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giovedì 23 luglio 2026

LA FINESTRA SBAGLIATA - ETICHETTE

 



Etichette


Quando approcciai alla psicologia per la prima volta, molti anni fa, dopo essermi accorta che il diritto non avrebbe mai soddisfatto i miei desideri più profondi, notavo già nell'ambiente una certa rincorsa all'etichettamento che mi metteva parecchia angoscia.

Una psicologa che incontrai nel mio cammino formativo, e che in seguito divenne mia amica e collega, non ricorreva mai alle etichette, proprio questo mi piaceva tanto di lei. Un giorno, in merito a un ragazzo, mi disse: “non lo so se è un narcisista, io posso dirti se mi sembra uno stronzo!”.

Ecco, da lì in avanti tutti i nostri partner, i nostri genitori, i nostri colleghi, per i più onesti persino la copia di noi stessi, hanno cominciato ad avere tutti i requisiti per essere considerati narcisisti. Poi è stata la volta del narcisista maligno, e così via.

Da pochi anni, invece, da quando ho ripreso gli studi universitari per ultimare il mio percorso di seconda laurea in psicologia, ho notato che non c'è più verso di incontrare una persona, incluso il nostro riflesso nello specchio, che non rientri nella definizione di ADHD, spettro autistico, o entrambi...

Non è un caso che a metterci in guardia dall'inflazione diagnostica sia stato proprio Allen Frances, l'uomo che ha guidato la stesura del DSM-IV: nel suo Primo, non curare chi è normale denuncia come si sia arrivati, quasi senza accorgersene, a etichettare come malattia mentale la normale fatica di vivere.

Attenzione: non voglio negare alcunché; però le cose sono due: o siamo tutti malati e/o neuro divergenti - e allora il concetto di normalità svanisce - oppure questa rincorsa all'etichettamento ha altre motivazioni. Per me sono vere un po' tutte e due.

Non è l'etichetta in sé il problema — altrimenti dovremmo buttare a mare anche la diagnosi più utile, quella che a qualcuno ha finalmente dato un nome al proprio dolore, restituendogli sollievo invece di angoscia. Il problema comincia quando l'etichetta smette di essere una chiave di lettura e diventa una gabbia: quando non la usiamo più per capire meglio qualcosa di noi, ma per smettere di guardare tutto il resto. Quando ci identifichiamo così tanto con una parola che ogni sfumatura che non rientra in quella parola viene, semplicemente, cancellata. E quando le diagnosi si moltiplicano — una sull'altra, spesso auto-somministrate su Instagram prima ancora che da un professionista — il sospetto è che non stiamo cercando di conoscerci di più, ma di conoscerci di meno: un'etichetta in più, spesso, è una domanda in meno che ci concediamo di farci, una zona comfort in cui mettersi al riparo dal rischio della crescita.

Ma allora, mi chiedo, a cosa serve l'etichetta se non ad alimentare confini e sfamare alcuni indotti?

James Hillman, ne Il codice dell'anima, arriva a bandire dal proprio vocabolario quasi tutto il gergo della psicologia clinica, per restituire a ciascuno la propria irriducibile unicità, "al di là di etichette, classificazioni diagnostiche ed alcune superstizioni psicologiche".

Ecco, per me la maggior parte delle volte si tratta di conoscersi, e amarsi, e rispettarsi, e carezzarsi, anche quando si sta male, si sta male persino con se stessi.


venerdì 3 luglio 2026

LA FINESTRA SBAGLIATA - STREGHE SENZA ROGO

 



Streghe senza rogo


Qualche tempo fa mi hanno detto che se fossi nata in un’epoca diversa mi avrebbero arso al rogo come una strega, è così, l’ho sempre saputo, ma ogni epoca ha i suoi roghi…

Non ne faccio un vanto, quante volte questo è stato ed è un vero limite, un karma con cui mi confronto ogni giorno e a cui ogni giorno cerco di sfuggire, per poi accorgermi semplicemente che non posso… si tratta di stranezze, impulsi innaturali perché non adattivi … per chi ci ama, una malformazione del carattere, per chi ci stima da lontano, un carisma, per chi ci vuole proteggere, un eccesso da smussare, per chi ci cura, una forma di disadattamento grave al primo contesto.

Ma non posso farne a meno, mi opprimono l’ipocrisia e il linguaggio tiepido e formale in cui siamo costretti, mi stancano i toni e i linguaggi che ritrovo identici nelle chat di intelligenza artificiale. Ho un bisogno ardente di parole di verità. Per verità intendo l’aderenza tra ciò che percepiamo e sentiamo e ciò che diciamo e facciamo.

Forse aveva ragione Voltaire a dire che "Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle", ma è anche vero che fino a poco tempo fa era ancora possibile sentire una frase come quella che pronunciò Indro Montanelli: "Se c’è una caccia alle streghe, vado prima di tutto a sentire le ragioni delle streghe". È quello che faccio anch'io, sempre. Ma ora una simile esternazione da parte di persone affermate e in vista non sarebbe possibile, relegherebbe chi la pronuncia nel girone dei creduloni.

Forse una società come la nostra non ha i roghi perché ha perso di verità: ardere, manifestare, bruciare, fuoco, fiamma, fumo, tutte manifestazioni del reale che noi aborriamo. Noi uccidiamo senza pathos, noi manifestiamo solo se non abbiamo nulla da perdere.
Eppure, o forse proprio per questo, abbiamo un bisogno estremo di qualcuno che faccia o dica qualcosa solo perché lo sente, senza calcolo, senza convenienza e senza bisogno di sabotare, ma solamente perché ne ha bisogno e voglia.

Ecco, per me oggi è questa la trasposizione 4.0 del concetto di strega. La strega non crede in molte cose, ma crede in qualcosa. La strega ci ricorda che una via maestra esiste, che non tutto è in vendita, non tutto è falsificabile, non tutto è riproducibile. Qualcosa nasce, la verità, qualcosa muore, una possibilità di vita libera e dignitosa. Ma oggi che spazio abbiamo per tanto acume, per tanta libertà, per tanta bellezza, per tanto ardore?


È molto deprimente per me, lo ammetto, questa decadenza generale, questa approssimazione, questa perdita della lingua, dei mestieri, della minima speranza; tutto è volgare, e non mi riferisco alle cosce, tutto è slantentizzato, tutto è in vetrina, la rabbia, gli sfoghi, buttati lì a casaccio, senza un minimo di costruzione, senza preoccuparsi di trasmettere o lasciare qualcosa.
Tutto è arte, perché nulla lo è più, chiunque può diventare scrittore o cantante, basta dirlo, chiunque può farlo, tranne chi lo è davvero… Ma dirlo, dirlo non si può, si passa subito nel girone degli invidiosi, perché in questa società il vincente è chi si afferma, in qualunque modo e forma. A suo modo ha vinto, perché ha capito le regole del gioco…
Tutto merita attenzione, tranne i nostri compagni, tranne i nostri anziani o i nostri figli, tutto conta, come se nulla contasse davvero, tutto va incluso, protetto, perché tutto è alla mercé del peggiore e tutto viene profanato.
Siamo tutti convinti di sapere come debbano vivere gli altri, ma nessuno è più in grado di accordarsi nemmeno con una persona al mondo, per un qualsiasi progetto di vita, sentimentale, amicale, lavorativo o artistico che sia…
Siamo tutti sarcastici verso gli altri, tutti convinti di stare nel giusto, ma questa incapacità a guardarci dentro, a riconoscere le nostre ombre, ci rende ogni giorno più intransigenti verso gli altri e sempre più ciechi ai nostri veri bisogni…
Quando poi, se un regista decidesse di dedicare un film alla nostra vita, nel 90% dei casi ne verrebbe fuori un capolavoro dell’horror. È sufficiente entrare in intimità con chiunque per rendersi conto di cose che dall’esterno non trapelano.
Siamo così, tragedie in corso senza copione, capolavori al ribasso, storie che resteranno anonime fino a che ce ne saranno altre sul podio. Che sollievo, anche oggi siamo tutti salvi, anche oggi c’è qualcun altro sul palco per noi.


venerdì 26 giugno 2026

LA FINESTRA SBAGLIATA - SCRITTORE O INFLUENCER -

 



Scrittore o influencer 

 

Qualche tempo fa, una persona con cui ho avuto un alterco virtuale, mi ha detto una cosa che mi ha fatto riflettere.
Ha concluso la sua arringa dicendo che ricevo solo 30 like al giorno, pur fregiandomi di scrivere.

Se non mi avesse frattanto bloccata, le avrei risposto che uno scrittore è cosa diversa da un influencer, per grazia di Dio, e che oggi come oggi non avere molto seguito può essere – non dico necessariamente sintomo di indipendenza morale – ma molte volte condizione unica per una visione lucida delle cose che consenta un margine vitale di libertà… sì, insomma, che consenta di non dover fare il coro alle varie espressioni del potere solo per gratificare il proprio pubblico.

Ma poi mi sono resa conto che aveva ragione. Oggi si misura uno scrittore dal numero di like sui social e si acquista il libro di autori che a loro modo “influenzano” – poco importa se lo fanno “di mestiere” o se alla capacità di scrittura hanno affiancato quella di esporsi e avere un seguito. Entrambe le cose, però, hanno sempre un prezzo. Tuttavia è un prezzo che spesso viene pagato volentieri, perché le persone hanno bisogno di sentirsi parte di una squadra percepita come vincente, di avere il libro di quella persona in casa, senza necessariamente leggerlo, per poter dimostrare uno status, come prima accadeva con l’ultimo modello di frullatore o con l’automobile.

Da lettori a consumatori, da romanzo a bene di consumo.

Anche io, nel mio piccolo, ho dovuto imparare linguaggi non miei. Ero sempre all’ultimo posto, negata per qualunque tipo di esibizione, da bambina diventavo bordeaux se solo mi veniva rivolta la parola.
Per questo mio temperamento non mi sono esposta prima con la scrittura. È inutile dire che se il testo vale si fa strada da solo. Non è vero. Se non ti esponi in qualche modo, se non hai un seguito, piccolo o grande che sia, nessuno potrà mai nemmeno accorgersi del testo e quindi scoprire se abbia qualche requisito o no.
Se poi si nasce in contesti socio culturali svantaggiati questo è ancora più vero.

Crescendo, ho cercato di cogliere il lato positivo di tutto questo. Sto imparando ad espormi senza rinunciare mai ai miei bisogni profondi, perché desidero che ogni passo converga con la mia natura.
Mi sto anche divertendo: parlare in pubblico, fare delle letture, rispondere a delle interviste.
Resta il fatto che non sono mai a mio agio e che anche lo fossi, si tratterebbe al più di una qualità suppletiva, non sarebbe di certo questo il metro per considerarmi una brava scrittrice.
Non di rado, per sentire bene, per sentire meglio, ho dovuto ritrarmi, abbassare il volume, osservare gli altri da un passo più in là, vivere il mondo da lontano, come fosse un insieme di meravigliosi scorci scovati da un punto invisitato.

«La solitudine si sa, non tutti se la possono permettere: non se la possono permettere i vecchi, non se la possono permettere i malati. Non se la può permettere il politico: il politico solitario è un politico fottuto di solito. Però, sostanzialmente quando si può rimanere soli con sé stessi, io credo che si riesca ad avere più facilmente contatto con il circostante, e il circostante non è fatto soltanto di nostri simili, direi che è fatto di tutto l’universo, dalla foglia che spunta di notte in un campo… fino alle stelle».

