sensibilità e intuito diventano strumenti alternativi alla parola, soprattutto per una protagonista che con la parola ha un rapporto doloroso.

Tuva Colmar è un’ex docente di lettere del liceo linguistico Vittorio Solmi di Pisa. In seguito a un trauma che le ha causato gravi problemi all’apparato fonatorio, è stata trasferita alla gestione della biblioteca scolastica. Parlare per lei è faticoso: le frasi si spezzano, richiedono preparazione, si inceppano. Per comunicare, spesso utilizza un tablet su cui scrive ciò che non riesce a dire con fluidità. Questa condizione è una ferita aperta ma anche il tratto distintivo di un personaggio intensamente umano. Ironica, vulnerabile, a volte frustrata dalla sensazione di non essere presa sul serio, Tuva trasforma la propria fragilità in uno strumento di comprensione profonda degli altri.

Il microcosmo scolastico in cui si muove è delineato con grande attenzione: colleghi, vicepresidi, docenti di materie diverse, ognuno con tic, ambizioni, ipocrisie e piccole rivalità. Le chat di gruppo – amate e detestate – diventano uno spazio narrativo fondamentale. È proprio attraverso i messaggi, gli scambi scritti, gli entusiasmi e le irritazioni digitali che emergono le personalità e le crepe nei rapporti. Non è un caso che il titolo, L’assassino sta scrivendo, rimandi a questa dimensione: la parola scritta, veicolata nelle chat, è parte integrante del mistero.

La morte violenta di Erika, una studentessa riservata e frequentatrice abituale della biblioteca, scuote il liceo e si trasforma rapidamente in un caso mediatico nazionale. I media, infatti, si avventano sulla tragedia con un’attenzione famelica, mentre all’interno della scuola emergono segreti, ambiguità e comportamenti ambivalenti. Più che concentrarsi sulle procedure investigative tradizionali, il romanzo sceglie di raccontare le reazioni, specie quelle dei compagni di classe, dei docenti, dei giornalisti. È uno spaccato antropologico lucido, in cui la tragedia diventa lente d’ingrandimento sulle dinamiche umane.

L’indagine condotta da Tuva procede in parallelo a quella ufficiale. A metà narrazione, un’intuizione apparentemente lontana dal delitto apre una pista decisiva. A guidarla non è solo il ragionamento logico, ma quel fiuto fatto di osservazione minuziosa, attenzione agli odori, ai dettagli, alle incoerenze.

La scrittura di Elena Campani è elegante e capace di alternare registri diversi: dal linguaggio scolastico ai tecnicismi della storia dell’arte, dalle conversazioni con un amico straniero ai brevi messaggi delle chat.

Oltre al mistero, il romanzo affronta temi profondi come il lutto, la perdita, il senso di inadeguatezza, la superficialità collettiva di fronte al dolore altrui. Ma accanto al buio si intravede sempre una possibilità di riscatto. Il finale, pur attraversato dal peso della tragedia, si apre alla consapevolezza che fragilità e coraggio possono convivere.


genere: giallo

anno di pubblicazione: 2026

pagine: 293

editore: Bompiani





mercoledì 22 aprile 2026

LA MAESTRA

 




La maestra - José Antonio Lucero -

recensione a cura di Connie Bandini 


José Antonio Lucero – scrittore e docente spagnolo – dà vita a un romanzo di formazione rovesciato che non segue l’ascesa, ma la resistenza.

 Nel 1936 Eulalia – Lali per tutti – arriva in un villaggio della Sierra di Cadice con una valigia di metodi moderni e la certezza che la scuola possa cambiare destini. Il suo insegnare è gesto civile che intende accendere curiosità, dare parole e strumenti a bambini che rubano ore al lavoro nei campi. Proprio quell’idea di istruzione come emancipazione, però, la pone al centro del mirino. Con lo scoppio della guerra civile e l’avvento del franchismo Lali, come molte colleghe, viene radiata, incarcerata, privata della libertà e dell’amicizia di Juana, scomparsa nei giorni bui della prigionia.

