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giovedì 18 dicembre 2025

LA FINESTRA SBAGLIATA - IL CASO, IL ROSSO E LO STUPORE

 



Il caso, il rosso e lo stupore 


𝐔𝐧𝐚 𝐛𝐚𝐦𝐛𝐢𝐧𝐚 𝐞 𝐥𝐚 𝐧𝐞𝐯𝐞

Una bambina cammina da sola nella neve. Sono le sedici e quaranta ed è già buio. La strada di casa è lunghissima. Ha paura, le lacrime scendono sulle guance rosse. La mamma non è andata a prenderla all'uscita da scuola, non era mai accaduto prima. Magari ha parcheggiato più in là. È quasi Natale e le macchine sulle strade sono davvero tante. I fari le attraversano gli occhi per poi lasciarla sola a fissare il bianco umido della nebbia. Ritrova la strada di casa, il portone è già aperto. Entra con i suoi passi innevati. La mamma mi sgriderà.

«Mamma, mamma!», ma la mamma non risponde. Non le risponde nessuno, ma sente un grande vociare. Nel corridoio c’è la nonna accasciata a terra e un uomo che non conosce che le dà degli schiaffi in faccia «Svegliati, forza, svegliati!».

Entra nel salone e vede suo padre: ha la pelle bianca e la bocca spalancata. Fissa qualcosa.

La bambina si avvicina e vede sporgersi dal divano le scarpe rosse della mamma. Distesa, una strana forma sospesa tra i cuscini e il bracciolo. Sembra la mamma, ma di lei non ha niente, a parte i vestiti. Né la voce né l'espressione del viso.

La bambina le tocca una guancia bloccata in una smorfia: la pelle è innaturale e non segue la sua mano, come faceva sempre. È fredda; invece quella della sua mamma è sempre molto calda.

La mamma non è lì. Non ci sarà mai più.

 

𝐈𝐥 𝐫𝐢𝐬𝐯𝐞𝐠𝐥𝐢𝐨

Apre gli occhi. Vede a mala pena il contorno delle sue gambe. La stanza d’ospedale è sfocata. Sente delle voci. «Se anche si svegliasse, non sarebbe mai più normale e non avrebbe più la vista, povero bambino».

Prova a guardare meglio, ma è tutto inutile. Ha paura, e avverte il suo corpo tremare forte: «Aiuto! Non vedo, non vedo niente, aiutatemi!».

Sente dei passi correre verso di lui: «Stai calmo, è tutto a posto, è tutto a posto», una voce femminile e materna. Sente altre due voci gioiose e stupite accavallarsi tra loro; poco dopo le sente accordarsi per avvertire il dottore del miracolo.

«Riesci a vederci?», riconosce la stessa voce femminile di prima. Forse è della stessa donna che ora ha poggiato una mano sulla sua.

«No, non vi vedo, non vedo niente… voi avete detto che non vedrò più, vi ho sentito, vi ho sentite prima mentre parlavate!».

Sente dei passi arrivare nella stanza: «Ragazzo! Bentornato!» - «Telefonate subito ai suoi genitori». Una voce maschile, molto piacevole.

Sente provenire dal suo fianco destro un rumore familiare, simile al rovistare nei cassetti alla ricerca dei biscotti. «Metti questi», la stessa voce maschile che prima lo ha chiamato ragazzo. Il bambino riconosce subito la struttura dei suoi occhiali rossi sul naso.

Finalmente vede la stanza: il tavolo con un vassoio, una mensola con una statua della Madonna, un vaso di fiori rovinati, un pupazzo, una sedia vuota con una maglia di lana poggiata sopra, un piccolo presepe. Accanto al suo letto, vede due donne con il camice verde e un uomo con il camice bianco. Hanno tutti gli occhi ridenti spalancati per la meraviglia e la mano davanti la bocca socchiusa: «Gli occhiali, erano solo gli occhiali!», ripetono increduli.

«Vi vedo. Vi vedo. Ci vedo».