Fabrizio De Andrè, Frammento da Elogio della solitudine

 


venerdì 8 maggio 2026

LA FINESTRA SBAGLIATA - L'OLOCAUSTO E' COSA VIVA



 L’Olocausto è cosa viva

 Perché parlo di questo proprio ora che la situazione geopolitica è così calda e complessa da rischiare di essere fraintesi?

Beh, il rischio a parlare di Olocausto c’è sempre, se lo si fa in modo diverso dai canoni imposti dall’alto.

Si viene fraintesi quando si parla dell’accaduto nei campi di concentramento in modo dinamico, non solo tributando alle vittime il rispetto e il ricordo che meritano, ma anche tenendo a monito quanto accaduto per comprendere la realtà presente, anche quando non si arriva ancora all’atto finale più brutale dello sterminio dei corpi, ma ci si avvia per lande pericolose, iniziando quel lungo processo di disumanizzazione di un gruppo di persone (per etnia, per religione, per modi di essere) che porta a creare l’algoritmo delle “non – persone” e a svuotarle di dignità, rispetto, diritti.

Non si è giunti alla deportazione in un giorno, ma dopo diversi anni. Anni in cui tutto l’apparato politico e mediatico, e l’élite culturale e intellettuale – in testa la categoria medica – ha lavorato assiduamente affinché si ottenesse questa disumanizzazione.

Al punto che poi è stato possibile entrare nelle case, deportare interi nuclei familiari, anziani e bambini, mentre i vicini di casa, i parenti e i colleghi con cui fino a poco tempo prima si girava insieme in biciletta e si facevano feste di compleanno, non solo non si sono opposti ma spesso hanno gridato a gran voce “Sì portateli via questi sporchi ebrei!”.

Ecco, io credo che l’Olocausto sia ovunque ci lasciamo convincere del fatto che altri – in ragione di una loro caratteristica – per quanto a noi odiosa – possano perdere dei diritti, fino ad essere snaturati, fino a poter essere derisi. Ecco, mi fa paura la derisione. Anche quella di scherno, quella che usiamo ormai ogni giorno gli uni contro gli altri, perché troppo vigliacchi per mostrare i nostri cuspidi e sfinirci fino all’ultimo lembo di pelle.

Ebbene, io non credo al male di un dittatore, né al male degli Stati. Io credo al male che abita dentro di noi. Ed è dura da accettare, ma è davvero tanto. Quel male non è altro che la nostra seduzione per il potere e la nostra rabbiosa paura di essere al mondo, e di morire. Quel male trova occasione di proliferare in un terreno propizio, per cui ad esempio una persona apparentemente normale dimostra di essere mostruosa se al servizio di un regime sanguinario – ma questa pulsione origina altrove. Nell’assenza di pace interiore. Chiamatelo spirito, fede, Dio, senso della sacralità della vita, come volete.

Tra uccidere e uccidersi intercorre poca distanza: i due impulsi hanno in comune il nostro timore di stare al mondo, come neonati di colpo privati del seno materno, che sfogano il loro pianto rabbioso verso l’esterno.

Oggi Israele si sta macchiando di un crimine altrettanto oscuro e sta, di fatto, annientando un popolo: ne uccide il futuro, massacrando i bambini; ne impedisce le testimonianze, annullando la rete internet e uccidendo i giornalisti e i fotografi; ne mortifica la dignità umana, deridendolo, sfiancandolo, intrappolandolo.

Io penso invece che dell’Olocausto si debba parlare, non tenerlo come simulacro intoccabile, cosa che finora ha dimostrato di servire solo al potere. No! Per me l’olocausto è cosa viva!

Io ho pianto sulle pagine del diario di Anna Frank. Una frase in particolare posso dire che mi abbia cambiata per sempre, trainandomi fuori da diverse situazioni future, in modo dolce e definitivo: «‎È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell'intima bontà dell'uomo. Mi è impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria, della confusione. Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l'avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure quando guardo il cielo, penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l'ordine, la pace e la serenità.»

Avevo solo 10 anni e fui sconvolta all’idea che Anna non avesse potuto concludere questo scritto, che fosse stata deportata e lasciata morire di stenti e di malattia. Piansi quando seppi che solo quindici fottuti quindici giorni dopo la sua morte il campo di concentramento di Bergen Belsen sarebbe stato liberato.

Ma ebbi un moto di orgoglio quando pensai alla magia del destino, al ritrovamento di questo documento prezioso. Quando capii che Anna sarebbe stata dimenticata, come tanti altri, se questo diario non fosse passato inosservato allo sguardo indemoniato dei membri della polizia tedesca che entrarono in quel nascondiglio segreto facendo razzia di tutto e portando via molte cose. Non questo piccolo prezioso libro. Che buffo, pensai allora, non hanno preso l’unica cosa di valore che era rimasta lì dentro.

Ma poi crescendo ho capito che la motivazione di questa distrazione è da cercarsi altrove: quando perdiamo l’anima, come era capitato a quei soldati, non riusciamo più nemmeno a immaginare che possa esistere tanta luce.

«La pigrizia può sembrare attraente, ma il lavoro ti da soddisfazione», scriveva Anna, rinchiusa in una prigione costruita dall’infelicità, dalla ferocia dell’uomo. Allora non ci resta che impegnarci tanto e provare a rendere questo mondo un poco migliore.

 

giovedì 9 aprile 2026

LA FINESTRA SBAGLIATA - TORNARE ALLA NATURA PER SENTIRCI A CASA OVUNQUE ANDREMO

 



Tornare alla natura per sentirci a casa ovunque andremo


Quando, ormai undici anni fa, mentre aspettavo la mia prima figlia, Désirée, cambiai radicalmente vita, sapevo che avrei perso moltissimo.

Avevo due situazioni di lavoro aperte a Roma, un posto come co- responsabile educativa in un nido privato e un centro per la famiglia realizzato da me, insieme a tre psicoterapeuti, in zona Parioli. Si trattava di situazioni conquistate dopo anni e anni di investimenti, formazione e lavori estremamente impegnativi per mantenermi.

Avevo una vita lì che nel bene e nel male proseguiva da dodici anni, avevo amici, conoscenti, un percorso di danza latinoamericana avviato nel 2007 e uno di danza del ventre cominciato nel 2012.

Avevo soprattutto la percezione di possibilità che Roma sempre porta con sé, il trovarmi in mezzo la strada senza essere riconosciuta, vista, indicata, giudicata.

Avevo modo di esprimere la mia personalità, sbagliare, conoscermi, sperimentare, sbagliare ancora.

Ed è stata dura cambiare tutto, lo è ancora.

Il contesto in cui sarei tornata non mi avrebbe mai dato le stesse possibilità, lo sapevo, non mi avrebbe mai più fatta sentire completa, accettata, accolta, nelle mie varie parti, nelle mie tante anime.

Non avrei più avuto occasioni di crescita preziose, non avrei più potuto inventare sogni velocemente e cercare di realizzarli, non avrei più potuto dire "certo, ci sarò" ai millemila convegni, incontri, spettacoli, concerti

Tutto sarebbe stato un "non posso", tutto sarebbe stato monotono e ripetitivo, soprattutto per me, che determinati linguaggi non li ho mai capiti, né sono mai riuscita a far comprendere i miei.

Altro che l'alienazione della città eterna. Di me si sarebbero ricordati, eccome: dal primo rigurgito all'asilo, da quel pianto in prima elementare, da quella caduta alle scuole medie, da quel primo errore sentimentale... Lo spiega molto bene Ignazio Silone quando descrive Fontamara, questo borgo immaginario collocato proprio qui dove sono nata: «A chi guarda Fontamara da lontano, dal Feudo del Fucino, l’abitato sembra un gregge di pecore scure e il campanile un pastore. Un villaggio insomma come tanti altri; ma per chi vi nasce e cresce, il cosmo. L’intera storia universale vi si svolge: nascite morti amori odii invidie lotte disperazioni» (Ignazio Silone, Fontamara).

Sapevo, insomma, che tutto sarebbe stato inserito in una trama precisa e miope ad un tempo, tutto sarebbe stato incasellato in un giudizio: snob, antipatica, geniale, stupida, secchiona, principessa, altezzosa e così via. Ma così è per tutti i personaggi dei piccoli centri: « “Per vent’anni il solito cielo, circoscritto dall’anfiteatro delle montagne che serrano il Feudo come una barriera senza uscita; per vent’anni la solita terra, le solite piogge, il solito vento, la solita neve, le solite feste, i soliti cibi, le solite angustie, le solite pene, la solita miseria: la miseria ricevuta dai padri, che l’avevano ereditata dai nonni, e contro la quale il lavoro onesto non è mai servito proprio a niente», sempre Silone.

Qui poi il tutto è rinforzato dalla conformazione del territorio: montagna, strade strette, piazze, tutto evoca un tempo passato che non esiste più. I trattori si scorgono di rado nelle strade ormai, ma è possibile immaginarli ancora, carichi di animali o di fieno.

Nel mio paese natio che un moto di orgoglio ci fa chiamare, da diversi anni ormai, “città”, non avrei mai avuto le stesse occasioni per i miei scritti, non avrei più potuto dire "questo corso mi interessa" e tutto questo non lo avrebbero mai avuto nemmeno le mie figlie.

Solo una cosa avrei donato loro in cambio, e questa cosa io e il loro papà non ce la siamo davvero sentiti di togliere loro: un incontro quotidiano con la natura: orto, mestieri, animali, odori. Del resto, sapevo che non avrebbero avuto neppure una società imperfetta come quella che ho avuto io durante l’infanzia, dove era ancora possibile - pur con tutte le ombre che incombevano sul nostro cielo e che noi continuavamo ad ignorare - sentirsi parte di un tutto, calpestare la strada, sentire i rumori dolci di posate e televisione arrivare dalle case mentre si giocava nei prati abbandonati e nei cortili; era ancora possibile annaffiare sogni nella terra, esprimere desideri con le stelle, camminare per ore ed ore e temere di essersi persi.

Oggi, il paese in cui sono cresciuta, al pari di una grande città, non lo consente più. Sono sparite le persone di ogni età ferme ai bordi delle strade, sono finiti i ritrovi senza appuntamento, e al loro posto sono comparse 74 telecamere.

Sono tante le persone ferme sotto i lampioni per smerciare droga e sono tante le macchine, più delle persone; è così impossibile avere la serenità che si aveva allora nel lasciare bambini molto piccoli da soli per strada, anche di sera. Il fatto è che non eravamo soli.

L’odio che forse allora si nutriva in sottofondo come una latente invidia e si teneva, tutto sommato, a bada, allenato tra i buoni propositi e la voglia di stare insieme, oggi si trova in primo piano nei nostri pensieri e nelle nostre azioni. Oggi se vediamo un bambino da solo non volgiamo lo sguardo per capire che succede, no, pensiamo “meglio che mi faccio i fatti miei” e chi non se li fa è quasi sempre per giudicare.

Allora no, allora si diceva: “con chi sei? Che fai? Stai attento!”, oppure si lanciava lo sguardo più in là e bastava scorgere il cugino di appena due anni più grande per stare sereni. Non si rischiava una denuncia a fare una domanda a un bambino, persino a toccarlo per farlo scendere da un muretto pericolante, né i genitori rischiavano di trovarsi le forze dell'ordine o gli assistenti sociali alle calcagna.

