MARZO/APRILE
una storia sbagliata ⭐⭐⭐⭐
la ninnananna degli alberi ⭐⭐⭐⭐★
querida ⭐⭐⭐⭐
cento giorni che non torno ⭐⭐⭐⭐
un nuovo giorno a wonderson... ⭐⭐⭐⭐
nessuna traccia dell'assassino ⭐⭐⭐⭐
cadere ⭐⭐⭐⭐
cella numero 23 ⭐⭐⭐⭐
nuvole grigie ⭐⭐⭐★
MARZO/APRILE
una storia sbagliata ⭐⭐⭐⭐
la ninnananna degli alberi ⭐⭐⭐⭐★
querida ⭐⭐⭐⭐
cento giorni che non torno ⭐⭐⭐⭐
un nuovo giorno a wonderson... ⭐⭐⭐⭐
nessuna traccia dell'assassino ⭐⭐⭐⭐
cadere ⭐⭐⭐⭐
cella numero 23 ⭐⭐⭐⭐
nuvole grigie ⭐⭐⭐★
Il giudice e il suo boia - Friedrich Dürrenmatt
Se
si pensa alla Svizzera la mente corre banalmente al cioccolato, agli orologi e
alla neutralità. Friedrich Dürrenmatt è
svizzero, non so se ama il cioccolato, se sia più o meno puntuale, ma fa un uso
della neutralità particolare. Da entomologo descrive l’animo umano senza
dettagliate analisi psicologiche o complesse deduzioni, elimina tutto il
superfluo e si limita, attraverso dialoghi molto efficaci, a fornire piccoli
indizi che confondono il lettore, indotto a seguire una verità giudiziaria
lontana dalla realtà. Il suo linguaggio è preciso, asciutto, rigoroso come
quello di Sciascia.
La
vicenda raccontata in questo libro parte da una alcolica discussione, mutata
poi in una orrenda scommessa fatta a Costantinopoli tra un commissario di
polizia, Bärlach, e un avventuriero nichilista, Gastmann: esiste il delitto
perfetto? Per vincere la scommessa Gastmann, vero demone dostoevskijano, getta
uno sconosciuto nel Bosforo. La sfida continua per quarant’anni, sempre a
favore di Gastmann fino all’uccisione dell’ispettore Schmied della polizia di
Berna, città dove Bärlach è nato. Potrebbe essere l’ultima occasione per
l’ispettore, ormai rimasto solo, anziano e malato, per stanare finalmente
l’avversario.
Dürrenmatt
tesse una tela vischiosa per il lettore dove vittima e carnefice, giudice e
imputato, boia e imputato e alla fine giudice e boia si legano e si mischiano
creando fraintendimenti fino a un finale sconcertante a conclusione di una
perfetta macchina narrativa.
I
temi affrontati dall’autore sono principalmente due: il male e la giustizia al
di là delle conclusioni giudiziarie nella ricerca del colpevole.
Il
male che, pur non ammettendolo, oltre ad atterrire, attrae, senza riuscire a
spiegarlo se non constatandone l’esistenza. Bärlach che ha creato il mostro
quarant’anni prima, si immerge nell’indagine, non per scoprire la verità, ma
per assolversi dal peccato originale. Si assume il ruolo di Dio e pone al
lettore davanti al dilemma se sia giusto giudicare secondo le leggi o secondo
la misura dell’uomo su una intera esistenza. La partita che si gioca tra
Bärlach e Gastmann prevede solo l’annientamento dell’avversario e la vittoria
non contempla la condanna del colpevole ma la vittoria sul nemico. Un trionfo
della giustizia ambiguo e imperfetto com’è in quasi tutti i libri di Dürrenmatt
dove è difficile capire quale sia il confine tra giustizia e verità.
Genere: Narrativa
Il giorno del furetto – Marco Ghergo -
recensione a cura di Francesca Simoncelli
Il romanzo "Il giorno del furetto" è la storia di
Matteo, detto Teo, un contabile che odia il suo lavoro, un uomo che ha paura di
qualsiasi malattia, reale o presunta, e che, nel tentativo di accontentare
tutti, l'unico che non accontenta mai è se stesso.
Una mattina, l'incontro casuale con un furetto, porterà Teo
nella più grande avventura e disavventura della sua vita.
In viaggio con i fratelli Leroy, la bella Rita, di cui si
innamora all'istante, e il folle Renato, che ruba "perché non si fa",
incontrerà personaggi strampalati, malviventi e una banda di fratelli con la
vocazione per ripulire il mondo dal male.
Affrontando tutte queste vicissitudini, si accorgerà che sta
lasciando andare le sue più grandi paure per fare spazio alla vita.
Come non affezionarsi a Teo? Come non identificarsi in
lui?
Insicuro, pauroso, fobico, sempre alle prese con ansie e
panico, comprenderà però alla fine di essere più coraggioso di quanto non si
sarebbe mai aspettato.
Ho apprezzato il ruolo del dottor Carlo Gustavo Jovine, che
si rifà spudoratamente e volontariamente al celebre Carl Gustav Jung, che
dispensa a Teo frasi ad effetto e consigli psicologicamente ponderati per
aiutarlo a sconfiggere le sue fobie… ma alla fine sarà un furetto ed una
strampalata compagnia a fare superare a Teo i suoi problemi.
Marco Ghergo, conosciuto casualmente alla fiera del libro di
Roma, è stato la piacevole rivelazione di uno scrittore ironico, ma allo stesso
tempo profondo, perché in questo romanzo, a tratti surreale, Teo rispecchia un
po' le paure e le insicurezze di ognuno di noi.
genere: narrativa
anno di pubblicazione: 2023
Malavita - Giankarim De Caro -
recensione a cura di Patrizia Zara
Quando ero piccola mio nonno mi raccontava tante storie. Mio padre mi
raccontava altrettante storie. Mia nonna e mia madre ancora storie. Storie di
vita, testimonianze di esistenze in una terra, Palermo, baciata da tante
civiltà, infangata dalla miseria, prosciugata dalla illustre balorda nobiltà,
torturata dalla guerra.
Nel libro di Giankarim De Caro mi sembra di risentire le voci dei miei cari che
raccontavano, ognuno a suo modo, le condizioni di chi la sorte lo aveva privato
del suo destino, fato già segnato dall'ipocrisia dei potenti, dalla forza del
denaro, dal volere di un oscuro divino.
In "Malavita" le protagoniste sono quattro donne palermitane: la
madre Lucia e le figlie Provvidenza, Pipina e Grazia. Le quattro donne si
aggirano fra baracche fatiscenti, serve fra nobili palazzi, e le loro esistenze
in un susseguirsi generazionale abbracciano 20 anni, dal primo novecento
alla seconda guerra mondiale.
Sono donne sfruttate e vessate dall'universo maschile, ominicchi o quaquaraqua
ignoranti e nullafacenti, o da nobili racchiusi nel loro limbo dorato e, ancora
e purtroppo, da ministri di culto divino unidirezionale. Non si salva,
apparentemente, nessuno.
Donne sole costrette a vendere l'unica cosa che possiedono: il loro corpo.
Prostitute dimenticate da Dio, dalla società, dalla giustizia.