Una delle tre infermiere corre ad accendere una candela adagiata sul piccolo presepe. Guarda l’orologio a parete che segna le nove in punto. Pensa ai genitori del bambino che stanno per arrivare. Per loro sarà un Natale migliore.

 

𝗜𝗹 𝗳𝗶𝗴𝗹𝗶𝗼

Avvolto nella sua lunga giacca marrone, stringe le mani dolenti sulla testiera del letto. La mano sinistra gronda sangue, il lenzuolo si macchia di rosso. Lui lo trova stirato, immotivatamente perfetto.

Gli occhi attoniti fissano il corpo del figlio adagiato sul letto. La bocca aperta lascia entrare polvere, tanfo e sconcerto.

Lo sguardo cade sul foglio del decesso che ha appena firmato il dottore: le undici e dodici. Lo trova un orario folle, imperfetto.

La musichetta delle luci di Natale continua a disturbare la veglia, a stonare la scena. Da oggi in poi, da oggi indietro, la vita è finita.

 

𝐍𝐚𝐭𝐢𝐯𝐢𝐭à

È distesa su un giaciglio di paglia. Il pancione sembra scoppiare. «Non ce la faccio, vi prego, basta, vi prego, aiutatemi, fatelo uscire, basta, no, no, no».

I bambini sbirciano, ridacchiano, litigano, il piccolo piange, ha fame.

La donna con gli occhi azzurri tra la pelle rugosa, si muove con sicurezza tra il piccolo lavabo, la ciotola con gli attrezzi, le pezze bagnate. Si avvicina alla puerpera e le dice in modo deciso: «Ce la fai, ce la fanno tutte. I bambini nascono così».

Gli occhi della levatrice e della futura puerpera si incrociano. La partoriente si calma, il dolore ha la sua tregua.

«Arriverà un dolore più forte di questo, allora sapremo che il bambino sta per arrivare». La donna riprende i suoi lamenti, presto tramutati in strazianti parole. Morde il cuscino con tutta la sua forza, piange. «Vieni qua», le sussurra l’anziana donna. La accompagna con le mani, le adagia sulla schiena delle pezze bollenti e umide; con la mente è già oltre. La madre è sempre lì: «Perché tutto questo dolore? Perché?».

L'anziana donna le spalanca le gambe e inserisce la mano: «Ecco. Un ultimo sforzo».

Il bambino fa l’ultimo percorso a ostacoli tra i canali, le porte e gli umori della madre. Venti minuti ancora di respiri spezzati e battiti simbiotici, uno dentro l’altro e distanti.

L'anziana donna accelera il ritmo e cuce con grazia i fatidici movimenti finali: taglia le garze, sterilizza gli utensili, prende le forbici, scalda l'acqua per il bagnetto, stende le fasce con cui avvolgere il pargolo, fa il segno della croce.

Un ciuffo di capelli sbuca, un'esplosione di acqua, sangue e muco cola nella ciotola, la testa ruota, il corpo scivola. Una presa forte, il freddo, il pianto, un sussulto di gioia, uno sguardo alla lancetta, un taglio perfetto, il corpo nudo del piccolo adagiato sul ventre della madre. Un lenzuolo colorato di rosso. La madre lo guarda, le sembra perfetto.

La bocca del pargoletto scivola sulla pelle materna come il musetto di un gatto in cerca dell'uscita. Trova il capezzolo e succhia. La mamma lo guarda con gli occhi teneri stracolmi di stupore. La bocca socchiusa non osa cambiare posizione, per non far svanire quel senso di infinito mai provato prima.

«Mezzanotte e dieci minuti del 26 dicembre! Il Natale è appena finito!». Una nuova vita è cominciata.

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Perché questa settimana vi racconto queste storie al posto del consueto articolo?

Nessuno ci racconterà mai di chi ha preso per mano la bambina orfana di madre e le ha pettinato i capelli ogni mattina, o dei giorni seguenti al risveglio del bambino, di come abbia poi speso questa seconda possibilità. Nessuno ci dirà di quando il cuore e il corpo della mamma si sono spalancati per accogliere la vita del suo primo figlio, né se il padre orfano di figlio abbia trovato un motivo per sorridere ancora.