La nostra mente è cambiata, abbiamo ingoiato anni e anni di diffidenza, di paura e di (pre)giudizio che ci hanno resi ostili gli uni agli altri. Vi chiedo: quando vi trovate in una strada buia e isolata e vedete arrivare qualcuno, provate sollievo o paura? Quasi temo la nostra risposta: potremmo dover ammettere che da diverso tempo per noi l'idea dell'altro sia fonte di allerta più che di rassicurazione.

E allora torna importante il discorso della natura: avere occasione di calpestare l’erba, nutrire gli animali, vederli nascere, accoppiarsi, ammalarsi, morire, scoprire la generosità della natura e la sua ostilità, con raccolti portentosi o nulli, sempre diversi da un anno all'altro, sperimentare la presa che ha sulla realtà il lavoro dell'uomo, la sua costanza o i suoi errori, partecipare alla semina e al raccolto, pulire gli spazi esterni, raccogliere le foglie, imparare i nomi e l’uso di attrezzi, utensili e mezzi; imparare l’odore di ogni fiore e ogni pianta; imparare a fare dolci e ammassare la pasta, approcciarsi al ricamo, tutto questo in una società come la nostra può essere un punto di ripartenza, ma a me oggi non sembra più un di più, mi appare come una base necessaria e imprescindibile per poter dire di aver dato ai bambini una opportunità reale di sentirsi vive, di sfuggire al non senso, di percepirsi parte di un mondo giusto come giusta è sempre la natura.

Tutto questo mi appare oggi come la bombola d’ossigeno per una persona che si trovi in uno spazio angusto, senza l’ossigeno necessario.

E allora so che la mia scelta è stata giusta, che ho cambiato loro la vita, che un domani potranno attingere al pozzo della loro infanzia e farsi grandi davvero.

Perché chi ha imparato tutto questo può vivere anche in una grande metropoli mantenendo la bussola, la pienezza interiore e la ricerca del senso e della bellezza, mentre se veniamo allontanati dalla nostra natura animale/spirituale, non ci sentiremo mai a casa da nessuna parte, saremo per sempre estranei a noi stessi, in ogni paesino di montagna, in ogni città.

 


venerdì 20 marzo 2026

LA FINESTRA SBAGLIATA - IL POPOLO DELLE LAUREE A CROCETTA: I NUOVI INDIFFERENTI

 


Il popolo delle lauree a crocetta: i nuovi indifferenti


Eppure in questo nostro mondo capovolto esistono ancora Giornate della memoria. Di anno in anno, di stretta di mano in stretta di mano, esse sono diventate sempre più esibizioni macchiettistiche di vuoti culturali ed emotivi, grimaldelli volti a chiudere per sempre porte molto preziose e profonde da cui accedere verso il nostro immaginario, verso la nostra consapevolezza, verso le nostre ombre. Abbiamo chiuso lì dietro i nostri orrori, con la pretesa che siano ormai finiti; abbiamo deciso che essi appartengano ad altri da noi e che noi siamo nella parte giusta della storia; abbiamo immaginato che lo sterminio degli ebrei potesse diventare simulacro intoccabile anziché paradigma vivo e vitale, pronto a ricordarci ogni santo giorno chi siamo, da dove veniamo e cosa – non come etnia, non in relazione al momento storico, non quale malformazione dell’animo umano – noi siamo capaci di fare. Cosa noi siamo, sempre.

E così, mentre di anno in anno, non facciamo che puntellare i nostri calendari di cose da ricordare, abbiamo dimenticato tutto.

Eppure, mi dico, i giorni da ricordare sono tutti quelli in cui la coscienza si obnubila al cospetto di un’idea, e l’idea prende a valere più dell’uomo. Quei giorni sono molti, nel passato e ancora oggi. Forse perché come specie non siamo un granché? Non lo so… Forse perché viviamo preda di paure, la più grande? Quella di non esistere.

Mentre assistiamo allo sterminio dei palestinesi da parte di Stati democratici, appoggiati anche dal nostro, consiglio la rilettura di Pasolini e di Silone; ho omaggiato quest’ultimo qualche mese fa recandomi davanti la sua tomba e dedicandogli il primo incontro di un ciclo di video letture (“Letture d’autore”), una nuova avventura in cui mi sono imbarcata, nella folle idea di continuare a generare bellezza mentre il mondo intero esplode.

Sì, diciamolo, l’Italia è politicamente, militarmente e mediaticamente al fianco di Israele, e non basterà qualche tiepido voltafaccia in prima serata a ripulire un’immagine ormai completamente compromessa.

Ma perché proprio Pasolini e Silone? Entrambi loro oro hanno senz’altro criticato il fascismo, ma hanno avuto il grande merito di non trasformarlo in altare consacrato a una doppia morale. Non appena il gioco è cambiato, hanno avuto il coraggio di guardare. E noi con loro possiamo guardare le mancanze, gli errori e le falle del presente. L’ unico modo del resto – guardare questa nostra dis-umanitá – per dare un senso all’accaduto. Come ci hanno chiesto i sopravvissuti, come ci ha chiesto Primo Levi, prima dell’ultimo volo.

Cosa accomuna il fascismo alle odierne democrazie antifasciste?

Ci vengono in aiuto questi due giganti: «L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è ora, il fascismo; la continuità tra il ventennio fascista e il trentennio democristiano trova il suo fondamento sul caos morale e economico, sul qualunquismo come immaturità politica e sull’emarginazione dell’Italia dai luoghi per dove passa la storia», dice Pasolini.

«Il fascismo non è stata una fatalità (perché nessun evento è una fatalità). In ogni situazione storica lo sviluppo può imboccare strade diversissime e ciò che in definitiva risulta decisivo sono la coscienza, la volontà e la forza degli esseri umani; no, il fascismo veramente non è caduto dal cielo ed esso non ha sottomesso a sé uomini liberi, ma folle già predisposte a servire dal loro modo quotidiano di vivere e già educate a ubbidire da tutte le forme della vita democratica: insegnamento scolastico, servizio militare, pratiche religiose, e anche dall’addestramento ricevuto nei sindacati e partiti d’opposizione, centralizzati e burocratizzati come il resto», ci dice Silone.

Io non voto da anni e non appoggio alcun partito, perché siamo da tempo nelle mani di un manipolo di psicopatici, e i volti dei politici e dei giornalisti non sono che l’ultima comparsa di una vetta di nomi e facce che si trova molto molto più in alto, e che è a noi semi sconosciuta. Piaccia o no, è comunque un fatto che questi bambini vengono uccisi con i nostri voti, con i nostri soldi, con le nostre mani attaccate al telecomando di programmi sempre più ridicoli e osceni che confondono la realtà con un reality, che passano da una finta partecipazione al dolore dei palestinesi ad accusare chiunque si opponga al loro genocidio di antisemitismo.

Diciamo “basta”, oppure come disse Primo Levi ci si sfacci la casa, la malattia ci impedisca, i nostri nati torcano il viso da noi.

È certamente più facile crogiolarsi, con un libro in mano o un telecomando per guardare l’ennesima farsa delle giornate sulla memoria, nella convinzione che gli indifferenti, i mostri, siano altri, coloro che a pochi metri dal ferro spinato trascorrevano le loro giornate avvolti in calde pellicce, coloro che in seguito dissero «io non ne ho saputo niente!». Erano certamente persone diverse da noi. Sicuramente se ci fossimo stati noi le cose sarebbero andate diversamente… Eccetera eccetera. Questo ci raccontano maestre e presidi prima della merenda, dopo il minuto di silenzio.

Leggendo alcune testimonianze e alcuni scritti, sin da bambina, ho capito con dolore che le cose non stanno così: a parte qualche anima rara, rarissima, ognuno di noi è esattamente come quelle masse e si sarebbe comportato proprio allo stesso modo.

Oggi sta accadendo. Ciò che accade a Gaza lo sappiamo tutti e in tempi record: abbiamo le home piene di immagini a riguardo, ma si alternano a quelle di un gatto spiritoso, di una vignetta anestetizzante, di una bella gamba, di una polemica sterile.

E poi c’è tanta manipolazione. Il falso e il vero non esistono nemmeno più. Ridicolo anche parlarne.

Ed è per questo che siamo tutti contrari alla guerra ma sempre a quella degli altri, e abbiamo un “se” e un “ma” pronti per le nostre guerre, quelle per cui i padroni del mondo ci chiedono di parteggiare.

Siamo dei maestri nel parteggiare, siamo il popolo delle lauree a crocette, dei sì e dei no senza sfumature, del “sei fascista o comunista?”, “sei di destra o di sinistra?”. Abbiamo sempre due opzioni e guai ad immaginarne una terza.

In fondo, guardare lo sterminio del popolo palestinese non è diverso da guardare programmi osceni come il Grande Fratello. Un’emoticon o un commento piccato sarà più che sufficiente a liquidare la questione. Eppure sta accadendo davvero, e il reality si fa realtà ogni volta che provano dolore, desolazione, strazio, freddo, fame, angoscia, paura.

Che sciagura apprendere, dal nostro divano, che quello che abbiamo dentro è mostruoso, anche se una vita di spritz e saluti cortesi nei cortili della scuola ci esonera dal palesarlo.

Ma eccoci pronti a lasciare fuori dagli ospedali o dalle cene i nostri vicini se l’occasione si presenta, a massacrare manifestanti inermi, ad avallare politiche demoniache, a godere della sottrazione dei figli a famiglie amorevoli, ad ucciderci l’un l’altro: uomo contro uomo.

Che sciagura apprendere che siamo una specie così mal riuscita, così nefasta per noi stessi e per l’universo. Che sciagura sapere che se mai verranno scritti e pubblicati libri onesti sul tema, gli indifferenti, i mostri, saremo stati proprio noi.

Eppure, sarebbe bastato amarla, questa vita.

E io camminerò leggero,

andando avanti, scegliendo per sempre

la vita, la gioventù.


giovedì 5 marzo 2026

LA FINESTRA SBAGLIATA - LO SGUARDO DEL PADRE

 



Lo sguardo del padre

Una giovane madre stringe a sé il suo piccolo appena nato. Lo allatta giorno e notte, nulla arresta la loro simbiosi. “Lo prendiamo per una visita. Tra mezz’ora è qui”. Di ritorno invece solo la dottoressa, senza la culletta. Il bimbo ha un problema, deve essere trasferito in neonatologia. La madre invece sarà dimessa e potrà vederlo (senza toccarlo né allattarlo) per soli dieci minuti al giorno. Lei non fa che piangere.

È una ragazza molto riservata, fino ad allora non ci siamo nemmeno rivolte la parola, a parte un generico saluto iniziale, quando mi è stata assegnata la nuova stanza appena tornata dalla sala parto. Io adoro stare per i fatti miei e non sono portata ai convenevoli o alle chiacchiere di circostanza con persone che non conosco. Così, passavo il tempo in cui la piccola dormiva a leggere.

Nutro una certa simpatia per chi riesce a parlare ancora meno di me, cosa che mi capita molto di rado. Per la prima volta mi accorgo, divertita, di cosa si provi a relazionarsi con me: solitamente le persone sono indispettite, penso, io invece avverto una certa delicatezza e riservatezza. Mi piace, la rispetto.

Ma in quel momento, mentre singhiozza nella stanza, tutto è diverso. Ha bisogno di avvertire una delicata disponibilità, credo. La accoglie subito. In seguito, mi dimostra la sua gratitudine con piccole frasi e piccoli gesti.

