Muore
il mio avatar
Se
inserite il mio nome, Rosanna Pierleoni, sul motore di ricerca su fb, non viene
fuori nulla. Da giorni vagabondo alla ricerca di un senso, a quella che vivo
come una violenza, un’ingiustizia che mi avrebbe scosso anche avesse riguardato
altri. Fatico a mettere insieme la consapevolezza che trattasi solo di un’iscrizione
ad un sito e la sensazione interiore di un furto di un’identità, per quanto
digitale.
Muore
così il mio avatar e porta con sé, come ogni morte, un goccio di verità e un
goccio di finzione. Tutto il resto sono illusioni. In quello, come in questo
teatro, non contiamo niente.
Mi
convinco allora ogni minuto di più di questa morte, anche se avevo imparato a
prendermi cura di questo mio avatar, e lo ammetto, avevo anche cominciato ad
amarlo. È un po’ come assistere alla propria dipartita: da chi era affezionato
ai miei scritti questa disattivazione permanente viene vissuta come una piccola
morte. Come può tutto questo non essere reale? D’accordo, mi ripeto, facciamo
pure che non esisto: presto nessuno ricorderà più niente di me, io che non ho
una rete territoriale, non ho le braccia aperte per gli eventi culturali
pubblici e, parliamoci chiaro, non faccio comodo a nessuno, in una società che
sull’utilità, ha fondato tutto. Poche ore, pochi giorni, e nessuno ricorderà
più nulla, centrifugato come sarà dal solito tagadá di notizie, dalle giravolte
di immagini, dai click compulsivi, dalle emozioni indotte.
Ma
che cosa resta? Solo l’impossibilità di farne un dramma. «Ogni fantasma, ogni
creatura d’arte, per essere, deve avere il suo dramma, cioè un dramma di cui
esso sia personaggio e per cui è personaggio. Il dramma è la ragion d’essere
del personaggio; è la sua funzione vitale: necessaria per esistere»; così
scriveva Pirandello nel suo celebre Sei personaggi in cerca d’autore. Mi
saltano in mente in questi giorni stralci di questo capolavoro, e non comprendo
nemmeno il perché. In quel suo “teatro del teatro” saremmo stati anche noi
personaggi in cerca di autore, ma noi non sopravviviamo però alla potenza del
nostro dramma: abbiamo perso anche la potenza della maschera. Né autori né
personaggi; siamo piuttosto giocatori perversi, infragiliti metameri di un
corpo in necrosi, pedine truccate di un gioco asfissiante, inconsapevoli
gregari di una guerra psicologica perenne, al servizio di quella reale.
Disgiunti, acclamati, silenziati, cancellati: non esseri umani; piuttosto
apparizioni allucinate dei nostri incubi quotidiani, proiezioni da mitizzare o
divorare senza stomaco né chimo, lavatrice senza portello che trita all’infinito
i nostri panni pieni di sterco, mostri sfigurati che riemergono dall’inferno
dantesco per poi sparire nuovamente nell’abisso subito dopo.
Ma
noi tutto questo lo calcolavamo? Lo volevamo? «Quando un personaggio è nato,
acquista subito una tale indipendenza anche dal suo
stesso autore, che può esser da tutti immaginato in tant’altre situazioni
in cui l’autore non pensò di metterlo, e acquistare anche, a
volte, un significato che l’autore non si sognò mai di dargli!».
Anche per noi, autori autoreferenziali e personaggi scadenti, immersi in un
dramma che riguarda solo noi stessi, la traiettoria è andata ben al di là della
nostra penna. Lo ripetiamo spesso: «Facebook è una finzione, la realtà è un’altra»,
ma siamo sinceri o ci attacchiamo a parole morte, scheletro di mondo che è
tramontato per sempre? Quante emozioni corrono in questi spazi e sono reali?
Quante volte pensiamo di volere bene, di essere grati, delusi, turbati? E
davvero siamo poi così diversi quando ne usciamo? In cosa siamo migliori da chi
tutto questo lo ha orchestrato? Davvero basta un click per far apparire di
nuovo quel mondo reale di cui tanto parliamo?