Sapremo qualcosa di loro solo se saranno carnefici o vittime di un sistema che ci divide per ogni dettaglio, forse dimentico del viaggio misterioso che tutti noi condividiamo.

Ma la bambina, il bambino, la madre, il padre, sono la tragedia degli ultimi, la gioia del piccolo, la potenza dell'invisibile. Un giorno si passeranno accanto, in una strada affollata. Il caso deciderà per loro: si ignoreranno senza sapere mai nulla l'uno dell'altro, oppure si urteranno, si innamoreranno e si doneranno i reciproci segreti.

Quei bambini siamo tutti noi, impauriti davanti alla fatalità del destino, uguali nel nascere e nel morire, in ogni caso stupiti davanti al mistero della vita.

 Buon Natale a tutti voi.

giovedì 11 dicembre 2025

LA FINESTRA SBAGLIATA - QUANTO VERO C'è IN UNA BUGIA

 




Quanto vero c'è in una bugia

Due bambini litigano fino a tirarsi i capelli: entrambi vogliono l'unica arancia disponibile. La madre propone di dividerla a metà, ma rifiutano entrambi: hanno bisogno dell'arancia intera. Entra la nonna e chiede a ognuno di loro: "A cosa ti serve?". Così scopre che un bambino ne ha bisogno per fare la spremuta e l'altro per utilizzare le bucce nella preparazione di una torta. Il caso è risolto, possono avere entrambi ciò che desiderano.

 

Nei cammini di mediazione si utilizza questo espediente per comprendere che dietro ogni posizione c'è un interesse ed è quello che bisogna scovare per gestire qualsiasi conflitto. La domanda della nonna sembra banale, ma sottende la fiducia nel fatto che ci sia sempre spazio per tutti e che non solo il bene dell'uno non è in antitesi a quello dell'altro ma i due interessi possono persino corrispondere, a patto di rinunciare alla nostra prospettiva egoica e bellica.

 

Da allora ricorro a questo piccolo espediente spesso, perché la comunicazione e il linguaggio non sono dei vezzi inutili, ma qualcosa di molto, molto profondo. Se facessimo più spesso questa piccola domanda non esisterebbero il bullismo aziendale, la politica fondata sulla logica del nemico, le separazioni alla Kramer contro Kramer, il giornalismo dell'odio, le piccole ma pervasive offese quotidiane, dentro e fuori dal web; la guerra.

 

Immersi nelle nostre lotte giornaliere cresce sempre più la sensazione di trovarci davanti a due mondi, come se noi e gli altri si vivesse in realtà diverse. Sicuramente la dinamica social facilita la risposta piccata e penalizza la comunicazione in termini di efficacia; mancano poi i corpi, sostituiti dagli avatar virtuali. Ma anche dal vivo non è così diverso: la risposta acida è sostituita da ghigni nascosti o lunghi silenzi.

 

Non siamo mai stati un popolo unito, però una spaccatura del genere non c'era mai stata. Quella polarizzazione storica sta trascendendo i confini delle differenze politiche o territoriali per assumere le forme di una grave incomunicabilità esistenziale. È fondamentale iniziare a capirne le reali cause e cercare le strade per far comunicare le due rive. Perché il mondo che viviamo è uno soltanto.

 

Che ruolo ha la percezione che ciascuno di noi ha del mondo nella ricerca di un terreno comune?

In mediazione familiare è tipico vedere come uno stesso evento vissuto insieme venga percepito dai due ex compagni in modo radicalmente diverso. L'errore a cui anche il mediatore deve cercare di sfuggire è la ricerca di una verità più vera dell'altra. Quasi mai il vero conta nella relazione: conta ciò che sentiamo.

 

Mostrando loro dei quadri di maestri dell'illusionismo, come quelli Maurits Cornelis Escher, capita che una persona veda una tazza, un'altra un cavallo.