Mi raccontava mio nonno, con un certo comprensibile pudore, di queste donne
dedite al meretricio abusivo per sfamare se stesse e loro creature eredi
del peccato, figli del piacere; mi diceva della guerra atroce e insensata
che non ha fatto altro che peggiorare le condizioni dei più disgraziati
"la guerra la subiscono i miserabili" concludeva sempre ; mi
raccontava mia nonna, con una certa amarezza, l'impotenza verso quegli uomini
che si atteggiavano a padroni di vite altrui; mi raccontava mio padre,
con amara nostalgia, la disperazione della fame; mi raccontava mia madre le
dolorose privazioni dell'universo femminile soprattutto quello rilegato nei
borghi malfamati, insalubri e miseri che non davano, e non danno ancora oggi,
spazio alla solidarietà femminile.
"Fimmini" vittime e carnefici di se stesse,
"màschuli" forti verso i più fragili e indifesi, classiche lotte tra
poveri, guerre sotterranee che ingrassavano i ventri e coloravano le gote di
chi non si voleva sporcare le mani. (È cambiato qualcosa?)
"Malavita" è un racconto corale, crudo ridotto all'essenziale, vero,
scabroso, che non fa sconti a nessuno: amaro.
Eppure in tanta amarezza la scrittura si presenta elegantemente pulita anche
nel descrivere scene dall'atmosfera di greve realismo, immagini vivide sulle
atrocità della guerra, sugli aspetti più intimi e dolorosi delle protagoniste
poiché non usa forzature narrative, né fronzoli scurrili e volgari, né il
ricamo di una facile drammaticità.
De Caro utilizza uno stile narrativo che tenta di escludere il coinvolgimento
del narratore in favore dell'imparzialità del giudizio, lasciando ai/le
lettori/trici la formulazione di eventuali sentenze.
Tuttavia sebbene ciò, il lettore attento potrà scovare nelle sottili marcature
la presenza dell’autore chr si affaccia quasi turbato e inconsapevolmente
sconvolto dalla forza del suo stesso racconto. Allora la storia si colora di
rabbiosa onesta umanità a scapito di un cavalcante cinismo in una società
logora e ipocrita.
Lo consiglio soprattutto a chi ha letto la storia dei Florio poiché, mentre
questi crescevano nel benessere, tante sono le storie disperate e dimenticate,
vissute con altrettanta sofferenza, forza e determinazione, che parallelamente
gravitavano nella realtà siciliana e il cui riscatto, se c'è stato, è stato
pagato a carissimo prezzo. Bisogna sempre cambiare prospettiva per comprendere
appieno la realtà degli uomini e delle cose: le medaglie hanno sempre due
facce!
Grazie De Caro, mi sei piaciuto.
"Le campane delle chiese, all'unisono, annunciavano le odi
mattutine, svegliando le viuzze sporche e malandate; i tuguri senz'anima
e senza luce, dove una moltitudine di disgraziati fatta di pescatori,
artigiani, donne e tanti picciutteddi e puciriddi, era pronta a invadere i
fatiscenti vicoli della città alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i
denti. La miseria più nera e assoluta nella quale vivevano faceva da
contrappeso all'opulenza delle nobili famiglie che, in quel periodo,
diventavano protagoniste e fautrici del liberty palermitano"
"Beddamatri! Chi focu ranni!" Buona lettura 😊
genere: narrativa
anno di pubbblicazione: 2018
Una storia sbagliata - Maurizio Blini -
recensione a cura di Gino Campaner
📖Spiccioli di trama: due
indagini una ufficiale l'altra un po' meno. La prima deve individuare
l'assassino che uccide giovani drogati diventati pusher. La seconda vede due
investigatori privati, prima in organico alla polizia, ora in pensione (ma non
troppo) impegnati a cercare un giovane che è scappato prima da casa poi dalla
comunità alla quale si era rivolto per risolvere la sua condizione di
tossicodipendente.
🔥Punto di forza: si
tratta di un thriller abbastanza tradizionale ma con alcune peculiarità che lo
rendono molto interessante. Innanzitutto la squadra di poliziotti sono tanti,
sono uniti e leali. Blini li fa "lavorare" sempre con coordinazione ed
ordine. L'esposizione e chiara e curata e si gode appieno del racconto. In più
quasi nulla torna in ordine i colpi di scena sono tanti ed i pugni allo stomaco
pure. Se si vuole fotografare la realtà non si possono fare sconti e l'autore
proprio non ne fa dando come risultato un racconto molto duro e vero.
🙁Punto debole: l'unico
punto debole è proprio solo quello che il canovaccio di un thriller è
abbastanza segnato e ovvio, anche se Blini ci mette molto del suo rendendolo
coinvolgente e molto meno scontato. A
🏁Finale: il finale va
oltre le mie aspettative. Un grande bravo a Blini ed un grazie. Finale coerente
con il resto del romanzo che non cede mai a sentimentalismi. Niente zucchero.
Pochi edulcoranti per mitigarne la durezza. Giustissimo.
🎓Giudizio complessivo: ⭐⭐⭐⭐
Mi sono divertito. Bella storia, ottimamente raccontata, momenti complicati,
coinvolgenti, sorprendenti. Nulla è scontato. Complimenti.
genere: giallo
valutazione:buono
anno di pubblicazione: 2024
Codice 93 - Oliver Norek
recensione a cura di Edoardo TodaroLa vasta gamma di scrittori francesi che si cimentano con il
noir si va arricchendo. L’ultimo, in ordine di tempo, è Olivier Norek. Ex
poliziotto, oggi scrittore, scrittore affermato. Norek ci porta, attraverso
Victor Coste, capo della squadra anticrimine, a tu per tu con il mondo delle
periferie, il mondo delle banlieue, e lo fa perché qualcuno è stato sicuramente
ammazzato, visto che viene svegliato a notte fonda. La descrizione del cuore
della periferia, Seine Sent-Denis: casermoni che hanno preso il posto di quelle
palazzine che erano subentrate ai villini; le roulette una accanto all’altra;
il bucato sulle reti metalliche; la discarica con i suoi “ odori “; le montagne
di immondizia; i lavoratori, a nero ovviamente, in attesa del furgone che li
preleva e li porta ad essere sfruttati; magazzini lasciati in disuso, con la
promessa sempre pronta ad essere usata, di essere demoliti; capannoni vuoti; le
vedette con la funzione di sentinelle appostate per controllare il
territorio. Dicevamo che qualcuno è
stato ammazzato, e ciò è vero: viene ritrovato un cadavere, un nero morto. Un
cadavere con molti misteri ed efferatezze. Rapina a mano armata, spaccio,
stupro? Il posto di polizia con gli uffici antidroga, la sezione specializzata
in stupri e rapimenti; squadre anti-gang addette a disinfestare il quartiere
ecc, deve destreggiarsi per capire cosa è successo; con le donne che sono
considerate solo da un punto di vista sessuale. Ma il ritrovamento di un
secondo cadavere complica le indagini: una donna di identità ignota sottoposta
a violenza sessuale. Ed a questo punto la domanda è: i due casi sono collegati?