Sloggio
a forza dal mio stesso personaggio e sono costretta a guardarlo da fuori. Dove
mi trovo? Non sono poi cambiata così tanto. Cammino con la macchina e rischio
un frontale con una donna che ha la faccia dentro il telefonino, porto al parco
mia figlia ed è vuoto, c’è solo una mamma il cui corpo evoca malattia e una
astenia malinconica che solo fino a trent’anni fa avrebbe avuto solo un malato
grave, ora è la faccia di ognuno; chiamo il medico e mi propone, per una banale
influenza, di portare mia figlia al pronto soccorso, lager inaccessibile
neppure con un’emorragia in corso. Allora so che quella polarizzazione di
percezioni e vissuti, quel deserto di proposte e alternative, quel saccheggio
degli spazi comuni e della più elementare voglia di vivere, mai mancata neppure
sotto le macerie, neppure sotto le bombe, è davvero qui per sempre, a
ricordarci un’imminente morte. Ma questa morte è già avvenuta, solo che noi non
riusciamo a lasciarla andare. Lì si incastra ogni nostro proposito vitale:
sperma e secrezioni tramutati in codici numerici e algoritmi. Sconfitti dalla
nostra genialità funerea, dalla nostra tecnica mortifera. È morto il corpo, la
nostra animalità, unico spazio in cui lo spirito si incarna. Per questo siamo
feroci.
E
allora so che Facebook non è più, ormai, uno spazio definibile, una stella
demoniaca e affascinante in cui entrare e da cui uscire. È piuttosto un orbe
virtuale che si è fatto reale incarnandosi dentro di noi, e radicando bulbi e
tuberi sull’asfalto che calpestiamo, nell’aria alterata che respiriamo. Non
siamo mai dentro e mai fuori; si gonfia dentro come un’infezione crescente di
cui non viene mai nominato il malanno; non è solo un’amante maligna che ci lega
a sé col suo veleno, donna diabolica e affascinante che detestiamo e
abbandoniamo per poi eiaculare ancora tra le sue cosce, no, è quel patto
malsano che ci trasforma nel nostro aguzzino, quel meccanismo psicologico per
cui ci piacerà sempre di più il persecutore che il perseguitato, e nella
disfatta dell’altro troveremo sempre la nostra piccola soddisfazione.
Anestetizzati, passivi, impazienti; attraversiamo i corpi di chi abbiamo
davanti, cancelliamo informazioni passate nel feed delle nostre giornate,
fatichiamo a chiamare orrori cose che non siano definite allo stesso modo da
altri, sostiamo assenti sulle caotiche home della nostra vita.
Così
non trovo più differenza tra i nostri avatar virtuali e i nostri personaggi
reali. Con la stessa freddezza con cui guardiamo corpi dilaniati e amici
silenziati in mezzo a foto di gatti e di cosce, allo stesso modo sbrighiamo una
pratica di sottrazione di minori o manganelliamo un popolo in rivolta; prima di
prendere uno spritz, dopo aver sceso la spesa dal cofano. Lo facciamo per
lavoro, per noia, non sappiamo davvero nemmeno perché. Distaccati come
psicopatici, inquietanti ancor di più ove la furia omicida non ci possiede
eppure ci abita, come un killer distratto che prima e dopo aver ucciso la sua
vittima inciampa in una buca o soffoca uno sbadiglio.
Eccoci
qua, siamo venuti a vedere lo strano effetto che fa. Bramosi di un like
e incapaci di radicale confronto, sedotti dal successo e impotenti dinanzi a un
incontro. Veloci a condividere, sempre assenti nel reale. Doniamo una carezza
in meno in favore di un post, teniamo lo sguardo un po’ meno sul miracolo del
mondo per leggere una notifica; un romanzo non conosce il suo scheletro vitale
fino a che quell’abbozzo di ispirazione finirà in un contenitore prefabbricato
che lo renda al più presto digeribile per tutti. Il post. Un grumo di
lettere in volo verso l’infinito, presto mangiato dal nulla; palcoscenico e
attore; cassa pensata per assorbire tutto, per dividere le persone e poi
tritarle; per mescolare insieme pietre preziose, residui e sterco, e farne un
unico fiume di immondizia da buttare nello scarico a sera. Questi sono i nostri
pensieri? Tanto valgono i nostri desideri?
Pensare
o postare? Ma io non voglio né pensare né postare, io voglio esistere. E mi
scuserà il signor Zuckerberg se non farò i salti mortali per riaverlo indietro
questo mio avatar. Lo avrei fatto se non avessi mai letto Pirandello, lo avrei
fatto se non sapessi che il cammino dell’umanità è cominciato molto prima di
questo suo spazio distopico dove altri per lui, povero manichino, hanno dato
una formula numerica al nostro delirio, garantendo una telecamera sempre accesa
sulla nostra ispirazione morente. Lo sappiamo tutti, ma quanto ci costa oggi
esprimere l’ovvio.
Chi avrà la voglia di leggere e condividere questa mia ennesima riflessione troppo lunga, sa che anche fottersene delle regole algoritmiche, non lasciare che altri definiscano il confine del possibile e del dicibile, significa compiere la propria scelta tra umano e postumano.
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