Lucero intreccia in maniera efficace due linee temporali: la giovinezza di Lali e il presente, trent’anni dopo, quando una giovane sconosciuta bussa alla sua porta e riapre un archivio di memorie mai pacificate. Il meccanismo narrativo è semplice ma efficace; la visita innesca un confronto tra ciò che la repressione ha tolto e ciò che l’insegnamento ha lasciato in eredità. Ne nasce un dialogo tra generazioni che mostra come il seme piantato in aula possa germogliare a distanza di decenni.

Molto interessante è la restituzione storica: la campagna contro il corpo docente repubblicano, l’oscurantismo istituzionale, le “colpe” delle maestre – alfabetizzare, far pensare, educare alla parità – sono raccontati con chiarezza e misura. Lali non è un’eroina di marmo, ma dubita, ha paura, inciampa. È proprio questa fragilità a renderla memorabile e a dare spessore ai rapporti, tra cui l’amicizia con Juana, il patto con gli alunni, la solidarietà femminile che attraversa il romanzo.

La prosa di Lucero è limpida e il romanzo si fa inno all’istruzione come atto d’amore e di coraggio. Si parla di vocazione e di memoria, ma soprattutto di responsabilità. Risulta chiaro il concetto che insegnare sia un gesto politico perché restituisce futuro. Lucero consegna al lettore una storia che commuove, ricorda e invita a riconoscere, nelle aule e fuori, quegli insegnanti che hanno continuato a custodire il fuoco anche quando tutto intorno calava il buio.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

pagine: 416

editore: Libreria Pienogiorno

 

mercoledì 1 aprile 2026

NOI SIAMO I BRIGANTI

 




Noi siamo i briganti - Sara Rattaro -

recensione a cura di Connie Bandini


Un parcheggio sconnesso, un furgone malandato e una palla ovale che rimbalza dove vuole: da qui parte Noi siamo i Briganti, romanzo ispirato a una storia vera che trasforma il rugby in un’educazione sentimentale alla vita. Siamo a Librino, quartiere difficile di Catania dove cemento, povertà e microcriminalità sembrano scrivere in anticipo il destino dei ragazzi. Franco e Paolo, due allenatori testardi, decidono di contraddirlo: mettono insieme una squadra, i Briganti, e offrono ai ragazzi un luogo di regole, appartenenza e possibilità.

La voce di Marco, orfano di madre, è il cuore del racconto. In lui il rugby diventa grammatica morale: cadere, rialzarsi, avanzare insieme. Il romanzo non indulge in retorica, ma mostra allenamenti sotto la pioggia, trasferte improvvisate, sconfitte che bruciano e piccole vittorie che cambiano lo sguardo. La squadra è una comunità concreta, fatta di compagni che si tirano su per le spalle, allenatori che sanno pretendere e abbracciare. La frase–manifesto “non si gioca per battere l’avversario, ma per zittire la voce che ti dice che non ce la farai” sintetizza perfettamente l’asse psicologico del libro.

Rattaro fa dell’ambientazione, che vive e respira, uno dei fulcri della storia: Librino è un labirinto di ferite, motorini e balconi che diventano controcampo del campo da rugby. Il ritmo è teso e caloroso, capace di alternare il pathos della partita alla tenerezza dei legami; la dimensione collettiva prevale sull’eroe solitario, e questa scelta rende il messaggio più credibile e interessante.

L’autrice ricorre all’utilizzo di una lingua limpida, accessibile, che parla ai lettori giovani senza semplificare la durezza del contesto.