I deceduti e ritrovati divengono 4, vittime invisibili, gli scomparsi; senza
famiglia né amici: come del resto tossici, puttane, clandestini. Invisibili che
sono esclusivamente numeri utili alle statistiche, statistiche che vengono
manipolate a beneficio di dati che devono risultare positivi; invisibili che
non sono una priorità per nessuno, sono solo corpi da mettere sotto terra;
senza importanza dal punto di vista sociale. Un romanzo; “Codice 93“, che
indaga su cos’è il potere, un potere difficilmente controllabile, che è stato sempre
legato al sesso, in quanto quest’ultimo è, in realtà, una presa di potere. Un
potere che sta progettando la più grossa speculazione di tutta la storia
francese: il progetto della GRANDE PARIGI, che con il venir fuori di un’enclave
di povertà produrrà sommosse, cadaveri occultati compresi. Avendo letto, ed
apprezzato, “Il pesatore di anime“, e non solo io ci mancherebbe, posso dire che Rizzoli ha compiuto una
operazione commerciale intelligente sfruttando il successo riscosso da Norek,
dando alle stampe la trilogia della balie, Trilogia che Norek ha scritto
precedentemente a “ Il pesatore di anime “. Non credo sia da prendere in
considerazione un parallelo tra i due romanzi in quanto sviluppano due piani
diversi. Infine Giancarlo De Cataldo che sostiene questo nuovo autore francese
è u viatico positivo al prossimo.
genere: thriller
anno di pubblicazione: 2024
Delitti e tarocchi – Morena Fellegara
Recensione a
cura di Dario Brunetti
Delitti e
tarocchi è il nuovo romanzo di Morena Fellegara uscito per la Fratelli
Frilli editori. Si tratta del quarto capitolo della serie dedicata ai delitti
del bar Marco di Sanremo, che vede ancora una volta protagonista Mario, il
barista investigatore.
Quest’opera non
sarà solo un giallo, ma un viaggio nel mondo dell’esoterismo e
dell’interpretazione del significato dei tarocchi. Ogni carta è legato un
simbolo che si rivelerà una vera e propria minaccia per il barista Mario,
soprattutto quando avranno luogo dei delitti di un pericoloso serial killer.
Non sarà solo
una partita con le carte, ma anche a scacchi perché Mario dovrà prevedere le
mosse dell’assassino che sembra averlo preso di mira.
Da dove nasce
questo accanimento nei suoi confronti? Telefonate anonime, morti inspiegabili
ed eventi che sembrano frutto del caso ma che invece tendono a destabilizzare
il bar Marco, luogo di intrattenimento per i clienti abituali.
La torre
rovesciata, il Matto, il Diavolo, la Luna, l’Asso di Spade sono tutte carte che
avranno un impatto decisivo sullo sviluppo della storia, ma saranno simboli che
porteranno Mario a contestualizzarli nel modo più corretto possibile per
fermare quanto prima la mano omicida; ad affiancarlo ci sarà l’ispettore
Lanteri perché il gioco sembrerà farsi sempre più pericoloso soprattutto per lo
stesso protagonista.
La Fellegara è
un’autrice di talento, attraverso il suo stile semplice e immediato costruisce
delle trame interessanti che godono di una buona tecnica narrativa, in questa
storia ha legato il giallo all’esoterismo, un connubio che si è rivelato
efficace per rendere quest’opera all’altezza del genere e di catturare
soprattutto l’attenzione del lettore che resterà affascinato e al tempo stesso
rapito dal mondo dell’occulto e della cartomanzia.
Il romanzo è
ambientato negli inizi degli anni 80, dove il bar era luogo di ritrovo per
appassionati sportivi che trascorrevano il loro tempo nel commentare le partite
di calcio gustando qualche bevanda oppure nel dedicarsi al gioco delle carte.
Quest’opera è un tentativo ben riuscito per rompere questo clima di
serenità, ma diventerà anche il modo di mettere alla prova la propria fantasia
attraverso storie di mistero elaborando un giallo dove i tarocchi saranno
un’arma a doppio taglio, un gioco proibito nei locali pubblici destinato a
risultare letale.
Il romanzo sarà
accompagnato da estratti di brani musicali di tre grandi artisti che hanno
scritto pagine importanti della storia della musica italiana: Battiato,
Celentano e De André, senza tralasciare l’incipit tratto dal Castello dei
destini incrociati di Italo Calvino.
genere: giallo
anno di pubblicazione: 2023
La ladra di parole - Abi Darè
Questa
è una storia dolorosa e amara con una protagonista femminile formidabile e
coraggiosa di nome Adunni. Parla dalle pagine del libro con il suo
caratteristico linguaggio sgrammaticato e fa immedesimare nel racconto proprio
per la sua voce autentica. Infatti una nota iniziale avverte i lettori che la
traduzione italiana rispetta il “broken
English” parlato in Nigeria dove comincia la sua storia. Questo modo di
parlare strampalato regala impreviste osservazioni di costume che, unite
all’innocenza e all’ingenuità spiazzante di Adunni, fanno immergere il lettore in
una vicenda penosa e al tempo stesso piena di speranza che vede la nostra
protagonista dolce e instancabile, orgogliosa e determinata alla ricerca di
riscatto.
Un
riscatto che passa attraverso il suo sogno di istruzione, di sapere, di
conoscenza nonostante un destino di morte e schiavitù che passa per
pestaggi, umiliazioni e sfruttamento perpetrati persino dalla famiglia presso
cui ha trovato asilo impiegata come domestica.
Adunni
a quattordici anni viene data in moglie a un vecchio con altre due mogli perché
la famiglia ha bisogno di soldi nonostante il suo sogno sia quello di studiare,
diventare maestra per insegnare alle bambine a liberarsi dalla miseria
attraverso l’istruzione. Dopo un evento tragico riesce a fuggire nella capitale,
Lagos, ma finisce serva di una padrona spietata e tirannica.
Adunni
diventa pertanto una ladra, ruba di nascosto le parole dei vecchi libri di
proprietà della sua ricca padrona. Le parole rubate sono l’unica via di fuga strappata
a giornate estenuanti di lavoro e digiuno sognando sempre di diventare una
maestra.
Il
titolo italiano del libro appare pertanto centrato.
Il
titolo originale “The girl with the
louding voice”, d’altra parte ha la sua ragion d’essere perché Adunni dice:
“Io voglio una voce forte, una voce che
la sentono tutti. Voglio che entro in un posto e le persone mi sentono, anche
prima che ho aperto la bocca. Nella vita voglio aiutare tante persone, così,
quando divento vecchia e muoio, vivo ancora nelle persone che ho aiutato”.
Far
sentire quindi, alzare la propria voce oltre le sofferenze e gli abusi e per
fare questo, per far nascere la speranza e far avverare il sogno l’unica
maniera è andare a scuola, imparare a leggere e scrivere.
Con
fermezza Abi Darè racconta la situazione di migliaia di bambine e bambini
nigeriani sfruttati e fa riflettere sull’influenza dell’istruzione, unico
strumento di riscatto ed emancipazione.
“Per le ragazze
come me il futuro è già deciso. Ma io non mi arrendo nel silenzio. Un giorno
troverò la mia voce” Afferma
Abi Darè attraverso Adunni e c’è riuscita.
Genere: Narrativa
Anno di pubblicazione: 2020
Il breve mestiere di vivere - Adriano Morosetti -
recensione a cura di Patrizia Zara
“Il gioco si fa duro e non si può dormire.
E non sappiamo più decidere se ripartire
E batte forte il cuore che per lo stupore
Di non capire l’orizzonte che colore ha…
…Cosa ci prende cosa si fa quanto si muore davvero
Il mistero di vivere è il solo mistero che c’è
(dalla canzone “Mistero” di Enrico Ruggeri)
Non amo particolarmente i gialli. Il genere di solito mi annoia.