La simbiosi è entrata in crisi per la prima volta. E quante volte ancora accadrà. Dopo pochi minuti arriva il papà del bambino. Un sorriso accecante si scontra nel pianto dimesso della sua donna. Cerca la culla con gli occhi, chiede terrorizzato cosa sia successo.

Compresa la situazione, prende a tranquillizzarla. Tono della voce, contenuti, gesti del corpo. Lei pian piano sta meglio.

«Avresti dovuto vederlo, e invece…», gli dice piangendo.

 «Non fa niente, sono venuto a vedere te».

Io l’ho trovata una frase perfetta. Sussurrata così, per non essere ascoltati. Perché l’intimitá vera ha il sapore di un pigiama, di un segreto intimo, di una paura. E vogliamo proteggerla. Una specie di poesia improvvisata, senza riflettori, senza microfono, senza filtri sul viso. Senza spettatori, se non le persone che il destino poggia sulla nostra strada nei momenti più decisivi della vita, persone che rubano messaggi e di cui non si saprà mai nulla, nemmeno il nome.

Di scene come queste ne ho viste moltissime. Padri e compagni dolci, presenti, forti, a dormire nei parcheggi, a fare la differenza nelle sale parto, a gestire imprevisti o assaporare in pieno la gioia.

Se solo i nostri giornali o i nostri programmi televisivi dedicassero un piccolo spazio a scene infinitesimali – e per questo infinite nella loro portata – come questa, avremmo meno timore gli uni degli altri (uomini e donne) e forse, forse, pian piano finirebbe questa guerra quotidiana sanguinosa e violenta che ci vede nemici ad ogni costo, che va avanti da anni e anni, che non è senza vittime e che disintegra il presente.

Il mio pensiero va alle migliaia di uomini privati dei propri figli a seguito di separazioni conflittuali e falsamente accusati, costretti a vivere esperienze di carcere preventivo che nessuno risarcisce, portati a sopravvivere sotto la soglia della povertà, perché spogliati della casa familiare e tenuti a mantenimenti spesso incongruenti; ma - cosa ben peggiore - costretti a non vedere per mesi o per anni i propri figli senza prova alcuna della loro pericolosità, e a causa di un sistema che a tutto questo mette un carico ulteriore, per ignoranza (la mamma è sempre la mamma, gli uomini sono tutti cattivi, eccetera) oppure per convenienza; penso ad accordi monetizzati e a documentazioni false prodotte da avvocati di parte e altri pseudo-esperti, o dovrei chiamarli criminali travestiti da professionisti? Lo dico con cognizione di causa, avendo lavorato nel settore e avendo visto tutto questo con i miei occhi.

Ma, come dico sempre, in realtà il mio pensiero è per i bambini, ché non lo so se esista un diritto ad essere padri (e zii e nonni) ma sicuramente esiste un diritto ad essere figli: figli privati ingiustamente dello sguardo del padre e di un’intera radice di vita, da un sistema ottuso, violento, perverso, che li irretisce nelle maglie dell’incompetenza o della mala fede. «Il padre è il rappresentante dello spirito, la cui funzione è quella di opporsi alla pura istintualità. Questo è l’ufficio archetipico che a lui compete indipendentemente dalle sue qualità personali» (Jung, Simboli della trasformazione).

La guerra psicologica in cui siamo immersi e in cui tutti noi giochiamo – più o meno consapevolmente – un ruolo, fa tutto il resto. Soprattutto nel renderci, a questa immane e lacerante sofferenza, tutto sommato complici o indifferenti.

Dove può andare una società che ha eliminato il paterno? «L'archetipo paterno determina la relazione con il sesso maschile, con la legge e con lo stato, con l’intelletto e con la mente, e con la dinamica della natura. È ciò che nel mondo si muove, come il vento, è ciò che crea e guida con pensieri invisibili, immagini d’aria. È il soffio del vento creatore – pneuma, spiritus, atman – ossia dello spirito. Il padre è immagine divina che tutto abbraccia, principio dinamico» (Jung, Anima e Terra).

Che un padre in più possa dormire tranquillo e sognare di portare a termine il suo ruolo esistenziale: la protezione del figlio. Che un bambino in più possa trascorrere le sue giornate con il suo papà, e sognare di crescere nella certezza del suo sguardo.

 


venerdì 27 febbraio 2026

LA FINESTRA SBAGLIATA - SENZA VOLTO -

 


SENZA VOLTO

Quando ero piccola mi dissero che se volevo imparare a scrivere dovevo soprattutto leggere, ed era vero. Ma ho capito solo oggi che non dovevo leggere solo i libri, ma essere vorace di storie, di mondi, linguaggi, non detti, sguardi, pertugi, misteri.

Con questa curiosità mi assento spesso dalla realtà più superficiale – dimentico cappotti, portafogli, dettagli – per restare incantata a guardare dove poggerà una foglia, come si guardano mamma e figlio in un giorno normale, la piega che prende l’acqua delle pozzanghere investita da una macchina, il modo diverso che ciascuno ha di stare davanti al proprio dolore.

Con la stessa curiosità guardo le persone litigare sui social e non solo, e cerco di segnare nella mia mente una rotta, di chiedermi dove siamo, cosa significhi tutto questo per ciascuno di noi. Da anni il clima tra noi cittadini ha raggiunto soglie difficili da tollerare per chiunque, concedetemi di chiamarla una vera e propria “guerra civile psichica”.

Grazie ad un potere sempre più aggressivo che ci propone ogni giorno l’apologia del falso e la celebrazione del brutto, non abbiamo più parole per discernere né intelligenza emotiva per accogliere parti di un fenomeno senza sentirci obbligati ad abbracciare il tutto. Così ci sono persone che riconducono ogni morte al vaccino contro il Covid19 e altre che non ne riconoscono nemmeno una. Persone che non possono ammettere che gli uomini subiscano una pressione culturale, mediatica e ideologica violenta, altre che non vogliono sentir parlare di maschile predatorio. E potremmo continuare all’infinito, passando da destra a sinistra, da una categoria all’altra, da un tema all’altro.

Questa difficoltà di integrare le parti, di mettere insieme i pezzi, sta raggiungendo livelli preoccupanti. Ma, allora, siamo ancora capaci di leggere la nostra realtà, oppure leggendo ogni cosa — notizie, fatti, leggi —attraverso le nostre lenti politiche, emotive o ideologiche, in realtà non la leggiamo affatto? La risposta sta nell’enfasi esasperata dei discorsi, nella rapidità con cui produciamo contenuti senza riflettere, nel grado di aggressività e sarcasmo dei nostri commenti.

Scegliamo una “verità” e la proteggiamo contro ogni evidenza, come tifosi ostinati che negano qualsiasi errore della propria squadra. In questo modo, ogni reale possibilità di scambio viene menomata: diventiamo Eco e Narciso, immersi nelle nostre conferme virtuali, convinti di avere ragione o pronti a respingere chiunque non ci dia conferme. «Così, diventato famosissimo nelle città dell'Aonia, quello (Tiresia) dava responsi inconfutabili a chi lo consultava. La prima a saggiare l'autenticità delle sue parole fu l'azzurra Lirìope, che Cefiso un giorno aveva spinto in un'ansa della sua corrente, imprigionato fra le onde e violentato. Rimasta incinta, la bellissima ninfa partorì un bambino che sin dalla nascita suscitava amore, e lo chiamò Narciso» (Metamorfosi di Ovidio).

Eco e Narciso, etichette che lanciamo addosso a chiunque, ma che calzano perfettamente su ognuno di noi. Proprio come loro, siamo destinati a non trovarci mai, schiavi di un amore solipsista che annega nel momento in cui va alla ricerca dell’altro.

Ma… se questa nostra fosse una storia, una storia da raccontare, che storia sarebbe? Me lo chiedo perché da scrittrice non riesco ad abbandonare un certo sguardo poetico sul mondo e continuo a credere che la parola abbia ancora tanto da darci.

Mentre osservo le persone, immagino mondi sotterranei, parole inespresse dietro le smorfie, pugni chiusi dietro uno sbuffo; immagino dialoghi mai avvenuti, ricomposizioni insperate, carezze curative: finalmente immagino le parole sgorgare limpide e chiare dalla nostra bocca: in fondo vorremmo solo essere ascoltati nelle nostre verità, in fondo siamo bambini soli che chiedono di fare un pezzo di strada insieme.

Ecco nella mia mente ricomporsi quei dialoghi insperati: “vorrei che venissero riconosciute le vittime reali del vaccino”, “vorrei che si prendesse sul serio la sofferenza dei padri dopo la separazione”, “vorrei che fosse riconosciuta la difficoltà di alcune donne intrappolate in relazioni pericolose”.  Un maestoso discorso catartico, che non ha bisogno di odiare qualcuno, qualcuno che custodisce una verità a noi nemica. Finalmente nel mio immaginario tutte le realtà coesistono a formare un ingranaggio meraviglioso, un puzzle piramidale e maestoso fatto di tante piccole, colorate, realtà. Realtà che una lente distorta frammenta, ma che invece sono solo parti del nostro mondo, parti di noi.

Ma poi mi sveglio dal mio sogno e torno ad osservare la realtà: sono l’unica a trovarci stanchi, disgregati, incattiviti? Così ridotti, non facciamo che eliminare chi ci fa da specchio, perché riflette una verità che non vogliamo vedere. Ti blocco, un’operazione virtuale con effetti reali. Ogni volta che rimuoviamo il volto dell’altro, ci ritroviamo senza volto. «Piansero le Naiadi sue sorelle, offrendo al fratello le chiome recise; piansero le Driadi, ed Eco unì la sua voce alla loro. Già approntavano il rogo, le fiaccole da agitare e il feretro: il corpo era scomparso. Al posto suo trovarono un fiore, giallo nel mezzo e tutto circondato di petali bianchi», sempre Ovidio.

Intendiamoci, chi sono io per insegnare qualcosa a qualcuno? Io a mala pena riesco a tenere in piedi me stessa, in tutte le mie contraddizioni. È solo che tempo fa ho imparato una magia: cerco di trasformare tutti i miei limiti in poteri speciali. Così, ho trasformato esperienze di vita particolari a mio favore e ho imparato ad osservare ogni cosa da tante angolazioni, pena il collasso psichico. Quante volte mi sono sentita strattonare dalle tante verità, la mia interiore e quella del mondo! Quanta confusione, quanto caos! E allora, sapete cosa faccio? Quando dubito, cerco ancora, e quando non ho dubbi cerco di più. E così ho scoperto che le mie convinzioni, lungi dal perdere forza, ne guadagnano, e che la confusione non è altro che un segnale, un segnale che dice che il mio viaggio non è ancora finito.

 


venerdì 20 febbraio 2026

LA FINESTRA SBAGLIATA - SPARIRE PER LASCIARE SPAZIO ALLA PROPRIA OPERA?

 


Sparire per lasciare spazio alla propria opera?

Ha senso scrivere? Ha senso farlo comunque, ben consci del fatto che qualsiasi esito avrà la pubblicazione [successo commerciale vs flop] sarà verosimilmente legato a logiche che nulla c’entrano con la scrittura e con il messaggio che custodisce?

Ha senso scrivere in un mondo che sbeffeggia l’arte, la parola, il passato, attorciglia chilometri di carta in volgari pallottole e li butta al primo cassonetto su strada? Un mondo in cui i primi scaffali di ogni libreria sono pieni della sgraziata voce del potente di turno, ingoiata dalle più incredibili gole, siano esse quelle di notori personaggi, influencer dell’ultima ora o di un valido qualcuno che ha la fortuna di trattare temi in voga, e di farlo dalla prospettiva esatta in cui vanno trattati?