Una lettura avvincente, un inno alla responsabilità reciproca che vede lo sport come argine e come trampolino, la squadra come famiglia scelta. Un romanzo che fa venire voglia di scendere in campo, qualunque sia il campo di ciascuno.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

pagine: 208

editore: Mondadori


venerdì 13 marzo 2026

LE PAROLE DELLA PIOGGIA

 




Le parole della pioggia - Laura Imai Messina - 

recensione a cura di Connie Bandini


A Tokyo, nei giorni di pioggia, una donna attende con l’ombrello già aperto e cammina accanto agli sconosciuti. Non è solo un lavoro, ma un rito, una sospensione del mondo. Questa è l’immagine semplice e potentissima al centro del nuovo libro di Laura Imai Messina, scrittrice romana da tempo residente in Giappone.

L’autrice costruisce attorno a questa immagine una fiaba metropolitana fatta di ascolto e discrezione, un coro di voci femminili – studentesse, casalinghe, vedove, donne in transito – che si presentano con la formula iniziatica «Sono nata in un giorno di pioggia» e offrono riparo, tempo, silenzio.

Fra loro spicca Aya, personaggio magnetico: sembra abitare naturalmente la stagione delle nuvole, porta con sé un Dizionario delle parole della pioggia (lessico affettivo che diventa mappa emotiva) e attende Toru, un pugile destinato a perdere, perché, suggerisce il romanzo, servono anche gli sguardi di chi cade e da terra impara a vedere diversamente. La relazione fra Aya e Toru è un filo sottile di presenze, una fiducia che si esercita nella condivisione dell’ombrello, stanza mobile dove i segreti possono essere raccontati senza clamore.

La scrittura è il vero motore del racconto: limpida, visiva, controllata. Imai Messina lavora per dettagli acustici e tattili, compone paragrafi brevi, lascia che le scene si depositino per risonanza più che per svolta narrativa. Le illustrazioni di Emiliano Ponzi, luminose e insieme malinconiche, amplificano la partitura.

Il libro parla di cura e memoria, del potere gentile della parola quando è protetta dal pudore.

Se nel testo si ricercano conflitti marcati e colpi di scena, si potrebbe avvertire una certa esilità d’intreccio. Ma è una scelta consapevole. Le parole della pioggia è un romanzo di atmosfera, non di trama: è la lettura ideale per lettori e lettrici che amano storie lente e sensoriali, il Giappone raccontato senza esotismi e una letteratura capace di consolare.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

pagine: 144

Editore: Einaudi


domenica 1 marzo 2026

L'INVERNO DELLE STELLE

 




L’inverno delle stelle - Nicoletta Verna -

recensione a cura di Connie Bandini


Nicoletta Verna – autrice di origine forlivese ma residente a Firenze – firma il suo esordio nella narrativa per ragazzi con una storia che è insieme avventura, romanzo storico e di formazione.

Sirio – nome da maschio, carisma da capo, una naturale propensione alla menzogna come gesto di libertà – guida una banda di ragazzini che scorrazza tra boschi, cave e rovine, in quell’istante sospeso in cui la guerra sembra altrove.

In un castello sulle colline i ragazzi trovano un soldato ferito, muto, senza memoria: è un nemico da consegnare o un essere umano da salvare? Il gruppo si spacca; Sirio sceglie la pietà, e da lì parte un romanzo che è soprattutto una corsa contro la paura e contro la logica spietata dei tempi.

Verna affida la complessità di un dilemma etico alla prospettiva di una dodicenne che impara, sbagliando, quanto costi prendersi cura. La scrittura è concreta, capace di alternare pagine d’azione a pause di respiro in cui Sirio fa i conti con le proprie mancanze – un padre mai avuto, un bisogno feroce di essere vista – e con i fantasmi degli adulti.

Sirio è un personaggio magnetico: autoritaria, contraddittoria, tenera quando non dovrebbe, spavalda quando ha paura. Attorno a lei la banda – con l’amicizia ruvida con Dante e il dolcissimo Giovacchino, strabico e perseguitato – disegna una piccola comunità che decide, sbaglia, ripara.

L’intreccio tra finzione e realtà è un valore aggiunto del romanzo. L’uso del reale Castello di Vincigliata, le comparse illuminanti di figure storiche come una giovane Margherita Hack e la partigiana Anna Maria Ichino aprono finestre su un’epoca, senza appesantire il ritmo del racconto.