Con le esplorazioni dell'infinito, con le costruzioni geometriche, con il perturbante dell'arte è finalmente possibile legittimare le parole dell'altro e scoprire che non sono per forza vere o per forza false, ma frutto di una percezione soggettiva. Nonostante nessuno dei due menta, non è possibile una reale comunione di vissuti ed intenti. In qualche modo tutto questo, per chi si ama, è già una bugia.

 

Lo stesso succede tra noi. Escludendo dal mio discorso le persone che, da un lato e dall'altro, sono in malafede, è possibile ipotizzare che per tutte le altre ci sia un problema simile. Un problema enorme, intendiamoci, se pensiamo che ci impedisce di condividere lo stesso orizzonte di senso su cose così preminenti che coinvolgono l'etica e il nostro stare al mondo. Tuttavia, ci sono bugie e bugie. Capire dove ci troviamo aiuterebbe.

 

Raccontato così sembra un gioco da poco, ma è un gioco difficilissimo che presuppone la fiducia nell'altro e il riconoscimento dell'altro. Riconoscergli di esistere al di fuori del proprio mondo e delle proprie percezioni del mondo.

 

Qui subentra la manipolazione da parte di quelle realtà che sulla nostra incomunicabilità fondano la loro fortuna e che operano per renderci sfiduciati e sospettosi gli uni nei confronti degli altri. Così chiunque assuma una posizione che non comprendiamo diventa un mostro, una persona pericolosa, un nemico.

 

In un clima di questo tipo la domanda della nonna non potrebbe mai nemmeno sorgere. Chi mai dovrebbe porcela? Quei bambini capricciosi che siamo devono accontentarsi di strattonarsi fino a maciullare l'arancia e accaparrarsi gli ultimi brandelli del malcapitato frutto. Immaginate quando quel frutto è un bambino, immaginate quando è il destino di una nazione.

 

Il paradigma vinco-vinci viene magicamente trasformato in perdo-perdi. Questo succede perché, anche se noi non siamo in grado di scovarlo, l'interesse che c'è dietro le nostre posizioni rimane lì, insoddisfatto e sempre più arrabbiato. La frustrazione che ne deriva crescerà fino a farsi oltremodo violenta.

 

E allora non resta che cercare insieme questo interesse, ben nascosto dietro ai nostri capricci. Potremmo scoprire che qualche volta è compatibile con quello dell'altro, qualche volta è addirittura lo stesso.

 


venerdì 5 dicembre 2025

LA FINESTRA SBAGLIATA - LA LEGGE CHE (NON) FA GIUSTIZIA

 




Una legge che [non] fa giustizia

 

Il mio professore di diritto penale una volta ci disse: «la pena è come un vestito ma non ne esiste uno adatto a tutti, e allora va cucito addosso alle persone, con l’amore e la cura di una sarta…». Con quelle parole mi fece innamorare del diritto penale. Quanto dolore provai quando, anni dopo, lavorando nel carcere di Regina Coeli, mi accorsi che questa cucitura attenta, e dunque piena di amore per il diritto e per l’umanità, capitava davvero di rado…

Per molto tempo mi sono occupata di diritto di famiglia e minori. Ho smesso quando ho compreso che ciò in cui credevo sarebbe stato sempre disatteso. Di anime vivaci ne ho incontrate tante, ma il sistema prende acqua da troppe parti ormai, e fermare l’allagamento senza costruire nuove fondamenta sembra impossibile. Ho sbagliato? Forse. «Non ci sarebbe nulla di eroico nella resistenza, nel creare problemi a questi uomini, nel cercare di godere di un ultimo residuo di vita combattendo» scrive Kafka; in molti lo fanno davvero, e loro è il merito di provare a cambiare le cose dall’interno, però ognuno deve seguire il proprio destino. Io amo più la giustizia del diritto e sento di poterla almeno anelare di più scrivendo che praticandola.

Quando studiavo giurisprudenza amavo molto la filosofia del diritto. Amavo chiedermi: da dove viene la legge? Chi legittima il potere ad agire in maniera costrittiva? Qual è il senso di una vita reclusa? Qual è il fondamento etico della sanzione?  Qual è il rapporto tra il diritto e la giustizia, tra il progresso e l’etica?