Tuttavia quando mi capita di imbattermi in un libro che mi attrae per i colori
della copertina o mi affascina per la breve sinossi di quarta, intuisco che del
“giallo” ha soltanto lo sfondo per raccontare una vita travagliata e
simpaticamente smaliziata.
Arturo Ferretti, il disincantato protagonista di “Il breve mestiere di vivere”,
prende tutta la scena con la pungente ironia di chi della vita non si aspetta
più nulla, coinvolgendo disinteressatamente i lettori nel suo percorso di morte
e rinascita.
“Il mestiere di vivere” è un giallo scritto con un linguaggio disincantato,
canzonatorio e, a tratti, baldanzoso tanto da renderlo alquanto spassoso,
sebbene le parole fallimento, vuoto, solitudine aleggiano nell’aria viziata di
un mondo fittizio.
Arturo Ferretti è un giornalista di trentotto anni che, dopo una forzata
assenza di otto anni, ritorna nella sua Sanremo, terra natia, proprio mentre la
città si prepara ad accogliere il famoso festival della canzone italiana. Siamo
nell’anno 1983.
L’illusorio luccichio, fittizio agli occhi del nostro cinico personaggio, eroe
futuro suo malgrado, brucia come una lamina conficcata nella schiena.
“Non tutto quello che luccica è oro”
Il nostro Ferretti sa che dietro i lustrini da circo si nasconde beatamente e
indisturbato il degrado sociale.
E così, tra le note di una canzone e l’altra, tra un’intervista preparata a
tavolino e un’altra, nonostante la sua apatia esistenziale, si troverà
immischiato in una faccenda illegale.
Per amore, soltanto per amore e, anche, per amicizia, si trasformerà da
giornalista di terz’ordine a un impavido supereroe, detective senza macchia e
senza paura.
Il romanzo è scritto bene, scorre che è una meraviglia. I dialoghi sono tosti,
a volte violenti e grossolani, disturbanti, che cozzano con l’ipocrita mondo
del conformismo e del “politically correct” che impone la tv di Stato.
Sono questi, proprio i dialoghi disturbanti, che reggono la trama e impediscono
che questa si sfaldi nell’immaginazione cinematografica dei cliché e dei luoghi
comuni
Arturo Ferretti conquisterà i lettori con il suo volto scavato, la barba e i
capelli lunghi alla William Dafoe ne “L’ultima tentazione di Cristo”.
E poco importa se nelle 275 pagine almeno per la metà è imbottito di alcool di
ogni genere (per me, che sono totalmente astemia, è stato un supplizio),
l’inconscio desiderio e i fatti casuali sono più forti del male di vivere e lo
riporteranno a far pace con il suo doloroso passato e con la sua incantevole
città, Sanremo la città dei fiori e della canzone italiana.
genere: giallo
anno di pubblicazione: 2024
Querida - Carmen Nolasco -
recensione a cura di Gino Campaner
Lo dico
sinceramente, non sarà facile per me scrivere con obiettività una recensione su
di un romanzo di Carmen Nolasco. Lo dichiaro apertamente da subito, anche se,
per chi mi conosce, sa che difficilmente faccio sconti agli autori, soprattutto
se hanno scritto un romanzo che mi ha poco emozionato, magari lo esterno con
estrema diplomazia ma tra le righe della mia recensione la delusione si percepisce.
Detto questo ribadisco che io adoro la penna della Nolasco. Mi viene difficile
scriverne male. Lei comunque mi agevola spesso il compito perché i suoi romanzi
sono sempre impeccabili. Cercherò allora di mantenere una certa sobrietà di
giudizio. Ogni volta che la Nolasco pubblica un libro, già prima di leggerlo,
ho aspettative altissime. Le ho da quando lessi Sposo di sangue, il primo
romanzo che ho letto scritto da lei. Da allora posso dire che non ha mai
sbagliato un colpo. Quindi anche da Querida mi aspettavo tantissimo. Ed anche
questa volta sono rimasto pienamente soddisfatto. In Querida c’è tutta la sua
consueta penna con in più una parte in cui il romanzo fa riflettere il lettore
per i temi che tratta. Si parla infatti di un argomento attualissimo: l’intelligenza
artificiale; la possibilità che dei robot, con sembianze più o meno umane, possano
diventare nostri interlocutori diretti. Fin dove sarà lecito spingere la
ricerca? Fin dove gli sarà permesso di arrivare? Quanto condizioneranno la
nostra vita? Saranno in grado di evolvere autonomamente o agiranno solo dietro
direttive imposte, di volta in volta, dai loro creatori? Assolveranno solo a
compiti “ludici” o potranno anche avere sentimenti? Ci si può innamorare di un
cyborg? Può sostituire una persona che abbiamo perduto ed alla quale eravamo
profondamente legati? Tantissime domande e altrettante considerazioni nascono
dalla lettura di questa parte di romanzo. Poi c’è una buona parte di romanzo
(ovviamente le due parti sono perfettamente integrate) con una Nolasco più
“tradizionale”, nel quale affronta temi più vicini ai suoi romanzi precedenti.
L’amore platonico, quello passionale, l’abbandono, il dolore e la rinascita. Il
ritorno alla vita. Il tutto immerso in descrizioni che fanno venire i brividi
tanto sono vivide, facendo sentire il lettore quasi come realmente presente in
quel contesto. La descrizione del mare della sua furia e del suo ritorno alla
calma la presenza costante del vento che scompiglia ogni cosa: le fronde degli
alberi o i capelli, i pensieri o le proprie paure. Tutto con una ricchezza di
vocaboli e di suggestioni che ti fanno sussultare ti trasmettono emozioni
continue. Al di là del racconto in sé quello che adoro della Nolasco è la sua
penna: ricca, evocativa, pertinente, mai banale. Se tutto il romanzo sorprende
e delizia il finale lascerà ad occhi spalancati e riproporrà i mille
interrogativi che avevamo abbandonato per seguire la vicenda personale di Melissa.
Carmen Nolasco non mi hai stupito, non più, mi hai semplicemente confermato
ancora una volta le tue grandi doti di narratrice e di puntuale analizzatrice
della società attuale. Complimenti.
valutazione: buono
genere: narrativaanno di pubblicazione: 2024
Il senso del dolore - Maurizio De Giovanni
recensione a cura di Alice Bassoli
🎭 1931. La primavera
tarda ad arrivare e un vento gelido balza per le strade di Napoli. Al Teatro
San Carlo, l'illustre tenore Arnaldo Vezzi è trovato senza vita nel suo
camerino, poco prima della rappresentazione de "I Pagliacci", con la
gola squarciata da un frammento di specchio.
😱 Artista di fama
mondiale, osannato dal pubblico e amico del Duce, Vezzi è un uomo egoista e
spregevole, con una lunga lista di nemici.
🕵️♂️ È il primo caso per
il commissario Ricciardi della Squadra Mobile della Regia Questura di Napoli.
Ciò che colpisce di De Giovanni è la sua abilità nell'umanizzare i personaggi,
non semplici attori ma esseri che prendono vita tra le pagine.