Il romanzo lavora su temi forti – responsabilità, identità, confine fra giusto e legale – con una lingua accessibile ma non semplificata, ricca di immagini sensoriali e dialoghi vivi.

Attraverso pagine che scorrono rapide ma lasciano il segno nel lettore, Verna ricorda che crescere è decidere da che parte stare e reggere lo sguardo, anche quando fa male.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

pagine: 408

editore: Rizzoli

 


domenica 1 febbraio 2026

TANGO ALLA FINE DEL MONDO

 





Tango alla fine del mondo - Diego Cugia -

recensione a cura di Connie Bandini


Diego Cugia, autore noto per la sua voce radiofonica e per i romanzi capaci di intrecciare con maestria realtà e finzione, sceglie di percorrere con questo romanzo una via narrativa insolita: il feuilleton moderno. Ambientata nella Sicilia del 1894 e poi nel Nuovo Mondo, la storia recupera l’anima del grande romanzo popolare ottocentesco e lo reinterpreta con un ritmo appassionato e vibrante.

La storia prende avvio a Palermo, dove Michele Maggio, la moglie Caterina e le figlie gemelle Diana e Olivia vengono denunciati per aver partecipato a una manifestazione contro le tasse. Costretti a lasciare il loro podere a Isola delle Femmine, cedono alle false promesse di Don Tano Calò, spietato agente marittimo che vende loro un sogno oltreoceano: una fazenda in Argentina e quattro biglietti per il piroscafo. Ma già al porto la faccenda si complica: manca un biglietto e Diana, la più ribelle delle gemelle, resta in Sicilia, consegnata di fatto al desiderio ossessivo di Don Tano.

Il viaggio della famiglia Maggio si divide così in due tronconi: in Argentina, Michele trova lavoro al mattatoio, ma la vera salvezza si palesa di notte, in un locale del porto in cui gli immigrati creano un linguaggio nuovo fatto di musica e passione: il tango. 

Diana, rimasta in Sicilia, è la figura più potente del romanzo: vittima trasformata in carnefice, fragile e feroce al tempo stesso, capace di incarnare la ribellione e la ricerca di riscatto. La sua vicenda si intreccia a quella del padre in un percorso parallelo che ne fa due poli narrativi destinati a sfiorarsi e a ferirsi. 

Cugia non risparmia nulla al lettore: morti, violenza, tradimenti, passioni travolgenti e colpi di scena si susseguono con un ritmo serrato. È vero, a tratti il romanzo sembra sfiorare l’eccesso, trasformandosi in una sorta di soap opera d’altri tempi. Ma proprio questa ricchezza, questo continuo rilancio, è ciò che rende la storia appassionante come un ballo sfrenato.

La prosa di Cugia è poetica e mai banale. L’uso del dialetto siciliano e del cocoliche argentino dona verità ai dialoghi e ai personaggi, immergendo il lettore in un mondo vivo, fatto di voci autentiche. 

A fine lettura la sensazione che resta è duplice: da una parte il rammarico per aver lasciato i personaggi, dall’altra il desiderio irrefrenabile di ascoltare, conoscere e ballare il tango. 


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2014


lunedì 26 gennaio 2026

SCIALACCA





Scialacca - Kristine Maria Rapino -

recensione a cura di Connie Bandini


L’abruzzese Kristine Maria Rapino, attraverso una prosa densa, evocativa e squisitamente sensoriale indaga il tema universale del ritorno e del perdono familiare con una scrittura che mescola con naturalezza introspezione e concretezza.

Francesco Lomonaco torna nella casa di famiglia, sulla costa adriatica, nel cuore di un territorio che conserva ancora l’odore del sale e delle ferite non rimarginate. Al suo fianco c’è Aria, una ragazza albina, fragile e intensa, chiamata ad accompagnarlo nel difficile percorso di disintossicazione. Aria è una presenza che guida, senza giudicare. Anche lei, però, custodisce nel silenzio un dolore, generato da una storia taciuta.