Molte cose non vanno come dovrebbero perché abbiamo smesso di farci quelle domande che nei primi anni della nostra giovinezza sgorgano dalla nostra anima in quantità. Oggi, nelle nostre università si richiede agli studenti di omettere dai propri lavori di tesi le dottrine minoritarie, bollate come “complottiste” a favore dell’orientamento culturale dominante. Non parlo di politica, ma di movimenti economico finanziari in grado di orientare il costume e l’etica: dell’IA si possono enumerare solo i vantaggi, non i rischi per la tenuta democratica e per la libertà d’informazione; del greenpass si può parlare solo in termini di necessarietà senza sollevare una riflessione di ampio respiro sulla sua (in)compatibilità con il sistema democratico. E così via.

Vi è poi, negli ultimi anni, una tendenza preoccupante vero l’interventismo statale con tratti spiccatamente moraleggianti. Tutto fila liscio per chi si adegua. Ma coloro i cui bisogni si discostano maggiormente da quelli imposti e da quelli della media, saranno loro a sentire più forte il peso della repressione; eppure non sono proprio loro quelle preziose minoranze che l’assetto democratico intenderebbe tutelare? È davvero civile un sistema in cui si imponga a forza il sentire della maggioranza? Della possibile patologia della democrazia ci metteva in guardia già Polibio, e in tempi più recenti Alexis de Tocqueville, parlandoci di dittatura della maggioranza. Eppure oggi il filosofo con una posizione minoritaria diventa “rincoglionito”, il medico contrario ad una determinata pratica diventa “antiscientifico” e la storia finisce lì. Le loro posizioni non sono osteggiate, anche con forza; no, sono negate. «"No," disse il prete, "non devi accettare tutto come vero, devi solo accettarlo come necessario." "Visione deprimente," disse K. "La menzogna trasformata in regola del mondo"»

Eppure, il diritto è un’invenzione umana, può aiutarci a ordinare le cose del mondo, ma queste avranno sempre una loro forza primigenia, così come la famiglia. Il giurista Arturo Carlo Jemolo diceva «la famiglia è un’isola che il diritto dovrebbe solo lambire». Ho sempre amato questa sua frase e l’ho tenuta a mente tutte le volte che a qualsiasi titolo sono entrata in “casa” delle persone. Del resto, è chiaro: la famiglia è un’entità naturale che dal diritto può essere al più riconosciuta. Ma allora, quali sono i confini possibili di questo intervento, soprattutto in uno scenario di grave compromissione come quello che viviamo.

Che legittimazione ha un potere giudiziario che diventi intoccabile, il cui operato non è possibile in alcun modo controllare né misurare? Qual è il fondamento di un sistema statale – e qui inserisco politica, magistratura, istituzioni, enti semiprivati, alcuni mezzi di comunicazione – che puntualmente dimostra di tradire i suoi stessi dettami? «La retta comprensione di un fatto, e il fraintendimento di questo stesso fatto, non si escludono a vicenda per intero».

Un sistema che pretenda dai cittadini il ricorso ai metodi democratici di giustizia dovrebbe garantire che quegli strumenti funzionino, salvo casi eccezionali e residuali di inevitabile errore e corruzione. Ma in alcun modo potrebbe rendere l’ingiustizia, la corruzione, l’errore, sistemici, altrimenti il diritto si trasforma in un carcere kafkiano, «Ciò che conta sono le molte sottigliezze in cui si perde il tribunale. E alla fine fa saltar fuori da qualche parte, dove in origine non c'era assolutamente niente, una grossa colpa». Quanto può durare?

Il diritto è da tempo un’arma nelle mani del prevaricatore e non più un mezzo di giustizia del prevaricato. La vittima vive così una vera e propria persecuzione e cova stati emotivi che prima o poi rischiano di deflagrare. Se il diritto non funziona, chi decide cosa è civile e cosa no?