🎶 La Doppia Faccia
dell'Artista: Vezzi, famoso per il suo talento straordinario, è altrettanto
detestato per la sua personalità spregevole. Man mano che Ricciardi indaga,
emergono retroscena che dipingono un quadro complesso della vita di questo
uomo.
📘 È un libro che cattura
l'animo, con una trama impeccabile, personaggi sfaccettati e una narrazione che
incanta dalla prima all'ultima pagina.
genere: giallo
Senza sangue - Alessandro Baricco -
recensione a cura di Francesca Tornabene
"E sentiva il proprio corpo raccolto, rigirato su se stesso come una conchiglia - questo le piaceva - era guscio e animale, riparo di se stessa, era tutto, era per sé stessa tutto, nulla avrebbe potuto farle male fino a quando fosse rimasta in quella posizione..."
Sono due racconti brevi con un unico filo conduttore che si
divorano in un giorno.
Usando le stesse parole incise tra le pagine di questo
libro, potrei dire che questa è una storia che si consuma "In un lungo
inferno identico a quello da cui veniamo. Ma d'improvviso clemente. E senza
sangue".
La scrittura è semplice, poetica, ispirata, ma soprattutto
diretta.
Ogni frase disegna i confini di una storia il cui scenario è
ben definito tanto da trascinarti dentro le pagine di questo libro, prima
ancora di capire che cosa stia realmente accandendo.
Nel titolo si cela la nostra chiave di lettura per
affrontare questo viaggio attraverso immagini evocative e contrapposte.
Quelle realistiche dell'inferno della guerra e quelle quasi
oniriche dell'ignoranza del male.
Attraverso questo viaggio si snodano il conflitto tra
carnefice e salvatore. E soprattutto, il desiderio dicotomico tra la vendetta e
il perdono.
Il passato ritorna sempre e quell'immagine quasi magica, di
una bambina che ormai è donna, rimane cucita addosso ai nostri ricordi,
attraversa la crudeltà della guerra fino allo scenario conclusivo della storia.
Ed è in quell'ultima immagine che il conflitto lascia il
posto al desiderio.
Mentre nel silenzio, il lettore rimane senza fiato.
genere: narrativa
anno di pubblicazione: 2002
Nessun luogo è più casa - John Boyne
recensione a cura di Ornella Donna
John Boyne,
autore del famoso bestseller Il bambino con il pigiama a righe, approda in
libreria con un nuovo, toccante, romanzo intitolato Nessun luogo è più casa, edito da Rizzoli. Un libro che affronta
nella sua storia un tema delicato: i figli dei mostri, che hanno compiuto ogni
sorta di abominio nei campi di concentramento, quanto sono a loro volta
colpevoli? Devono espiare una colpa non loro? O , come dice il cristianesimo,
le colpe dei padri devono ricadere sui figli?
E’
quello che per tutto il cammino si è domandata la signora Gretel Fernsby,
novantun anni. Lei che ora abita in una bella casa, nel centro di Londra, ove:
“La mia dimora di Mayfair tecnicamente è
un “appartamento”, ma sarebbe un po’ come definire il castello di Windsor
“casetta in campagna della regina”. Tutti gli appartamenti del palazzo- sono
cinque in totale, uno al piano terra e due ciascuno dei due piani superiori –
consistono di 140 metri quadrati nella creme de la creme del mercato
immobiliare londinese con tre camere da letto, due bagni più uno di servizio e
una vista su Hyde Park che ne attesta il valore.”
Lei
ha girato il mondo, pagando un tributo pesante per essere la figlia di un
padre, che ha perpetuato grossi crimini a Berlino:
“Se esaminavo il mio viso vi scorgevo
l’ombra di mio padre, la sua espressione indifferente, la determinazione a
restare fedele alle convinzioni che avevano forgiato la sua vita adulta.”
E
a lei non è rimasto altro da fare che vivere una perenne fuga, con la paura
ossessiva di venire scoperta:
“Andando in capo al mondo o quasi, avevo
fatto tutto ciò che potevo per lasciarmi il passato alle spalle, ma ora sapevo
che era impossibile. (…) quelle cicatrici stupende di cui aveva parlato Kurt mi
avrebbero sempre trascinata in quell’altro posto. Non sarei mai riuscita a
sfuggirgli.”
Ma
il passato torna, ovunque:
“Il mio ultimo gesto fu imbucare una
lettera . (…) nella quale esponevo nel dettaglio tutta la mia storia con suo
marito, dalla mattina in cui la mia famiglia aveva lasciato Berlino. Non
tralasciai nessun particolare, ammisi chiaro chi ero, chi erano stati i miei
familiari.”
Forse
è giunto il momento di chiudere con il passato, ed espiare la propria colpa, tramite un gesto
estremo, che andrà ad aiutare una persona in difficoltà. Che farà?
Un
romanzo che colpisce al cuore; una lunga riflessione su un tema delicato,
trattato con precisione, senza mai giudicare, che induce ad una profonda
riflessione:
“Nessun luogo è più casa è un romanzo
sulla colpa, sulla connivenza e sul dolore della perdita, un libro che si
propone di esaminare quanto colpevole possa essere una persona giovane alla
luce degli eventi storici che avvengono attorno a lei, e se tale persona possa
mai mondarsi dei crimini commessi da altre persone a cui voleva bene.”
Un
libro che ruota intorno alla figura di donna, così ambivalente, così difettosa,
ma anche così stupefacente che il lettore non può che restare incantato
dinnanzi al suo cospetto perché la libertà e il suo valore possono sempre
essere realizzati, ed è necessario anche passare attraverso la lettura di
storie come queste. Potente, lucido ed incantevole! Buona lettura!
Ad occhi chiusi - Gianrico Carofiglio -
recensione a cura di Edoardo Todaro
Ed eccoci con il secondo romanzo con protagonista l’avvocato
Guerrieri, descritto da Gianrico Carofiglio. Dopo “ Testimone inconsapevole “ è
la volta di “ Ad occhi chiusi “. Guerrieri: l’avvocato che è abituato ad avere
a che fare con ladri, truffatori, rapinatori, ricettatori, bancarottieri,
qualche raro spacciatore, ma che rifugge da stupratori, di bambini in
particolare. Un avvocato che è totalmente consapevole che in una città come
Bari, se sei dedito a rubare e/o truffare lo fai solo e soltanto perché non hai
avuto altre opportunità; che è consapevole che pestare un sospetto o un
arrestato nelle galere e nelle questure è cosa all’ordine del giorno. Avvocato di indubbia fama positiva, amante
del ficcarsi nei guai, che ricorre alle arti del mestiere, come il
patteggiamento che ci fa tornare alla mente “ Testimone inconsapevole “ per
affrontare casi di difficile approccio,con il suo angolo palestra per scaricare
l’aggressività, e le mani dietro la schiena chiudendo gli occhi per scacciare
l’ansia che sale, e se tutto questo non è sufficiente va al supermercato metodo
usato da sempre per rilassarsi; che subisce pressioni perché non deve assumere
la difesa di qualcosa che potrebbe mettere in discussione tante cose;
l’avvocato che sente gli odori delle persone a tal punto che si accorge quando
questi cambiano. In questo caso abbiamo certamente protagonista Guerrieri, ed a
lui si accompagna suor Claudia con il suo contributo all’interno di una comunità per donne maltrattate,vittime di
tratta, collaboratrici di giustizia, la suora, e che suora, istruttrice di boxe cinese, il wing tsun.