Ad accoglierli, una famiglia che nel frattempo ha imparato a sopravvivere senza Francesco: una madre dolce esattamente come tanto tempo prima, un padre chiuso in sé e poco loquace e un fratello maggiore, Gillo, un tempo protettivo, oggi corazzato da rancore e disincanto.

È quest’ultimo, insieme alla fabbrica di fuochi d’artificio, il vero epicentro del romanzo. Quel luogo, fisico e simbolico insieme, è stato teatro di un passato doloroso e proprio lì, dove la polvere da sparo incontra l’acqua stagnante, si sedimentano i ricordi, le colpe e gli affetti sospesi.

La scialacca diventa così una potente metafora di ciò che resta: uno spazio dove il tempo non guarisce ma preserva la memoria, come una rete in cui si impigliano gli oggetti perduti e i legami che non si è riusciti a lasciar andare.
Tornare in quel luogo, per Francesco, significa affrontare i fantasmi del passato.

Il romanzo si muove su un equilibrio delicato tra il visibile e il taciuto, tra il gesto quotidiano e l’abisso interiore. Il dramma che ha spezzato i rapporti tra Gillo e Francesco aleggia fin dalle prime pagine: non viene subito esplicitato, ma si avverte come un nodo che stringe l’aria e condiziona ogni parola.

L’incontro tra i due fratelli Lomonaco è un lento avvicinamento, fatto di diffidenza, rabbia e affetto che non ha smesso di covare sotto la cenere. Sarà necessario un ponte tra i due per operare una vera e propria rinascita.

In un’intervista, Kristine Maria Rapino racconta che il personaggio di Francesco nasce da un incontro reale: un tossicodipendente conosciuto durante la sua esperienza come volontaria accanto ai senzatetto, morto pochi giorni prima di entrare in comunità. Scrivere, quindi, diventa un modo per restituirgli una seconda possibilità e un diverso destino.

E così il romanzo si fa omaggio a tutti gli invisibili che popolano le nostre città e le nostre coscienze. Rapino mostra con delicatezza e rispetto l’autenticità della caduta e del perdono, parla delle assenze che segnano, dei silenzi che pesano e della possibilità — fragile ma reale — di trovare la luce anche nei luoghi più oscuri.


genere: narrativa

anno di pubblicazione. 2025

mercoledì 3 dicembre 2025

PROMETTIMI CHE NON MORIREMO

 




Promettimi che non moriremo - Mara Carollo -

recensione a cura di Connie Bandini


Con un romanzo d’esordio intenso e appassionante, Mara Carollo regala al lettore il ritratto indimenticabile di una donna che attraversa il Novecento portando su di sé il peso della Storia e la forza di un desiderio inestinguibile.

La protagonista è Caterina, nata in una contrada dell’Alto Vicentino, figlia di una civiltà contadina fatta di fatiche e silenzi. Quando, nel 1918, il padre torna dalla guerra ridotto a un’ombra e con lo sguardo spento, Caterina, che ha solo cinque anni, conosce per la prima volta la paura e lo spaesamento: la consapevolezza che la vita non sarà mai semplice.

Il romanzo segue la sua esistenza lungo tutto l’arco del secolo, dall’infanzia alla vecchiaia negli anni Ottanta. La sua storia privata si intreccia con le grandi vicende collettive: il fascismo, la Resistenza, il boom economico. Caterina vorrebbe restare lontana dalla politica, ma la violenza dei fatti della Storia irrompe comunque nella sua vita, travolgendola insieme ai suoi affetti.

Accanto a lei, sin dall’infanzia, c’è Mario, compagno di giochi e primo amore. Lui riesce a studiare, entra in seminario, diventa ingegnere, mentre Caterina resta legata a una terra che vorrebbe lasciare. Tra i due c’è un legame profondo e irrinunciabile, ma sempre ostacolato da circostanze, scelte e destini che li spingono lontani. L’amore che li unisce diventa così una tensione costante, un sogno inseguito per tutta la vita.