Ha senso scrivere in un mondo in cui vedere il proprio nome su una copertina è il fine ultimo e non l’inevitabile ostacolo da superare per chi, sopraffatto dall’atto primario dell’ispirazione, vorrebbe solo sparire, dimenticare tutto ciò che vede, persino morire, per lasciare spazio solo alla sua opera?

È questo lo sciabordio che Elettra, il personaggio chiave del mio romanzo Lo specchio degli occhi tuoi, sentiva dentro la sua testa di sognatrice annichilita, prostituta integra, mentitrice autentica. Forse è questo che sentiva anche quella me venticinquenne che ha ricevuto questa storia in dono e che non è riuscita a sottrarsi all’urgenza di raccontarla.

Queste domande non abitano solo quel romanzo ma anche il mio romanzo d’esordio, che ho ripubblicato proprio in questi giorni La verità non muore, amore. Anche qui mi interrogo sul senso della scrittura, sul suo ruolo rispetto al dolore che c'è nel mondo, rispetto alla testimonianza, rispetto alla ricerca ostinata della verità.

In questo testo mi faccio le stesse domande, stavolta attraverso Poeta, uno dei protagonisti, che fa un incontro bislacco e affascinante con un'entità che viene da un'altra dimensione: si chiama Vera e viene da Volta Celeste.

Per anni sono stata convinta si trattasse di storie molto diverse tra loro, una di taglio filosofico esistenziale, una dissacrante e carnale… Solo ora mi accorgo invece che, sottotraccia, in entrambe le storie, naviga la stessa domanda: è giusto che l'autore di un romanzo sia più importante del romanzo stesso e dei suoi personaggi? È giusto che per dare un’opportunità a una storia si debba mettere il suo autore al centro della scena? È giusto che se l’autore si sottrae a questo compito, per temperamento, per impossibilità, per scelta, l’opera non abbia più alcuna possibilità di farcela?

Elettra, il mio personaggio più estremo, a sua volta una scrittrice, ha risposto a questa domanda, con un gesto radicale di sottrazione: non una resa, ma una scelta. C'è una scena in particolare che si dipana dentro la camera da letto che prima Elettra divideva con una sua intima amica, Viola - una scena che una mia lettrice ha definito "un'opera d'arte teatrale messa su da Elettra stessa" — in cui questo gesto di sottrazione radicale si compie in modo simbolico: quando Viola apre la porta della loro vecchia camera, trova davanti a sé una scena sconcertante: è un libro a troneggiare nella stanza ed Elettra si camuffa in un feticcio fino alla rivelazione finale: La camera era in penombra. La prima cosa che scorsi, entrando, fu un libro aperto alla sua esatta metà, sembrava galleggiare nell’aria, al centro della stanza. Avvicinandomi vidi una penna turchese, nell’insenatura al centro, e un filo dorato come segnalibro.

Ed Elettra, invece, Elettra si trova nel punto più lontano della stanza, in un angolo. Elettra, scrittrice, si sottrae alla scena e il suo testo rimane. Viola diventa involontaria custode di questa ultima scena e, molti anni dopo, la racconta in una lettera: Accesi la luce nella stanza: finalmente la vidi, era di spalle a me, nell’angolo più interno della nostra camera, accovacciata a terra, in posizione fetale, con il viso rivolto alla parete, reclinato sulla spalla destra. Volevo guardarle gli occhi. […] Solo allora vidi un piccolissimo specchio nell’angolo della parete che la fissava, mentre lei lo fissava. Si specchiavano da ore, prima del mio arrivo.

Così Elettra si è sottratta a questo destino obbligato. Io, in fondo, ho compiuto la mia stessa scelta lasciando quel romanzo nel cassetto per quindici anni.

Forse è solo questo che mi ha impedito di pubblicarlo prima: quel nucleo di me indistruttibile, idealista al punto da non riuscire a fare un compromesso “adulto” con il mondo reale.

Forse è tutto qui quel senso di disagio che avverto oggi nell’aver esposto la mia persona per dare un’opportunità alla mia storia, ben consapevole che, se tutto andasse come dovrebbe, sarebbe l’esatto contrario. Semmai.

Sparire per lasciare spazio alla propria opera? Questa domanda torna a risuonare in me proprio ora che ho subito la soppressione improvvisa di tutti i miei spazi su Facebook, spazi dove abitava proprio questo mio avatar che, una volta entrata nell’età adulta, infine, avevo deciso di costruire, e a cui avevo dedicato tanto del mio tempo. Avatar grazie al quale qualche anima qua e là si era affezionata alle mie storie e alla mia scrittura.

Oggi questo accadimento mi suona come una beffa, ma alcuni giorni mi appare persino come un’opportunità.

Riusciranno i miei libri a fare il loro viaggio, ad essere apprezzati o bocciati, amati o criticati, indipendentemente da me?

 


venerdì 13 febbraio 2026

LA FINESTRA SBAGLIATA - CANNIBALI

 



Cannibali

Trovandomi ormai al di fuori del mondo virtuale di Facebook, sto riuscendo ad avere un contatto più intimo con diverse persone, anche con quelle che conosco solo virtualmente. Ci si confidano più cose, o forse accade solo in modo diverso. La forte sensazione è che le storie individuali siano travolte dalla situazione geopolitica, o meglio, dalla sua atmosfera. Non si dorme bene, si fanno incubi, si coltivano molti timori, veri e propri terrori, si torna bambini, in preda alle più feroci paure, senza più una mamma lì a dirci: “andrà tutto bene”.

I simboli, gli spettacoli, le istituzioni, tutto ci ripete il contrario: “andrà a finire male, abbi paura!”. Si tratta di una realtà non solo oscena, ma sadica, che sembra trarre dalla nostra sofferenza e preoccupazione perpetua la ragione della sua sopravvivenza. È così: da diversi anni una cappa sempre più corposa incombe su di noi. La mia sensazione è che ci stia soggiogando, facendoci vivere – o sopravvivere - nel terrore per il futuro.

Ogni tanto, mentre svolgo le solite incombenze, mi domando: “Ma c’è una soluzione a tutto questo?”. Ho sempre avuto un certo gusto per le domande impossibili: è forse questo il destino di noi scrittori. Avverto nella parola una precisa possibilità di riscatto, e allora nonostante non sia più una ragazzina e nonostante ci sia ben poco da sperare, la interrogo ancora.

So che il giorno in cui non avrò più risposte sarò stata sconfitta. Per fortuna una risposta da darmi la trovo ancora. Per me l’antidoto è questo: mantenere la centratura, preservare la curiosità per la vita, praticare la gioia, carezzare la solitudine e unirsi con anime affini.

Viviamo ad ogni livello un tale grado di violenza, degrado, perversione e mistificazione, che diventa impossibile tenersene fuori. Del resto, che queste persone che ci governano siano dei demoni incarnati o solo un volto sfatto di noi stessi, le cose non cambiano molto. Loro resteranno sempre e comunque parti decomposte dell’intero organismo umano: corpi con le sembianze della vita, che malcelano la necrosi che li attraversa, cadaveri la cui unica oscenità risiede nell’assenza di un funerale. Sono vivi. E, che ci piaccia o no, sono parte di noi.

Da loro a noi, da noi a loro, energie pesanti, negatività e lacci sadomasochistici, si rinforzano ogni giorno di più, con tutto il loro portato di illusioni e disillusioni: siamo parte del loro gioco, lo rinforziamo.

Allora non ci resta che costruire emozioni ed energie altre e farle diffondere. Siamo energia, energia che si moltiplica quando amiamo e quando uccidiamo, quando ridiamo a crepapelle e quando odiamo, quando accogliamo il dolore degli altri, o lo deridiamo.

Tutto questo per dire che per me la questione è intima, interiore, e solo in seguito diventa politica e sociale.

Siamo una delle "culture" più violente che siano mai esistite, con le nostre democrazie tesserate, con la civilizzazione imposta a suon di cani da guardia e di cannoni, con il giudizio insindacabile per ogni forma di diversità, con la falsità delle celebrazioni e dei rituali laici e la persecuzione delle minoranze. «Ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi; sembra infatti che noi non abbiamo altro punto di riferimento per la verità e la ragione che l'esempio e l'idea delle opinioni e degli usi del paese in cui siamo» [Michel de Montaigne, Dei cannibali].

Per questo stiamo finendo, non siamo vitali. La vita nasce e prolifera nell'incontro con la diversità. Ma dove c'è vita arriviamo noi e portiamo la morte. Questo capita sempre. Vedi il rapporto che abbiamo con le altre culture, vedi ciò che succede tra di noi ormai da anni, spaccati in ogni modo possibile, vedi come vengono scritti i titoli di giornale, vedi il lessico dei nostri politici, vedi le rispostacce degli impiegati pubblici, vedi gli ospedali trasformati in lager, vedi la famiglia di Palmoli, a cui ad ogni costo abbiamo dovuto trasfigurare il sorriso, vedi tutti gli altri bambini rinchiusi senza ragione, vedi tutte quelle ingiustizie che proliferano per decenni, nell’indifferenza generale.

Distruggiamo quel poco che c’è di bello, solo perché noi non sappiamo più ridere, non abbiamo più mezzi per comprendere e decifrare la bellezza, ma anche se la comprendiamo non la tolleriamo più, perché - immersi come siamo in questo buio - ci infastidisce, ci provoca, ci acceca. «Talvolta si vorrebbe essere cannibali, non tanto per il piacere di divorare il tale o il talaltro, quanto per quello di vomitarlo», scriveva Emile Michel Cioran.

Ecco, questa di cui sto parlando è più di una guerra, è una cannibilizzazione feroce del bene, una vampirizzazione del bello, una mistificazione continua del vero.

Eppure io credo che chi muove le fila non cambierà mai finché non cambieremo noi. Ci legano a loro illusioni speculari. Le nostre e le loro, necessarie le une alle altre. Loro non sono che l'espressione più grottesca di una specie morente.

Ecco perché mi ostino, contro ogni evidenza, a parlare di linguaggio, di arte, di eros, di energia, perché per quanto mi riguarda questa non è una guerra che si possa vincere rimanendo al loro piano. Sono cose che viviamo tutti noi, nel piccolo. Avete mai incontrato persone che vampirizzano la vostra energia? Io sì, tante volte. Ogni volta che sono stata accerchiata e vampirizzata ho iniziato a giocare secondo le mie regole, abbandonando quelle del nemico.

Non è una resa né un atto di debolezza; si tratta piuttosto della consapevolezza del potere che abbiamo, nonostante tutto, di agire nel nostro spazio, di poter affiancare, alla denuncia del brutto, la fiducia in un piccolo soffio vitale, che nessuno al mondo avrà il potere di toglierci, se non lo vorremo noi. Perché anche quando finiremo nell'abisso sbranati dalle bestie noi potremo pur sempre dire: “eppure io ci sono e rinasco continuamente”.

 


venerdì 23 gennaio 2026

LA FINESTRA SBAGLIATA - MUORE IL MIO AVATAR

 



Muore il mio avatar

 

Se inserite il mio nome, Rosanna Pierleoni, sul motore di ricerca su fb, non viene fuori nulla. Da giorni vagabondo alla ricerca di un senso, a quella che vivo come una violenza, un’ingiustizia che mi avrebbe scosso anche avesse riguardato altri. Fatico a mettere insieme la consapevolezza che trattasi solo di un’iscrizione ad un sito e la sensazione interiore di un furto di un’identità, per quanto digitale.