Dicevamo poco sopra di Bari, e Carofiglio ci porta a tu per tu con l’esponente
della Bari bene, l’essere ex picchiatore fascista, il giocatore ludopatico di
poker, il cocainomane che ha rapporti familiari nei piani decisionali delle
sezioni penali della corte d’appello, ma anche con la periferia degradata e
capannoni immensi abbandonati, una Bari con confini invisibili ma reali: pub,
finte osterie tradizionali da una parte, il fornello abusivo per arrostire, il
giocare a calcio per strada, i pregiudicati ed i sorvegliati speciali.
Simpaticissimo il riferimento ai pensionati che invece di giocare a briscola o, come nell’opinione generale, a guardare i lavori in corso, stazionano
nelle aule di tribunale per vedere i processi, qualunque processo si tratti.
Con quanto descritto, l’avvocato Guerrieri ci rimanda alla prossima fortunata
puntata e noi lo seguiremo.
genere: giallo
anno di pubblicazione: 2003
La stagione degli innocenti - Samuel Bjork -
recensione a cura di Elisa Caccavale
La
stagione degli innocenti è un libro di Samuel Biork e racconta la prima vicenda
di una serie che vede protagonisti gli investigatori della polizia di Oslo, Holger
Munch e Mia Kruger.
In
questa storia la polizia norvegese si trova ad indagare sugli omicidi di alcune
bambine di sei anni che vengono trovate morte nei boschi, vestite come bambole,
con attaccato al collo un biglietto con scritto “io viaggio da sola”.
L’assassino sembra inafferrabile e continua a rapire le sue vittime innocenti,
gettando la popolazione nel terrore e la polizia nello sconforto. A questa
vicenda si intrecciano il destino di una misteriosa comunità cristiana che
sembra nascondere qualcosa e le vicende personali dei protagonisti, che in
questo primo libro vengono presentati al lettore, pronto a seguire gli sviluppi
nei libri seguenti della serie (“La stagione del sangue” e “La stagione del
fuoco”).
Il
libro si inserisce nel filone ormai ben consolidato della narrativa gialla
scandinava; i personaggi ricalcano quello che è ormai un topos
narrativo, quello del detective antieroe, ricco di talento quanto di turbe e
idiosincrasie: Holger Munch è
sovrappeso, divorziato, ha una figlia che lo evita il più possibile e fuma in
modo compulsivo; Mia Kruger inganna il tempo cercando di risolvere il caso
mentre aspetta il momento di suicidarsi per raggiungere così la sorella
gemella, morta per overdose, e nel frattempo si uccide lentamente ingollando
pasticche ed alcol fino ad ottenebrarsi la mente. Nonostante questo Munch e
Kruger, insieme alla loro squadra, sono ancora i migliori investigatori di Oslo
e saranno gli unici in grado di tenere testa a questo assassino di bambine; un
messaggio esplicito e positivo, pur in mezzo a tanta cupezza, sul fatto che le
debolezze umane vanno accettate e gestite e non identificano (o condannano) le
persone.
Il
libro si legge con piacere, la trama è piuttosto avvincente e soprattutto in
certi passaggi la suspance è ben costruita, anche se, in conclusione, la
vicenda narrata non risulta sempre credibile e il movente, una volta scoperto,
è piuttosto debole. Un discreto colpo di scena rende il finale gustoso anche se
la costruzione della vicenda è un po’ stiracchiata.
Il
romanzo tocca anche profonde corde emotive perché quando le vittime sono
bambini la coscienza di tutti rimane scossa, pur se si tratta solo di finzione.
Il
libro è immotivatamente lungo (490 pagine); molto spesso le digressioni in cui
l’autore si perde sono più un divagare che un contestualizzare, lunghi passaggi
in cui si sofferma su personaggi secondari narrando le loro vite e le loro
esperienze per introdurre un fatto che poi risulta essere totalmente slegato
dal personaggio stesso.
In
sintesi: un libro che consiglio agli amanti degli autori scandinavi e che
apprezzano i protagonisti complessi (e un po’ complessati) e vicende forse non
proprio coerenti fino in fondo ma che sanno creare una buona tensione e
condurre il lettore attraverso svariati depistaggi e vicoli ciechi, prima di
imboccare la via della risoluzione del caso.
genere: giallo
anno di pubblicazione: 2017
Al di là del bene e del male - Friedrich Nietzsche
recensione a cura di Francesca Zara
"Esseri liberi non significa precipitosamente esseri forti e schiacciare i
deboli, ma implica l'essere coscienti di questi rapporti, il vivere al di là
delle illusioni (al di là del bene e del male), e costruire il proprio spazio
di libertà, e la propria morale, nel cuore di questa consapevolezza".
Un libro da leggere a sorsi, assaporando ogni parola tra la lingua e il palato;
sentirne la consistenza, l'essenza per creare, insieme al proprio DNA salivare,
un nuovo e personalissimo gusto.
Nietzsche è straordinariamente e inequivocabilmente attuale poiché ha superato
il concetto di tempo, di morale, di libertà, di religiosità.
È uno dei filosofi che adoro perché è riuscito a superare anche lo stesso
concetto di filosofia.
"Al di là del bene e del male" è un libro che bisogna tenere sul
comodino, nella borsa, in valigia per averlo a portata di mano e poterlo aprire
e lasciarsi attrarre dalla scrittura fascinosa e ammaliante del grande
Nietzsche al fine di poter respirare aria di libertà e positività in questo
mondo ingabbiato in preconcetti, concetti, pregiudizi e giudizi sia morali, sia
etici che religiosi.
Si legge Nietzsche non certo per conoscere Nietzsche. Lo leggiamo per conoscere
noi stessi, il nostro mondo, la nostra natura. Nietzsche, infatti, ce li
dispone davanti agli occhi con tanta grazia e insieme con tanta brutale
franchezza che non possiamo rimanere indifferenti al meccanismo che si sbocca e
si aziona nel nostro cervello. Ci fa pensare e bene anche.
E non bisogna avere "paura" di Nietzsche per chi crede di non avere
l'attrezzatura intellettuale giusta: Nietzsche è un autore semplice ma non
facile, è un autore complesso ma non complicato. Richiede un po’ di impegno, è
vero, ma basta pensare e il gioco è fatto.
Bisogna approcciarsi alla lettura di Nietzsche con animo sereno e molto
naturale onde evitare di perdersi nelle sue parole e di non saper cogliere la
sfida del suo pensiero estremante al di sopra delle contraddizioni che altro
non sono che parole con la stessa origine e di conseguenza contenenti gli
opposti di cui uno predominante e l'altro latente.
Mi spiego meglio: non c'è bene senza male, non c'è male senza bene, non c' è
vita senza morte, non c'è il bello senza il brutto, non c'è moralità senza
immoralità. Da ciò è chiaro che qualsiasi sia lo schieramento scelto include,
inevitabilmente, anche l'opposto. Se critichi uno oggetto e/o una persona sei
inequivocabilmente parte della critica, fai parte dell'oggetto e/o della
persona che critichi. In poche parole sei parte della massa squallida e
mediocre.
Bisogna andare oltre, e più che schierarsi con questo o quello, direi che
bisogna trovare la propria dimensione al di là di ogni "cosa".