Caterina è testarda, curiosa, ribelle a modo suo. Lavora senza tregua, impara il mestiere di sarta per cercare un riscatto, legge avidamente ogni libro che le capita tra le mani. È una donna che non smette mai di cercare: piccole soddisfazioni, possibilità di emancipazione, una vita diversa. Eppure resta spigolosa, scomoda, sempre controcorrente, fedele al proprio istinto più che alle convenzioni sociali.

Prima madre e poi nonna, continua a lottare per la coerenza con se stessa, anche quando il mondo intorno sembra andare in direzioni opposte.

Carollo riesce a intrecciare la grande Storia con la quotidianità minuta, restituendo atmosfere vivide di un mondo contadino ormai scomparso. La sua Caterina non è un’eroina né un’idealizzazione: è una donna autentica, segnata dalla fatica e dalle rinunce, ma animata da una forza ostinata che la spinge a non arrendersi mai.

Un romanzo che parla di sopravvivenza, ma anche di desiderio. Perché è proprio il desiderio – di conoscere, di amare, di andare oltre – la linfa vitale che tiene accesa la vita di Caterina e rende la sua storia universale.


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

 


venerdì 28 novembre 2025

LA VITTIMA MANCANTE

 




La vittima mancante -Robert Bryndza -

recensione a cura di Connie Bandini


Una sedicenne, scomparsa nel nulla dopo essere uscita a comprare le sigarette per la madre, del cui corpo non si troverà mai traccia. Un uomo accusato e condannato, ma assolto per insufficienza di prove anni dopo. Un mistero aperto che diventa uno dei cold case più inquietanti della capitale.

Trent’anni dopo, nell’era dei podcast true crime, un’agenzia creativa decide di riesumare il caso e ingaggia Kate Marshall, ex poliziotta e ora investigatrice privata, insieme al suo fidato collaboratore Tristan Harper. Per Kate, però, questa non è una semplice indagine: la pista riporta a galla il nome di Peter Conway, serial killer che ha distrutto la sua carriera e la sua vita personale. L’uomo, un tempo suo superiore e amante, è ora gravemente malato in carcere, ma la sua ombra continua a incombere.

Robert Bryndza costruisce un thriller classico che si serve delle atmosfere del cold case: documenti polverosi, testimoni che ricordano a metà, indizi corrotti dal tempo e sospetti che si moltiplicano. Kate e Tristan si muovono tra King’s Cross, un tempo quartiere degradato e oggi completamente trasformato, e i sobborghi londinesi, scavando in segreti mai del tutto svelati.

L’inchiesta si alterna a tensioni personali: il peso dei ricordi di Kate, le difficoltà economiche legate alla gestione del campeggio ereditato, il rapporto con il figlio Jake e la solida, affettuosa complicità con Tristan.

Il ritmo narrativo cresce progressivamente: se la prima parte si concentra sulla ricostruzione del contesto e sull’intreccio dei personaggi, dalla metà in avanti la trama accelera, infittendosi di colpi di scena e rivelazioni che portano a un finale sorprendente e, soprattutto, plausibile. Bryndza dosa con abilità verità taciute, piste ingannevoli e false confessioni, fino a sciogliere l’enigma con un equilibrio che lascia il lettore soddisfatto ma inquieto.

Kate è una protagonista complessa, segnata da errori e traumi, ma determinata a non lasciarsi schiacciare. Tristan, giovane, brillante e leale, è un perfetto contraltare: la sua presenza alleggerisce i toni cupi e dona freschezza alle indagini. Accanto a loro, un coro di figure secondarie credibili, mai solo comparse, che contribuiscono a rendere la vicenda tridimensionale.