Se il diritto, la psicologia, la pedagogia, non ci aiutano a stare meglio, se addirittura ci allontanano da un senso intimo di umanità, dobbiamo rivalutarne il senso e il ruolo, perché non sono valori in sé; il diritto è al servizio della giustizia, la psicologia della salute mentale, la pedagogia del benessere.

Ma se ci turba l'idea che noi si possa raggiungere la giustizia senza il diritto, allevare figli sereni senza la pedagogia, e curare la nostra salute mentale senza psicologia, significa averle rese altari e non strumenti. C’è stato un tempo in cui qualcuno si è interrogato sulla sofferenza dell'uomo e vi ha trovato una possibile soluzione; incredibile dover trovare a forza il problema affinché possa essere applicata la soluzione.

Così, non mi rivedo in un sistema giuridico che diventi gabbia, dogma, entità da idolatrare. Tutto va pensato insieme, rivisto, aggiornato, calato a quella singola realtà, migliorato.

Per tutte queste ragioni, io nel mio piccolo intendo il lavoro culturale come un’occasione per rimettere sempre in discussione le nostre idee, per questo auspico di essere contraddetta, perché chi ci contraddice con metodo e con rispetto ci consente di aggiungere nuove angolazioni a ciò che già vediamo, ci rende reali, vivi. Contraddire è una forma d'amore.

Ma noi amiamo ancora l'uomo?


venerdì 28 novembre 2025

LA FINESTRA SBAGLIATA - INVISIBILI

 



LA FINESTRA SBAGLIATA
Eppure ho visto anche zingari felici

 

Invisibili

Ci siamo fatti dividere in ogni modo in cui era possibile essere divisi: fascisti e antifascisti, italiani ed extracomunitari, uomini e donne, “no vax” e “sì vax”. E così via.

Scelte personali, inclinazioni, visioni, immolate all’altare di una omologazione feroce, ben nascosta dietro mille maschere.

Dedicarci ad odiare il nostro nemico: un gioco perverso e quotidiano con cui proteggere la nostra identità di “persone per bene”: un bene reale ma che perde il contatto con il tutto.

 

Scevre di questa carica di odio, tutte le istanze sono corrette: spesso ciò che si critica del nemico non è il contenuto (voler difendere l’uomo, la donna...) ma ciò che noi avvertiamo quella posizione possa sottendere (violenza sulle donne, negazione dei torti subiti dagli uomini...).

La nostra mente sembra sempre più incapace di contemplare una visione di insieme che includa gli opposti, contagiata dal linguaggio pervasivo di media e politica che tende a ridurre tutte le possibilità in campo: se dici questo odi le donne, odi gli uomini, e così via, all’infinito.

 

Il cosiddetto metodo del contagio usato anche a scopo propagandistico, fa il resto. Persone radicalmente diverse sono descritte in modo semplificato mettendone in risalto un unico tratto. Riunendo, infatti, nemici differenti in una unica categoria (no vax, astensionisti, maschilisti, eccetera) è possibile eliminare dallo scenario tutte quelle persone che adducendo istanze per il bene reale rovinerebbero il gioco. La battaglia si fa sempre tra eccessi opposti. Divide et impera!

 

Immersi in questa guerra psicologica che rende fortemente menomata la nostra comprensione delle ragioni dell’altro, risulta impossibile giudicare (ius+decere; “colui che dice/pronuncia il diritto”).

 

Quali sono le categorie maggiormente prese di mira? Posso dirvi quelle che la mia sensibilità mi fa rilevare, ma se ne percepite altre ditemi: c’è spazio per tutti.

Non ci spaventano malvagità e corruzione, fondamenti su cui sappiano da sempre si regge la nostra società. Non ci spaventa neppure la diversità come la intendevamo anche solo fino a due decenni fa: lo straniero, l’omosessuale, il disabile; tutto ha delle parole, una collocazione economica e politica precisa.

 

Oggi ci spaventano gli invisibili, categorie prive di valore economico e di rappresentanza politica e mediatica, cancellate dal nostro immaginario.