Muore così il mio avatar e porta con sé, come ogni morte, un goccio di verità e un goccio di finzione. Tutto il resto sono illusioni. In quello, come in questo teatro, non contiamo niente.

Mi convinco allora ogni minuto di più di questa morte, anche se avevo imparato a prendermi cura di questo mio avatar, e lo ammetto, avevo anche cominciato ad amarlo. È un po’ come assistere alla propria dipartita: da chi era affezionato ai miei scritti questa disattivazione permanente viene vissuta come una piccola morte. Come può tutto questo non essere reale? D’accordo, mi ripeto, facciamo pure che non esisto: presto nessuno ricorderà più niente di me, io che non ho una rete territoriale, non ho le braccia aperte per gli eventi culturali pubblici e, parliamoci chiaro, non faccio comodo a nessuno, in una società che sull’utilità, ha fondato tutto. Poche ore, pochi giorni, e nessuno ricorderà più nulla, centrifugato come sarà dal solito tagadá di notizie, dalle giravolte di immagini, dai click compulsivi, dalle emozioni indotte.

Ma che cosa resta? Solo l’impossibilità di farne un dramma. «Ogni fantasma, ogni creatura d’arte, per essere, deve avere il suo dramma, cioè un dramma di cui esso sia personaggio e per cui è personaggio. Il dramma è la ragion d’essere del personaggio; è la sua funzione vitale: necessaria per esistere»; così scriveva Pirandello nel suo celebre Sei personaggi in cerca d’autore. Mi saltano in mente in questi giorni stralci di questo capolavoro, e non comprendo nemmeno il perché. In quel suo “teatro del teatro” saremmo stati anche noi personaggi in cerca di autore, ma noi non sopravviviamo però alla potenza del nostro dramma: abbiamo perso anche la potenza della maschera. Né autori né personaggi; siamo piuttosto giocatori perversi, infragiliti metameri di un corpo in necrosi, pedine truccate di un gioco asfissiante, inconsapevoli gregari di una guerra psicologica perenne, al servizio di quella reale. Disgiunti, acclamati, silenziati, cancellati: non esseri umani; piuttosto apparizioni allucinate dei nostri incubi quotidiani, proiezioni da mitizzare o divorare senza stomaco né chimo, lavatrice senza portello che trita all’infinito i nostri panni pieni di sterco, mostri sfigurati che riemergono dall’inferno dantesco per poi sparire nuovamente nell’abisso subito dopo.

Ma noi tutto questo lo calcolavamo? Lo volevamo? «Quando un personaggio è nato, acquista subito una tale indipendenza anche dal suo stesso autore, che può esser da tutti immaginato in tant’altre situazioni in cui l’autore non pensò di metterlo, e acquistare anche, a volte, un significato che l’autore non si sognò mai di dargli!». Anche per noi, autori autoreferenziali e personaggi scadenti, immersi in un dramma che riguarda solo noi stessi, la traiettoria è andata ben al di là della nostra penna. Lo ripetiamo spesso: «Facebook è una finzione, la realtà è un’altra», ma siamo sinceri o ci attacchiamo a parole morte, scheletro di mondo che è tramontato per sempre? Quante emozioni corrono in questi spazi e sono reali? Quante volte pensiamo di volere bene, di essere grati, delusi, turbati? E davvero siamo poi così diversi quando ne usciamo? In cosa siamo migliori da chi tutto questo lo ha orchestrato? Davvero basta un click per far apparire di nuovo quel mondo reale di cui tanto parliamo?

Sloggio a forza dal mio stesso personaggio e sono costretta a guardarlo da fuori. Dove mi trovo? Non sono poi cambiata così tanto. Cammino con la macchina e rischio un frontale con una donna che ha la faccia dentro il telefonino, porto al parco mia figlia ed è vuoto, c’è solo una mamma il cui corpo evoca malattia e una astenia malinconica che solo fino a trent’anni fa avrebbe avuto solo un malato grave, ora è la faccia di ognuno; chiamo il medico e mi propone, per una banale influenza, di portare mia figlia al pronto soccorso, lager inaccessibile neppure con un’emorragia in corso. Allora so che quella polarizzazione di percezioni e vissuti, quel deserto di proposte e alternative, quel saccheggio degli spazi comuni e della più elementare voglia di vivere, mai mancata neppure sotto le macerie, neppure sotto le bombe, è davvero qui per sempre, a ricordarci un’imminente morte. Ma questa morte è già avvenuta, solo che noi non riusciamo a lasciarla andare. Lì si incastra ogni nostro proposito vitale: sperma e secrezioni tramutati in codici numerici e algoritmi. Sconfitti dalla nostra genialità funerea, dalla nostra tecnica mortifera. È morto il corpo, la nostra animalità, unico spazio in cui lo spirito si incarna. Per questo siamo feroci.

E allora so che Facebook non è più, ormai, uno spazio definibile, una stella demoniaca e affascinante in cui entrare e da cui uscire. È piuttosto un orbe virtuale che si è fatto reale incarnandosi dentro di noi, e radicando bulbi e tuberi sull’asfalto che calpestiamo, nell’aria alterata che respiriamo. Non siamo mai dentro e mai fuori; si gonfia dentro come un’infezione crescente di cui non viene mai nominato il malanno; non è solo un’amante maligna che ci lega a sé col suo veleno, donna diabolica e affascinante che detestiamo e abbandoniamo per poi eiaculare ancora tra le sue cosce, no, è quel patto malsano che ci trasforma nel nostro aguzzino, quel meccanismo psicologico per cui ci piacerà sempre di più il persecutore che il perseguitato, e nella disfatta dell’altro troveremo sempre la nostra piccola soddisfazione. Anestetizzati, passivi, impazienti; attraversiamo i corpi di chi abbiamo davanti, cancelliamo informazioni passate nel feed delle nostre giornate, fatichiamo a chiamare orrori cose che non siano definite allo stesso modo da altri, sostiamo assenti sulle caotiche home della nostra vita.

Così non trovo più differenza tra i nostri avatar virtuali e i nostri personaggi reali. Con la stessa freddezza con cui guardiamo corpi dilaniati e amici silenziati in mezzo a foto di gatti e di cosce, allo stesso modo sbrighiamo una pratica di sottrazione di minori o manganelliamo un popolo in rivolta; prima di prendere uno spritz, dopo aver sceso la spesa dal cofano. Lo facciamo per lavoro, per noia, non sappiamo davvero nemmeno perché. Distaccati come psicopatici, inquietanti ancor di più ove la furia omicida non ci possiede eppure ci abita, come un killer distratto che prima e dopo aver ucciso la sua vittima inciampa in una buca o soffoca uno sbadiglio.

Eccoci qua, siamo venuti a vedere lo strano effetto che fa. Bramosi di un like e incapaci di radicale confronto, sedotti dal successo e impotenti dinanzi a un incontro. Veloci a condividere, sempre assenti nel reale. Doniamo una carezza in meno in favore di un post, teniamo lo sguardo un po’ meno sul miracolo del mondo per leggere una notifica; un romanzo non conosce il suo scheletro vitale fino a che quell’abbozzo di ispirazione finirà in un contenitore prefabbricato che lo renda al più presto digeribile per tutti. Il post. Un grumo di lettere in volo verso l’infinito, presto mangiato dal nulla; palcoscenico e attore; cassa pensata per assorbire tutto, per dividere le persone e poi tritarle; per mescolare insieme pietre preziose, residui e sterco, e farne un unico fiume di immondizia da buttare nello scarico a sera. Questi sono i nostri pensieri? Tanto valgono i nostri desideri?

Pensare o postare? Ma io non voglio né pensare né postare, io voglio esistere. E mi scuserà il signor Zuckerberg se non farò i salti mortali per riaverlo indietro questo mio avatar. Lo avrei fatto se non avessi mai letto Pirandello, lo avrei fatto se non sapessi che il cammino dell’umanità è cominciato molto prima di questo suo spazio distopico dove altri per lui, povero manichino, hanno dato una formula numerica al nostro delirio, garantendo una telecamera sempre accesa sulla nostra ispirazione morente. Lo sappiamo tutti, ma quanto ci costa oggi esprimere l’ovvio.

Chi avrà la voglia di leggere e condividere questa mia ennesima riflessione troppo lunga, sa che anche fottersene delle regole algoritmiche, non lasciare che altri definiscano il confine del possibile e del dicibile, significa compiere la propria scelta tra umano e postumano.


domenica 11 gennaio 2026

LA FINESTRA SBAGLIATA - MI SALVARONO I LIBRI

 



Mi salvarono i libri

 

Avevo otto anni, mio padre era in partenza: tre giorni e due notti fuori da casa, per l'Adunata Nazionale degli Alpini. Mi sentivo strana, non ero molto abituata alla sua assenza. Però, che fascino la piazza a quell'ora del mattino, l'intimità del sonno, il freddo sotto i cappotti.

- Rosanna, cosa ti porto?

- Un libro!

E così accadeva ogni volta che stava fuori. Tornava con un libro tra le mani. Lui che aveva altri linguaggi, cresciuto in montagna, tra l'indivia e le more, a scuola a piedi o sulla mula, tra vissuti e saperi che non avrei mai colto, faceva questo sforzo solo per me.

Mentre tutti gli altri genitori si procuravano facilmente caramelle o giocattoli, lui, nel pochissimo tempo che gli restava prima della sfilata, andava alla ricerca di una libreria per trovare qualcosa di adeguato alla mia età.

Quell'anno, quando tornò, facemmo una cena insieme ad altre famiglie di alpini, a casa della mia amichetta: anche suo padre era stato via tre giorni per la parata.

Mentre le nostre mamme preparavano la cena parlottando in cucina, lei mi chiamò in disparte. Mi portò in un garage freddo e disordinato: bicilette, un grande sacco di patate, un pacco enorme di zucchero, una pala, una scopa e una paletta, un triciclo, dei giochi malridotti, un vecchio aspirapolvere, una cassetta di cipolle; alle pareti, aglio e salsicce secche, una mensola piena di chiavi e documenti, un tavolo con pasta fresca stesa sotto qualche strofinaccio, odore di farina misto a quello di ammorbidente.

- Guarda… me lo ha portato papà!

Mi piazzò davanti la faccia un grandissimo biberon di plastica pieno di caramelle zuccherate e colorate. Che invidia! Corsi da mio padre a chiedere come mai non aveva portato anche a me la stessa cosa, era davvero un tubetto fantastico!

- Perché mentre loro erano davanti la bancarella, io ero da ore alla ricerca di un libro per te.

Di colpo l'invidia sparì. Mi aveva ricordato che avevo scelto.

- Cosa pensi che sia? Domani le caramelle non ci saranno già più; aggiunse.

Il libro, invece, il libro è qui, ancora ora, mentre vi scrivo.

È cominciata così la mia passione per la lettura, in modo irrazionale, spesso anche sconveniente. Ma si è trattato di una scelta che mi ha sempre rasserenata, proprio come quella prima volta.

Penso a quella mattina in cui ci preparavamo tutti per andare in montagna, in occasione della pasquetta. Mio fratello reperiva dalla cameretta il pallone, la corda, il binocolo, mia madre radunava viveri e coperte, mio padre caricava tutto nel bagagliaio della nostra Regata: una cappotta in rovina su un motore indistruttibile.

- Rosanna, sei pronta?

Arrivai al portone con solamente un libro in mano.

- Ma non prendi qualcosa per giocare? Guarda che saremo in montagna.