Consigliato a chi ama i cold case avvolti da atmosfere cupe, con protagonisti realistici e umani, e a chi non ha paura di perdersi in un labirinto di menzogne per trovare, finalmente, la verità.


genere: thriller

anno di pubblicazione: 2025

 


giovedì 23 ottobre 2025

LA CURVA DELL'OBLIO

 




La curva dell'oblio - Gian A. Cerone -

recensione a cura di Connie Bandini


Gian Andrea Cerone firma il quarto capitolo della serie dedicata all’UACV, l’Unità di Analisi del Crimine Violento della questura di Milano e cattura il lettore fin dalle prime righe, con un incipit di grande impatto e inquietante. In una mansarda di Lambrate viene ritrovato il cadavere di un uomo dissanguato, il corpo circondato da sacche colme del suo stesso sangue e coperto da una maschera da medico della peste. Una firma inquietante e macabra, suggellata dalla fotografia in bianco e nero di una rara rosa, che annuncia l’inizio di un piano di vendetta.

Il commissario Mario Mandelli e l’ispettore Antonio Casalegno si rendono conto di trovarsi davanti a un assassino feroce e metodico, deciso a lasciare un messaggio.

Non si tratta, però, dell’unico caso di cui occuparsi. Infatti, mentre la giovane e determinata Caterina Dei Cas – incinta al settimo mese e compagna di Casalegno – sostituisce Mandelli alla guida delle indagini, il commissario e l’ispettore vengono richiamati dai superiori a occuparsi di un cold case in Val di Fassa. Un senatore pretende la riapertura del fascicolo sulla morte del figlio, avvenuta dieci anni prima e archiviata come accidentale, durante un periodo in cui la valle era stata sconvolta da delitti rituali.

Il valore aggiunto del romanzo sta proprio in questa doppia indagine, che corre su due binari solo in apparenza distanti: la Milano urbana, crepuscolare e soffocata dall’inverno, e la Val di Fassa, sospesa tra bellezza alpina e memorie oscure. I due filoni narrativi si intrecciano progressivamente fino a un epilogo capace di sorprendere e far riflettere, ponendo il lettore di fronte a temi universali come la colpa, la giustizia e la memoria.

Cerone non solo costruisce un giallo avvincente, ma cesella anche ritratti umani di grande realismo. Mandelli, figura ormai consolidata, non è un eroe senza macchia: è un uomo che dubita, che invecchia, che porta sulle spalle nostalgie e ferite mai del tutto rimarginate. Attorno a lui si muove una squadra viva e credibile, fatta di poliziotti con difetti, fragilità e ironia, che i lettori ritrovano libro dopo libro e a cui pian piano si affezionano.

La scrittura è elegante, incisiva, capace di bilanciare ritmo serrato e momenti di introspezione. I dialoghi risultano autentici e credibili, mentre le ambientazioni – Milano e le Dolomiti – non sono uno sfondo ma risuonano con i sentimenti dei personaggi: la città come specchio della tensione investigativa, la montagna come teatro di memorie sommerse e nostalgie profonde.

Se rispetto ai volumi precedenti la trama appare meno intricata, la quarta storia di Cerone eccelle in spessore simbolico e riflessivo, trasformandosi in un noir che scava nell’animo umano oltre che nelle paludi del crimine.

genere: noir

anno di pubblicazione: 2025


giovedì 16 ottobre 2025

LA LEVATRICE






La levatrice - Bibbiana Cau -

recensione a cura di Connie Bandini


Con La levatrice, Bibbiana Cau, ostetrica sarda che nel corso della sua lunga carriera lavorativa ha avuto il privilegio di aiutare molte vite a nascere, offre al lettore un romanzo potente e intenso, una storia in cui la saggezza popolare si mescola con il progresso e crea frizioni difficili da affrontare.

Le protagoniste sono due donne molto diverse che, tuttavia, rappresentano le due facce di una medesima medaglia: Angelica, coraggiosa e istruita, viene rifiutata dalla comunità presso cui è costretta ad andare; Mallena, carica di esperienza, fatica a venire accettata da un sistema che sta cambiando e per il quale la saggezza popolare non rappresenta più, come in passato, un valore aggiunto. Due donne in lotta, quindi; due figure agli antipodi che mostrano tuttavia la medesima caparbietà, la stessa determinazione e un uguale spirito indomito, caratterizzato in fondo da uno stesso desiderio di indipendenza e di affermazione.