Difatti quando si illumina il proprio pensiero state certi che l'anima denudata
dai logori cenci e rinvigorita dalla ritrovata verginità acquisisce
un'inquietante e vigorosa tranquillità del tutto appagante poiché senti che la
vita ti appartiene nella tua unicità.
In questa società che ci tiene in ostaggio di una moralità bolsa e decadente
Nietzsche è stato l’iniziatore di una filosofia che getta lo sguardo al di là
dei contrasti, del discordante, dell’antitetico. Non mirando a un regno di
indifferenza etica e morale, ma raccogliendo la sfida -dolorosa e fatalmente
isolante- di conquistare mediante il pensiero uno spazio di libertà per il
pensiero stesso, una nuova inquieta dimora in cui l'uomo possa affrancarsi da
filisteismi e moralismi per condurre un'esistenza la cui natura morale si
realizzi e si esprima massimamente nel suo essere libero pensatore e libero
legislatore.
Che pensare? La mente se posta nelle condizioni di pensare, attività eccelsa, è
una grande potenza (Superuomo).
In conclusione: siamo in un mondo che si definisce libero e ognuno legge quello
che vuole, nel modo che vuole e con la chiave di interpretazione che vuole ma
vi consiglio di leggere Nietzsche con tutti gli strumenti che sono a vostra
disposizione adeguandoli all'oggetto che è in certi punti delicatissimo e in
certi altri esplosivo e soprattutto con la mente totalmente aperta e pronta per
ricostruire una vostro esclusivo pensiero.
Leggete Nietzsche con attenzione, quella attenzione nel cercare nella propria
attrezzatura culturale, filosofica e letteraria tutti i riferimenti utili alla
sua comprensione, nell’ uscire da ogni brano da ogni frammento, da ogni sezione
del libro con qualcosa in mano che prima non si aveva o con qualche certezza in
meno. Non vi ancorate in Verità Assolute. Uscite dalla massa. Siate numeri
primi "un numero Primo non si può dividere (pensiero) in due o più
parti uguali (opposti) cioè non si può mettere in relazione con nessun altro
numero (massa)"
genere: saggio
anno di pubblicazione: 1886
Su fogli volanti - Mirella Guagnano
recensione a cura di Gino Campaner
📖Spiccioli di trama:
il romanzo ripercorre, come fosse una biografia scritta in prima persona, la
travagliata vita di Eva. Da quando nasce anzi da quando venne concepita fino
all'età adulta (siamo vicini ai 30 anni).
🔥Punto di forza: Una
vita difficilissima quella di Eva fatta di infiniti soprusi e umiliazioni. Da
piccolissima viene trattata come una serva dalla madre che non le ha mai
dimostrato affetto. Da adolescente e da giovane donna le cose non cambiano. Il
destino con lei è spietato. La scrittrice non fa sconti e racconta di una
esistenza senza gioie che solo attraverso tanto dolore e sacrificio riesce a
riemergere e tornare a sorridere dimostrando una forza di volontà e di reagire
commoventi.
🙁Punto debole: non ho
ravvisato rilevanti punti deboli nella narrazione. Semplicemente è un tipo di
romanzo che deve piacere. Dipende da quali aspettative si possono avere
iniziando a leggerlo. A me a pienamente soddisfatto.
🏁Finale: il finale
contiene finalmente un po' di miele. Per tutto il romanzo tranne per alcuni
piccoli momenti si soffre accanto a Eva ma il finale le restituisce finalmente
un po' di serenità. Giunta ormai vicino ai 30 direi che se lo merita. Ma
senza esagerare. Un finale tutto da scoprire.
🎓Giudizio complessivo:
⭐⭐⭐⭐
È giusto attribuire una valutazione alta perché il romanzo lo merita. Anche se
spesso le persone "sfortunate" dalla nascita continuano a subire per
tutta la vita non riuscendo mai a rialzarsi. Eva è brava e fortunata. E la
Guagnano ad un certo punto a pietà di lei. Eva dimostra una grande forza di
volontà e di capacità di adattamento ma ha un talento importante che in pochi
possono vantare e riesce a metterlo a frutto. Trovando il giusto
riscatto.
genere: narrativa
anno di pubblicazione: 2023
Baraka - Riccardo Bruni -
recensione a cura di Alice Bassoli
🕵️ Dante Baldini è un
investigatore privato che si è ritirato dalla polizia per vivere in
tranquillità nella sua casa sul mare a Rocca Tirrenica. Tuttavia, il suo
passato sembra inseguirlo quando uno studio legale gli chiede di indagare sulla
misteriosa morte di Bianca Cataldi, la moglie di un influente uomo d'affari
locale. Ciò che sembra essere un caso isolato si intreccia presto con un'altra
intricata storia riguardante gli stabilimenti balneari del litorale,
complicando ulteriormente le indagini di Baldini.
🔍 Riccardo Bruni ci
trasporta in un mondo affascinante, diviso tra la lucentezza delle cerchie
sociali e il buio dei segreti nascosti dietro le quinte. La sua prosa brillante
e limpida cattura l'attenzione del lettore fin dalle prime pagine, mentre il
ritmo incalzante che batte lungo tutto il romanzo rende impossibile posare il
libro.
🔥 Tra incendi dolosi,
misteri irrisolti e personaggi enigmatici, Bruni sa come intrattenere il suo
pubblico. Dante Baldini emerge come un protagonista affascinante, con il suo
mix irresistibile di ironia e dedizione alla verità.
💡 "Baraka" è un
giallo che si distingue per la sua capacità di combinare suspense e umorismo.
L'autore sembra promettere ulteriori avventure per il suo indomito detective,
lasciando i lettori desiderosi di nuove storie. Un romanzo da non perdere!