- Non mi serve niente.

- Il libro si rovinerà, e vedrai che non avrai modo di leggerlo.

Aveva ragione, non ho mai letto in quelle giornate: convincevo mio padre a montare un'altalena con la fune tra due alberi, scendevo di corsa dai dirupi, mangiavo carne alla brace e bruschette al pomodoro, assaggiavo i più improbabili fiori, mi sbucciavo le gambe con l'ortica, cercavo pertugi più oltre dell'oltre per fare pipì. Eppure quando tornavo in macchina, e ritrovavo lì il mio libro, mi sentivo meglio, e sapevo in cuor mio di aver scelto bene.

Un anno, mentre festeggiavamo la pasquetta nel solito pezzo di terra, prese a piovere a dirotto: ritirammo tutto e salimmo in macchina in fretta e furia, diretti al magazzino di una famiglia della comitiva. Una signora del gruppo salì in macchina con noi. Vedendomi con il libro in mano fece un sorrisetto sarcastico e bofonchiò qualcosa con tono derisorio: "il libro in montagna?", il sorriso malizioso le restò addosso come una cimice. Non risposi, non rispondevo mai agli adulti. Palpavo il disagio delle persone che avevo intorno, per questo mio ostinato, eppure semplice, naturale, dimostrarsi involontario di un modo di essere diverso. Amavo la natura e le sue leggi, ma soltanto perché lasciavo un libro dietro di me, e ritrovavo una penna al mio ritorno.

Non erano cattivi, forse impauriti. Seguivano altri linguaggi, altre strade, altri canali. Il mio modo di essere era vissuto come un affronto, un elemento troppo distante da poter integrare, ero troppo distante persino per riempire la casella della pecora nera: la verità è non rientravo in nessuna delle possibili maschere del loro teatro, che però era anche il mio.

Spesso in casa mia capitava qualcuno dopo cena, per un caffè. Io, dopo i saluti dovuti, alle volte me ne stavo in un angolo ad ascoltare, altre volte tornavo nella mia cameretta. Lì, girovagavo tra i miei libri e ritrovavo sempre la pace. Ricordo in particolare una volta: mi sentivo così male. L'incomunicabilità con le persone che avevo vicino aveva raggiunto soglie per me insostenibili. Avevo bisogno di buttare fuori tutto quel dolore. Andai in camera, mi adagiai sulla poltrona e lessi "Se questo è un uomo", di Primo Levi. Non so come un libro così difficile abbia potuto avere su di me un effetto così salvifico. Mi salvò da me stessa, dai miei demoni, dalla mia solitudine.

"A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico». Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all'origine di un sistema di pensiero". Ricordo ancora quando lessi quella frase. Fui colta da un tale stupore che mi accorsi immediatamente di non avvertire più il dolore insopportabile che premeva sul torace e che mi aveva costretta a cercare una soluzione tra le pagine di un libro. Fu un allargamento della coscienza, un salto quantico, una trasformazione per la vita. Per la prima volta fui cosciente del potere salvifico della lettura.

Forse per questo, diversi anni dopo, quando di anni ne avevo ormai venticinque, feci di nuovo la mia scelta.

Era aprile del 2009 e il terremoto dell'Aquila aveva raso al suolo la mia provincia, distrutto svariate certezze, aperto un abisso di ingiustizie. "Nel terremoto la natura realizzava quello che la legge a parole prometteva e nei fatti non manteneva: l’uguaglianza. Uguaglianza effimera. Passata la paura, la disgrazia collettiva si trasformava in occasione di più larghe ingiustizie", così scriveva Ignazio Silone (“Faustina e il terremoto” ), riferendosi al terremoto della Marsica del 1915 in cui aveva perso sua madre.

Quasi un secolo dopo, secondo i nostri calendari, di nuovo un terremoto nella nostra zona. Io mi trovavo a Roma. Mi svegliò di colpo con la faccia sconvolta: Guarda!

Sulla sua scrivania, la piccola televisione accesa sullo squarcio di via XX Settembre. Mio cugino, la mia amica, le tantissime conoscenze, tutto si affollava nella mia mente. La città in cui ho vissuto, in cui ho atteso una risposta mentre mio cugino era in fin di vita, in cui ho avuto la diagnosi di una persona cara, in cui anni dopo avrei portato mia figlia neonata nel reparto di rianimazione, in cui avrei presentato il mio primo romanzo: cose accadute, mescolate tra altre non ancora accadute, in quel segreto che abbiamo col tempo, in quella bolla di vita che galleggia sul mondo, al di fuori dei calendari. Non so come ma, nello sconcerto che provavo, c'era dentro già tutto. Del resto, cosa è il tempo se non un ammasso di numeri, simboli e percezioni che sfondano il confine e ci restituiscono il senso?

Fatto sta che L'Aquila, una città che amavo tantissimo, era ridotta a brandelli. Tornai subito a casa. Le scosse si susseguivano, i telegiornali anche. Decidemmo di dormire per qualche tempo fuori di casa, in un terreno di famiglia, e di mangiare in quella che poi sarebbe diventata la casa dei miei genitori, ma che allora era a mala pena le mura di una casetta di campagna dove mio nonno dava riparo, con il suo amore selvatico, ad alberi maestosi e a qualche sparuto animale. Da bambini la chiamavamo "La casetta di Nonno Cé" e anche oggi, nonostante non lo sia più, per le mie figlie che corrono a trovare i nonni, quella è ancora La Casetta. Il tempo, il tempo.

Tornai a casa per una doccia veloce e fece una scossa di terremoto proprio mentre ero in piedi nella vasca: restai immobile mentre l'acqua scorreva. Quando la stanza si fermò, mi asciugai e  vestii in fretta, e corsi verso il portone, ma eccone un'altra, accompagnata da un rumore forte: in cucina, piatti e bicchieri a terra. Feci di nuovo per uscire e mi colse una tenerezza strana verso la mia casa, verso i miei oggetti, io che non sono mai stata attaccata a nulla, troppo poco, mi dicevano per aiutarmi a dare valore ai soldi, alle cose. Per la prima volta provai un tormento vero per il nostro divano, per la televisione, per la vetrinetta con l'enciclopedia, per le mensole piene di foto, per i pavimenti, i pavimenti, quando mai li avevo guardati in tutta la mia vita?

"Potrebbe crollare tutto stanotte", pensai. Del resto, dicevano che lo sciame sismico non avesse ancora finito la sua corsa. Dovevo assolutamente prendere qualcosa da portare con me, ma dovevo fare presto: un fratello di un mio bisnonno era morto per essere tornato indietro per recuperare il suo cappotto durante il terremoto della Marsica del 1915. Il cervello passò tutto in rassegna in tempo zero: libri universitari, il portatile, i vestiti, i trucchi, le scatole dei ricordi, i quaderni e diari, i regali di amiche e fidanzato, lo stereo… corsi in camera, presi tre libri e lanciai le mattonelle del pavimento e i suoi bizzarri disegni, dietro di me. Feci un balzo sul pianerottolo, un balzo al di là del tempo.

Li lessi e rilessi mentre dormivo nel furgone da lavoro di mio padre, al freddo, sotto le stelle, mentre tutto si sgretolava, tra il tremare delle montagne e il fetore insopportabile dei soliti uffici.

Mi salvarono i libri. Mi salvarono ancora.


giovedì 1 gennaio 2026

LA FINESTRA SBAGLIATA - SENTIRSI DIMINUITI

 



Sentirsi diminuiti

 

Quante volte dopo essere stata sui social mi sento "diminuita" per usare un'espressione del filosofo Giorgio Agamben, che mi colpì molto.

Quante volte vorrei chiudere i miei account e mollare tutto.  Ansia, frustrazione, rabbia. Emozioni che tornano ad ogni post. Siamo tutti intolleranti, scortesi, poco eleganti nella forma e nei modi. Alle volte provo fastidio anche per contenuti con cui sono in accordo, perché ormai stanca di un certo linguaggio.

Credo molto nella parola, ma mai avrei immaginato di potervi prendere parte in modo sgraziato, come capita oggi.

«Gli uomini hanno nel linguaggio la loro dimora vitale e se pensano e agiscono male, è perché corrotto e viziato è innanzitutto il rapporto con la loro lingua. Noi viviamo da tempo in una lingua impoverita e devastata, tutti i popoli, come Scholem diceva per Israele, camminano oggi ciechi e sordi sull’abisso della loro lingua ed è possibile che questa lingua tradita si stia in qualche modo vendicando e che la sua vendetta sia tanto più spietata quanto più gli uomini l’hanno guastata e negletta.», trovo bellissime queste parole di Agamben.

Molto potente questa idea di una lingua tradita che si vedica. Proprio per cercare di farla arrabbiare un po' meno, spesso riscrivo, cerco il termine migliore, mi chiarisco interiormente, ricomincio da capo, lascio sedimentare, lascio stare.

Da bambina venivo continuamente ripresa, su come parlare, come usare il mio corpo, come rispondere. Pensavo fosse eccessivo, invece oggi mi appare non di rado la mia unica àncora di salvezza in un mondo senza decoro, senza il senso del limite e della vergogna. Cosa ne è di noi quando introiettiamo l'idea che nulla conti? Ecco, i social stanno slatentizzando anche questo, potenziando le parti peggiori di noi. Ma non credo che a stare male siano solo i destinatari dei nostri messaggi: le prime vittime siamo noi stessi.

Del resto quando ascoltiamo qualcuno, anche noi stessi, ci arriva prima il come che il cosa. Ed è proprio quel come che nel virtuale viene meno, perché mancano del tutto il tono della voce, le pause, il corpo. Allora li aggiungo io, allargo la visuale: ho curiosità dei volti delle persone con cui interagisco, dei toni della voce, delle pause, degli sguardi. A volte provo ad immaginarli, a volte li intuisco da una foto, li scorgo in una clip, o per strada, e allora so che siamo tutti migliori di come appariamo qui.

Quando il senso di scoramento è più forte, proprio allora cambio lo sguardo. Una passeggiata, un abbraccio delle mie figlie, una coccola a me stessa, una parola di vero bene, e vedo le cose in una prospettiva diversa.

Insomma, quanto perdiamo di noi e degli altri, incastrati in fortini sempre più angusti?

Forse la dolcezza, la gentilezza, la serenità oggi sono vissuti come valori perdenti e ci imbarazza mostrarli? Può essere. Molto più urgente dimostrarci pronti, arguti, inutilmente crudeli.

Tutto questo però ci impedisce l'essenziale, l'unica cosa in grado di trasformare ogni spazio in un luogo sacro di vero incontro e ascolto.

«C'è un modo migliore per dire quello che voglio dire?», senza farci questa domanda, senza questo sforzo reciproco è impossibile tirare delle linee comuni e far fronte a una fase tra le più complesse. I conflitti, gli schieramenti, i protagonismi, le invidie, le frecciatine, le reazioni di pancia, il sarcasmo, l'avarizia [non solo materiale, penso all'incapacità di fare un complimento, di donarci, di dire una cosa bella anche se la pensiamo]. Tutte queste cose sono la nostra sconfitta personale e collettiva.

«I limiti della mia lingua significano i limiti del mio mondo» (Wittgenstein).