Mallena è la llevadora, figura fondamentale per la realtà in cui vive: la sua esperienza, messa a disposizione della comunità di Norolani, è un sapere antico trasmessole dalla madre. Nulla chiede in cambio, Mallena, fino a quando le condizioni di salute del marito, rientrato dalla guerra ferito nel corpo e nell’anima, richiedono cure costose. E allora, per pagarle, Mallena reclama un compenso per il lavoro svolto, ma il consiglio comunale glielo nega.

Anche Angelica, ostetrica laureata inviata a Norolani per sostituire la llevadora, è una donna che porta su di sé profonde cicatrici, frutto di scelte di vita coraggiose e poco convenzionali.

Le due donne troveranno un terreno comune – la lotta contro le ingiustizie e il giudizio – che le avvicinerà anziché farne due nemiche. La sorellanza tra le due si rafforza poi quando l’intera comunità, nel momento di maggior bisogno, si schiera al fianco della llevadora per aiutarla a imprimere una svolta al suo destino.

Un romanzo storico ben strutturato, che celebra la forza femminile, capace di risuonare con ancora maggior vigore se inserita in una realtà come quella raccontata dall’autrice, una Sardegna aspra ma orgogliosa e fiera delle proprie tradizioni e radici.  


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025

 

giovedì 18 settembre 2025

COME BRACE COPERTA





Come brace coperta - Alice Malerba -

recensione a cura di Connie Bandini

 

Acqua e fuoco sono i due elementi della natura che dominano il romanzo di Alice Malerba, autrice torinese residente in Svizzera.

Si comincia con l’acqua, quella infida e sporca di fango che si insinua sotto le porte di casa e nelle vite degli abitanti del Polesine che, nell’autunno 1951, vedono i loro sogni e il frutto dei loro sacrifici sommersi da una spessa patina melmosa.

Si tratta di un evento di cui a lungo si è parlato nel nostro Paese, un’alluvione che trascina con sé speranze e futuro di un’intera popolazione e la lascia nuda e sconfitta.

Tra le persone colpite dalla calamità naturale c’è anche Nora, dieci anni al momento del disastro, che osserva il suo mondo e il suo domani scomparire sotto una coltre appiccicosa e maleodorante, ma non ha alcuna intenzione di restare immobile a guardare.

Quando, qualche anno dopo, la sua famiglia, costretta ad arrendersi di fronte a una terra diventata ormai troppo fragile per consentire una vita dignitosa, parte per le risaie vercellesi, Nora comprende che le difficoltà cui sta andando incontro sono forse maggiori rispetto a quelle lasciate: una nuova regione, un ambiente sconosciuto, un dialetto incomprensibile, la diffidenza dipinta negli occhi della gente. E poi la risaia, che ancora una volta spinge Nora e la famiglia a trascorrere ore e ore immersa nell’acqua e nel fango.

Ed è proprio in questo momento che il fuoco che da sempre è sopito nel cuore della coraggiosa ragazzina, come brace coperta pronta a divampare, si manifesta e la guida verso quella libertà e quella indipendenza che Nora pensa di meritare, a ragione.

Fiera, combattente, orgogliosa, Nora è una figura splendidamente caratterizzata dall’autrice, che la rende al lettore in tutta la sua caparbietà e ostinazione. Attraverso il suo cammino di rinascita Malerba mostra il coraggio, la voglia di reiventarsi, il desiderio di emanciparsi e il potere incendiario di chi, animato dalla forza di volontà, è capace di risollevarsi, di fare i conti con il proprio passato, di voltare pagina e di ricominciare a camminare, magari su un terreno asciutto. 


genere: narrativa

anno di pubblicazione: 2025