genere: giallo
Anno di pubblicazione: 2023
Ragionevoli dubbi - Gianrico Carofiglio -
recensione a cura di Edoardo todaro
Andando a ritroso con Guido Guerrieri l’avvocato descritto,
anzi costruito, da Carofiglio, ci imbattiamo con “Ragionevoli dubbi “. Quanto
ci descrive Carofiglio, ci porta nella Bari degli anni ’70, anni ’70 che fa di
Bari una delle tante città in quel periodo. Guido Guerrieri, anche se
marginalmente, ha fatto parte dei gruppi della sinistra extraparlamentare
esistenti a Bari negli anni ’70. In contrapposizione a Guido, c’era Fabio
Paolicelli, detto Rayban, picchiatore fascista, dedito a rapine a mano armata, frequentatore
di campi paramilitari ed attirato dalla mitologia ariana, soprattutto un
possibile autore dell’agguato mortale subìto da Benedetto Petrone; una Bari,
non solo lei, con le zone della città divise politicamente, oggi “ Rayban “ è
dedito al traffico internazionale di stupefacenti e per questo si trova a scontare 16 anni in
carcere. Il carcere, e le accuse rivolte a Paolicelli, mette Guerrieri,
l’avvocato Guerrieri, a tu per tu con la propria coscienza: difendere o no, un
individuo con cui mai avrebbe pensato di entrare in confidenza, anzi un
qualcuno di cui avrebbe desiderato, sicuramente, la morte, con il quale ci sono
dei conti in sospeso. Ma siccome come si dice, niente vien da sé, ecco che
Guerrieri, il Perry Mason delle Murgie, si deve confrontare, anzi scontrare, lui
ed il ricorso alle sigarette per schiarirsi le idee, con un collega, il collega
che ha difeso, in precedenza, Paolicelli, un collega che deve fare i conti con
accuse piuttosto pesanti. Mai, nel non scritto, è previsto che un avvocato si
metta contro ad un altro avvocato. Infatti, cosa avviene? Guerrieri va in
contro tendenza ed entra in conflitto con il suo, odiato, collega, un
trafficante che si fa scudo dell’essere avvocato. Guerrieri che vaga nelle
strade, solo, senza meta, con l’insonnia, la depressione e gli attacchi di
panico, che cerca la libreria di riferimento da usare come ansiolitico ed
antidepressivo, che odia la domenica in quanto emblema della solitudine, che
deve gestire il rapporto, portatore di contraddizioni, con la convivente di un
cliente detenuto, con le sue domande senza risposta, ed il pugilato, anzi gli incontri di boxe, che
assumono il modo di porsi rispetto a quanto accade nella vita, perché la sua
quotidianità è: pugni al sacco; doccia; panino + birra; il pugilato, metafora
della vita, insegnamento per gestire le difficoltà del vivere. In queste pagine, come nei precedenti
romanzi, incontriamo l’ispettore di
polizia, Carmelo Tancredi, capace di leggere nella faccia delle persone; e Carofiglio ci spinge nell’entrare a
conoscere la realtà, la realtà dell’oggi, attraverso la moglie di Paolicelli,
Kawabata, l’immigrata, e Bari nella quale non può mancare, fortunatamente, l’associazione
di cittadini contro l’installazione dell’impianto per lo smaltimento di rifiuti;
ed ” il menare la birra “, un gioco tra
pochi, i pochi raccomandabili; Carofiglio/ Guerrieri ci accompagna nei
sotterranei del Palazzo di Giustizia, nel quale le celle di sicurezza sono
somiglianti, in tutto e per tutto, alle gabbie per animali da batteria, con la
muffa, nafta, umido, i muri scrostati e sudici. Quindi al di là del risultato
giudiziario, Carofiglio/Guerrieri ci mette di fronte ai dubbi, il dubbio che
ognuno di noi si deve porre per andare avanti, in modo equilibrato con se
stesso.
genere: giallo
anno di pubblicazione: 2006
La figlia unica - Guadalupe Nettel
Due
ventenni che si sono conosciute a Parigi tornano in Messico avendo maturato una
coscienza femminista. Entrambe rifiutano la maternità. Laura sta per finire una
tesi di dottorato mentre Alina che ha conosciuto nel frattempo Aurelio, cambia
idea e rimane incinta. Sembra che tutto proceda per il meglio e invece una
ecografia rivela che la bambina ha una malformazione e probabilmente non
sopravvivrà al parto. È Laura a raccontare il percorso della coppia e la
nascita di Ines, racconterà anche di se stessa e della vicina Doris alle prese
con un figlio adorabile ma difficile da gestire.
La
storia della maternità di Alina si ispira alla difficile esperienza di un’amica
dell’autrice e, come si evince dalla dedica, il libro intende essere un omaggio
legando così scrittura e vita.
La
scrittura della Nettel è asciutta, intensa, apparentemente semplice e questa
semplicità diventa un bisturi affilato che tocca i nervi scoperti legati
all’idea di maternità declinata nel libro in ogni aspetto con spirito critico
esaminando le scelte più intime delle donne.
La
maternità è vista come desiderio, come status da conquistare, come rifiuto
consapevole, come ostacolo alla carriera, come contrapposizione nella relazione
di coppia, ma anche come rivelazione della parte autentica di sé e delle
relazioni. La Nettel pone domande inaspettate e difficili, quelle che molte
donne e madri non osano nemmeno pensare. Dà risposte autentiche, empatiche, talvolta
spietate, però non in modo assoluto, mai giudicanti, fornendo modelli
alternativi attraverso un coro di voci femminili che hanno fede nella vita, una
fede laica, che, da lettrice, è impossibile non cogliere.
La
maternità è una condizione così intima e composita, così incognita, così piena
di luci e ombre che ogni situazione è degna di riguardo e considerazione;
nessuno può giudicare, nessuno può decidere cosa sia giusto per una donna se
non quello che decide per se stessa.
Tutti
i personaggi femminili, ciascuno con le proprie esperienze, le proprie esigenze
e desideri, ma anche difetti e timori, costruiscono senza rendersene conto una
rete di mutuo soccorso senza esserne obbligate.
Questo
libro non parla solo e soltanto di maternità in senso stretto, piuttosto
allarga a un “prendersi cura” dimostrando che si può amare e accudire anche chi
non è sangue del proprio sangue.
La
Nettel esorta a cancellare le categorie definite e utilizzare la similitudine
con il mondo animale. I due piccioni che hanno scelto di nidificare sul
terrazzo di Laura, probabili vittime consapevoli di quello che è chiamato
scientificamente “parassitismo di cova”, non temono di affrontare una maternità
non biologica e si uniscono a formare una famiglia e diventano con il loro
figlio/non figlio cuculo il simbolo di tutte le possibili maternità.
Quante
volte in passato i bambini sono stati allattati, nutriti, accuditi e cresciuti da
donne che non li avevano partoriti, pertanto, non si possono accettare limiti all’amore.
L’aggettivo
unica, abbinato alla figlia del titolo farebbe immediatamente pensare al fatto
di essere una sola figlia per una coppia di genitori, qui invece unica ha un
altro significato. Indica il rapporto madre-figlia il cui vincolo è unico. In
tal senso è la singolarità di Inés figlia e l’esperienza della maternità che fa
Alina diventano metafora di quello che è forse il motivo principale del
romanzo, ossia l’unicità delle relazioni, motivo che accende anche il rapporto
che nasce tra Laura e il piccolo Nicolas, figlio problematico di Doris, sua
vicina di casa, e di cui la giovane inizia a prendersi cura a modo suo. Unicità
che mette in risalto tutto ciò che non è normativo, conosciuto e rassicurante,
ma piuttosto dissonante, diverso e pur sempre dotato di una sua bellezza.
Non
c’è un finale rassicurante, bensì tante storie sospese in perenne divenire e in
contraddizione: Alina e Doris, madri che amano i propri figli, ma, per motivi
differenti, sentono il peso schiacciante della maternità; Laura invece, quando
incontra Nicolas, deve ricontrattare con se stessa il rifiuto di maternità e il
rifiuto verso la madre; madre che, dopo aver difeso bellezza e importanza della
maternità con la figlia, rivela quasi in sordina, trattarsi di “una stanchezza irrimediabile”; l’arrivo di una fin troppo premurosa tata
costringe Alina ed Aurelio a ripensare il loro rapporto genitoriale e di
coppia; Doris deve combattere con la violenza del figlio dopo aver subito
quella del padre, ma soprattutto contro la sua depressione e instaura
un’amicizia che prenderà pieghe inaspettate con Laura.
La
coralità di situazioni si intravvede anche nell’Alveare, collettivo femminista pensato come spazio di incontro e
condivisione femminile con il Messico sullo sfondo, perennemente in lotta con
le sue tante anime. Un paese che ancora non assicura la pienezza di diritti
alle proprie donne, dove si ha paura di uscire per strada in certi orari e le
donne muoiono senza che si parli di femminicidio.