Nel regno dell’invisibile c’è la virgola fuori posto, colui che grida “Il re è nudo”: la famiglia che rinuncia alle nostre certezze ma è felice; quel padre che vuole solo fare il padre senza odiare le donne, eccetera. Dinanzi ad un diverso così diverso la coscienza collettiva va in crash. Così lo riconduce a categorie più comprensibili: il maschilista maligno, la famiglia fuori di testa. Ecco, finalmente è possibile tornare a fare la propria quotidiana guerra psicologica.

La mia ossessione è quella di far uscire dal regno dell’invisibile chiunque vi finisca dentro, perché sono convinta che quel rimosso ci racconti tantissimo di noi.

 

Nel libro 𝘈𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘭𝘦 𝘱𝘢𝘳𝘰𝘭𝘦 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘯𝘰𝘮𝘢𝘥𝘪 di Fabrizio De André leggiamo: «Chiunque coltivi le proprie diversità con dignità e coraggio, attraversando i disagi dell’emarginazione con l’unico intento di rassomigliare a sé stesso, è già di per sé un vincente».

Una frase che ci piace leggere in un libro, ascoltare in una canzone, ma nella realtà ci spaventa, la vediamo in antitesi al concetto oggi centrale di 𝘤𝘰𝘮𝘶𝘯𝘪𝘵à, di 𝘴𝘰𝘤𝘪𝘢𝘭𝘪𝘵à.

Ci troviamo immersi in un paradosso non da poco: dilaniati da guerre psicologiche perpetue, e sempre ammassati in gruppi reali o virtuali. Ma è davvero possibile qualsiasi forma di alterità senza il rispetto della unicità?

 

Un legame fondato sul rispetto delle particolarità individuali, la consapevolezza delle manipolazioni giornaliere, la curiosità verso l’altro che avevamo da bambini, sono passaggi essenziali per la guarigione di un tessuto sociale completamente disfatto, per trovare modi 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘪 di parlare basati sulla gioia, sulla creatività, sul rispetto delle minoranze, anche quando non le comprendiamo. Sulla follia!


LA FINESTRA SBAGLIATA - IL MANIFESTO

 


Il Manifesto de La finestra sbagliata
rubrica a cura di Rosanna Pierleoni

Pensieri sconvenienti, pensieri laterali, pensieri sbagliati. Li butterò fuori dai margini e sul tema del giorno non resteranno mai impigliati.

Bambini fuori misura, incapaci a scrivere sulle righe, ridono in modo sguaiato e si rotolano tra le spighe. Aprono ruderi abbandonati e feritoie, salgono coi piedi sporchi su comode poltrone e detestano le scorciatoie.

Non si impongono per vanità e sono sempre in giro alla ricerca di un bizzarro senso di verità. Non ambiscono alla santità: quante volte ci lascia nudi, ricoperti di menzogne e oscenità!

Togliamoci le lenti e abbracciamo una nuova prospettiva: siamo sicuri che gli opposti siano sempre in alternativa?

E se qualcuno leggendo queste poche righe riderà o fingerà di non capire, giusta o sbagliata che sia, la mia voce non smetterà di farsi sentire. E se metterò a disagio qualcuno, pazienza: aprire la mente per me sarà sempre un ballo a due, mai un atto di violenza.

Non ho insegnamenti da dare né accordi da rispettare. I pregiudizi li ho chiusi in dispensa e cerco nuovi amici la cui mente pensa.

Non amo gli slogan né le etichette, non dispenso dogmi né buffette.

Amo la lingua italiana, i valori antichi, il rispetto, l'onestà. Non credo che disturbare un po' il potere sia un fatto di lesa maestà.

Il buon cittadino ha il dovere di dire ciò che non va: se tutto va a rotoli la colpa sta a metà e metà.

Sono pensieri fuori moda, senza alcuna certezza, ostinati a salvare qualche residuo di bellezza.

E allora guardiamo ogni cosa da dentro e da fuori, in avanti e al contrario, fino a scoprire che il confine tra torto e ragione è un racconto leggendario.

E quando qualcuno dirà che non sta bene, che non si dice, che non si fa, risponderemo tutti in coro: "meglio sbagliare finestra che continuare a imbrattare la realtà!"