E allora, comincio dal piccolo, dandomi qualche piccola regola: non mettere mai una risata di scherno, non entrare mai nelle bacheche altrui se non sono capace di trasmettere un senso di interesse per l'altro, un bisogno sincero di comprensione reciproca. Rispondere a tutti, senza alimentare dinamiche divistiche. Tutti meritano una risposta, non solo quelli che noi percepiamo più utili, più potenti, più in grado di farci brillare. Lasciar sedimentare qualche giorno le cose che scrivo. Se serve, cancellare e riprovare, fino a raggiungere ciò che davvero è importante per me condividere. Così un «ma è mai possibile che...» può diventare un «vorrei tanto che...».

Il linguaggio cambia la realtà, una frase può distruggere o edificare. Dopo la comunicazione abbiamo energia in esubero o in perdita?

Ecco, per me la parola chiave è energia. Questa andrà dove noi la poggeremo; è allora fondamentale capire cosa vogliamo rinforzare.

Ma non si tratta solo di uno scambio insignificante tra due o più persone, si tratta di definire il mondo. Possiamo anche convincerci di star contrastando qualcuno ma se lo citiamo, ne parliamo, lo critichiamo con rabbia e risentimento lo stiamo ingrassando; di fatto aderiamo alla sua visione di mondo. «Non parteciperò mai a manifestazioni contro la guerra. Chiamatemi quando organizzerete una manifestazione per la Pace».

Non è un caso che il linguaggio politico e quello istituzionale rovescino ogni tentativo di bene nel male. Ogni discorso deve tornare nel loro alveo limitato, violento e emotivamente immaturo. «Il frasario dei media impone dovunque la sua miserabile norma», sempre Agamben. Così, ogni nostra istanza, per quanto in origine lodevole, diventa: comunista, fascista, politicamente corretta, politicamente scorretta, radicale chic, woke, femminista, maschilista, no vax, mainstream. Tutte formule usate per volgere verso il basso ogni tentativo di bene.

«Nemmeno stupisce che chi maneggia una simile lingua abbia perso ogni consapevolezza del rapporto fra lingua e verità [...]. La verità di cui qui parliamo non è solo la corrispondenza fra discorso e fatti, ma, ancor prima di questa, la memoria dell’apostrofe che il linguaggio rivolge al bambino che proferisce commosso le sue prime parole».

Ecco, cerchiamo di ricordare il candore di quella commozione, di ritrovare la fede in qualcosa. Perché in fondo credere a tutto e non credere a niente sono molto vicini...

E, allora, teniamo il timone ben saldo in mezzo a questa tempesta che non sembra voler finire e che tutti ci spaventa a morte, discernendo di volta in volta il buono che c'è in ogni istanza.

Il bene è sempre bene, anche se siamo affiancati dal demonio che si traveste usando le nostre stesse parole, che cerca di sfigurarlo. In quel caso sarà importante dire al demonio: io ti vedo, vedo il tuo tentativo di dividerci, di dividermi, e proprio perché ti vedo, proseguo nel cammino del bene e del vero.

Buon inizio di anno a tutti!


giovedì 18 dicembre 2025

LA FINESTRA SBAGLIATA - IL CASO, IL ROSSO E LO STUPORE

 



Il caso, il rosso e lo stupore 


𝐔𝐧𝐚 𝐛𝐚𝐦𝐛𝐢𝐧𝐚 𝐞 𝐥𝐚 𝐧𝐞𝐯𝐞

Una bambina cammina da sola nella neve. Sono le sedici e quaranta ed è già buio. La strada di casa è lunghissima. Ha paura, le lacrime scendono sulle guance rosse. La mamma non è andata a prenderla all'uscita da scuola, non era mai accaduto prima. Magari ha parcheggiato più in là. È quasi Natale e le macchine sulle strade sono davvero tante. I fari le attraversano gli occhi per poi lasciarla sola a fissare il bianco umido della nebbia. Ritrova la strada di casa, il portone è già aperto. Entra con i suoi passi innevati. La mamma mi sgriderà.

«Mamma, mamma!», ma la mamma non risponde. Non le risponde nessuno, ma sente un grande vociare. Nel corridoio c’è la nonna accasciata a terra e un uomo che non conosce che le dà degli schiaffi in faccia «Svegliati, forza, svegliati!».

Entra nel salone e vede suo padre: ha la pelle bianca e la bocca spalancata. Fissa qualcosa.

La bambina si avvicina e vede sporgersi dal divano le scarpe rosse della mamma. Distesa, una strana forma sospesa tra i cuscini e il bracciolo. Sembra la mamma, ma di lei non ha niente, a parte i vestiti. Né la voce né l'espressione del viso.

La bambina le tocca una guancia bloccata in una smorfia: la pelle è innaturale e non segue la sua mano, come faceva sempre. È fredda; invece quella della sua mamma è sempre molto calda.

La mamma non è lì. Non ci sarà mai più.

 

𝐈𝐥 𝐫𝐢𝐬𝐯𝐞𝐠𝐥𝐢𝐨

Apre gli occhi. Vede a mala pena il contorno delle sue gambe. La stanza d’ospedale è sfocata. Sente delle voci. «Se anche si svegliasse, non sarebbe mai più normale e non avrebbe più la vista, povero bambino».

Prova a guardare meglio, ma è tutto inutile. Ha paura, e avverte il suo corpo tremare forte: «Aiuto! Non vedo, non vedo niente, aiutatemi!».

Sente dei passi correre verso di lui: «Stai calmo, è tutto a posto, è tutto a posto», una voce femminile e materna. Sente altre due voci gioiose e stupite accavallarsi tra loro; poco dopo le sente accordarsi per avvertire il dottore del miracolo.

«Riesci a vederci?», riconosce la stessa voce femminile di prima. Forse è della stessa donna che ora ha poggiato una mano sulla sua.

«No, non vi vedo, non vedo niente… voi avete detto che non vedrò più, vi ho sentito, vi ho sentite prima mentre parlavate!».

Sente dei passi arrivare nella stanza: «Ragazzo! Bentornato!» - «Telefonate subito ai suoi genitori». Una voce maschile, molto piacevole.

Sente provenire dal suo fianco destro un rumore familiare, simile al rovistare nei cassetti alla ricerca dei biscotti. «Metti questi», la stessa voce maschile che prima lo ha chiamato ragazzo. Il bambino riconosce subito la struttura dei suoi occhiali rossi sul naso.

Finalmente vede la stanza: il tavolo con un vassoio, una mensola con una statua della Madonna, un vaso di fiori rovinati, un pupazzo, una sedia vuota con una maglia di lana poggiata sopra, un piccolo presepe. Accanto al suo letto, vede due donne con il camice verde e un uomo con il camice bianco. Hanno tutti gli occhi ridenti spalancati per la meraviglia e la mano davanti la bocca socchiusa: «Gli occhiali, erano solo gli occhiali!», ripetono increduli.

«Vi vedo. Vi vedo. Ci vedo».

Una delle tre infermiere corre ad accendere una candela adagiata sul piccolo presepe. Guarda l’orologio a parete che segna le nove in punto. Pensa ai genitori del bambino che stanno per arrivare. Per loro sarà un Natale migliore.

 

𝗜𝗹 𝗳𝗶𝗴𝗹𝗶𝗼

Avvolto nella sua lunga giacca marrone, stringe le mani dolenti sulla testiera del letto. La mano sinistra gronda sangue, il lenzuolo si macchia di rosso. Lui lo trova stirato, immotivatamente perfetto.

Gli occhi attoniti fissano il corpo del figlio adagiato sul letto. La bocca aperta lascia entrare polvere, tanfo e sconcerto.

Lo sguardo cade sul foglio del decesso che ha appena firmato il dottore: le undici e dodici. Lo trova un orario folle, imperfetto.

La musichetta delle luci di Natale continua a disturbare la veglia, a stonare la scena. Da oggi in poi, da oggi indietro, la vita è finita.

 

𝐍𝐚𝐭𝐢𝐯𝐢𝐭à

È distesa su un giaciglio di paglia. Il pancione sembra scoppiare. «Non ce la faccio, vi prego, basta, vi prego, aiutatemi, fatelo uscire, basta, no, no, no».

I bambini sbirciano, ridacchiano, litigano, il piccolo piange, ha fame.

La donna con gli occhi azzurri tra la pelle rugosa, si muove con sicurezza tra il piccolo lavabo, la ciotola con gli attrezzi, le pezze bagnate. Si avvicina alla puerpera e le dice in modo deciso: «Ce la fai, ce la fanno tutte. I bambini nascono così».

Gli occhi della levatrice e della futura puerpera si incrociano. La partoriente si calma, il dolore ha la sua tregua.

«Arriverà un dolore più forte di questo, allora sapremo che il bambino sta per arrivare». La donna riprende i suoi lamenti, presto tramutati in strazianti parole. Morde il cuscino con tutta la sua forza, piange. «Vieni qua», le sussurra l’anziana donna. La accompagna con le mani, le adagia sulla schiena delle pezze bollenti e umide; con la mente è già oltre. La madre è sempre lì: «Perché tutto questo dolore? Perché?».

L'anziana donna le spalanca le gambe e inserisce la mano: «Ecco. Un ultimo sforzo».

Il bambino fa l’ultimo percorso a ostacoli tra i canali, le porte e gli umori della madre. Venti minuti ancora di respiri spezzati e battiti simbiotici, uno dentro l’altro e distanti.

L'anziana donna accelera il ritmo e cuce con grazia i fatidici movimenti finali: taglia le garze, sterilizza gli utensili, prende le forbici, scalda l'acqua per il bagnetto, stende le fasce con cui avvolgere il pargolo, fa il segno della croce.

Un ciuffo di capelli sbuca, un'esplosione di acqua, sangue e muco cola nella ciotola, la testa ruota, il corpo scivola. Una presa forte, il freddo, il pianto, un sussulto di gioia, uno sguardo alla lancetta, un taglio perfetto, il corpo nudo del piccolo adagiato sul ventre della madre. Un lenzuolo colorato di rosso. La madre lo guarda, le sembra perfetto.

La bocca del pargoletto scivola sulla pelle materna come il musetto di un gatto in cerca dell'uscita. Trova il capezzolo e succhia. La mamma lo guarda con gli occhi teneri stracolmi di stupore. La bocca socchiusa non osa cambiare posizione, per non far svanire quel senso di infinito mai provato prima.

«Mezzanotte e dieci minuti del 26 dicembre! Il Natale è appena finito!». Una nuova vita è cominciata.

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Perché questa settimana vi racconto queste storie al posto del consueto articolo?

Nessuno ci racconterà mai di chi ha preso per mano la bambina orfana di madre e le ha pettinato i capelli ogni mattina, o dei giorni seguenti al risveglio del bambino, di come abbia poi speso questa seconda possibilità. Nessuno ci dirà di quando il cuore e il corpo della mamma si sono spalancati per accogliere la vita del suo primo figlio, né se il padre orfano di figlio abbia trovato un motivo per sorridere ancora.

Sapremo qualcosa di loro solo se saranno carnefici o vittime di un sistema che ci divide per ogni dettaglio, forse dimentico del viaggio misterioso che tutti noi condividiamo.

Ma la bambina, il bambino, la madre, il padre, sono la tragedia degli ultimi, la gioia del piccolo, la potenza dell'invisibile. Un giorno si passeranno accanto, in una strada affollata. Il caso deciderà per loro: si ignoreranno senza sapere mai nulla l'uno dell'altro, oppure si urteranno, si innamoreranno e si doneranno i reciproci segreti.

Quei bambini siamo tutti noi, impauriti davanti alla fatalità del destino, uguali nel nascere e nel morire, in ogni caso stupiti davanti al mistero della vita.

 Buon Natale a tutti voi.